Sunday, June 29, 2008

Religione Pagana Politeista: il rito del Solstizio d'Estate

Religione Pagana Politeista: il rito del Solstizio d'Estate

Sunday, June 22, 2008

In 30 mila celebrano solstizio a Stonehenge

ansa.it, 2008-06-21 16:24
In 30 mila celebrano solstizio a Stonehenge
LONDRA - Circa 30 mila persone hanno festeggiato all'alba di oggi con danze e canti il solstizio d'estate a Stonehenge, il sito archeologico di Wiltshire, in Inghilterra. Il sole è sorto alle 4 e 58 minuti e un'ovazione generale ne ha accompagnato l'apparizione. Moderni druidi (discendenti dei sacerdoti celtici che duemila anni fa organizzarono la resistenza contro Giulio Cesare), ecologisti, neo-hippies e semplici curiosi si sono radunati davanti alla pietra Heel, la cosiddetta "Pietra del tallone".

Leggenda vuole che il diavolo abbia scagliato questo masso contro un frate colpendolo al tallone. L'impronta del frate si sarebbe così impressa sulla pietra. Peter Rawcliffe, un ragazzo di 26 anni, ha commentato così la sua presenza a Stonehenge: "Mi sento come un druido clandestino. Durante l'anno costruisco giocattoli, ma durante il solstizio d'estate viene fuori l'hippy che c'é in me. E' davvero un'esperienza magica". John Tarbuck, di 33 anni e originario della Cornovaglia ha invece detto: "Festeggiamo la natura, la vita e tutto ciò che fa sì che il nostro pianeta continui a girare ogni mondo".

L'English Heritage, l'ente che si occupa della protezione del patrimonio artistico britannico, sostiene che l'affluenza di quest'anno è stata la più alta della storia insieme a quella del 2003. Sempre all'alba di oggi la polizia britannica ha arrestato 15 persone, colpevoli di violazioni varie all'ordine pubblico. Stonehenge (in antico inglese "pietra sospesa") è un sito neolitico, costituito da un insieme circolare di pietre erette, i menhir, in lingua celtica. Le ipotesi più fantasiose sulla sua origine attribuiscono la sua edificazione ai druidi o addirittura al Mago Merlino. Gli archeologi invece ipotizzano che potesse essere un tempio, un osservatorio astronomico o una metropoli. L'Antico Ordine dei Druidi (AOD) iniziò a celebrare ufficialmente il solstizio d'estate il 21 giugno del 1905. Con il passare degli anni l'appuntamento divenne sempre più popolare. La sopravvivenza di Stonehenge era stata messa in dubbio da un progetto di tunnel autostradale che sarebbe dovuto passare proprio sotto il sito archeologico. L'ipotesi era stata poi messo da parte perché antieconomico e pericoloso per l'ambiente. Nel luglio scorso Stonehenge non era stata inclusa, a differenza del Colosseo, fra le "Nuove Sette Meraviglie del Mondo", scelte attraverso un discusso sondaggio planetario. La sua esclusione aveva destato numerose polemiche.

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Thursday, June 19, 2008

Che guardoni questi neuroni specchio

La Stampa Tuttoscienze 18.6.08
Che guardoni questi neuroni specchio
Neuroscienze. Si accendono se vediamo un film porno
La prova che il desiderio sessuale è “questione di testa”
di Giulia Caterina

La visione di grazie femminili attiva la parte del cervello detta opercularis
«Questa ricerca infrange un tabù antico sull’eccitazione nei maschi»

Ancora loro, i neuroni specchio. Stavolta sono considerati come i primi responsabili dell’eccitazione di fronte ai film hard. Le cellule cerebrali diventate celebri per la capacità di attivarsi mentre osserviamo le azioni altrui, come se fossimo noi a compierle, espandono ancora il loro raggio d’azione e, adesso, a loro si attribuisce la capacità di scatenare risposte «automatiche», quasi incontrollabili, erezione compresa. È cerebrale, quindi, la scintilla che accende il desiderio sessuale, secondo la ricerca di un team dell’Université de Picardie «JulesVerne» ad Amiens, in Francia. Gli scienziati hanno misurato la risposta mentale di un gruppo di «cavie» maschili di fronte alla visione di vari tipi di filmati, tra cui un film a luci rosse, valutando i cambiamenti che avvenivano sia nel cervello (visibili grazie alla risonanza magnetica funzionale) sia nel pene. Harould Mouras e i suoi collaboratori hanno notato che «l’aumentare del volume dell’organo maschile è correlato all’attivazione di un’area, la pars opercularis, in cui si manifesta proprio l’attività dei neuroni specchio». Si è anche scoperto che «la loro attivazione precede l’eccitazione e la conseguente erezione». Vilayanur Ramachandran, direttore del «Center for Brain and Cognition» allaUniversity of California at San Diego è una delle «star» degli studi su queste cellule cerebrali, definisce il test come «coraggioso» e si è congratulato perché è la dimostrazione che i neuroni specchio contribuiscono a rompere un tabù sulla sessualità. «È perfettamente possibile che queste cellule giochino un ruolo fondamentale nell’attrazione per la pornografia», ma - aggiunge - è necessario approfondire gli esperimenti per capirne di più. «Molte strutture cerebrali sembrano essere coinvolte, non solo la pars opercularis, e al momento la risonanza magnetica funzionale non è abbastanza accurata per rivelare che cosa accade in “frame” temporali tanto brevi». E che ci vogliano altri studi lo pensa anche VittorioGallese, che fa parte del gruppo coordinato da Giacomo Rizzolatti all’Università di Parma e che negli Anni 90 scoprì l’esistenza dei neuroni specchio. «I soggetti dovevano dare una risposta premendo un bottone e c’era, quindi, una componente motoria che potrebbe aver contribuito ad attivare l’area in cui sono presenti questi neuroni - sottolinea Gallese -. In più non c’è un controllo che abbia dimostrato che quest’area, attivata durante l’osservazione di scene erotiche, sia poi la stessa che si “accende” quando si fa davvero del sesso. Mi sembra che ci sia unpo’ la corsa a mettere l’etichetta “neuroni specchio” su tutto. Sarei quindi cauto prima di affermare che sono implicati nel controllo dell’erezione». Le ricerche continuano. Di certo - sostiene lo studio di Peter Enticott della Monash University di Melbourne in Australia -, l’attività di questi neuroni ci aiuta non solo a comprendere le attività e le intenzioni altrui, ma anche le loro emozioni.

Monday, June 16, 2008

Fu attratto dalla mitologia e dal culto dell´"antico" evocato nel titolo della rassegna

La Repubblica 16.6.08
Correggio. Alla galleria borghese di Roma
Sessanta opere, tra dipinti e disegni, tra cui la celebre "Danae"
Fu attratto dalla mitologia e dal culto dell´"antico" evocato nel titolo della rassegna
di Cesare De Seta

