Saturday, October 06, 2007

Emerge a Orvieto il Fanum Vltumae

Repubblica 22.8.07
Archeologia. Emerge a Orvieto il Fanum Vltumae, una
svolta per gli studi
Il grande santuario etrusco

Orvieto. Una nuova scoperta sta arricchendo le
conoscenze sugli etruschi: da uno scavo in corso a
Orvieto sta emergendo il Fanum Voltumnae, il santuario
federale dove si riunivano i rappresentanti delle
dodici città principali che formavano la lega etrusca.
Un luogo di grande rilievo sia religioso che politico
il cui ritrovamento porterebbe a una svolta
importantissima nell´etruscologia. Il rinvenimento, in
questi giorni, di due altari, uno dei quali
monumentale e di fattura particolarmente raffinata,
insieme a quello di frammenti ceramici che consentono
di datare l´inizio della frequentazione della zona in
epoca villanoviana, vale a dire nella fase iniziale
della civiltà etrusca, sembrano avvalorare decisamente
l´ipotesi.
I ritrovamenti si devono a Simonetta Stopponi
(Università di Macerata) che sta conducendo
approfondite indagini dal 2000. L´area è quella di
Campo della Fiera, ai piedi della rupe di Orvieto. È
grande tre ettari e ha restituito numerosi resti che
documentano una continuità ininterrotta di uso sino
alla peste nera del 1348. Lo scavo sta per concludersi
e i risultati verranno annunciati pubblicamente i
primi giorni della prossima settimana.
Nel Fanum Voltumnae i rappresentanti delle principali
città etrusche si ritrovavano annualmente. Ma erano
previste anche assemblee straordinarie la cui
convocazione poteva essere richiesta, in casi di
particolare gravità, da parte di popoli alleati quali
i Falisci e i Capenati. Così almeno accadde - secondo
la testimonianza di Tito Livio - nel 397 a.C. quando
si trattò di prendere una decisione sulla sorte di
Veio, assediata dai Romani.
Le assemblee avevano un carattere politico. E a Roma
si guardava ad esse con preoccupazione. Il valore
politico degli incontri era ribadito dall´elezione di
una sorta di primus inter pares, definito in
iscrizioni latine di età imperiale come praetor
Etruriae. Gli incontri avevano comunque anche un
aspetto religioso: non a caso il luogo era posto sotto
la protezione del dio Voltumna, una divinità
assimilata a Tinia, vale a dire il Giove latino. Non
mancavano neppure le manifestazioni sportive e gli
spettacoli: grande scandalo suscitò la decisione del
re di Veio di ritirare per protesta gli atleti e gli
attori veienti dai giochi nel 404 a.C.
Tito Livio è lo storico latino che informa più
dettagliatamente sul Fanum Voltumnae, ma purtroppo non
fornisce indicazioni sulla sua localizzazione. A
partire dal Quattrocento sono state avanzate diverse
proposte per la sua identificazione. Nel Novecento ha
preso quota la localizzazione a Orvieto, l´etrusca
Velzna. Fra gli indizi veniva indicata una
disposizione dell´imperatore Costantino - tra il 333 e
il 337 d.C.- che autorizzava gli Umbri a svolgere la
propria festa religiosa a Spello e non più aput
Volsinios, presso Volsinii, insieme agli Etruschi. Va
tenuto presente che in epoca imperiale, dopo il duro
intervento effettuato da Roma nel 264 a.C., la città
di Volsinii era stata saccheggiata e rifondata sulle
sponde del lago di Bolsena e non si trovava quindi più
sulla rupe orvietana. Ma nel testo costantiniano si
dice "presso" e non "in" Volsinii.
Questo e altri elementi hanno spinto a cercare il
Fanum Voltumnae tra Orvieto e Bolsena. Negli anni
Trenta del secolo scorso, un erudito appassionato di
archeologia, Geralberto Buccolini, avanzò l´ipotesi
che il santuario fosse ai piedi della rupe orvietana,
nell´area di Campo della Fiera e del Giardino della
Regina. Determinanti erano per lui alcuni ritrovamenti
avvenuti in quella zona negli anni Settanta e Ottanta
dell´Ottocento.
Sulla scorta di queste conoscenze sono stati avviati
gli scavi diretti da Simonetta Stopponi e resi
possibili dal sostegno finanziario della Banca Monte
dei Paschi di Siena. L´indagine ha intanto evidenziato
un dato storico: la scoperta di un´intensa
frequentazione attestata da interventi urbanistici e
architettonici in epoca repubblicana e imperiale
romana.
Tra le strutture riportate alla luce va segnalato un
ampio recinto al cui interno è stato scoperto un
tempio che presenta almeno due fasi edilizie e un
percorso pedonale realizzato a fianco del suo lato
lungo meridionale, due pozzi (uno con una base
modanata in trachite) e da ultimo - come si è già
ricordato - due altari rispettati nella
ristrutturazione dell´area avvenuta nel II sec. a.C.
Uno, di fattura pregevole, è realizzato in trachite,
l´altro in tufo. Il più monumentale sembra risalire
alla metà del V sec. a.C. ed essere contemporaneo alla
fase più antica del tempio col quale è probabilmente
in connessione. In questa stessa zona erano stati
rinvenuti già due bronzetti di offerenti, oltre a
numerosi frammenti di ceramica attica di qualità
notevole, e ora si è scoperto il basamento di un
donario.
In un altro settore della stessa area di scavo, gli
archeologi hanno riportato alla luce una fontana
monumentale e la base di un ulteriore edificio di
epoca etrusca dalle dimensioni ragguardevoli.
Nelle prime campagne di scavo erano state messe in
luce due antiche strade basolate, una delle quali
appare delimitata da un muro in opera reticolata lungo
70 metri ed è stata interpretata dagli scavatori come
una via sacra; terme di modeste dimensioni di epoca
romana e una chiesa di origine altomedievale impostata
su strutture precedenti. Un´altra ampia via lastricata
e alcuni ambienti che vi si affacciavano sono stati
rinvenuti, a non molta distanza, in scavi condotti
direttamente dalla Soprintendenza per i Beni
Archeologici dell´Umbria sotto la direzione di Paolo
Bruschetti.
Molto resta da indagare e comprendere: occorre cercare
i resti delle strutture legate agli spettacoli e ai
giochi e scoprire ancora con ogni probabilità
l´edificio (o il luogo consacrato) principale. Ma che
l'area del Fanum Voltumnae sia stata individuata
appare - dopo i rinvenimenti di questa estate - sempre
più verosimile.

Thursday, October 04, 2007

La battaglia del Frigido

salve,
invio una nota, trovata su internet, sulla battaglia
del fiume Frigido,
l'evento storico è poco conosciuto. Il testo a parte
il titolo "la fine del paganesimo" e di ipotetiche
"persecuzioni anti-cristiane" ad opera di alcuni
imperatori romani è interessante.
La battaglia del fiume Frigido ha rappresentato solo
la fine della possibilità di conservare lo spirito di
dell'Impero di Roma.
Durante l'impero di Roma i cristiani non vennero
perseguitati per la loro fede. L'impero di Roma fu
costretto ad intervenire a causa de "la follia dei
cristiani", si legga anche la voce relativa presente
in Wikipedia.
saluti.
Francesco Scanagatta


La battaglia del Frigido e la fine del paganesimo
di Francesco Lamendola - 30/09/2007

Fonte: Arianna Editrice

Sponde del fiume Frigidus (Vipacco), al di qua delle
Alpi Giulie, mattino del 5 settembre 394 d. C. Due
eserciti, entrambi "romani" di nome, ma in effetti
largamenti barbarici per composizione etnica,
consuetudini e mentalità, si fronteggiano
minacciosamente presso questo affluente dell'Isonzo
che, da sempre, costituisce la "porta" per l'invasione
dell'Italia da parte di popoli ed eserciti provenienti
da Nord e da Est. Si potrebbe pensare - e, per certi
aspetti, è proprio così - a uno dei tanti scontri di
potere fra imperatori più o meno legittimi, ovvero fra
usurpatori e tiranni come ne ha visti tanti la storia
del Basso Impero, da Massimino il Trace in poi. Posta
in gioco immediata: la grande e ricca Aquileia, sede
pochi anni prima (nel 381) di un grande concilio di
vescovi cattolici contro l'eresia ariana; obiettivo
finale: il possesso di Roma e dell'Italia e, quindi,
la signoria assoluta sull'Impero. In realtà, si tratta
di una svolta epocale: per l'ultima volta nella storia
del mondo antico stanno per darsi battaglia un
esercito pagano ed uno cristiano.

