Tuesday, March 24, 2020

Streghe e Magia. Episodi di opposizione religiosa popolare sulle Alpi del Seicento

Roberto Gremmo
Streghe e Magia. Episodi di opposizione religiosa popolare sulle Alpi del Seicento
Biella: Edizioni ELF, 1994

autore anche dei libri: Le donne del diavolo, Grugliasco: Editrice Il Punto, 1978 - Magia e superstizione fra Biellese e Val d’Aosta nel Seicento, Ivrea: Editrice BS, 1982,  e numerosi articoli sullo stesso argomento. 
In quest’ultimo volume riappaiono informazioni ed episodi già descritti in alcuni dei suoi precedenti lavori che qui vengono approfonditi, ampliati e dettagliati - e soprattutto - contestualizzati in un più generale ed organico discorso esteso a tutta l’area culturale alpina occidentale. 
L’opera è ricca di riferimenti dotti e di notizie curiose ed interessanti e dà una visione piuttosto omogenea sul fenomeno della magia popolare più in generale - e delle streghe più in particolare - analizzandolo come una sorta di forma di resistenza al culto religioso “ufficiale” rappresentato dalla Chiesa Cattolica. Si tratta di una tesi già sostenuta da numerosi altri studiosi che il Gremmo riprende e razionalizza e che sostiene che le streghe (e gli altri fenomeni di magia popolare) altro non fossero che espressioni di sopravvivenza di antichi culti e di tradizioni precristiane che la Chiesa ha bollato come manifestazioni di satanismo e criminalizzato. L’autore indica anche un’altra importante implicazione riferita a tali fenomeni - e ad altri come la nota vicenda fra Dolcino - che interpreta come manifestazioni di intolleranza nei confronti di un potere politico. Scrive l’autore (pagine.304-306): “Ma, allora, cos’è stata veramente questa inquietante figura di strega, masca, faa che si aggira per le montagne dell’Europa garalditana, fra il XIV ed il XVII secolo? La prevalenza dell’elemento femminile (senza dimenticare gli stregoni) è evidente. Per quanto si debba tener presente che questo elemento è stato dilatato dalla misoginia dei “cacciatori” di streghe, esso trova una sua ragion d’essere nel ruolo della donna in una società nella quale nè la struttura laicale (la famiglia basata sul po-tere del pater familias) nè quella ecclesiale (esclusione delle donne dal sacerdozio) le lasciavano spazio. Questa emarginazione è, peraltro, il dato più evidente dell’avanzata della dominazione romana e della sua integrazione con il Cristianesimo. Nella vecchia società “Garalditana” (ma anche celtica e germanica) le cose si svolgevano in tutt’altro modo: dalle selve, dalle brughiere, dagli anfratti montani s’alzavano fumi, formule magiche, incantesimi di profetesse, medichesse, sacerdotesse, guaritrici che spargevano a piene mani medicamenti, unguenti, consigli. Esse erano le dominatrici, loro era il “bastone del comando”. È vero che il secolo delle streghe è il Trecento e che la forsennata caccia dell’ufficialità a queste donne contestatrici proseguirà nei secoli seguenti. Ma quello che, comunemente, viene indicato come punto di partenza è solo momento di transizione. Le streghe non sono “spuntate” allora: sulle Alpi, fra i Pirenei c’erano sempre state, ma fino a quel momento nessuno s’era preoccupato di sloggiarle dai sedimentati strati di consenso popolare che si erano create attorno. Fu solo dal Trecento in poi che venne presa la decisione di “cristianizzare” completamente l’Europa mettendo al rogo streghe ed eretici, accumunati in una inappellabile condanna. Ebbero allora inizio le Crociate (in Occitania contro i Catari, nel  Biellese contro Dolcino e Margherita). Molti Perfetti, perseguitati e fuggiaschi, finirono quasi naturalmente per unire alle loro credenze delle pratiche magiche e “stregonesche”. Fra i dolciniani ebbero ascolto le predicazioni dualistiche della Guglielmina boema. Parallelamente, vi fu il “lavaggio dei cervelli” degli umili, con una campagna di profonda evangelizzazione, attraverso lo sradicamento delle superstizioni e di tutto il contesto di riti e di credenze sulle quali esse poggiavano. La Chiesa non si accontentò più di una adesione formale al cristianesimo da parte di pastori, alpigiani, boscaioli, contadini. Essi restavano ben convinti, nel fondo dei meandri della loro psiche, della validità dei soli culti delle sacerdotesse dei boschi e degli stregoni; erano legati alla venerazione dei loro antichi dei famigliari