La vita del Correggio, al secolo Antonio Allegri, trascorse tra il paese nativo da cui prese nome, Parma e Mantova: in questo piccolo spazio, ma pur denso di significato e ricco di una rimarchevole cultura figurativa - massime Mantegna ma anche Lorenzo Costa e Francesco Francia - maturò una delle personalità più eccentriche del Rinascimento italiano.
Di lui neppure la data di nascita del 1494, dedotta dalle Vite del Vasari, è del tutto sicura, mentre lo è quella della morte nel 1534. Tuttavia in pochi decenni il pittore emiliano offrì di sé prove che l´hanno reso celebre e la sua arte è tra quelle destinate a crescere nel tempo, non patendo le offese che a piene mani distribuisce la ruota della fortuna. Nulla comunque di paragonabile al destino eroico di Raffaello, Michelangelo e Tiziano.
Dalla scarna biografia vasariana (1550, cautamente aggiornata nel 1568) non molto sappiamo, né di Allegri c´è rimasta una sola lettera: ma da una lettera a Federico Gonzaga sappiamo che morì lasciando la famiglia in "buona facultà". E questo è di certo un segno che la sua fu una presenza ben riconosciuta già al suo tempo. Le commesse più lontane vennero da Bologna, Modena e Reggio Emilia e dunque fu pittore "provinciale" ma solo nel senso topografico della parola: raffaellesco per naturale vocazione la sua arte apre nuovi orizzonti all´arte del Cinquecento con gli spettacolosi affreschi della Camera di San Paolo e del duomo di Parma. Ma la sua fortuna non può paragonarsi con la fama universale che baciò i grandi contemporanei di stanza nei molti centri artistici d´Italia.
Ora la mostra "Correggio e l´antico", a cura di Anna Coliva, messa a punto da un programma di Claudio Strinati, alla Galleria Borghese (fino al 14 settembre), propone una monografica con sessanta tra dipinti e disegni, posti a diretto confronto con marmi celebri della statuaria antica.
Qui veniamo al dunque: fu l´Allegri a Roma nel 1518-19? Molti, a partire da David Ekserdjian, sostengono questo partito con buone ragioni, ma non retto da prove documentarie. Di esse possiamo farne a meno senza nulla perdere nell´ammirare il pittore. Certo che la mitologia l´attrasse e segnò molte sue tele, ma il culto dell´antico era sapere e lievito comune agli artisti del tempo, anche se mai misero piede a Roma: la Bella Italia era disseminata di tali reperti anche se non tutti avevano la rilevanza di Leda con il cigno e Eros, di Afrodite con Eros o della Ninfa che sono nella villa romana.
L´educazione di Cupido e Venere e Cupido addormentati spiati da un satiro risalgono entrambi a metà degli anni venti e sono prova evidente di come il talento del pittore volgesse verso un senso di tenerezza e di serenità che è altrove rispetto alle prime tele in cui grazia devozionale, affetti e sentimento religioso sono cifra dominante.
Un capolavoro della Borghese è la Danae, insuperata icona di ideale femminino che ci trascina, con un colpo d´ala, un secolo e più avanti. A nessun Tiziano o Raffaello può essere comparata, perché la dea del Correggio è una donna del nostro tempo, è una Julia Roberts dipinta intorno al 1531-2: ha gambe sottili, seno piccolo e sodo, braccia affusolate, un corpo che non patirà mai l´offesa della cellulite. È appoggiata a due guanciali gonfi, un braccio dolcemente abbandonato mentre l´altro solleva un lenzuolo, coadiuvata in questo gesto da un genio alato, perché la nuvola-Giove piova dentro di lei. Erotismo, certo, e nella foggia più sottile e impalpabile che si possa immaginare. Una sottile vena si percepisce ed è quella della pelle che respira su corpo che ricorda l´anatomia della statuaria antica.
La stessa vena erotica è nelle coeve Ratto di Ganimede ed in Giove ed Io che vengono dal Kunsthistorisches di Vienna; esse sono parte di quattro tele sugli amori di Giove tratte dalle Metamorfosi di Ovidio. Furono commissionate da Federico Gonzaga forse per donarle a Carlo V, incoronato imperatore a Bologna, con la Danae e la Leda di Berlino, malridotta e assente per ragioni ovvie. Il bellissimo fanciullo dal corpo prassitelico vola in cielo rapito dall´aquila-Giove, ma più che rapito sembra avvinghiarsi alle piume del rapace: nel suo volto non c´è paura, ma piuttosto sorpresa.
Straordinario il paesaggio che digrada su vari piani con tinte virate dal verde all´azzurro, con in evidenza una roccia leonardesca e un cane a muso alzato: una sequenza paesistica che ha un suo pendant nel fondo del Noli me tangere; ma qui, nella composizione del Prado, la presenza del Cristo e della Maddalena ha un forza preponderante che mette in secondo piano il fondo paesistico dai toni verde muschio e bruni. Nel ratto del pastorello invece il paesaggio non è sfondo, ma deuteragonista della composizione, come non frequentemente accade nell´opera del Correggio o, per meglio dire, con tanta programmatica intensità.
Indugio sempre sui paesaggi perché servono a capire qualcosa anche di un pittore che paesaggista in senso proprio non fu. Giove ed Io è il più misterioso e inafferrabile dipinto di Correggio: la bella Io è sorella germana di Danae-Julia Roberts, per quel corpo snodato a serpentina con la schiena tesa come corda di violino e la coscia che s´attacca felicemente all´incavo della natica affondata in un panno, da cui si intravede il monte di Venere e lieve peluria. Si può ben dire che l´iconografia femminile "fecit saltus", questo è il Correggio che più ci prende e persino seduce per la calibrata e sottesa misura delle sue forme che non a caso eccitarono Stendhal e D´Annunzio.
Di Francis Haskell in catalogo (Motta editore) ritroviamo un bel saggio sulla fortuna critica. In mostra si può godere anche il Correggio più devozionale, ma vien voglia di correre a Parma. Le gamme del suo repertorio sono davvero molte e molto diverse tra loro: ma il termine dell´antico evocato nel titolo della mostra conduce inevitabilmente a quanto fin qui sottolineato.
C´è una vena, infine, che direi proto espressionista che s´evince con evidenza nella tela del Louvre di Venere e Cupido spiati da un Satiro: la torsione del morbido corpo della dea ha un´intensità anch´essa erotica, di un erotismo non taciuto ma persino scandalosamente esibito. E si fa fatica a pensare che il pittore sia lo stesso della melensa Madonna Campori o della medesima incantata ad adorare il bambino agli Uffizi.

Sunday, June 15, 2008

Il Bene in balìa della fortuna

Il Sole 24 Ore Domenica 15.6.08
Il Bene in balìa della fortuna
Perché l'idea di separare la giustizia dagli accidenti della sorte si è rivelata illusoria. Non basta liberarsi dagli dèi
di Remo Bodei

«Vergogna e necessità» di Bernard Williarns è una penetrante analisi della moralità dei Greci. Conoscevano già colpe e responsabilità. Oggi sono di nuovo attuali per il loro senso della tragicità dell' esistenza, trascurato dai moderni
di Remo Bodei

A introdurre la distinzione tra «civiltà della vergogna» e «civiltà della colpa» è stata l'antropologa americana Ruth Benedict nel preparare uno studio per le forze armate degli Stati Uniti in vista di una possibile invasione del Giappone (resa poi inutile dalle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki). Il rapporto, pubblicato in forma di libro nel 1946 e intitolato Il crisantemo e la spada, contribuì a fissare questa divisione, ripresa e amplificata da due eminenti studiosi dell'antichità: Eric Dodds, in I greci e l'irrazionale, del 1951, e Arthur W. H. Adkins, in La morale dei Greci da Omero ad Aristotele, del 1960.
Con diverse sfumature, le loro tesi coincidono nell'affermare che, nelle società con forte impronta militare e aristocratica, la vergogna non ha valore morale, in quanto dipende dal giudizio altrui. Gli eroi omerici, nella fattispecie, agirebbero solo in funzione delle aspettative dei loro pari nell'ambito dell'onore e del coraggio. Solo a partire dal V secolo a.c., contando sull'allentamento dei vincoli etici della famiglia e della tribù, la democrazia ateniese avrebbe messo gli individui di fronte alla personale responsabilità delle loro azioni. Con la sua dottrina del peccato originale e con il sacramento della confessione, sarebbe stato, tuttavia, il cristianesimo ad istillare nelle persone e nelle istituzioni la civiltà della colpa, assurta a una superiore dignità nel rendere la colpa stessa il frutto marcio della libertà.
Il passaggio dalla civiltà della vergogna alla civiltà della colpa costituirebbe dunque un netto e definitivo progresso morale, il cui culmine viene raggiunto, sul piano filosofico, dal soggetto kantiano - che, assolutamente libero da qualsiasi condizionamento esterno, agisce sulla base di «imperativi categorici» -, e, sul terreno politico, dal liberalismo, che presuppone scelte coscienti da parte degli individui.
Bernard Williams sfida queste concezioni attraverso il suo caratteristico metodo della «descrizione filosofica di una realtà storica», che si serve di concetti thick, densi di concretezza, e non thin, sottili ed esangui come spesso accade nelle generalizzazioni di certi filosofi. Mostra così quanto falsa sia l'immagine convenzionale degli eroi omerici come amorali, poiché privi, nell'agire, di intima motivazione e di autonoma volontà e, pertanto, di sensi di colpa: «A me sembra che, nel mondo omerico, ci sia quanto basta delle concezioni essenziali dell'azione per la vita umana: la capacità di deliberare, di decidere, di agire, di fare degli sforzi, di sopportare». Questo non significa negare che vi siano stati progressi nella morale e proporre un anacronistico ritorno all'etica greca. Al contrario, lo sguardo di Williams è volto all'attualità: l'indagare i poemi omerici, la tragedia classica o il ruolo delle teorie di Platone e Aristotele, ci aiuta a comprendere meglio noi stessi e a sottoporre a esame critico la nostra presunzione di essere liberi decisori, dotati di un'identità tanto granitica da prescindere dalla necessità e dalla casualità delle situazioni. Tale confronto con gli albori della nostra cultura è oggi tanto più indispensabile, in quanto vacillano quelle certezze che avevano a lungo sorretto l'etica dell'Occidente.
Sul piano storico-filologico Williams constata che la nozione di vergogna, nel mondo greco, non dipende esclusivamente dalla paura di essere scoperti dalle persone sbagliate nel momento sbagliato. Essa ha, inoltre, un'estensione più ampia, inglobando aspetti di ciò che noi chiamiamo "colpa". Il fatto che questo termine non abbia equivalenti nella lingua greca, non esclude l'esperienza della colpa (sarebbe illuminante leggere il testo di Williams in parallelo con il volume di Douglas Cairns, Aidos. The Psychology and Ethics oJ Honour and Shame in Ancient Greek Literature, Oxford, Clarendon Press, 1993).
Diversamente da Nietzsche, un pensatore ammirato da Williams, in Vergogna e necessità le obbligazioni morali non affondano le loro radici - al pari della Genealogia della morale - in punizioni corporali ormai dimenticate e interiorizzate, per cui sarebbe stato il ripetuto, ma rimosso, taglio della mano ai ladri a trasformarsi in angoscia della coscienza morale dinanzi alla possibile violazione del comandamento «non rubare». Se è vero, per Williams, che «le esperienze più primitive della vergogna hanno a che fare con la vista e l'essere visto», mentre la colpa affonda «le sue
radici nell'ascolto», nel «risuonare In se stessi della voce del giudizio», bisognerebbe però riconoscere che la voce della coscienza (almeno nella forma del dissenso di Antigone o del demone di Socrate) risulta più potente e cogente nella tragedia e nella filosofia del V secolo rispetto al periodo arcaico.
Ciò che più sta a cuore a Williams è far vedere come il concetto moderno di individuo agente in sintonia con le proprie libere scelte omette un dato di cui i greci erano ben consapevoli: che ciascuno di noi è esposto al caso e alla necessità, ai rovesci di fortuna e alla coercizione della natura o della volontà altrui, come il nascere uomo o donna o l'essere ridotto in schiavitù. Ne consegue che la nostra identità è fragile e non separabile dalle circostanze esterne, dai condizionamenti naturali e storici (un tema che Williams ha acutamente affrontato in Sorte morale).
Le filosofie di stampo kantiano e il liberalismo esigono che fortuna e necessità «non prendano il posto di considerazioni di giustizia».
Credono in tal modo di arginare tali elementi di disturbo o di cacciarli fuori della cornice delle istituzioni, affidandosi alla speranza di mitigare il potere del caso e della necessità sugli individui o di «mostrare che ciò che non può essere mitigato non è ingiusto». La modernità è però in grado di offrire solo una «libertà metafisica», l'astratta convinzione che le nostre decisioni non dipendono da imposizioni esterne. Essa spinge così in secondo piano quanto non solo Marx, ma anche Stuart Mill, aveva osservato: che «gli ostacoli reali alla nostra libertà non sono metafisici, ma psicologici, sociali e politici». Rimuoverli non è facile; anche dopo esserci liberati dal timore che esistano poteri e necessità sovrannaturali - come gli dèi o il destino - che c'impongono determinati corsi d'azione.
I poemi omerici e le tragedie greche ci ricordano quel che spesso dimentichiamo: il nostro essere in gran parte ancora in balia dei capricci del caso e sotto il giogo della nècessità.