Sulle alture, in posizione imprendibile, è appostato
l'esercito di Flavio Eugenio, colui che ha restituito
ai templi gli antichi sussidi statali, sia pure sotto
forma di concessione alle famiglie sacerdotali dei
senatori pagani; che ha fatto nuovamente collocare
l'Altare della Vittoria, dopo interminabili dispute,
nell'aula del Senato; che ha tolto ogni divieto e
limitazione alle pratiche dell'antico culto. Eugenio,
ex magister scrinii elevato al rango imperiale dal
generale franco Arbogaste dopo la morte sospetta di
Valentiniano II, il 15 maggio 392, non era un pagano
ma un cristiano del partito moderato, che non
intendeva certo avviare una persecuzione
anticristiana: l'esempio fallimentare di Giuliano del
361-63 (e cioè solo trent'anni prima), era un chiaro
ammonimento. Eugenio e Arbogaste avrebbero voluto,
casomai, restaurare quel clima di felice tolleranza
religiosa, che ancora era stato possibile sotto
Valentiniano I, al 364 al 375, e al quale aspiravano
di tornare gli spiriti più equilibrati e prudenti dopo
la dura politica antipagana della dinastia di
Costantino.

Dall'altra parte avanzava l'esercito di Teodosio il
Grande, partito tre mesi prima da Costantinopoli per
"vendicare" il preteso suicidio di Valentiniano II
(suo cognato) e deciso a restaurare l'unità
dell'Impero. Teodosio, campione dell'ortodossia
cattolica contro pagani e ariani, è stato dominato
dalla poderosa figura del vescovo Ambrogio di Milano,
che per due volte gli ha imposto - umiliandolo - il
volere della Chiesa: quando gli ha fatto rimangiare
l'ordine di ricostruire la sinagoga di Callinico
(sull'Eufrate) a spese della comunità cattolica, che
l'aveva incendiata e distrutta; e quando gli ha
imposto pubblica penitenza per la strage di
Tessalonica (nel natale del 390), vera e propria
vigilia di Canossa. Nel febbraio 390 Teodosio emana
l'assoluto divieto del culto pagano in Roma;
nell'estate successiva ordina la distruzione del
tempio di Serapide ad Alessandria d'Egitto.
Nell'aprile del 392 annulla una sua precedente legge
che proibiva ai monaci, "gente che si ciba di
disordini", di risiedere nelle città, e ordina di
applicare sino in fondo tutti i precedenti editti
anti-pagani contro i templi e contro il culto degli
dèi: anche se praticati nelle case private, anche se
praticati mediante sacrifici incruenti.

Il 5 settembre 394 l'attacco dell'esercito di Teodosio
viene respinto e l'esercito orientale, a sua volta,
corre il pericolo di essere aggirato e distrutto. Ciò
non avviene solo perché un reparto dell'esercito
occidentale, sulla cui manovra l'abile Arbogaste aveva
specialmente contato, si lascia corrompere e permette,
così, alle truppe di Teodosio di salvarsi. Scrive lo
storico Corrado Barbagallo: "La dimane (6 settembre)
il combattimento fu ripreso. I soldati di Arbogaste
avevano tolto dalle loro bandiere il monogramma di
Cristo e lo avevano sostituito con l'mmagine di
Ercole, cara a Diocleziano e a tutti gli imperatori
romani fin dal secondo secolo. Sulla linea della
battaglia, come sui passi più minacciati, erano state
collocate le immagini di Giove Capitolino, armato di
folgore e rivolto contro i nemici. Paganesimo e
cristianesimo, Occidente ed Oriente si affrontavano a
pie' delle Alpi in quella giornata storica. E vinse
ancora una volta il labaro cristiano! Nembi di
polvere, sollevati dalla micidiale bora carsica,
paralizzarono, accecarono l'esercito occidentale, che
alla fine fu sopraffatto e distrutto. Flaviano che,
nella sua qualità di console dell'anno, così come
s'era usato nell'antica Repubblica, conduceva uno dei
corpi dell'esercito di Occidente, s'uccise; Eugenio,
fatto prigioniero, fu decapitato dai soldati;
Arbogaste si uccise due giornoi dopo." E lo storico
greco Zosimo: "La testa di Eugenio, conficcata su una
lunghissima asta, fu portata in giro per tutto il
campo (…). Arbogaste, al quale non importava la
clemenza di Teodosio, fuggì tra i monti più impervi;
ma quando si accorse che quelli che gli davano la
caccia perlustravano ogni luogo, si uccise con la
spada, preferendo morire con le sue mani piuttosto che
essere catturato dai nemici."

Da quel momento il paganesimo, come forza organizzata,
cessò praticamente di esistere. Sopravvisse ancora, e
a lungo, come culto marginalizzato, specialmente nelle
campagne. Agostino scrisse il De Civitate Dei per
confutare l'accusa dei pagani còlti, che il sacco di
Roma del 410 ad opera di Alarico fosse stato causato
dall'ira degli dèi abbandonati; Rutilio Namaziano, nel
De Reditu suo (scritto verso il 417) inveisce contro i
monaci e leva alti lamenti per la decadenza della Roma
pagana. Il cristianesimo, che ancora nel 303-05 aveva
dovuto subire la dura persecuzione di Diocleziano e
che solo con l'editto di Milano, nel 313, aveva
ottenuto il riconoscimento giuridico da parte dello
Stato, in soli ottant'anni aveva inferto al paganesimo
il colpo di grazia.

Eppure, tra la fine del IV e l'inizio del V secolo,
ebbe luogo una ripresa della cultura classica che
molti storici definiscono una vera e propria
rinascenza, e parte notevolissima di tale rinascenza
si colloca, più o meno esplicitamente, sotto il segno
del paganesimno. Come fu possibile che Giuliano
imperatore tentasse una restaurazione del paganesimo
nel 361 e che, meno di quarant'anni dopo, il
paganesimo avesse perduto irrimediabilmente la sua
battaglia per la sopravvivenza?

Cerchiamo di fare un po' di chiarezza, incominciando
dalla terminologia. Che cosa vuol dire paganesimo?
"Pagano" è colui che non ha aderito al cristianesimo,
rimanendo fedele all'antica religione. Ma non c'è,
ovviamente, una religione pagana, come vedremo fra
poco. E che significa "pagano"? Fino a pochi decenni
fa si dava per scontato che "pagano" fosse sinonimo di
"rustico" (Baronio, 1586): i villaggi, i pagi,
sarebbero stati l'ultimo rifugio del morente
paganesimo. Ma oggi gli storici e i filologi non sono
più tanto sicuri di questa etimologia. "Pagano"
potrebbe essere il civile, il borghese, contrapposto
al "soldato di Cristo" (secondo la celebre metafora di
Tertulliano). Sia in Tacito che in Svetonio pagani,
paganorum sta per "popolazione civile", in opposizione
ai soldati; Plinio il Giovane parla di milites et
pagani per indicare "militari e borghesi". E nel 1952
Christine Mohrmann, sulla base di alcuni testi,
propone di intendere "pagani" come "profani": infatti
nel IV secolo la metafora del "soldato di Cristo" non
era più tanto diffusa; e, d'altra parte, il culto
tradizionale non era ancora un fatto prevalentemente
"rurale". A quell'epoca, inoltre, all'interno del
cristianesimo si era pressoché esaurito il "filone"
giudeocristiano (formato dai convertiti dal giudaismo)
e i cristiani erano quasi tutti "gentili" (dal greco
éthnē, ebraico gojim che, nella Bibbia, indica i
popoli estranei al patto dell'Alleanza). Perciò quelli
che erano stati definiti come "gentili" (e che, nella
tradizione bizantina, continuao a essere definiti
"elleni") divennero "pagani", mentre i cristiani di
origine pagana, cioè la quasi totalità, non potevano
più riconoscersi come "greci" (cfr. S. Paolo, Romani,
II, 9.10), bensì come portatori di una cultura
radicalmente e orgogliosamente "altra" rispetto a
quella "greca", cioè pagana.

La nozione di paganesimo è quindi di matrice teologica
e riflette l'idea biblica di una Rivelazione rivolta
al "popolo eletto", circondato da una realtà umana
qualificata come estranea, aliena, profana: i pagani,
ossia "le genti" (Efesini, II,12), "prive di
cittadinanza in Israele". È chiaro che "pagano" è un
termine generico, che si riferisce a tutte le
religioni non cristiane (giudaismo escluso) della
tarda antichità. In Galati, IV, 9, il paganesimo è
identificato con una religione naturalistica, che
venera le forze cosmiche (sia terrestri che astrali)
ritenute capaci di influire sulla vita umana. In
contrapposizione al monoteismo biblico, il paganesimo
si presentava, specialmente nell'accezione più propria
- quella greco-romana - come una religione "etnica",
ossia tramandata con la stirpe e destinata a
consolidarla, tenendo viva la tradizione e la memoria
degli antenati; e come religione "politica" che
celebra, consacra e cementa l'unità della società
civile e la sottomissione dei suoi membri
all'autorità, simboleggiata dalla figura
dell'imperatore. Quest'ultimo, infatti, è anche
Pōntifex Maximus, "capo del collegio dei
pontefici", titolo che conservarono anche i primi
imperatori cristiani, Costantino compreso (solo
Graziano, 367-383, vi rinunciò formalmente); e che poi
passò, ovviamente con altro significato, al vescovo di
Roma e ai suoi successori.