e personali. Tutto il resto era solo forma, non sostanza. Gli inquisitori puntarono diritto nella direzione della distruzione del “vecchio” sapere e del “vecchio” potere spirituale. Insinuandosi fra i meandri dell’Europa marginale e subalterna, credettero di scoprire la “novità” della stregoneria, ma si scontrarono con qualcosa che, invece, era ben più antico e forse perfino più forte di loro. Credettero di imbattersi nelle neofite adoratrici di Satana e non capirono di essere di fronte alle custodi di un antico sapere e di pratiche terapeutiche e psichiche che corrispondevano ad un sistema etnico-culturale differente da quello orientale Cristiano”. Le streghe possono quindi (almeno in taluni casi) essere indicate come una sorta di druidesse, come esponenti di un vecchio sistema di relazioni socioculturali e di costruzioni religiose che è sopravissuto alla occupazione e colonizzazione romana ed alla cristianizzazione. Le protagoniste di gran parte delle manifestazioni di magia popolare (o “diabolica”, secondo i persecutori) sono donne; quasi tutte le maggiori personalità carismatiche delle sette acattoliche sono di sesso femminile, le donne sono al centro anche di quasi tutte le esplosioni di religiosità “anomala” che si manifestano fino a tutto l’Ottocento (e oltre...) con regolare frequenza. 
L’accanimento manifestato dalle autorità costituite nei confronti di tutte le espressioni di magia (e di cultura) popolare sono però dettate anche dalla paura nei confronti del sorgere di eccessive libertà locali.
“Del resto, le streghe - secondo le parole del Gremmo (pag.307) - sono ribelli soprattutto perchè sono “reazionarie”, cioè conservatrici profonde di patrimonio e cultura tradizionali. I “progressisti”, gli “innovatori”, sono i persecutori, con la loro frenesia fanatica di affermare un ordine sociale, oltre che politico, differente da quello che le società antiche avevano alla loro base, incentrato su larghe autonomie di villaggi e “cantoni”; basato su schemi che liberavano energie più che rinchiuderle; responsabilizzava largamente i singoli, più che ingabbiarli in rigidità gerarchiche”. 
Il lavoro di Gremmo è però interessante anche per un altro motivo: la narrazione dei fatti si svolge attraverso una selva fittissima di informazioni che toccano molta parte del patrimonio culturale delle Alpi occidentali. Vi si fanno affascinanti riferimenti ad Urupa (Oropa), capitale delle libere genti della Garaldea (la preistorica patria degli uomini che vivevano nell’area compresa fra la Galizia, l’Occitania e la Padania), il cui nome deriva da Uru, Ur (= capitale) come le vicine Vi-v-irun e Pi-v-irun e come la basca Iruna. Attraverso la comune appartenenza alla Garaldea, l’autore esplora i collegamenti con la apparentemente lontana cultura basca: Ganabe in basco vuol dire Piemonte, “regione sotto le montagne”, da cui deriverebbe Ganab-èis, l’odierno Canavese. Il libro tratta poi di alcune vicende che potrebbero rientrare nel patrimonio “patriottico” della Padania: dal mito di Berta che testimonierebbe della “resistenza” dei popoli più antichi alle invasioni barbariche della valle Padana (cfr: Giovanni Antonucci, “Adversus Lombardos”, in Athenaeum, Pavia, 1927).
La grande persistenza delle rappresentazioni della vicenda dolciniana nel teatro popolare (soprattutto ottocentesco) è interpretata dal Sella come manifestazione di coscienza di un popolo colonizzato che ha in qualche modo compreso che con la sconfitta di Dolcino è stata “proibita” la creazione di una libera nazione alpina. 
Nel libro si trovano inoltre le storie della “Druida di Malciaussia”, della “Mummia di Agrano”, delle Bassure dell’Appennino ligure e di altri fatti e personaggi più o meno noti del folklore magico di casa nostra. Il maggiore merito del lavoro di Gremmo è però costituito dall’essere riuscito ad eliminare il senso di disagio che solitamente si prova nell’affrontare questo genere di argomenti, così lontani dalla comoda e rassicurante banalità della “cultura ufficiale”, e a farli diventare positivi e famigliari. E’ un coraggioso passo nella direzione giusta, è l’inizio di un processo di riscoperta di autentiche radici culturali, inverso a quello cominciato un sacco di tempo fa e che ha cercato di gabbare certe nostre tradizioni di cultura e di libertà come manifestazioni demoniache. Demoniaci sono loro.