Bernard WiUiarns, «Vergogna e necessità», il Mulino, Bologna, pagg. 234, € 25,00.

Saturday, June 14, 2008

Il nostro occhio è un bricoleur

La Stampa Tuttolibri 14.6.08
Il nostro occhio è un bricoleur
di Marco Belpoliti

La pubblicità ha smesso il velo: siamo passati dall'evocazione al grido, dai sogni di W. Chiari alle vendite di V. Marchi
Fra miti e scienza La straordinaria summa dell'antichista Deonna e un saggio di Ings esplorano storia, funzioni e segreti della vista
Il rapporto con gli astri, la sorte, l'anima, differenze e somiglianze rispetto agli animali notturni, la percezione di luce e colori, un millenario «adattamento»

In Albania, racconta Plinio, vivono uomini nati con occhi glauchi e capelli bianchi che vedono meglio di notte che di giorno; lo stesso imperatore Tiberio possedeva una simile facoltà: se si svegliava di notte, distingueva perfettamente gli oggetti. Kaspar Hauser, il più famoso «bambino selvaggio», percepiva stelle invisibili per mezzo di una vista straordinaria e anche i colori dentro un'oscura foresta. Gli sciamani, poi, sarebbero dotati di un'acutezza visiva responsabile delle loro facoltà psichiche, capaci di vedere a lunga distanza o al buio.
Tutte queste notizie sono fornite da Waldemar Deonna in un libro straordinario: Il simbolismo dell'occhio, in uscita da Bollati Boringhieri, summa enciclopedica su come le differenti religioni e culture hanno considerato l'occhio, il più importante dei nostri organi di senso, attraverso cui si è sviluppata la stessa civiltà umana. Deonna, archeologo e antichista, ha scandagliato l'idea di acutezza visiva ponendo particolare attenzione ai collegamenti tra l'occhio e gli astri, tra l'occhio e il fuoco, badando a distinguere i simbolismi dell'occhio destro e quelli dell'occhio sinistro, la cecità fisica e quella simbolica, il malocchio e il «buonocchio», l'occhio unico e gli occhi multipli, l'occhio e l'anima, lo sguardo umano e lo sguardo animale.
Il volume, pubblicato postumo nel 1965, tradotto per la cura di Sabrina Stroppa, è articolato in due livelli: da un lato, l'esposizione dei vari simboli, riti e credenze; dall' altro un regesto fittissimo di note, rimandi, commenti e spiegazioni ulteriori, frutto di un'erudizione che Deonna, autore di libri singolari sul simbolismo dell'acrobata, sulle abitudini a tavola, sui miracoli greci e quelli cristiani, ha accumulato in decenni e decenni di sterminate letture.
Per un caso fortuito Il simbolismo dell'occhio esce in contemporanea con un libro che si presenta come il suo esatto opposto, Storia naturale dell'occhio, opera di Simon Ings, scrittore di fantascienza e giornalista scientifico, così da offrire una doppia e affascinante lettura del nostro prezioso organo di senso. Mentre Deonna ci accompagna nell'universo dei simboli e dei riti religiosi, Ings ci fa attraversare il territorio altrettanto frastagliato della scienza. Al centro c'è sempre l'occhio umano, complesso e misterioso sensore che si è sviluppato a partire da lembi specializzati di pelle. I primi occhi sono comparsi 550 milioni di anni fa; appartenevano alle trilobiti, creature marine che oggi possiamo ammirare solo attraverso reperti fossili. Le unità fondamentali di strutture complesse come l'occhio, scrive Ings, «erano già disponibili molto tempo prima di essere reclutate per compiti sofisticati come la visione».
Leggendo Storia naturale dell'occhio, libro di rara precisione e completezza, costruito come un racconto, si ha la sensazione che la scienza non sia meno fantastica dei miti. E poiché lo scrittore inglese ha scelto di raccontare la storia dell'occhio evidenziando molte figure di scienziati e ricercatori del passato e del presente, si ha la sensazione che essi procedano attraverso continui spostamenti e aggiustamenti, me diante discontinuità piuttosto che sviluppi lineari.
Come ha scritto George Wald, premio Nobel, studioso dell'occhio, colui che ha guidato la rivoluzione che ha trasformato la biologia da scienza cellulare in scienza molecolare, «noi siamo il prodotto della rielaborazione piuttosto che dell'invenzione». L'occhio ha modificato se stesso nel corso di milioni d'anni agendo come un geniale e previdente bricoleur. Questo sensore è lo strumento privilegiato di un mammifero che ha smesso di usare il naso per pensare e che si è specializzato nella raccolta. Mentre la maggior parte degli animali non si preoccupa molto della sostanza delle cose, badando invece a «dove vanno le cose», noi umani siamo interessati «a quello che le cose sono». I nostri occhi si muovono a scatti, sembrano letteralmente balbettare, eppure siamo bravissimi nell'individuare i piccoli oggetti: più preoccupati dalle immagini che non dal movimento.
Molte delle simbologie descritte da Deonna sembrano trovare conferma nel racconto scientifico di Ings; ad esempio, la visione notturna. Discendiamo da animali notturni, e la nostra capacità di vedere di notte davvero straordinaria, anche se nei Paesi occidentali e industrializzati oramai nessuno o quasi l'apprezza più «è il retaggio del nostro passato notturno». Questa acuità visiva ha tuttavia un contrappeso: la visione dei colori di cui siamo dotati appare «relativamente notevole ancorché difettosa». Nel nostro sistema percettivo il colore «è soltanto un mezzo per distinguere gli oggetti gli uni dagli altri». Questo perché la nostra specie si è mossa soprattutto in ambienti ricoperti da alberi e, come ha dimostrato un neurofisiologo thailandese nel 2000, la luce diurna filtrata dagli alberi della foresta cambia solo lievemente di colore. Siamo invece più sensibili alla lucentezza, e questa c'è servita per milioni di anni alla ricerca del cibo nel sottobosco dove il colore non è significativo.
Il capitolo che Ings dedica a questo aspetto, «Vedere i colori», è forse il più bello del libro insieme al successivo, «Non vedere i colori», dove si parla di Dalton, e di come lo scopritore del daltonismo in realtà non fosse propriamente un daltonico. La scienza, mi viene fatto di pensare chiudendo i due libri, è il nostro grande mito attuale, un mito non meno funzionante e seducente dell'altro che abbiamo frequentato per millenni nel passato prossimo.

Dai Greci antichi, il segreto del vivere

l’Unità 14.6.08
In un saggio di Umberto Curi la storia del problema più radicale affrontato dalla filosofia
Dai Greci antichi, il segreto del vivere
di Gaspare Polizzi

Eschilo e Nietzsche il tragico e il dionisiaco. È questa la saggezza che può aiutarci a recuperare il senso della condizione umana?