Si tengano presenti questi tre aspetti qualificanti
del paganesimo dal punto di vista cristiano:
naturalismo, religione etnica, religione politica.
Secondo F. König, il termine "paganesimo" designa
tutte le religioni "sorte dai popoli, dal loro sangue
e spirito, e non provenienti da Dio"; secondo N.
Turchi, esso indica tutte quelle religioni o
religiosità, soprattutto popolari, accomunate dalla
credenza nelle virtù degli elementi naturali, con
caratteri superstiziosi, animistici, spiritistici,
astrologici, in contrapposizione alla fede nel Dio che
regna sulla natura e sull'uomo, da lui creati.

Fatta questa necessaria premessa metodologica, diamo
un rapidissimo sguardo al panorama complessivo delle
religioni non bibliche della tarda antichità. La
religione greco-romana sopravvive ormai quasi solo
nella dimensione politico-sociale e in quella
mitologico-letteraria. La grande crisi spirituale
degli ultimi secoli della Repubblica romana l'ha
praticamente distrutta come forza viva a livello
interiore: ridotta a mero formalismo liturgico, si
trascina per forza d'inerzia. I due secoli a cavallo
dell'èra cristiana sono stati definiti, dagli storici
moderni, come a-religiosi: l'età che va da Lucrezio e
Cicerone fino agli ultimi Antonini corrisponde a un
diffuso agnosticismo, in cui solo i culti misterici
(orfici, eleusini, dionisiaci) tengono ancora in vita
un legame vero e sentito fra l'uomo e la divinità. Né
mancano autori, come Luciano di Samosata (nel dialogo
Le sette all'incanto), che si fanno beffe delle varie
filosofie pagane e della religione tradizionale.

A partire dalla fine del II secolo arriva nell'Impero
Romano la grande invasione delle religioni orientali a
carattere soteriologico e tendenzialmente
monoteistico, che meglio rispondono alle esigenze
spirituali di quella che è stata definita (dallo
storico Charles Harold Dodd) un'"epoca di angoscia",
quale fu quella tardo-antica. I culti di Iside e
Osiride dall'Egitto, di Cibele dall'Asia Minore, di
Mithra dalla Persia fanno irruzione nella società
romana e si diffondono a macchia d'olio fin nel cuore
dell'Occidente (Gallia e Britannia comprese),
specialmente fra gli strati più umili della
popolazione e fra l'elemento militare (in particolare
il mitraismo). In effetti, nell'Occidente latino si
era prodotto in precedenza un autentico vuoto
spirituale, anche perchè il druidismo, la più diffusa
religione del mondo celtico, era stato distrutto a
viva forza dai Romani per ragioni politiche.
Generalmente si crede che i Romani siano stato
tolleranti nei confronti di tutte le religioni antiche
ad eccezione del cristianesimo; ma ciò non è esatto.
Oltre al fatto che Diocleziano perseguitò il
manicheismo prima ancora del cristianesimo (editto del
296), si dimentica che il Senato romano fin dal 54 d.
C. aveva emesso un decreto che aboliva la religione
druidica; e che, sette anni dopo, venne lanciata una
campagna per debellare le ultime vestigia di essa. Lo
scontro finale ebbe per teatro l'siola di Mona
(Anglesey), di fronte alla costa nord-occidentale
dell'odierno Galles, una delle maggiori roccaforti del
druidismo. Secondo il racconto di Tacito, quando le
imbarcazioni romane raggiunsero la riva, dai boschi
sbucarono sacerdoti druidi dalle lunghe barbe e donne
munite di torce, lanciando terribili maledizioni
contro gli invasori (Annales, XIV, 30). Ma i soldati
romani avanzarono massacrando uomi e donne e
macchiando di sangue gli alberi del banchetto sacro.
Il comandante Svetonio Paolino stabilì una guarnigione
sull'isola col preciso compito di sorvegliare i vinti
e abbattere i boschi "consacrati alle selvagge
superstizioni dei Celti". Scrive Tacito: "Tra
l'altro[i druidi] ritenevano un sacro dovere
cospargere gli altari con il sangue dei prigionieri e
consultare gli dèi spiando nelle viscere umane": "nam
cruore captivo adolere aras et hominum fibris
consūlěre deos fas habebant".

Ma torniamo alla penetrazione delle religioni
orientali nel mondo tardo romano. Giustamente si è
chiesto Franz Cumont, uno dei massimi esperti in
materia: "Ma si può parlare di una religione pagana?
Il mescolamento delle razze non aveva avuto per
risultato di moltiplicare la varietà dei dissensi?
L'urto confuso delle credenze non aveva prodotto un
frazionamento, una frantumazione di esse, e le
compiacenze del sincretismo un pullulamento di sette?
'Gli elleni, diceva Temistio all'imperatore Valente,
hanno trecento maniere di concepire e d'onorare la
divinità, che si rallegra di questa varietà di
omaggi.' Nel paganesinmo, i culti non periscono di
morte violenta, ma si spengono dopo una lunga
decrepitezza. Una dottrina nuova non si sostituisce
necessariamente ad una più antica. Esse possono
coesistere per molto tempo, come possibilità contrarie
suggerite dall'intelligenza o dalla fede, e tutte le
opinioni, tutte le pratiche vi appaiono rispettabili.
Le trasformazioni non vi sono mai radicali né
rivoluzionarie. Certo, nel IV secolo come
precedentemente, le credenze pagane non vi ebbero la
coesione di un sistema metafisico o il vigore di
canoni conciliari. Vi è sempre una distanza
considerevole tra la fede popolare e quella degli
spiriti colti, e questa distanza doveva essere grande
soprattutto in un impero aristocratico, in cui le
classi sociali erano nettamente separate. La devozione
delle folle è immutabile come le acque profonde dei
mari; essa non è trascinata, né riscaldata dalle
correnti superiori. I campagnuoli continuavano, come
per il passato, a praticare pii riti presso pietre
unte, sorgenti sacre, alberi coronati di fiori, e a
celebrare le loro feste rustiche alle semine o alle
vendemmie. Ess isi tenevano stretti con una tenacia
invincibile ai loro usi tradizionali. Questi dovevano
persistere, degradati, caduti al livello di
superstizioni, sotto l'ortodossia cristiana senza
metterla seriamente in pericolo, e se non sono più
notati nei calendari liturgici, lo sono qualche volta
nelle raccolte di folklore.

"All'altro polo della società, i filosofi potevano
compiacersi a velare la religione col tessuto
brillante e fragile delle loro speculazioni. Essi
potevano, come l'imperatore Giuliano, improvvisare a
proposito del mito della Gran Madre interpretazioni
ardite e sottili, che erano accolte e gustate in un
ristretto cerchio di letterati. Ma queste licenze
della fantasia esegetica non sono, nel IV secolo, che
un'applicazione arbitraria di princìpi incontestati.
L'anarchia intellettuale è allora assai minore del
tempo in cui Luciano metteva 'le sette all'incanto';
un accordo relativo s'è stabilito fra i pagani da
quando essi sono all'opposizione. Una sola scuola, il
nepolatonismo, regna su tutti gli spiriti e questa
scuola non è soltanto rispettosa della religione
positiva, come già l'antico stoicismo, ma la venera,
perché vede in essa l'espressione di un'antica
rivelazione, trasmessa dalle generazioni scomparse.
Essa considera come ispirati dal cielo i suoi libri
sacri, quelli d'Ermete Trismegisto, d'Orfeo, gli
Oracoli caldaici, Omero stesso, soprattutto le
dottrine esoteriche dei misteri, e subordina le sue
teorie ai loro insegnamenti. Poiché fra tutte queste
tradizioni disparate, venute da paesi così diversi e
datanti da epoche così differenti, non vi può essere
contraddizione, poiché esse emanano da un'autorità
unica, la filosofia, ancilla theologiae, si adopererà
a metterle d'accordo, ricorrendo all'allegoria. Ed in
tal modo si stabilisce a poco a poco, per mezzo di
compromessi fra le vecchie idee orientali ed il
pensiero greco-latino, un insieme di credenze la cui
verità sembra provata da un consenso universale.

"In tal modo, le parti atrofizzate dell'antico culto
romano erano state eliminate, mentre elementi
stranieri erano venuti a dargli un vigore nuovo,
combinandosi e modificandosi in esso. Questo lavoro
oscuro di decomposizione e di ricostituzione interna
aveva elaborato insensibilmente una religione assai
diversa da quella che Augusto aveva tentato di
restaurare."