Saturday, March 21, 2020

La sopravvivenza degli antichi dei


Jean Seznec
La sopravvivenza degli antichi dei
Saggio sul ruolo della tradizione mitologica nella cultura e nell’arte rinascimentali
Bollati Boringhieri, 1990, Torino 

Alterati nel loro aspetto tradizionale e spesso costretti a servire da  involucro di idee morali o speculative, gli antichi dei del politeismo  greco hanno continuato la loro avventura fino al Rinascimento e anzi al secolo decimosettimo, sia barocco che classico. In quest’opera;  pubblicata per la prima volta nel 1940 e divenuta in breve uno dei  classici contemporanei della storia delle idee e della cultura artistica, Jean Seznec indaga le torme specifiche di questa sopravvivenza e gli ambiti particolari in cui essa si è compiuta: i sistemi   interpretativi elaborati dagli antichi per spiegare l’origine e la natura  delle loro divinità, e assimilati dal pensiero storico ed esegetico  medievale; la tradizione iconografica, dalle miniature dei manoscritti  astronomici e astrologici illustrati fino ai monumentali cicli pittorici  che decorano le volte dei palazzi e le cupole delle cappelle; la tradizione mitogratica. dalle enciclopedie medievali fino ai grandi trattati  italiani tardo cinquecenteschi sugli dei. Cosi, nell’illuminare taluni  aspetti della fortuna della mitologia classica. Seznec mostra come  L’antichità pagana, lungi dal rinascere, nell’italia del Quattrocento,  era sopravvissuta nella cultura e nell’arte medievali. In tal senso il  Rinascimento non solo non costituisce una rottura radicale con il  passato, ma é anzi una sintesi miracolosa di forme e idee che,  seppure spesso dissociale, non erano mai scomparse del tutto.

Monday, March 16, 2020

il dio sconosciuto

AGNÒSTOS THEÒS

In greco «il dio sconosciuto»

Ad Atene vi sarebbero stati al- tari dedicati a «dèi sconosciuti»; quando Paolo, nel  discorso all’Areopago (At 17, 23), usa  il singolare, ciò  corrisponde a una  nuova interpretazione monoteistica. 

Nella storia delle religioni sono accertate l’invocazione e l’adorazione di  «tutti gli dèi» (Pantheon), che pur non venendo chiamati per nome, non erano senza nome.  

Un dio sconosciuto  o anonimo esisteva anche nell’Arabia pre-islamica: a Palmira vi sono  iscrizioni votive (dal II al III secolo) rivolte a   eterno»; i suoi soprannomi sono «signore del mondo» e «il buono».  

Sunday, March 08, 2020

Allat

Allat
in arabo «la dea»

Divinità adorata nell’Arabia pre-islamica centrale e settentrionale. 
Erodoto conosce questo nome semitico nella forma Alitat e paragona la dea ad Afrodite Urania. 
Era particolarmente venerata a Ta’if, dove sorgeva anche il suo idolo, un bianco blocco di granito. Era considerata una delle tre figlie di Allah e posta in relazione al pianeta Venere, Da alcuni testi si è creduto di poter dedurre anche un legame con il sole. 

Thursday, March 05, 2020

Amaterasu Oho mi-kami - Grande augusta dea che risplende nel cielo


Amaterasu Oho mi-kami 
(Grande augusta dea che risplende nel cielo). 

Dea del sole, è la divinità più importante della mitologia giapponese, ancor oggi venerata come antenata della famiglia imperiale. Si narra nel Kojiki, il più antico dei libri classici dello Shintoismo, compilato da Yasumaro nel 712 d. C., che la dea nacque dall’occhio sinistro di Izanagi. Fu lei ad insegnare agli uomini la coltivazione del riso, l’allevamento del baco da seta e l’arte del tessere. Era sorella del cattivo Susanowo, il quale un giorno la spaventò talmente da indurla a nascondersi in una caverna, privando cosi gli uomini della sua benefica luce. Insensibile all’offerta di doni e alle invocazioni degli altri dei, la Grande dea del sole si rifiutava di uscire dalla grotta; allora la divina Uzume si mise a ballare sfrenatamente, suscitando le risa delle ottocento miriadi degli dei celesti. A tanto baccano A., sorpresa, socchiuse la porta e disse (Kojiki, XVI.):  