Cosa significa interrogarsi oggi sulla condizione umana? La filosofia può porre ancora una domanda che, nella sua radicalità, appare preliminare a ogni impegno pubblico e politico? Forse la filosofia deve ritrovare il coraggio di porla, oggi che le condizioni globali dell’esistenza umana, individuale e collettiva, sono così instabili e incerte.
Umberto Curi ritrova questo coraggio «tragico» e ci introduce in uno straordinario itinerario nelle modulazioni della saggezza popolare greca, ben espressa dal motto di Sileno «meglio non essere nati». Inaugurano il viaggio le prime pagine della Nascita della tragedia (1872): qui Nietzsche scopre il nesso grecità-pessimismo, in quello che Curi ritiene «uno fra i punti più pregnanti dell’intera ricerca filosofica nietzscheana» (p. 12), costitutivo del «riferimento al dionisiaco come principio di individuazione dello spirito greco» (p. 11). Si tratta dell’apologo che narra l’incontro tra il re Mida e il satiro Sileno, un luogo simbolico della grecità: a Mida che gli chiede qual è il bene maggiore per l’uomo, Sileno, messaggero di Dioniso, risponde «non essere nato, non essere, essere niente» e se nato, morire presto.
Cinquant’anni prima Giacomo Leopardi, al suo primo soggiorno fuori da Recanati, in quella Roma papalina dalla quale avrebbe tratto un disgusto pressoché definitivo per la società italiana moderna, faceva un’esperienza di lettura simile a quella di Nietzsche, condotta su testi di alta divulgazione come il Voyage du jeune Anacharsis en Grece di Jean-Jacques Barthélemy, ma anche su frammenti e testi greci.
Curi ha dipanato con grande maestria filologica, storica e filosofica il filo che lega la sentenza di Sileno a una tra le più esigenti concezioni della condizione umana, quella espressa da Nietzsche, «primo filosofo tragico», nel suo «dire sì alla vita persino nei suoi problemi più oscuri e più aspri» (p. 14). Non si tratta di un percorso lineare o prevedibile: esso attraversa la tradizione lirica e tragica greca, con testimonianze decisive in Aristotele e in Teopompo, e con echi rilevanti in Sofocle ed Euripide, per confluire dialetticamente con la cultura biblica (dalle «lamentazioni» di Geremia, alle pagine del Qohelet e di Giobbe, alla figura di Abramo, riletto poi nella visione cristiana da San Paolo, Kierkegaard e Simone Weil). Esso poggia sul legame indissolubile tra sofferenza (pathémata) e conoscenza (mathémata), che segna lo sviluppo della cultura occidentale e che - nel mondo greco - è posto in un orizzonte privo di aperture verso la trascendenza (gli dei «non ci sono, non ci sono», grida Bellerofonte nella tragedia omonima di Euripide). Nel contesto religioso, prima ebraico poi cristiano, sottilmente percorso nella consapevolezza della discontinuità che segna il passaggio dal primo al secondo, Curi indaga il paradosso della fede, incarnato da Kierkegaard (ma anche da Simone Weil o da Dostoevskij), che iscrive la fede nella mancanza di ogni certezza, qui in vita, della Verità ultima.
A conclusione di una lettura sempre avvincente possono essere tracciati alcuni punti fermi. Innanzitutto sbaglierebbe chi credesse di trovarsi dinanzi a un’esaltazione di una visione pessimistica della vita. Se i Greci furono i primi a conoscere la tragicità dell’esistenza umana e a pensarla nella sua forma più radicale, essi ne trassero la vena vitale del «dionisiaco», un pieno e completo «sì alla vita», da vivere nella sua pienezza, consapevoli della sua ineludibile tragicità. Va ripensato, di conseguenza, il compito della filosofia, oltrepassando la falsa dialettica tra pessimismo e ottimismo e ritrovandone la radice tragica, nei limiti di una condizione umana che - come ha ricordato di recente Sergio Givone - Curi ripensa coraggiosamente con l’apporto essenziale del mito. E sono tanti, e densi, i miti che costituiscono la trama del libro e nei quali Curi ritrova un denominatore comune: Mida-Sileno, Edipo-Tiresia, Creso-Solone, Policrate-Amasi. Egli offre così, nella forma gradevolissima di una scrittura narrante, una lezione di metodo: produce un’indagine storico-filosofica tenendo unite insieme, vichianamente e leopardianamente, filologia e filosofia; rende conto di un interrogativo che tocca nel fondo le nostre vite facendoci partecipi della cultura tragica arcaica e moderna, che sembrerebbe cancellata nella frenesia irrisolta del nostro presente, ma senza la quale non sappiamo dare corpo e linguaggio al «dolore muto», così violentemente esplosivo, soprattutto tra i giovani, del nostro vivere. E non ci s’inganni. Tutto ciò ha a che fare, fortemente, con il nostro modo di intendere la polis, di vivere la dimensione della politica. Un sì forte alla vita, alla lotta, alla progettualità pubblica, può scaturire soltanto da una sentita e vissuta «cognizione del dolore». È questo il «far segni» di Nietzsche (e di Leopardi) che Curi decifra per noi.
Meglio non essere nati. La condizione umana tra Eschilo e Nietzsche, Umberto Curi, pp. 292, euro 18,00, Bollati Boringhieri

Friday, June 13, 2008

Il nostro cervello? È del tutto suonato

l’Unità 13.5.08
Il nostro cervello? È del tutto suonato
di Stefania Scateni

Già alcuni scienziati hanno trovato delle forti connessioni tra la nostra musicalità e il linguaggio
Ma nessuno ancora è riuscito a svelare i suoi lati «metafisici» e strettamente affini all’esperienza mistica

IN «MUSICOFILIA» il celebre neurologo Oliver Sacks affronta il tema, ancora misterioso, di un’attività esclusivamente umana, la musica, attraverso le storie di malati che hanno perso il gusto dei suoni o lo hanno ritrovato

«My life was saved by rock’n’roll», cantavano i Velvet Underground; «My life was saved by rock’n’roll», ripeteva, citandoli, Wim Wenders. «La mia vita è stata salvata dalla musica» potrebbero dire milioni di persone in tutto il mondo. Perché la musica può curare e può anche salvare. Ma perché la musica ci salva? Perché può mandarci in estasi? Perché può aprirci le porte della percezione? Perché siamo spinti a suonare e cantare? Perché in tutto il mondo si suona e si canta? Perché la musica è anche un’esperienza spirituale? Perché siamo gli unici esseri viventi sulla terra a farla? Perché questa «attività» così specificamente umana ci dà sollievo, consolazione, gioia, tristezza, disperazione, serenità? Perché ci cambia il corpo, ci fa venire la pelle d’oca, ci muove i piedi? La risposta è ancora nel vento, inseguita da scienziati, paleontologi, neurologi, musicologi, etnologi e quanti altri hanno cominciato a studiarla. La musica è ancora uno dei grandi misteri dell’umanità, e forse rimarrà tale finché non ci rassegneremo ad accettare questo suo aspetto.
Intanto possiamo azzardare l’affascinante ipotesi che il genere umano sia nato cantando. Due gli studi che hanno ampliato le conoscenze in proposito, portando prove alla teoria che i nostri antenati abbiano «cantato» prima di parlare. Il primo, tradotto lo scorso anno dalle edizioni Codice, è quello che Steven Mithen ha raccontato ne Il canto degli antenati. Il lavoro dell’archeologo britannico è partito da una constatazione: la propensione a fare musica è uno dei più affascinanti e al tempo stesso trascurati tratti distintivi del genere umano. La letteratura scientifica ha sottovalutato questo campo di studio, relegandolo a prodotto ludico e ricreativo. Diversamente, Mithen, definisce la musica come un adattamento selettivo dell’uomo, ponendola non solo allo stesso livello del linguaggio, ma dimostrando che sarebbe stata la prima forma di comunicazione umana. Una specie di nenia, ipotizza, che usciva dalla bocca degli australopitechi come un «hmmmmmm»...
Il secondo studio è apparso una settimana fa sulla rivista scientifica Nature (e in queste pagine ne ha parlato lunedì scorso Pietro Greco) ed è stato realizzato dal neurobiologo americano Aniruddh D. Patel. Anch’esso «lega» insieme la musica e il linguaggio. Tra i primi ricercatori a studiare le basi neurologiche dell’attitudine musicale, Patel ha analizzato linguaggi e musiche utilizzati nei paesi non occidentali. E, oltre ad aver scoperto quello che ogni musicista e musicologo sa, cioè che la nostra scala musicale non è universale come non lo sono le nostre basi ritmiche, ha trovato molti legami neurobiologici tra musica e linguaggio. Molto probabilmente, scrive lo scienziato, nella elaborazione della sintassi dei due sistemi sonori, il cervello usa lo stesso sistema di integrazione dell’organizzazione gerarchica dei suoni.
Tutto questo ci dice che il nostro cervello potrebbe essersi evoluto da una musicalità primitiva a suoni articolati. Tutto questo comunque non svela né sminuisce l’ascendente misterioso che la musica esercita sulla nostra mente e sul nostro corpo. Non ci riesce - per fortuna - neanche il nuovo studio di Oliver Sacks, Musicofilia. Non ce lo svela nonostante il celebre neurologo inglese utilizzi anche in questo volume il classico metodo scientifico dell’«esposizione» di casi clinici. Un metodo che nei primi anni del secolo scorso permise al neurologo sovietico Aleksandr R. Luria di intraprendere un pionieristico studio sul funzionamento del cervello che permetteva di ottenere una visione sistematica dell’organizzazione cerebrale e del rapporto tra questa organizzazione e i processi mentali, non solo quelli elementari ma anche quelli complessi come il linguaggio, la memoria, il pensiero. Il metodo di Sacks è lo stesso: una serie di casi clinici che, in questo caso, «tirano in ballo» la musica. Come al suo solito, però, Sacks ci mette di più: una scrittura narrativa e una passione che trasformano i malati in personaggi e i casi trattati in storie, cosicché al lettore sembra di leggere un romanzo corale sull’umana sofferenza. In questo caso, tutti i disturbi e le anomalie «musicali» vengono esplorati. E sono tutti misteri. Ad esempio: un giorno, a New York, Oliver Sacks partecipa all’incontro organizzato da un batterista con una trentina di persone affette dalla sindrome di Tourette: «Tutti, in quella stanza, sembravano in balia dei loro tic: tic ciascuno con il suo tempo. Vedevo i tic erompere e diffondersi per contagio». Poi il batterista inizia a suonare, e tutti in cerchio lo seguono con i loro tamburi: come per incanto i tic scompaiono, e il gruppo si fonde in una perfetta sincronia ritmica. Altro esempio: Clive Wearing, musicista e musicologo, a 45 anni viene colpito da una grave forma di encefalite erpetica che lo lascia con una grave amnesia retrograda, in pratica il suo passato viene cancellato, e una altrettanto grave incapacità di ricordare nuovi eventi: la sua memoria copriva non più di qualche secondo. Un uomo senza passato né presente né futuro... Eppure Clive ricordava, suonando il pianoforte, tutto il repertorio classico che aveva suonato fino all’insorgere della malattia. Sacks ci racconta di pazienti amusici (incapaci di «sentire» la musica, che appare loro come un frastuono), di sordi ossessionati da canzoni che suonano a tutto volume nelle loro orecchie, di savant con doti musicali eccezionali, di chi ha l’orecchio assoluto e di chi vede i colori delle note (sinestesia), della musica che «cura» il Parkinson, lenisce le sofferenze dell’Alzheimer, restituisce l’uso del linguaggio a pazienti afasici. La sua indagine su ciò che è anomalo getta luce su fenomeni di segno opposto: la memoria fonografica, l’intelligenza musicale in generale e soprattutto l’amore per la musica - un amore che può divampare all’improvviso, come nel memorabile caso del medico che, colpito da un fulmine, nei mesi successivi alla tremenda scossa viene assalito da un «insaziabile desiderio di ascoltare musica per pianoforte». Ogni sua storia illumina uno dei molti modi in cui musica, emozione, memoria e identità si intrecciano, e ci definiscono.
Oliver Sacks non sa spiegarci fino in fondo il perché della straordinaria forza neuronale della musica, come possa permeare quasi tutto il nostro cervello, pur avendo per certi aspetti delle zone specifiche (la memoria musicale è diversa e indipendente dalla memoria verbale, ed è localizzata nell’emisfero destro solo per i non musicisti). E nel capitolo dedicato alla vicenda di Clive Wearing, quando si chiede come mai una persona con il cervello devastato come il suo, una persona che non ricorda nulla del passato e del presente, possa suonare alla perfezione il Clavicembalo ben temperato di Bach, l’autore evoca un’immagine per nulla scientifica, ma molto illuminante, per spiegarci cosa possa «essere» ascoltare, ricordare, fare musica: «Quando “ricordiamo” una melodia, essa suona nella nostra mente; ridiventa viva... Qui, richiamiamo una nota alla volta, e sebbene ogni nota riempia interamente la nostra coscienza, simultaneamente entra in rapporto con il tutto. È come quando camminiamo o corriamo o nuotiamo - lo facciamo compiendo un passo o una bracciata alla volta; eppure ogni passo e ogni bracciata è parte integrante di un tutto, la melodia cinetica del correre e del nuotare».
L’analogia di Sacks ci dà il la per fantasticare sulla natura «automatica» della musica, sul suo fare perno, cioè, a una zona antica e primitiva del nostro cervello. Nella nostra storia la musica non è stata sempre un’attività «ludica», nell’antichità era un mezzo per riappacificarsi con i gesti della vita quotidiana e per congiungersi con quella parte del mondo che potremmo definire «metafisica». D’altra parte l’universo ha una sua musica: Mark Whittle dell’Università della Virginia ha analizzato la cosmic microwave background radiation, ossia il rumore cosmico di fondo, e si è accorto che nel corso della vita dell’universo si sono prodotte leggere variazioni nella sua densità, qualcosa che a noi apparirebbe come onde su un mare altrimenti calmo e uniforme e ha dedotto che per i primi 400mila anni di vita, l’universo ha emesso un acuto vagito, proprio come quello di un neonato, che si è successivamente abbassato di tono fino ad assomigliare a un ruggito profondo. Così come anche la nostra Terra «suona». E se il canto dei nostri antenati non fosse stato altro che una mimesi? E se la filastrocca che cantiamo ai nostri bambini non fosse altro che la nenia mugolata dalle australopiteche ai loro bambini?