A proposito del paganesimo còlto, dobbiamo far cenno
ai principali sviluppi della filosofia greca dopo
Plotoino (205-270 d. C.), il massimo esponente del
pensiero tardo-antico. Plotino aveva insegnato che
l'anima è anzitutto anima cosmica, anima universale,
che lega tutte le cose sensibili mediante un rapporto
profondo di "simpatia" reciproca e controbilancia la
tendenza, propria della materia, a dissolverle e
disperderle. È, quindi, nell'anima che s'incontrano
tempo ed eternità, o meglio è l'anima che genera il
tempo secondo ritmi e pulsazioni. La dottrina
dell'anima cosmica e del nesso profondo tra l'anima
umana e quella universale da una parte, e quella delle
cose sensibili dall'altra, nonché della consonanza e
omogeneità tra macrocosmo e microcosmo spinge Plotino
a ipotizzare la possibilità della loro comprensione
reciproca, in senso profondamente non dualistico.
Plotino combatte ogni concezione antagonistica del
rapporto tra spirito e natura e ciò lo accosta a
correnti del pensiero non duale dell'India antica,
quali il Vedanta o lo Yoga di Patanjali. Coincidenze,
forse, più che casuali, se è vero - come è vero - che
maestro di Plotino era stato quell'Ammonio Sacca
(circa 180-242 d. C.) che pare fosse un Indiano della
casta dei Sakya (la stessa di Buddha). L'anima, poi -
secondo Plotino - si trova di fronte a due vie: quella
di lasciarsi irretire dall'interesse per il sensibile,
restandone irrimediabilmente appesantita e
impastoiata; oppure quella del ritorno e
dell'unificazione verso l'intelligibile. In questa
seconda strada svolgeva un ruolo fondamentale, secondo
l'insegnamento di Platone, l'amore per la bellezza,
capace di attarre l'anima verso il mondo delle idee,
attraverso e non contro (come invece per il pensiero
cristiano) l'eros della corporeità.

I massimi esponenti della scuola neoplatonica sono
Porfirio di Tiro (233 o 234-305), Giamblico di Calcide
in Celesiria (250 ca.-325 ca.), Proclo di
Costantinopoli (410 o 412-485). "Il genio di Plotino -
secondo Léon Robin - era fatto dell'intensità della
sua vita spirituale. Nulla di simile nel Neoplatonismo
posteriore. Esso, al contrario, dissecca il pensiero
del maestro, che organizza in una scolastica dotta.
Difende contro i cristiani la causa della cultura
razionale, di cui la sua filosofia religiosa crede di
essere l'erede. Interpreta metodicamente la filosofia
classica in conformità con i suoi principi. Infine,
fonda su questi un occultismo e una stregoneria
filosofiche."E ancora il Robin, così si esprime sul
primo importante successore di Plotino in ordine
cronologico, Porfirio. "Dopo avere, nella sua
Filosofia degli oracoli e nelle Immagini degli dèi,
esposto la sua concezione dei misteri e della
salvezza, ed elaborato tutto un rituale teurgico di
magia purificatrice, adattò poi le sue concezioni alla
mistica di Plotino e scrisse la sua grande opera
Contro i cristiani di cui questi ultimi, dopo un
secolo e mezzo di polemica, ottennero finalmente la
distruzione. Tutta questa parte della sua opera è
dominata, d'altronde, dalle sue preoccupazioni morali.
Così, se egli raccomanda l'astinenza della carne, è
perché questa pratica ascetica ha un valore etico di
purificazione. Lo stesso dicasi dell'interpretazione
dei poeti nel suo Antro delle Ninfe nell'Odissea".

Porfirio, a differenza di molti altri neopolatonici,
mostra una decisa avversione per la magia e mette in
dubbio tutta la demonologia della sua scuola. Alle sue
obiezioni si risponde con un'opera nota con il titolo,
inesatto, Dei misteri degli Egiziani e attribuita,
altrettanto erroneamente, al celesiro Giamblico che,
sotto Costantino, era considerato il capo della
scuola. Secondo Jakob Burckhardt, che ha parlato, a
tal proposito, di una vera e propria demonizzazione
del paganesimo, qui "si tratta di una mistica del
politeismo, i cui dèi sono stati declassati a dèmoni
di grado diverso e privati di una precisa personalità.
Il contenuto di questo triste pasticcio è, in breve,
una elencazione dei diversi modi di adorare, implorare
e distinguere questi spiriti, di come il saggio caro
agli dèi debba risolversi nel loro culto, e la scuola
neoplatonica del IV secolo si dimostra anche troppo
indulgente verso questo tipo di degenerazione, tanto
da riconoscere nella teurgia un'arma fondamentale
nella lotta contro il cristianesimo." Tale tendenza,
peraltro, è già presente fin dal II e III secolo, in
opere come La vita di Apollonio di Tiana di
Filostrato, che volutamente contrappone la figura del
filosofo-teurgo a quella del Cristo; scritto, pare, su
suggerimento di Giulia Domna, moglie di Settimio
Severo, in funzione apertamente anti-cristiana.
Approfittiamo qui per chiarire, per inciso, che nella
cultura greca il dàimon è un essere soprannaturale
tanto benefico (come quello da cui si diceva ispirato
Socrate) che - più spesso - malefico. Si ricordano, ad
esempio, Eurinomo che divora le carni dei cadaveri;
Empusa, demone notturno che si nutre di carne umana;
Lamia, che divora specialmente i bambini. I primi
scrittori cristiani avevano sottolineato questo
aspetto negativo per inferirne la malvagità di tutti i
dèmoni e, in ultima analisi, di tutti gli dèi del
paganesimo: vedi San Paolo che in II Timoteo, 2,
25-26, afferma che il demonio afferra i pagani nei
suoi lacci per costringerli a fare la sua volontà; e
che, in 1 Corinzi, 10, 20, arriva al punto di
sostenere che i sacrifici resi agli dèi sono, in
realtà, offerte al demonio.

Secondo Chester G. Starr, Giamblico "è una figura di
scarso rilievo a paragone dei grandi teologi
cristiani." Il suo contributo al pensiero di Plotino
consiste principalmente nel porre fra il primo Uno e
le anime particolari un mondo intermedio dello
spirito, presieduto dal secondo Uno e composto da una
complessa gerarchia di ipostasi. Inoltre, sotto
l'influenza delle credenze orientali, inserisce nella
dottrina neoplatonica elementi tratti dagli Oracoli
caldaici, contaminandoli con motivi magico-teurgici.
In ciò egli è coerente con la convinzione che la
filosofia, di per sé, non possa fornire una risposta
alla domanda circa il fine ultimo dell'uomo.

Alla tarda scuola neoplatonica appartengono anche
Desippo, di cui ci resta un commento alle Categorie;
Libanio e Temistio, rètori e studiosi di notevole
levatura; Sallustio, il cui libro Sugli dèi e il mondo
espone come la filosofia neoplatonica possa servire di
base alla religione tradizionale; e l'imperatore
Giuliano, uomo di notevole intelligenza e di grande
cultura, autore di otto orazioni, un'ottantina di
lettere, un'opera satirica (il Convivio) e il
Misopogon, difesa della sua opera religiosa e feroce
invettiva contro la folla cristiana di Antiochia. Con
Proclo giungiamo fin verso la fine del V secolo e,
quindi, oltre i limiti cronologici del nostro
discorso. Basterà dire che Proclo crea un sistema
speculativo entro il quale riesce a fondere
organicamente tutte le acquisizioni filosofiche,
scientifiche e religiose del mondo antico. Ma nel 396
i Goti di Alarico incendiano il Santuario di Eleusi;
nel 415 Ipazia viene assassinata dalla folla cristiana
di Alessandria; nel 489 viene chiusa la scuola
siriaca di Edessa; nel 529 Giustiniano ordina la
chiusura della scuola di Atene e gli ultimi
ellenizzanti, ossia partigiani dell'antica cultura,
cercano rifugio alla corte del re dei Persiani, un
sovrano amico della filosofia: Cosroe.

Vale la pena di soffermarsi sul primo di questi
episodi; e, nel farlo, cediamo la penna al grande
studioso delle religioni Mircea Eliade, che vi ha
scorto un evento epocale. "Nessun avvenimento storico
può meglio indicare la fine 'ufficiale' del paganesimo
se non l'incendio del santuario di Eleusi, attuato nel
396 da Alarico, il re dei Goti; e d'altro lato, nessun
altro esempio può meglio indicare i misteriosi
processi di nascondimento e di continuità della
religiosità pagana. Nel V secolo lo storico Eunapio,
anch'egli iniziato ai Misteri Eleusini, riferisce la
profezia dell'ultimo ierofante legittimo: in presenza
di Eunapio, lo ierofante predice che il suo successore
sarà illegittimo e sacrilego; non sarà neppure
cittadino ateniese e, ancor peggio, sarà uno che,
'consacrato ad altri dèi', sarà legato al suo
giuramento 'di presiedere esclusivamente alle loro
cerimonie'. A causa di tale profanazione il santuario
verrà distrutto e il culto delle Due Dee scomparirà
per sempre.

"In effetti, continua Eunapio, divenne poi ierofante
un alto iniziato ai misteri di Mithra (dove rivestiva
il ruolo di Pater); questi fu l'ultimo ierofante di
Eleusi, perché poco tempo dopo giunsero, attraverso il
passo delle Termopili, i Goti di Alarico, seguiti da
'uomini in nero' (i monaci cristiani), e il più antico
e importante centro religioso d'Europa fu
definitivamente distrutto.