 “... In seguito al mio ritiro, la distesa del cielo dovrebbe pur essere, a mio avviso, assolutamente al buio, e anche il paese di mezzo dei campi di giunco (il Giappone) dovrebbe trovarsi nell’oscurità. Come avviene dunque che Uzume sia cosi allegra e che ridano anche tutte le ottocento miriadi degli dei?». Allora parlò Uzume e disse: «Noi godiamo e siamo allegri perché c’è una divinità che è ancora più splendente di Tua Altezza ». Mentr’essa parlava, Koyane e Futo-tama tesero lo specchio presentandolo reverentemente ad Amaterasu. Allora Amaterasu, sempre più meravigliata, venne a poco a poco fuori della porta, e guardò; in quel momento Tachikara-wo, che stava in agguato, la prese per la sua augusta mano e la trasse fuori … Essendo dunque Amaterasu uscita fuori, tornarono naturalmente ad essere illuminati la distesa dell’alto cielo e il paese di mezzo dei campi di giunco.”

Alcuni mitologi ritengono il racconto una interpretazione mitica, la descrizione dell’eclissi solare e il riferimento ai riti agricoli dell’antichità.  

In seguito la dea decise di assoggettare per il proprio figlio Oshi-ho-mi-mi il Giappone, governato da Oho-Kuni-nushi. Ma il giovane dio non se la senti di guidare l’agitata umanità e rinunciò in favore del figlio Ninigi.

Allah

Allah
in arabo a1-ilah, «il Dio»

Nell’epoca pre-islamica era la divinità suprema, che aveva creato la terra e donava l’acqua: Nella dottrina monoteistica di Muhammad è l’unico Dio, a cui spetta da parte degli uomini- l’atteggiamento di sottomissione (islam). Allah è completamente diverso da tutto ciò che- è stato creato (da lui): da qui- anche il divieto di raffigurarlo in immagini. I «bei nomi» di All. corrispondono agli epiteti con cui viene descritto nel  Corano: si conoscono 99 nomi (da qui le 99 perle del rosario islamico), ma il «nome più grande», che completa il centinaio, nessun mortale lo cono-ce. Allah è «la luce del cielo e della terra» (sura 24, 35), e nel- la mistica araba (sufismo) è paragonato a un sole che emana i suoi raggi; il suo trono è un segno della sua onnipotenza e della distanza che lo separa dal creato. Le affermazioni del Corano che attribuiscono ad Allah parti del corpo e qualità umane furono interpretate come metafore dalla maggior parte dei teologi, che rifiutavano i tratti antropomorfi. Mentre il mondo è sorto soltanto attraverso la parola di Dio («sia»), per quanto riguarda l’uomo, fatto con fango o argilla (cfr. ad es. sura 6, 3 e 55, 15), si trova l’idea del vasaio. A causa del divieto del- le immagini, Allah può essere «rappresentato» solo calligraficamente. 

Sunday, March 01, 2020

Inno agli Dei di Proclo

Inno agli Dei di Proclo

         Voi che reggete il timone della saggezza santa
         dèi che accendete il fuoco del grande Ritorno
         che ricondurrete un giorno
         presso di voi, immortali, l’anima
         umana, lontano dalla caverna, nostra buia
         dimora quaggiù
         voi grazie ai quali, al canto
         degli inni misteriosi noi diventiamo
         puri, esaudite le mie preghiere.
         Voi che siete Liberatori
         rendete intellegibile del libro
         divino le parole, fate che un raggio dissipi
         ai miei occhi la tenebra.
         Che infine possa vedere io
         l’uomo che sono e il Dio
         immortale in me. Che un demone malefico
         non mi tenga in prigionia
         sotto le onde dell’oblio, lontano
         dai Beati. Che un Giudizio
         sanguinoso non chiuda la mia anima
         nelle segrete della vita, in balia
         dei flutti gelidi delle generazioni,
         portata suo malgrado per infinite stagioni.
         Ma voi divinità, voi Sovrani della saggezza viva
         esaudite chi si affretta alla ripida
         salita del Ritorno
         e nella sacra ebbrezza, ch’io li impari,
         svelateli i misteri
         Nascosti nelle parole
         Della preghiera.