Wednesday, June 11, 2008

ANIMALI, L'UNICORNO ESISTE DAVVERO

ansa.it, 2008-06-10 16:40
ANIMALI, L'UNICORNO ESISTE DAVVERO
PRATO - Un capriolo con un solo corno al centro della fronte invece delle classiche corna biforcate vive all'interno del gruppo di suoi simili monitorati dal centro di scienze naturali di Prato.

Si tratta di un esemplare giovane: ha infatti solo 10 mesi. "E' la dimostrazione - dice il direttore del centro, Gilberto Tozzi - che il mitico unicorno celebrato in iconografie e leggende, probabilmente non era solo oggetto di fantasia bensì un animale: capriolo, cervo, o altre specie, con un anomalia morfologica analoga a quella del nostro capriolo. "Il nostro capriolo - continua - forse è consapevole della sua diversità e non si lascia vedere facilmente". La madre era arrivata nel centro alcuni anni fa ferita dopo essere stata investita da un' auto nella zona dell'appennino pistoiese.

E il vescovo censura il libro sull’Inquisizione

La Repubblica 11.6.08
La Curia di Nocera Inferiore: quel saggio deve andare al macero
E il vescovo censura il libro sull’Inquisizione
Nel volume sono riprodotti documenti su avvenimenti accaduti fra Sei e Settecento "Potrebbero scandalizzare il lettore", replica il prelato
di Adriano Prosperi

Al lettore normale, smarrito davanti all´abbondanza dei libri e in cerca di recensioni che lo aiutino a scegliere, diciamo subito che il libro di cui si parlerà qui non lo troverà in libreria né ora né - forse - mai. Ma il libro esiste, anche se forse non lo potremo leggere. Ne parliamo perché la sua vicenda riporta tra lettori annoiati da storie di censure più o meno inventate per ragioni di bottega il fantasma di una censura antica, che ha operato a lungo nel passato remoto e che credevamo scomparsa.
Si tratta di un libro di storia che racconta vicende accadute in un luogo d´Italia in un passato remoto, tra ´600 e ´700. Vi si incontrano persone e fatti di vita quotidiana, passati attraverso il filtro di carte processuali. C´è la storia di un uomo che aveva l´abitudine di bestemmiare la Trinità, la Madonna e san Michele Arcangelo, si rifiutava di andare in chiesa, non ascoltava le prediche; e c´è quella di un francescano che giocava a carte e quando perdeva prendeva a calci il crocifisso appeso nella sua cella; o quella di una ragazza che raccontò "con molto rossore" al vescovo e ai consultori dell´Inquisizione come si fosse trovata a confessarsi da preti che tentavano in molti modi di rubarle baci e di fare l´amore con lei.
Inquisizione: ecco la parola. Una istituzione ecclesiastica già molto temuta, che esplorava comportamenti e idee delle persone e i cui documenti sono stati ricercati e studiati dagli storici. Per molto tempo la ricerca storica ha dovuto scontrarsi col segreto imposto dagli archivi delle curie vescovili e dall´archivio del Sant´Uffizio romano, istituzione che da papa Paolo VI ricevette la nuova denominazione di Congregazione per la Dottrina della Fede.
Una svolta fondamentale si ebbe quando papa Giovanni Paolo II, preparando il giubileo del 2000 sotto il segno di una solenne "purificazione della memoria", volle l´apertura alla consultazione dell´archivio centrale dell´Inquisizione Romana. L´annuncio fu dato dall´allora cardinal Joseph Ratzinger il 22 gennaio 1998 nella sede dell´Accademia Nazionale dei Lincei. Ratzinger disse fra l´altro: «Sono sicuro che aprendo i nostri archivi si risponderà non solo alle legittime aspirazioni degli studiosi, ma anche alla ferma intenzione della Chiesa di servire l´uomo aiutandolo a capire se stesso leggendo senza pregiudizi la propria storia».
Da allora circola in questo settore di studi un nuovo fervore di interessi e di ricerche e un clima di collaborazione tra studiosi e archivisti ecclesiastici. Un´intesa tra lo Stato italiano e la Conferenza episcopale, del 2000, ha fissato una serie di punti sulla tutela e sull´apertura alla consultazione degli archivi di interesse storico appartenenti a istituzioni ed enti ecclesiastici che dovrebbe garantire sviluppi positivi alle indagini degli storici. Per quanto riguarda in particolare i fondi documentari relativi alla storia dell´Inquisizione, il loro censimento sul piano nazionale è in atto per opera di studiosi di grande e riconosciuta serietà scientifica. La ragione dell´interesse che oggi guida la maggior parte degli storici risiede non più in una volontà di polemica anticlericale ma nella ricerca di una storia più ricca e più viva. Dall´esplorazione di queste carte emergono migliaia e migliaia di volti umani, di pratiche, idee e sentimenti che attraverso il filtro del tribunale ecclesiastico dell´Inquisizione si sono calate in documenti scritti e si offrono oggi al lettore come un deposito di uno speciale tipo di archeologia: quella dei pensieri, delle pratiche, dell´economia morale di un popolo intero.
La ragione è semplice: quel tribunale, la cui segretezza ha alimentato un tempo fosche fantasie di sadica violenza, era un luogo che faceva parte della vita quotidiana anche dei piccoli centri. Lì era obbligatorio recarsi per denunziare la bestemmia del vicino, per riferire con vergogna e rossore la violenza subìta dal prete in confessione. Di tutto questo serbano memoria le carte degli archivi ecclesiastici. Su questa faccia nascosta della storia d´Italia, sulla folla di storie di vita che si sono sedimentate in quelle carte, da tempo stanno lavorando gli storici al solo scopo di capire, di restaurare una memoria meno lacunosa degli atti e dei sentimenti che hanno reso il nostro paese quello che è.
Ma ecco che in una cittadina italiana la cortina del segreto e la durezza delle intimazioni ecclesiastiche si sono levate di nuovo. Un libro scritto da una studiosa, Gaetana Mazza, su documenti dell´inquisizione conservati nell´archivio diocesano di Sarno, Curia diocesana di Nocera Inferiore, ha scatenato la furia di una entità che sembrerebbe un fantasma da operetta se non fosse reale: la censura ecclesiastica. All´autrice, che aveva inviato copia al vescovo della diocesi prima di mettere in distribuzione l´opera già stampata, è stato intimato di mandare al macero l´intero secondo volume dell´opera che riproduceva documenti d´archivio (definiti «testi di dubbia delicatezza, che potrebbero scandalizzare non poco il lettore») e di sottoporre il primo volume all´esame di una commissione ad hoc al fine di emendarlo secondo quello che le sarebbe stato imposto.
L´intimazione riporta in vita l´antico linguaggio e le abitudini della censura ecclesiastica - quella, per intenderci, dei tempi di Galileo. Ci sarebbe da credere a uno scherzo, se non fosse che quella intimazione è fatta a termini di norme concordatarie e sulla base della condizione degli archivi ecclesiastici che sono da considerarsi non pubblici anche se godono di finanziamenti statali. In quella intimazione si legge il senso di vergogna di una istituzione per i comportamenti del clero del passato e per una realtà antica di uso dei suoi poteri da cui non riesce a concepire la liberazione se non nella forma della cancellazione o segretazione dei documenti, insomma di un bavaglio agli storici. Vedremo presto se questo episodio è - come si potrebbe temere - un segno di ritorno all´antico o se è solo il riflesso condizionato di una cultura che non si è aggiornata alle intenzioni delle autorità centrali della Chiesa e alle parole solenni dell´allora cardinal Ratzinger. Basterà vedere se il libro contestato arriverà o meno in libreria.