"Tuttavia, se a Eleusi scomparve il rituale
iniziatico, non per questo Demetra abbandonò il luogo
della sua teofania più drammatica; è vero che, nel
resto della Grecia, san Demetrio ne aveva preso il
posto, divenendo il patrono dell'agricoltura, ma a
Eleusi si parlava - e si parla ancora - di santa
Demetra, santa sconosciuta altrove e mai canonizzata.
Fino all'inizio del XIX secolo, i contadini del
villaggio coprivano ritualmente di fiori una statua
della dea, perché essa assicurava la fertilità dei
campi, ma, nonostante la resistenza armata degli
abitanti, la statua fu rimossa nel 1820 da E. D.
Clarke e offerta all'Università di Cambridge. Sempre a
Eleusi, nel 1860, un sacerdote raccontò all'archeologo
F. Lenormand la storia di santa Demetra: era una
vecchia di Atene, cui un 'Turco' aveva rapito la
figlia, che fu tuttavia poi liberata da un prode
pallikar; e nel 1928 Mylonas sentì raccontare questa
stessa storia da una nonagenaria di Eleusi.

"L'episodio più toccante della mitologia cristiana di
Demetra avvenne all'inizio del febbraio 1940 e fu
ampiamente riferito e discusso dalla stampa ateniese.
A una fermata dell'autobus Atene-Corinto salì una
vecchia, 'magra e rinsecchita, ma con grandi occhi
molto vivaci'; poiché non aveva denaro per pagare il
biglietto, il controllore la fece scendere alla
stazione seguente - quella di Eleusi, appunto. Ma il
conducente non riuscì più a mettere in moto l'autobus
e, alla fine, i viaggiatori decisero di fare una
colletta per pagare il biglietto della vecchia. Questa
risalì sull'autobus, che ora poté ripartire. Allora la
vecchia disse: 'Avreste dovuto farlo subito, ma siete
degli egoisti; e già che sono qui, vi voglio dire
ancora una cosa: sarete castigati per il modo in cui
vivete; vi saranno tolte persino l'erba, e l'acqua!'.
'Non aveva ancora finito la sua minaccia - continua
l'autore dell'articolo pubblicato sull'Hestia - ed era
scomparsa… Nessuno l'aveva vista scendere. E si andò a
riguardare il blocchetto dei biglietti per convincersi
che era veramente stato staccato un biglietto.

"Riportiamo a mo' di conclusione, la cauta
osservazione di Charles Picard: 'Credo che, dinanzi a
questo aneddoto, gli ellenisti non potranno fare a
meno di ritornare con la memoria a certi passi del
celebre Inno omerico, dove la madre di Kjore,
tramutatasi in vecchia nel palazzo del re eleusino
Celeo, profetizzava anche in quell'occasione e -
rimproverando gli uomini per la loro empietà -
annunciava, in un impeto di collera, terribili
catastrofi in tutta la regione."

Nell'Occidente latino vi è pure una certa fioritura
filosofico-letteraria della cultura pagana nel IV e V
secolo, anche se meno profonda e originale, sul piano
strettamente specultativo, di quella del mondo
greco-orientale. Si segnalano storici vigorosi come
Ammiano Marcellino, poeti come Decimo Magno Ausonio
(un cristiano assai tiepido, impregnato di cultura
classica), Claudio Claudiano e Rutilio Namaziano;
oratori come Quinto Aurelio Simmaco; traduttori e
commentatori di opere filosofiche come Vettio Agorio
Pretestato, G. Mario Vittorino e Virio Nicomaco
Flaviano (traduttore della già citata Vita di
Apollonio di Tiana di Filostrato e caduto, come si è
detto, nella battaglia del Frigido); grammatici come
Elio Donato ed eruditi come Ambrosio Teodosio Macrobio
e Marziano Felice Capella. Vi è un momento, verso gli
anni '80 del IV secolo, in cui la bilancia fra
cristianesimo in ascesa (ma lacerato da feroci lotte
interne: "lotte di bestie feroci", scrive Ammiano
Marcellino) e paganesimo declinante (ma ancora
relativamente forte, specie nell'Occidente latino)
sembra sospesa in equilibrio. È in tale contesto che
si colloca la disputa sull'Altare della Vittoria, in
cui si affrontano - a distanza - due fra i massimi
esponenti delle rispettive culture e religioni: il
vescovo di Milano, Ambrogio, e il prestigioso oratore
e scrittore Quinto Aurelio Simmaco, praefectus Urbi al
tempo dell'imperatore Graziano (384-385).

Nell'aula della Curia era stata posta da Augusto la
statua della Vittoria (come riferisce Dione Cassio),
presso l'omonimo altare, e vi era rimasta (affermano
Svetonio, Lampridio, Erodiano) fino al IV secolo. Ai
suoi piedi i senatori usavano bruciare l'incenso,
eseguire della musica durante i sacrifici, prestare
giuramento. Rimossa, per breve tempo, all'epoca della
visita a Roma di Costanzo, nel 357; ricollocata subito
dopo o, al più tardi, sotto Giuliano (361-363); era
stata rimossa in maniera formale per volere
dell'imperatore Graziano nel 382, nel contesto di una
più ampia legislazione anti-pagana (abolizione della
carica di Pontifex Maximus; abolizione delle immunità
e delle sovvenzioni statali alle Vestali e ai collegi
sacerdotali). Da Roma, allora, parte per Milano
(allora capitale della pars Occidentis) una
delegazione di senatori per chiedere la revoca del
provvedimento: Graziano, su consiglio di Ambrogio, non
la riceve nemmeno. L'anno dopo, il 383, l'imperatore
cade assassinato - a Lione - per mano dell'usurpatore
Massimo; il nuovo imperatore, Valentiniano II, è un
bambino dodicenne che a stento riesce a conservare
l'Italia, sotto la tutela della madre Giustina (ariana
e, perciò, nemica di Ambrogio. Il debolissimo sovrano,
per reggersi in qualche modo, deve appoggiarsi anche
sull'ancor forte elemento pagano: sono pagani i
comandanti militari Bautone e Rumorido; il prefetto di
Roma, Vettio Agorio Pretestato; il prefetto del
Pretorio, Quinto Aurelio Simmaco. Così, nel 384, una
seconda delegazone senatoria parte per Milano e
Simmaco può leggere la sua orazione davanti al
consistorium e alla presenza dell'imperatore. Orazione
che risulta così abile e pacata, che gli stessi membri
cristiani del Sacro Consiglio sembrano profondamente
scossi e propensi non solo a cedere alla richiesta che
la statua venga ricollocata in Senato, ma che gli
stessi editti anti-pagani di Graziano siano abrogati.

"Restauriamo, quindi, i riti e i culti , che così
lungamente protessero il nostro Stato. Possiamo certo
noverare prìncipi seguaci dell'una e dell'altra fede:
d'essi, i primi han professato la religione dei padri,
altri, più vicini a noi, pur non professandola, non
l'hanno soppressa. Ora, se non serve a voi d'esempio
la religione dei primi, vogliate almeno ispirarvi alla
tolleranza di quegli altri." ("Si exemplum non facit
religio veterum, faciat dissimulatio proximorum"). Un
discorso, dunque, tutto ispirato al valore della
tolleranza, della pacificazione. Ma la reazione di
Ambrogio è immediata e durissima. Scrive una prima
lettera al'imperatore-bambino, chiedendo - di fatto,
ordinando - di avere copia della relazione di Simmaco,
onde poterla studiare con calma (lettera XVII): "Ond'è
che, poiché devi riconoscere che accogliere le
richieste dei gentili vuol dire recare offesa
innanzitutto a Dio e quindi a tuo padre e a tuo
fratello [entrambi defunti], chiedo che tu faccia solo
ciò che può giovare alla tua salvezza presso Dio."
("Unde cum id advertas, imperator, deum primum, inde
patri et fratri iniurias irrogari, si quid tale
decernas, peto ut id facias, quod saluti tuae apud eum
intelligi profuturum"). Una minaccia, dunque, neanche
tanto velata; oltre che una strumentalizzazione della
politica religiosa di Valentiniano I, improntata a
larga ed energica tolleranza. Quindi, avuta dalla
cancelleria imperiale copia della relatio di Simmaco,
Ambrogio indirizza una seconda e più lunga lettera a
Valentiniano II (la XVIII), ancor più energica: "E
invero, a chi asserisce che non seguendo una sola via
è dato penetrare nei segreti recessi dell'Essere, così
replichiamo: quel che voi ignorate, noi l'abbiamo
appreso dalla voce stessa di Dio; e quel che cercate
per incerte vie, noi sappiamo in modo certo dalla
stessa sapienza e verità divina". ("Quod vos
ignoratis, id nos dei voce cognovimus. Et quod vos
suspicionibus quaeritis, nos ex ipsa sapientia dei et
veritate compertum habemus"). E prosegue: "Ma, a
sentir Simmaco, son da restituire i simulacri ai loro
altari, i loro ornamenti ai templi. Ora, perché non
chiedono i gentili coteste cose a quei ch'anno le
stesse loro superstizioni? Un imperatore cristiano non
può onorare che l'altare di Cristo". ("Christianus
imperator aram solius Christi didicit honorare").
Perché vogliono costringere mani pie e labbra fedeli a
porsi a servizio dei loro sacrileghi culti? Risultato:
anche questa volta le speranze dei senatori pagani
finiscono deluse: la statua non viene ripristinata
nella Curia.

Su questa vicenda Fabrizio Canfora, curatore di
un'utile monografia per i tipi dell'editore Sellerio
(citata in bibliografia), opera una sottile
distinzione fra intolleranza repressiva (quella dei
pagani contro i cristiani dei primi tre secoli) e
intolleranza liberatrice (quella dei cristiani che,
diventati padroni dello Stato, son costretti a negarla
a quelle forze conservatrici - i pagani - che non
accettano l'idealità nuova, la più viva e intensa
spiritualità, il messaggio sociale rivolto a sollevare
le masse dalla loro condizione subalterna portato,
appunto, dal cristianesimo. Perché "l'intolleranza
liberatrice" è la sola via che conduce - afferma -,
nelle società umane, alla riduzione e all'eliminazione
progressiva di forme storicamente determinate di
discriminazione, di servitù. Vengono in mente, davanti
a questi argomenti di Canfora, quelli con cui Lenin
giustifica lo scioglimento dell'Assemblea Costituente
nel 1917 (che aveva sonoramente bocciato i bolscevichi
e premiato, invece, i socialrivoluzionari) in nome di
una democrazia proletaria più avanzata della vecchia e
"superata" democrazia borghese. Fabio Canfora
conclude, infatti, testualmente: "è evidente che
tollerante è Simmaco, ma d'una tolleranza, come s'è
definita, repressiva; che intollerante è Ambrogio, ma
d'una intolleranza, per i problemi e le istanze dei
suoi tempi, liberatrice".

Che dire di una tale interpretazione della vicenda
relativa all'Altare dell Vittoria? Secondo noi, è
possibile consentire alle tesi di Canfora ad una sola
condizione: quella di accettare, manicheisticamente,
l'assoluta superiorità morale e sociale del
cristianesimo (ma quale? quello dei Vangeli o quello
di Ambrogio? e quello dei Vangeli canonici o quello
dei Vangeli gnostici?) di fronte a un paganesimo
identificato con quanto di peggio (imperialismo,
schiavitù, violenza) aveva prodotto il mondo antico. È
la tesi, parecchio semplificatrice, di Leopoldo
Montanari: "La rivoluzione cristiana consiste in
questo: essa ha creato un nuovo tipo di uomo,
radicalmente diverso da quello antico… L'uomo vecchio
è l'uomo-istinto, l'uomo-animale da preda, che
considera l'esistenza una lotta continua di tutti
contro tutti, e che vede nella guerra l'attività più
nobile e più alta. Questo tipo di uomo si formò nelle
età più antiche, quando (…) il guerriero diventò
l'uomo-modello, il tipo di uomo più perfetto da
imitare, e il coraggio, la forza fisica, l'astuzia, la
durezza spietata, la crudeltà si affermarono come le
doti più importanti e più pregevoli. Questi ideali
furono ereditati e conservati anche dalle grandi
civiltà antiche. Roma e la Grecia si educarono
leggendo l'Iliade di Omero, il poema della guerra,
degli odî, delle vendette feroci, delle ire
implacabili. Il cristianesimo si oppose radicalmente a
tali idee e creò un nuovo ideale di uomo. L'uomo
cristiano è l'uomo-spirito, cioè un essere che non è
solo istinto ma anche e soprattutto anima. L'esistenza
non deve essere una lotta di tutti contro tutti, ma un
lavoro concorde, compiuto per sopportare con minor
pena le fatiche inevitabili che la vita stessa ci
porta, e per affrontarne insieme i problemi. L'uomo
nuovo, perciò, ci propone come modello non più il
guerriero, ma il lavoratore. Gesù non era forse un
falegname e i suoi primi seguaci, pescatori e
contadini? Le virtù da ammirare e seguire non sono la
forza, il coraggio e l'eroismo guerrieri, ma la
pazienza, la laboriosità, il cuore puro, l'umiltà, il
senso della giustizia. All'ira vendicativa, tanto
celebrata dai poeti classici, si contrappone l'amore e
il perdono…" (da L. Montanari, Storia e civiltà
dell'uomo, Bologna, 1967, vol. 1, p. 286).

Semplificazioni e generalizzazioni eccessive ci
sembrano alla base di questo ragionamento: come se il
cristianesimo, fin dai suoi esordi quale religione
organizzata, fosse stato un radicale e improvviso
voltar pagina; come se, nella sua storia primitiva,
non si trovassero innumerevoli passaggi che
testimoniano come non tutta la purezza, l'innocenza e
la mansuetudine fossero sempre e solo dalla sua parte;
mentre il paganesimo (come vorrebbe San Paolo
nell'Epistola ai Romani) non fu solo e unicamente una
sentina dei più turpi vizi che l'umanità abbia mai
nutrito in seno. Vogliamo ricordare che, nella contesa
per l'elezione pontificaledel 384, i partigiani dei
due opposti candidati, Damaso e Ursino, al termine di
scontri sanguinosi lasciarono decine di cadaveri sulle
strade e nelle chiese di Roma? Che ad Alessandria
d'Egitto, verso il 415, i cristiani della città
assassinarono con crudeltà inaudita, scorticandola con
gli orli taglienti dei gusci d'ostrica, la filosofa
Ipazia, personaggio tanto puro ed eccelso della
cultura neoplatonica che il vescovo Sinesio di Cirene
(cresciuto alla sua scuola), nonostante la differenza
di fede, l'aveva chiamata "sorella, madre, amica e
maestra"? E che nel 383 la Chiesa cattolica aveva
inaugurato la tragica e millenaria tradizione di
mandare al rogo i suoi membri considerati eretici,
bruciando tra le fiamme Priscilliano di Avila sotto
l'accusa di magia e manicheismo? No, decisamente non è
per via empirica (e nemmeno, secondo noi, per via
teorica) che si può legittimamente parlare di
intolleranza liberatrice, espressione intrinsecamente
contraddittoria e politicamente inaccettabile
(vorremmo dire di più: radicalmente anticristiana e
non solo per la giustificazione della violenza, ma per
la sua tortuosa apologia). Del resto, la storia viene
scritta ai vincitori: e Teodosio, con gli editti
anti-pagani fra il 380 e il 390, aveva spento con la
forza il paganesimo. Che poi esso fosse già languente
per propria debolezza, è altra questione; ma non si
può dire che la sua auto-consunzione fosse certa, se
ancora nella più tarda antichità era in grado di
esprimere figure notevoli quali Porfirio, Giamblico e
Proclo. Potremmo dissertare all'infinito circa le
rispettive virtù e i rispettivi limiti delle due
religioni, ma sarebbe un esercizio intellettuale
gratuito; l'unica cosa che potremmo dire è che non
sarebbe storico confrontare il cristianesimo dei
Vangeli con il paganesimo ignorante e superstizioso
del IV o V secolo. Anche il cristianesimo dei primi
secoli ebbe, specialmente dopo Costantino, le sue
folle ignoranti e superstiziose: quelle, per
intenderci, che incendiarono il Serapeion di
Alessandria e che distrussero la celebre biblioteca,
uno dei massimi monumenti della cultura antica. Si può
anzi affermare che fu proprio l'opera dei monaci del
deserto, capaci di infiammare e scatenare le folle
cittadine, a fare del cristianesimo una religione
delle masse e a dargli, in tal modo, quella carica di
aggressività e quella intensità di consensi che gli
avrebbe assicurato la vittoria finale. Ma è noto che
le religioni, come le culture, non scompaiono mai del
tutto; larghi elementi della cultura e della religione
pagana penetrarono nel cristianesimo, specie
attraverso il platonismo, tanto da formare con esso un
tutto unico e indistinguibile. Nasceva così, sullo
scorcio del mondo antico, l'Europa cristiana: ma le
sue radici non erano solo giudeo-cristiane, bensì
anche greco-romane, come l'esempio del culto di santa
Demetra - riferito da Mircea Eliade - bene illustra.
Tanto a livello delle persone colte che a livello
della cultura popolare, il paganesimo non è mai morto:
si è semplicemente trasformato.

Appendice: Una vittoria miracolosa

"La battaglia del fiume Frigido durò vari giorni e
sembrò più volte sul punto d risolversi a favore di
Flavio Eugenio. All'improvviso, però, un forte vento
mise in difficoltà l'esercito ribelle e consegnò la
vittoria all'imperatore: un chiaro segno del favore
divino, secodo gli stoirci cristiani che consideravano
la battaglia come uno scontro tra la superstizione e
la vera fede. Ecco come il monaco Rufino (345-410
circa) ricorda l'episodio.