La verità al tempo delle streghe

Corriere della Sera 11.6.08
In discussione Una confutazione di Emmanuel Le Roy Ladurie: ciò che oggi risulta falso ha avuto un senso profondo nei secoli passati
La verità al tempo delle streghe
Le credenze e il metodo storico: perché si può essere relativisti
di Quentin Skinner

Emmanuel Le Roy Ladurie nel saggio I contadini di Linguadoca (Laterza), riguardo all'insorgenza delle credenze sulla stregoneria nel periodo della Riforma, inizia sottolineando che quelle convinzioni dei contadini erano chiaramente false, ed erano poco più del prodotto di ciò che lui chiama un «delirio di massa». Per spiegare perché queste convinzioni siano state ampiamente condivise, dice Ladurie, ci serve un resoconto di ciò che può avere compromesso il processo di ragionamento e può aver fatto sì che, come lui dice, la coscienza dei contadini rompesse gli ormeggi. Afferma Ladurie che il problema sta in cosa causò l'insorgere di un simile oscurantismo e di una epidemia di convinzioni patologiche.
Il mio punto di vista è che seguire questo approccio è semplicemente fatale per la buona pratica storica, perché significa presumere che ogni volta che uno storico si trova di fronte a una convinzione che considera falsa, la spiegazione sarà sempre quella di una mancanza di razionalità. Ma questo significa identificare l'avere convinzioni razionali con l'avere convinzioni che lo storico considera vere. Si esclude pertanto la possibilità che, anche nel caso di convinzioni che oggi consideriamo chiaramente false, possano essere esistiti nel passato buoni motivi per considerarle vere.
Mi pare, in altre parole, che lo storico della cultura debba operare mantenendo ben separate la verità e la razionalità. La ragione sta nel fatto che, quando cerchiamo di spiegare convinzioni che consideriamo irrazionali, è allora — e non quando le giudichiamo false — che sorgono ulteriori problemi su come dare la migliore spiegazione. Mettere sullo stesso piano l'avere false convinzioni e la mancanza di razionalità è pertanto una preclusione di un tipo di spiegazione a spese di altre. Le cause per cui qualcuno segue quelle che sono considerate giuste norme di ragionamento saranno di ordine diverso dalle cause per cui tali norme sono violate. Ne consegue che non possiamo essere certi di identificare correttamente ciò che deve essere spiegato né, di conseguenza, impostare le nostre ricerche nella giusta direzione. Se si dimostra che esistevano basi razionali perché l'agente avesse tale convinzione, dovremo esaminare le condizioni di tale risultato. Se risultasse che avere tale convinzione non era molto razionale o era addirittura assurdo, dovremo esaminare il tipo di condizioni che possono avere impedito all'agente di seguire i canoni riconosciuti dell'evidenza e del ragionamento, o che forse hanno dato all'agente un motivo per sfidarli.
Per illustrare l'importanza di questi punti, riprendo il resoconto di Ladurie riguardo alle credenze sulla stregonerie ampiamente diffuse tra i contadini di Linguadoca. Egli non solo inizia facendo notare che queste convinzioni erano false, ma la sua spiegazione presuppone che sarebbe stato irrazionale non considerarle false. Ladurie presume che la falsità di queste credenze sia di per sé sufficiente per mostrare che non erano sostenute razionalmente. Operando su questo presupposto, si preclude ogni spazio per considerare un tipo di spiegazione storica diversa. Non può accettare il fatto che i contadini possano avere creduto all'esistenza delle streghe come conseguenza del loro avere tutta una serie di convinzioni a partire dalle quali si sarebbe potuti arrivare razionalmente a tale particolare conclusione. Per considerare soltanto la più semplice delle possibilità, supponiamo che i contadini avessero anche la convinzione — ampiamente accettata come razionale e quindi certa nell'Europa del XVI secolo — che la Bibbia sia la diretta parola di Dio. Se questa era una delle loro convinzioni, e se per loro era razionale abbracciarla, allora non credere nell'esistenza delle streghe sarebbe stato per loro il massimo dell'irrazionalità. Non solo, infatti, la Bibbia afferma che le streghe esistono, ma aggiunge che la stregoneria è un abominio e che non si può permettere alle streghe di vivere. Dichiarare di non credere all'esistenza delle streghe sarebbe equivalso a dichiarare di dubitare della credibilità della parola di Dio. Che cosa avrebbe potuto essere più irrazionale di questo? Ladurie esclude a priori la possibilità che coloro che credevano nelle streghe lo facessero come risultato dell'avere seguito una tale catena di ragionamento. Ma questo non significa solamente che lui avanza una spiegazione delle credenze magiche che, per quel che ne sa, può essere completamente irrilevante. Significa anche che ignora tutta una serie di interrogativi sul mondo mentale dei contadini a cui può essere indispensabile rispondere se si vogliono bene comprendere le loro convinzioni e il loro comportamento.
Lo storico può arrivare alla conclusione che, nonostante le credenze sulle streghe del secolo XVI fossero false, fosse assolutamente razionale considerarle vere a quel tempo. Un'altra possibile conclusione può essere quella per cui fosse razionale avere convinzioni con grado di probabilità anche piuttosto basso. Infine credo che lo storico non possa escludere di arrivare alla conclusione che le convinzioni in questione non solo erano false, ma che nemmeno a quel tempo esistevano ragioni sufficienti per considerarle vere.
L'essenza della mia argomentazione è quindi che quando uno storico della cultura vuole spiegare i sistemi di pensiero imperanti nelle società del passato, deve addirittura evitare di porsi domande sulla verità o falsità delle convinzioni che sta studiando. Ci si deve appellare al concetto di verità soltanto per domandarsi se i nostri antenati avessero ragioni sufficienti per considerare vero ciò che loro credevano che fosse vero.
So bene che chiunque si esprima in questo modo è destinato, prima o poi, ad essere biasimato (o encomiato) come relativista, quindi devo terminare spendendo qualche parola per spiegare se ho o meno adottato una posizione relativista. Per un verso, la mia argomentazione è ovviamente relativista. Ho relativizzato l'idea di «considerare vera» una certa convinzione. Come ho indicato, per i contadini di Linguadoca il credere all'esistenza di streghe alleate con il demonio poteva avere una base razionale, pur se ora tale convinzione non ci appare più razionalmente accettabile. Tutti gli storici della cultura devono essere relativisti in questo senso. Devono avere sempre presente che è possibile abbracciare una convinzione falsa in modo razionale.
È però un errore supporre che gli storici che adottano questa posizione stiano abbracciando una tesi di relativismo concettuale. Il relativismo concettuale afferma che la verità è semplicemente l'accettabilità razionale in una forma di vita. Ma non è questo ciò che ho sostenuto. Non ho asserito che fosse vero che in certo periodo siano esistite streghe alleate con il demonio. Ho semplicemente affermato che ci può essere stato un tempo in cui era razionale affermare che era vero che esistevano streghe alleate con il demonio, pur se ora tale convinzione ci appare falsa. Più in generale, mi sono limitato ad osservare che il problema di che cosa possiamo razionalmente considerare vero varia in base alla totalità delle nostre convinzioni. Non ho mai avanzato l'originale tesi che la stessa verità può variare allo stesso modo.
In altre parole, non sto dicendo che quando Tommaso d'Aquino affermava che il sole gira attorno alla terra, o quando Locke affermava che le pietre crescono, queste affermazioni erano vere per loro (come dicono i relativisti) pur se non sono vere per noi. Voglio dire che queste affermazioni non sono mai state vere. L'unico punto che ho sostenuto è che, per spiegare il loro mondo, dobbiamo accettare il fatto che loro possano avere avuto buoni motivi per ritenere vere molte convinzioni che a noi appaiono palesemente false. Ad esempio, che le pietre possano crescere.

Lo storico Quentin Skinner dell'Università di Cambridge, nato nel 1940, è uno dei massimi studiosi del pensiero politico moderno, in particolare di Hobbes e Machiavelli. Il testo pubblicato in questa pagina è una rielaborazione sintetica del discorso su «Verità e spiegazione della storia» da lui tenuto a un seminario organizzato dalla Fondazione Balzan.

Tuesday, June 10, 2008

Pagan Moot Veneto 12 giugno 2008

Incontro Wicca e Pagano -
Pagan Moot Veneto 12 giugno 2008

salve,
giovedi‘ 12 giugno 2008.
Montegrotto Terme ore 20,45.
al pub Imbolc,
Via Aureliana 11 Montegrotto Terme (PD)
si terra’ l’incontro mensile dei pagani e wiccan
veneti. L'incontro è aperto a tutti.

Incontro periodico mensile ogni secondo giovedì del mese.
Il primo Pagan Moot Veneto è avvenuto nel dicembre 2005.

"Durante il pellegrinaggio della vita, il politeista si reca da un tempio all'altro, pratica differenti rituali, differenti modi di vita, differenti metodi di sviluppo interiore. Resta costantemente cosciente della coesistenza di una moltitudine di vie che portano al divino… il monoteista non può vedere in modo chiaro, fianco a fianco, i diversi stadi del suo sviluppo passato e futuro, illustrati da diversi simboli, diversi Dèi, diversi culti, diversi comportamenti religiosi, ogni suo tentativo per superare i limiti dei dogmi e delle leggi del sistema in cui si trova immerso tende a fargli perdere l'equilibrio. ", uso le parole Alain Danielou per cercare di far capire lo spirito che anima molti dei partecipanti al moot.