"Per molto tempo la vittoria fu incerta. I barbari che
prestavano il loro servizio nell'esercito romano erano
allo sbando e fuggivano di fronte al nemico. Ciò non
avvenne affinché Teodosio fosse vinto, ma perché non
sembrasse vincere grazi ai barbari.

"Teodosio, quando vide le sue schiere in fuga, in
piedi su un'alta roccia da dove poteva vedere ed
essere visto dai due eserciti, dopo aver posato le
armi, fece ricorso all'aiuto che gli era più familiare
e, inginocchiato davanti a Dio, disse: 'Dio
onnipotente, tu sai che io ho ingaggiato questa
battaglia nel nome di Cristo tuo Figlio, per compiere
una vendetta che ritengo giusta: se non è così
puniscimi. Ma se sono giunto fin qui per una causa
degna di lode e fidando in te, aiuta i tuoi. Fa' che i
popoli non debbano dire: Dov'è il loro Dio?'

"A stento gli empi crederanno a ciò che accadde. Ma è
provato che, appena l'imperatore rivolse a Dio questa
preghiera, si alzò un vento così forte che le frecce
de nemici tornavano su chi le aveva scagliate. Poiché
il vento soffiava senza tregua con grande violenza,
qualsiasi giavellotto lanciato dal nemico andava a
vuoto; e così l'animo de nemici fu spezzato o
piuttosto divinamente respinto. Eugenio fu portato ai
piedi di Teodosio con le mani legate dietro la
schiena. Fu quella la fine della sua vita e della
battaglia. (Rufino, "Storia ecclesiastica".)

Tratto da PALAZZO, M. –BERGESE, M., Clio
Reporter, La Scuola, 2002, vol. 2, p.54.

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religioni, vol. 1, Torino, 1944.

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«Abusi, i minori non dicono bugie», anche nel caso delle suore...

Corriere della Sera 25.9.07
Annullata la sentenza della Corte d'appello di Brescia
che assolveva due suore del Bergamasco
«Abusi, i minori non dicono bugie»
La Cassazione: attendibili le loro testimonianze.
Facile smascherare le falsità
di Luigi Corvi

ROMA — I bambini piccoli non sanno mentire. E se
dicono qualche bugia sono facilmente smascherabili.
Per questo la loro testimonianza, sino a prova
contraria, è attendibile. Nero su bianco, in 22
pagine, i giudici della Cassazione (terza sezione
penale) hanno fissato un principio destinato a fare
giurisprudenza in un momento in cui, sull'utilizzo dei
bambini come testimoni di abusi sessuali, si accendono
polemiche e scontri tra periti, avvocati e giudici. La
suprema Corte era chiamata a pronunciarsi su un caso
di abusi che due suore, di 60 e 74 anni, avrebbero
compiuto tra 1999 e 2000 su otto bambini (età da 3 a 5
anni) dell'asilo di Cazzano Sant'Andrea, nella
Bergamasca.
Era accaduto che una mamma avesse notato comportamenti
strani del figlio e ne avesse parlato con altre madri,
ma per un anno non era successo nulla. Sino a quando
un altro bimbo, in preda a paure immotivate,
interrogato dai genitori raccontò: «Le suore ci
portano in una stanza buia, ci tolgono le mutandine e
fanno con noi il gioco del coniglietto mentre il
signor Giorno ci riprende con la telecamera».
Successivamente altri bambini, sempre interrogati dai
genitori, aggiunsero particolari via via più scabrosi.
Suor Casta e suor Caterina, questi i nomi delle due
religiose, in tribunale vennero riconosciute colpevoli
e condannate a 9 anni e mezzo di carcere, solo sulla
base dei racconti fatti dai bambini (non furono
trovati riscontri, la stanza buia non fu identificata
e il «signor Giorno » rimase sconosciuto). Difese
dall'avvocato Guglielmo Gu-lotta, le suore fecero però
ricorso e nel 2004 la Corte d'appello di Brescia le
mandò assolte con una sentenza che ruotava
essenzialmente intorno all'asserita inattendibilità
dei piccoli testimoni: «I bambini di questa età sono
facilmente influenzabili, tendono ad adeguarsi alle
aspettative degli interroganti, si lasciano
trasportare dalla fantasia, scambiano la fantasia con
la realtà, facilmente sostituiscono nei loro ricordi
personaggi fantastici con soggetti reali (sono nozioni
di esperienza, che non richiedono particolari
specializzazioni e nemmeno l'ausilio dei periti)».
«Affermazioni stravaganti», «vizi di logica»,
«fragilità discorsiva », «mere disquisizioni psico-
sociologiche», scrivono ora di quella sentenza i
giudici della Cassazione (presidente Guido De Maio)
che il 23 maggio scorso l'hanno annullata, ritenendola
priva di motivazione, con rinvio ad altra sezione
della Corte d'appello di Brescia. Secondo la suprema
Corte, in sostanza, non si possono fare affermazioni
di quel tipo senza il supporto di fatti concreti o di
studi scientifici. «Se la Corte di merito aveva forti
dubbi e riserve sulla capacità a testimoniare di quei
bambini, piuttosto che proclamare in termini
apodittici la loro assoluta inaffidabilità, avrebbe
potuto disporre di una perizia psicologica».
Poco più avanti, citando «la letteratura di un certo
peso dottrinario», i giudici affermano che «non è
agevole pensare a quei piccoli come a persone capaci
di sofisticate bugie e fantasticherie, perché la
regola è che a quell'età sono strutturalmente incapaci
di occultare o riprodurre falsamente i fatti di quelle
prime esperienze». E se anche dovessero scappare delle
bugie, queste «sono senza malizia, grossolane,
trasparenti, ma soprattutto fuggevoli e agevolmente
smascherabili».