Cos'è un moot?
" Un Moot è semplicemente un incontro tenuto in un locale pubblico (solitamente un pub o simile) ad intervalli fissi in cui le persone si possono incontrare per conoscersi, discutere, consigliarsi e quant' altro. Il fatto che l' incontro si tenga sempre con la stessa periodicità facilita l' organizzazione per tutti, visto che non si deve cercare di contattare tutti ogni volta per mettersi d' accordo, e che le persone hanno la possibilità di organizzare i propri impegni per tempo sapendo quando c'è il Moot. Inoltre tutte le persone nuove nella comunità possono andare ad un Moot"
saluti

francesco scanagatta

cell 349 7554994.

Monday, June 09, 2008

Il linguaggio del tamburo

l'Unità 9.6.08
Il linguaggio del tamburo

Linguaggio e musica sono strettamente correlati, sostiene Aniruddh D. Patel. Lo dimostra tra l'altro il fatto che alcune popolazione del Congo usano il tamburo non solo per fare musica o «parlare», inviandosi messaggi a distanza. Ma anche per fare musica e «parlare» nel medesimo tempo.
Con due particolarità davvero degne di nota. La prima è che il suono prodotto passa del tutto inosservato per chiunque ascolti la musica e non conosca il «linguaggio del tamburo». Il secondo è che il «linguaggio del tamburo» usato dai congolesi mentre fanno musica è un vero linguaggio, perché consente di formare frasi nuove, proprio come facciamo noi con le parole. Anche se la sua efficienza non è paragonabile al linguaggio parlato, a causa del fatto che molte parole nel «linguaggio del tamburo» hanno un tono simile e possono essere facilmente confuse.
Un altro surrogato del linguaggio parlato, sostiene Aniruddh D. Patel, è quello dei fischi, ben modulati nei toni per formare vere e proprie sillabe. Viene usato da diverse popolazioni in Africa, in Asia e in America centrale. Spesso con la stessa ricchezza linguistica.
Il bello è che, a differenza del linguaggio parlato, anche il linguaggio dei fischi non viene neppure percepito da chi non lo sa parlare. Le popolazioni Hmong dell'Asia sud-orientale, per esempio, possono dialogare a lungo e noi occidentali neppure ci accorgiamo che lo stanno facendo.

Musica e parole: la stessa origine nel nostro cervello

l'Unità 9.6.08
Musica e parole: la stessa origine nel nostro cervello
di Pietro Greco

Non esiste una scala universale di sette note. Tutto è legato alla cultura
Le orecchie occidentali non sentono i microtoni delle melodie indiane

NON C’È un luogo nei nostri emisferi cerebrali dedicato esclusivamente alle attitudini musicali che invece sono strettamente connesse alle lingue. I risultati di una ricerca pubblicata su «Nature»

Non c’è un’isola della musica nel nostro cervello. Né nell’emisfero destro né altrove. La musica è legata ad altri processi cognitivi, il linguaggio in primo luogo; il suo apprendimento è largamente determinato da fattori culturali; coinvolge, sia pure in maniera differenziata, molte aree cerebrali; non c’è una scala musicale universale; tanto meno quella scala è la nostra, basata sulle sette note che dividono l’ottava.
È questo il messaggio che Aniruddh D. Patel, ricercatore dell’Istituto di neuroscienze di San Diego in California, autore del recentissimo libro «Music, Language, and the Brain» e tra i primi a studiare le basi neurobiologiche delle nostre attitudini musicali attraverso l’analisi dei linguaggi e delle musiche utilizzati nei paesi non occidentali, ha affidato a un articolo pubblicato sulla rivista Nature giovedì scorso. Ed è un messaggio in molte parti nuovo.
L’uomo è una specie musicale, così come è una specie parlante. Ma, come ci ricorda Silvia Bencivelli in un altro libro, «Perché ci piace la musica» pubblicato lo scorso anno dall’editore Sironi, le due funzioni sono state a lungo considerate poco connesse anche dai neuroscienziati che le hanno iniziate a studiare con scientifica sistematicità a partire dagli anni ‘60 del secolo scorso. Diana Deutsch, anche lei neurobiologa in California, nel 1969 dimostrò che la memoria musicale è cosa diversa e indipendente dalla memoria verbale. E pochi anni dopo la psicologa canadese Doreen Kimura ha dimostrato che la memoria musicale è localizzata nell’emisfero destro, mentre quella verbale è localizzata nell’emisfero sinistro.
Vero è che, negli ultimi anni, un’intera costellazione di studi ha dimostrato che questa indipendenza tra quelle nostre due capacità cognitive è più apparente che reale. Già dalla metà degli anni ‘70, per esempio, sappiamo che la localizzazione della memoria musicale nell’emisfero destro vale solo per i non musicisti, chi fa musica per professione o comunque con continuità usa l’emisfero sinistro. E quindi usano strategia di apprendimento e memorizzazione diverse.
Ciò che sappiamo oggi delle basi neurobiologiche della musica è molto di più e di più complesso rispetto a quello che sapevamo solo trent’anni fa. Ma pochi, finora, avevano studiato insieme linguaggi e tradizioni musicali che non appartenessero alla cultura occidentale. Aniruddh D. Patel è tra i pochi pionieri.
Abbiamo capito, per esempio, che la nostra scala musicale non è affatto universale e non si fonda su leggi matematiche assolute, come sosteneva Pitagora. Le scale pelog e slendro della musica gamelan di Giava e Bali, in Indonesia, usano timbri a noi sconosciuti. E le nostre orecchie occidentali neppure riescono a percepire alcuni microtoni della musica indiana e araba. È evidente, dunque, che la nostra scala musicale non è universale. E che non esistono scale universali.
Eppure sulla base di questo assunto (sbagliato) ci siamo formati un’idea (relativamente corretta) sulla percezione del ritmo con cui abbiamo stabilito le prime connessioni tra musica e linguaggio. In particolare tra la sintassi musicale e la sintassi linguistica. Per esempio pensavamo che appartenesse alla sintassi musicale universale il susseguirsi di suoni brevi e lunghi nella percezione normale del ritmo, come succede da noi. Ma in Giappone si verifica esattamente il contrario. E secondo Aniruddh D. Patel ciò è legato alla sintassi del linguaggio: in occidente quando parliamo costruiamo frasi in cui il suono breve di un articolo precede sempre il suono più lungo di un sostantivo - il libro (in italiano), the book (in inglese), le livre (in francese). In Giappone si verifica il contrario: il libro si dice hon-wo, dove hon è il sostantivo e wo è l’articolo. Il ritmo della frase ne è profondamente cambiato. E ciò in relazione con la percezione del ritmo musicale.
Patel ritiene che ci siano molti legami neurobiologici, anche di natura computazionale, tra musica e linguaggio. Per esempio il cervello usa meccanismi simili per processare i suoni non periodici prodotti sia in ambito musicale che in ambito linguistico. E, molto probabilmente nella elaborazione della sintassi dei due sistemi sonori usa il medesimo sistema di integrazione dell’organizzazione gerarchica dei suoni. Ma nel suo articolo su Nature, Patel insiste sullo studio comparato delle musiche e dei linguaggi non occidentali. Ci diranno, sostiene, se i due sistemi di comunicazione hanno un’origine comune e se si sono evoluti da un sistema unico e più generale di riconoscimento dei suoni prodotti nell’ambiente. Diventando al tempo stesso effetto e concausa dello sviluppo delle nostre capacità cognitive.

Sunday, June 01, 2008

Caccia alle Stonehenge d'Italia dove è nata l'arte megalitica

Caccia alle Stonehenge d'Italia dove è nata l'arte megalitica
Cinzia Dal Maso
La Repubblica, 21 dic. 2005

La scoperta delle statue stele, 5mila anni di storia. Si moltiplicano i ritrovamenti di santuari con effigi di divinità in forma umana. Occultati dai primi cristiani

ROMA—Era destinata alla discarica, a essere polverizzata. E invece è un capolavoro della nostra preistoria. Una "statua stele", così la chiamano gli archeologi, cioè un masso modellato e inciso dall'uomo dell'età del rame (terzo millennio a. C.) per imitare la forma umana. L'evoluzione del menhir. È stata appena consegnata alla Soprintendenza per i beni archeologici del Trentino da Vittorino Angeli, l'operaio che l'ha salvata dall'oblio. L'ha vista tra i materiali di risulta durante la costruzione dell'ospedale della cittadina di Arco, all'inizio degli anni '90. «Era strana, bella. Non sapevo bene cosa fosse ma l'ho presa e portata a casa, in cantina», racconta. Lì l'ha poi vista il vicesindaco di Arco, Joseph Jorg, che invece conosce bene le statue stele perché dallo stesso cantiere dell'ospedale ne sono spuntate altre 6 (ora in museo a Riva del Garda). Alcune sono alte oltre 2 metri e raffigurano uomini armati con cinturoni, pugnali e asce. Sembrano il ritratto di Oetzi, la mummia trovata tra i ghiacci del Similaun in Alto Adige che risale alla stessa epoca. Armi e vesti sono le stesse. Una stele invece è più piccola, circa 80 centimetri, e rappresenta una donna. Ma quella appena ricomparsa è forse ancor più bella. Abito leggero che lascia intravedere i seni, un pesante mantello sulle spalle. Enormi orecchini a spirale e uno strano copricapo, o forse un'acconciatura molto elaborata. Pochi tratti, essenziali, ma dicono tutto. Non appena l'uomo ha imparato a lavorare il metallo, l'ha usato per incidere la pietra e ha fatto miracoli.
Ma perché tanta fatica, e perché ovunque nelle nostre Alpi? E chi rappresentavano le stele, divinità, antenati mitici o persone realmente vissute? Le ultime scoperte stanno gettando luce sul mistero. Proprio in questi mesi stanno emergendo statue stele un po' ovunque, pare che il 2005 sia l'anno dei megaliti. Sette statue stele in Lunigiana: non si ricorda una scoperta simile da oltre cent'anni. E decine di massi incisi in Valcamonica, dove gli scavi stanno portando alla luce santuari megalitici. Eccezionali Stonehege di casa nostra, altrettanto complesse e spettacolari. Come quella di Ossimo-Pat dove le 8 statue stele scavate quest'anno si aggiungono ad altre già venute alla luce per un totale di 26 megaliti, allineati con orientamento nord-sud e con il sole inciso nella faccia rivolta a est. Un santuario per il culto del sole? Forse. Che poi nell'età del ferro (V1-1V secolo a. C.) si trasformò in altro con l'erezione di tumuli accanto alle stele. Tombe, probabilmente. Mentre è oramai certo che i famosi massi incisi di Cemmo erano al centro di un grande santuario con almeno altre 15 statue stele delimitate da tre solchi d'aratro.
Oramai è certo: anche le statue stele scoperte casualmente in passato (oltre 300 nell'arco alpino) stavano in origine in complessi santuari preistorici. Forse erano un modo di esprimere il potere in un'epoca in cui si delineavano le prime stratificazioni sociali: potere di famiglie intere, dì clan. Come rivela la scoperta di Mulazzo in Lunigiana: 5 donne e 2 uomini trovati assieme sotto una strada durante uno scavo dell'Enel. «Oggi è una via provinciale ma era certo un percorso battuto anche nell'antichità», dice Emanuela Paribeni della Soprintendenza della Toscana. «Le stele segnavano una tappa. Con un ritratto di famiglia». Rimasero lì per millenni ma poi vennero sepolte in una fossa, due addirittura decapitate. Opera forse dei primi cristiani desiderosi di cancellare memoria degli idoli pagani.

STREGA TRAILER

Streghe e carnefici, ecco i nomi.

Gazzetta di Parma, 1 maggio 2008

Streghe e carnefici, ecco i nomi.

Intervista a Guido Dall’Olio.
Carlo Baja Guarienti

Le streghe affascinano ancora; anzi, in questo principio di millennio sembrano aver riguadagnato terreno, forse proprio in risposta all’erosione dello spazio del sacro. Un recente convegno svoltosi all’Accademia dei Lincei in occasione dei dieci anni dall’apertura degli archivi della Congregazione per la Dottrina della Fede ha riacceso i riflettori su un tema storiografico – l’inquisizione – affrontato da studiosi di fama internazionale: da Adriano Prosperi a Carlo Ginzburg, da John Tedeschi a Grado Giovanni Merlo, da Marina Caffiero a Massimo Firpo.

Guido Dall’Olio, docente di Storia Moderna all’università di Urbino e autore del volume Eretici e inquisitori nella Bologna del Cinquecento, ha partecipato a due opere fondamentali sull’argomento: una (l’Encyclopedia of Witchcraft: The Western Tradition, 752 voci scritte da 172 studiosi) già stampata, l’altra (il Dizionario storico dell’Inquisizione diretto da Adriano Prosperi e curato da Vincenzo Lavenia per le edizioni della Normale) in corso di stampa.

Quali novità portano queste due opere?

L’Encyclopedia consente di fare il punto sullo stato della storiografia, che in questo campo ha ampliato enormemente il proprio sguardo - si pensi alla sintesi di Wolfgang Behringer, che arriva a prendere in considerazione la caccia alle streghe nell’Africa postcoloniale – mentre il Dizionario esce a dieci anni dall’apertura di un archivio che non ha certamente rivoluzionato l’indagine sulle tre inquisizioni (romana, spagnola e portoghese), ma ha consentito di approfondire alcune linee di ricerca. Nel dizionario sono così presenti, accanto alle istituzioni e ai temi principali, i nomi di inquisitori e inquisiti, carnefici e vittime; ma l’opera va al di là dell’istituzione, non rimane chiusa fra le mura del Sant’Ufficio.

Quali aspetti rimangono da indagare?

Molti aspetti devono essere approfonditi e uno di questi è la possessione. Fino a oggi ci si è soffermati principalmente su due aspetti del fenomeno, l’esorcismo come strumento di propaganda nelle controversie fra le correnti del Cristianesimo e il suo collegamento con la stregoneria. In realtà questo collegamento non è necessariamente stretto: per gli esorcisti l’indemoniato può essere vittima di un maleficio, ma anche dell’iniziativa spontanea di uno spirito maligno. L’esorcismo, dunque, non è un atto punitivo per chi ha avuto contatti con il diavolo: è, al contrario, una guarigione. Una difficoltà in questo campo di studio, però, deriva dalla mancanza di dati quantitativi: spesso gli esorcismi non hanno lasciato traccia, quindi non possiamo farci un’idea di quanto fossero diffusi. È comunque possibile affermare che la possessione è in epoca moderna un fenomeno quasi ordinario e va di pari passo con un altro fenomeno fortemente connesso al primo, cioè il misticismo. Su questi argomenti abbiamo già un'eccellente monografia uscita da poco, Believe Not Every Spirit, di Moshe Sluhovsky; restano comunque ancora molte fonti da studiare, sulle quali anch’io sto lavorando, che permettono di posare lo sguardo su quanto accadeva realmente durante la possessione e l’esorcismo: emergono così storie di pratiche segrete o spettacolari, di simulazione e di malattia mentale, ma soprattutto emerge l’intreccio fra il tormento portato dai demoni e quello – molto più concreto e vicino alla nostra sensibilità – connaturato a biografie spesso drammatiche, al disagio di vite condotte in condizioni di povertà e marginalità.

Stonehenge, svelato l'antico mistero È il cimitero dei primi nobili della Storia

Stonehenge, svelato l'antico mistero È il cimitero dei primi nobili della Storia
Antonio Angeli
01 GIUGNO 2008, IL TEMPO

Archeologia Nuovi scavi rivelano che dal 3000 avanti Cristo per secoli qui fu seppellita una dinastia

a.angeli@iltempo.it

Stonehenge, il tempio megalitico nel sud della Gran Bretagna, uno dei luoghi più misteriosi della storia dell'umanità è ora un po' meno misterioso. Un lampo di luce sui circoli di enormi pietre sistemate per ottenere un anfiteatro preistorico è stato acceso da una serie di studi, rapidi, particolarmente accurati e supportati dalle più recenti tecniche scientifiche, che sono stati realizzati nelle ultime settimane.

Il complesso di Stonehenge, edificato a tappe nelle campagne dell'Inghilterra tra il 3.000 e il 1.600 avanti Cristo, fu soprattutto un cimitero. È stato fin dalla sua costruzione, e per almeno 500 anni, una distesa di tombe, riservata ad un'antica dinastia. Le conclusioni dei recentissimi studi sono state anticipate da Mike Parker Pearsons, archeologo a capo dello «Stonehenge Archaeological Project», e dal collega Julian Thomas, entrambi dell'università di Sheffield.
«È chiaro che le tombe sono state la componente principale di Stonehenge - ha detto Parker Pearson - Quel luogo è stato un cimitero dalla sua nascita, fino a metà del terzo millennio avanti Cristo». La storia di Stonehenge è stata individuata grazie alle analisi al radiocarbonio cui sono stati sottoposti otto resti umani rinvenuti nel sito archeologico: attraverso gli esami, Pearson e il suo gruppo di lavoro, sono stati in grado di datare tra il 3030 e il 2880 a.C. il defunto più antico, e tra il 2560 e il 2140 a.C. quello di una donna di 25 anni.
Tuttavia, nel corso dei cinque secoli sarebbero stati solo 240 i corpi sepolti a Stonehenge. Un altro archeologo di Sheffield, Andrew Chamberlain, ha osservato che una ragione per ricondurre le tombe di Stonehenge a una sola dinastia sta nel fatto che i resti più antichi appartengono a poche persone, ma si moltiplicano nei secoli successivi, come se la famiglia si fosse riprodotta esponenzialmente. Ciò indicherebbe che il luogo veniva usato come una sorta di cimitero elitario, disponibile solo per i membri di qualche antica dinastia: «Non penso che ad essere sepolte lì fossero delle persone comuni - spiega Parker - già allora Stonehenge era chiaramente un luogo speciale e le persone che vi venivano sepolte dovevano far parte di una ristretta comunità».
Gli archeologi hanno portato alla luce anche diverse abitazioni, che probabilmente venivano utilizzate nel corso dei riti stagionali legati al cerchio megalitico. Una specie di «città dei vivi» eretta a tre chilometri di distanza dalla «città dei morti». Stonehenge era appunto la «città dei morti», collegata attraverso il fiume Avon a una struttura simile, ma costruita in legno, Woodhenge, situata a circatre chilometri di distanza e che sarebbe invece stata la «città dei vivi». Gli studiosi hanno inoltre dimostrato che, per la popolazione del tempo, Stonehenge rappresentava il luogo per il culto della morte in opposizione ai riti che si tenevano nell'altro luogo, dove si praticavano quelli dedicati alla luce e alla nascita della vita.
I metodi di costruzione e lo scopo iniziale del monumento, però, rimangono un enigma, intorno al quale sono stati scritti una infinità di libri, senza risposte certe. In un testo uscito nei giorni scorsi un archeologo dell'università di Oxford, Anthony Johnson, ha insistito sul fatto che gli abilissimi costruttori del monumento megalitico avevano conoscenze geometriche straordinarie, quasi incredibili, per l'epoca. Al livello di un genio della matematica come Pitagora, vissuto due millenni dopo.