Procreazione assistita, Se la legge fa autogol

l'Unità 26.9.07
Procreazione assistita
Se la legge fa autogol
di Carlo Flamigni

La famigerata legge 40, quella che detta le norme in
materia di procreazione medicalmente assistita,
recita, all'articolo 13, che «la ricerca clinica e
sperimentale su ciascun embrione umano è consentita a
condizione che si perseguano finalità esclusivamente
terapeutiche e diagnostiche ad essa collegate volte
alla tutela della salute e allo sviluppo dell'embrione
stesso e qualora non siano disponibili metodologie
alternative». In altri termini: mai.
Nell'articolo 14, quello dunque immediatamente
successivo, al punto 5, si legge invece che «i
soggetti di cui all'articolo 5 (cioè i genitori) sono
informati sul numero e, su loro richiesta, sullo stato
di salute degli embrioni prodotti e da trasferire
nell'utero».
Non vorrei sembrare maleducato, ma mi pare evidente
che chi ha scritto questa legge soffra di lunghe pause
cognitive, come dimostra la palese incompatibilità tra
i due articoli: nell'articolo 13 si nega alle coppie
la possibilità di eseguire indagini pre-impiantatorie
sui propri embrioni, un divieto del quale l'articolo
14 sembra farsi beffe.
Provo a spiegare questo punto, a totale beneficio
della senatrice Binetti.
La norma riconosce alle coppie il diritto di essere
informate sulla salute degli embrioni prodotti: non
dice ootidi, zigoti, blastocisti, dice embrioni. Ora,
mentre per sapere se un ootide è normale può anche
bastare (entro precisi limiti, ma non voglio
complicare il discorso) l'analisi al microscopio,
quella consentita dalla legge (ci sono tre pronuclei
invece di due? Buttiamo via tutto o ci metteremo nei
guai) l'unico modo per conoscere le condizioni di
salute di un embrione è l'analisi genetica. Capisco
che una parte dei cattolici non voglia ammettere
l'esistenza dell'ootide, ma l'idea piace al cardinale
Martini e questo mi basta. Che poi il Vaticano abbia
il diritto di correggere i termini della biologia e lo
eserciti al punto di costringere i suoi più illustri
genetisti a cambiare idea sul significato delle parole
mi può anche andar bene, purché si conceda ai biologi
laici un analogo diritto di critica in materia di
esegesi biblica. Se vuoi che un'amicizia si
mantenga...
Dunque , ad avviso di molti, la legge 40 ammette la
diagnosi genetica pre-impiantatoria e non solo per la
ragione che ho citato. Esiste ad esempio un problema
di congruità pragmatica: una donna che si vede
rifiutare questo accertamento avrà poi modo di
eseguire le stesse indagini, in gravidanza, sul feto e
di decidere di interrompere la gravidanza se lo
scoprirà malato, spero che a nessuno sfugga la
crudeltà inutile del primo diniego. Inoltre in queste
circostanza è certamente a rischio la salute
psicologica della donna e vorrei ricordare che una
sentenza della Consulta di circa trent'anni or sono
afferma che deve essere privilegiata la salute e
l'interesse di chi è già persona nei confronti di chi
persona deve ancora diventare.
Nel 2005 una coppia di coniugi di Quartu Sant'Elena
portatrice di una comune anomalia genetica (l'anemia
mediterranea) aveva fatto ricorso contro il divieto di
eseguire una diagnosi pre-impiantatoria con istanza
d'urgenza presentata al Tribunale di Cagliari. Il
magistrato aveva passato gli atti alla Consulta, la
quale aveva dichiarato inammissibile la questione di
legittimità perché non posta correttamente. Ricordo il
commento del professor Emilio Dolcini, ordinario di
diritto penale nell'Università di Milano, il quale
aveva interpretato la sentenza come una sorta di
incitamento a ripresentare il ricorso presso un
tribunale ordinario, cosa che è poi stata regolarmente
fatta. Per quanto posso capire, il giudice ha ritenuto
di dover privilegiare il diritto della donna alla
salute e all'informazione sulle condizioni di salute
del nascituro, anche e soprattutto alla luce dei
principi costituzionali che ho appena citato. Scelta,
a mio avviso, logica, razionale e piena di buon senso.
Mi attendevo le solite convulsioni cattoliche, ma
debbo confessare che chi mi da le maggiori
soddisfazioni è, come sempre, Paola Binetti, la quale
chiama in causa la dichiarazione di inammissibilità
della Corte Costituzionale del 2005, della quale non
ha evidentemente capito una parola. Ho per la
senatrice Binetti una forte simpatia personale (mia
moglie lo sa) e, se continua a darmi queste
soddisfazioni, non vedo come potrò evitare di
chiederle di farmi entrare nel suo nuovo partito.
Molti mi chiedono come si potrà andare avanti a
partire da questa piccola vittoria. Anzitutto credo
che il tempo dei ricorsi non sia ancora terminato e mi
auguro che prima o poi si porti al magistrato- ma in
termini più corretti di quelli usati in passato - la
questione dell'ootide, l'oocita fecondato nel quale
non si è ancora formato un genoma unico e che la legge
tedesca, la legge svizzera e un grande numero di
teologi cattolici considera «fase pre-zigotica e
perciò pre-embrionale». Bisogna però trovare un
sinonimo di ootide, termine in molti sensi non grato
ai cattolici: nel sito di «Verità e Vita», nella parte
dedicata all'«antilingua» il povero ootide figura come
«ootite (sic)», che potrebbe aver a che fare con il
mal d'orecchi. Una volta questi si chiamavano autogol.
In secondo luogo deve diventare chiaro a tutti che una
donna ha il diritto di rifiutare il trasferimento di
tre embrioni e che a seguito di questo rifiuto il
medico non può che congelare l'embrione o gli embrioni
che la donna non ha voluto accogliere nel proprio
grembo. In tempi lunghi, mi sembra che la soluzione
più logica sia quella di tornare a proporre ai
cittadini italiani la solita domanda: ma proprio la
volete una legge così stupida e così ingiusta?
In tempi brevi, poco da fare :mi sembra che continui a
prevalere l'ormai cronico atteggiamento di rispettosa
e modesta rassegnazione che la maggior parte dei
parlamentari ha deciso di assumere quando deve
confrontarsi, anche da grande distanza, con un
qualsiasi rappresentante del Vaticano, Guardie
Svizzere incluse. E non mi pare che il Ministero della
Salute possa attualmente essere considerato un tempio
della laicità, considerate le recenti proposte di
adozione per la nascita e i peana in onore di chi
accetta un figlio malformato , che alle mie orecchie
suonano come sgradevoli e inattese condanne a che ha
invece deciso diversamente e che, perbacco,
meriterebbe un po' più di rispetto. Perché, vedete
compagni, se vogliamo che il Paese possa respirare la
pulita e trasparente aria della laicità bisogna che i
nostri attuali politici passino tutti (o quasi tutti)
a miglior vita. No, non sto affatto pensando a una
epidemia, mi auguro solo che divengano tutti così
ricchi da decidere collettivamente di trasferirsi
nelle Hawai, dove sembra - dico sembra, non ho prove
concrete - che la vita sia senz'altro migliore.

I conti della Chiesa

Repubblica 28.9.07
Ogni anno dallo Stato circa 4 miliardi
I conti della Chiesa ecco quanto ci costa
di Curzio Maltese

Su 5 euro incassati dal gettito Irpef, 1 va alla
carità. Il resto tra culto e immobili
La gestione dei fondi "imbriglia" il dibattito. "Fuori
dal coro parlano solo ex vescovi..."

«Quando sono arrivato alla Cei, nel 1986, si trovavano
a malapena i soldi per pagare gli stipendi di quattro
impiegati». Camillo Ruini non esagera. A metà anni
Ottanta le finanze vaticane sono una scatola vuota e
nera. Un anno dopo l´arrivo di Ruini alla Cei,
soltanto il passaporto vaticano salva il presidente
dello Ior, monsignor Paul Marcinkus, dall´arresto per
il crack del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi. La
crisi economica è la ragione per cui Giovanni Paolo II
chiama a Roma il giovane vescovo di Reggio Emilia,
allora noto alle cronache solo per aver celebrato il
matrimonio di Flavia Franzoni e Romano Prodi, ma
dotato di talento manageriale. Poche scelte si
riveleranno più azzeccate. Nel "ventennio Ruini",
segretario dall´86 e presidente dal ´91, la Cei si è
trasformata in una potenza economica, quindi mediatica
e politica. In parallelo, il presidente dei vescovi ha
assunto un ruolo centrale nel dibattito pubblico
italiano e all´interno del Vaticano, come mai era
avvenuto con i predecessori, fino a diventare il
grande elettore di Benedetto XVI.
Le ragioni dell´ascesa di Ruini sono legate
all´intelligenza, alla ferrea volontà e alle
straordinarie qualità di organizzatore del
personaggio. Ma un´altra chiave per leggerne la
parabola si chiama "otto per mille". Un fiume di soldi
che comincia a fluire nelle casse della Cei dalla
primavera del 1990, quando entra a regime il prelievo
diretto sull´Irpef, e sfocia ormai nel mare di un
miliardo di euro all´anno. Ruini ne è il dominus
incontrastato. Tolte le spese automatiche come gli
stipendi dei preti, è il presidente della conferenza
episcopale, attraverso pochi fidati collaboratori, ad
avere l´ultima parola su ogni singola spesa, dalla
riparazione di una canonica alla costruzione di una
missione in Africa agli investimenti immobiliari e
finanziari.
Dall´otto per mille, la voce più nota, parte
l´inchiesta di Repubblica sul costo della chiesa
cattolica per gli italiani. Il calcolo non è semplice,
oltre che poco di moda. Assai meno di moda delle
furenti diatribe sul costo della politica. Il "prezzo
della casta" è ormai calcolato in quattro miliardi di
euro all´anno. "Una mezza finanziaria" per "far
mangiare il ceto politico". "L´equivalente di un Ponte
sullo Stretto o di un Mose all´anno".
Alla cifra dello scandalo, sbattuta in copertina da Il
Mondo e altri giornali, sulla scia di La Casta di
Rizzo e Stella e Il costo della democrazia di Salvi e
Villone, si arriva sommando gli stipendi di 150 mila
eletti dal popolo, dai parlamentari europei all´ultimo
consigliere di comunità montane, più i compensi dei
quasi trecentomila consulenti, le spese per il
funzionamento dei ministeri, le pensioni dei politici,
i rimborsi elettorali, i finanziamenti ai giornali di
partito, le auto blu e altri privilegi, compresi
buvette e barbiere di Montecitorio.
Per la par condicio bisognerebbe adottare al "costo
della Chiesa" la stessa larghezza di vedute. Ma si
arriverebbe a cifre faraoniche quanto approssimative,
del genere strombazzato nei libelli e in certi siti
anticlericali.
Con più prudenza e realismo si può stabilire che la
Chiesa cattolica costa in ogni caso ai contribuenti
italiani almeno quanto il ceto politico. Oltre quattro
miliardi di euro all´anno, tra finanziamenti diretti
dello Stato e degli enti locali e mancato gettito
fiscale. La prima voce comprende il miliardo di euro
dell´otto per mille, i 650 milioni per gli stipendi
dei 22 mila insegnanti dell´ora di religione («Un
vecchio relitto concordatario che sarebbe da abolire»,
nell´opinione dello scrittore cattolico Vittorio
Messori), altri 700 milioni versati da Stato ed enti
locali per le convenzioni su scuola e sanità. Poi c´è
la voce variabile dei finanziamenti ai Grandi Eventi,
dal Giubileo (3500 miliardi di lire) all´ultimo raduno
di Loreto (2,5 milioni di euro), per una media annua,
nell´ultimo decennio, di 250 milioni. A questi due
miliardi 600 milioni di contributi diretti alla Chiesa
occorre aggiungere il cumulo di vantaggi fiscali
concessi al Vaticano, oggi al centro di un´inchiesta
dell´Unione Europea per "aiuti di Stato". L´elenco è
immenso, nazionale e locale. Sempre con prudenza si
può valutare in una forbice fra 400 ai 700 milioni il
mancato incasso per l´Ici (stime "non di mercato"
dell´associazione dei Comuni), in 500 milioni le
esenzioni da Irap, Ires e altre imposte, in altri 600
milioni l´elusione fiscale legalizzata del mondo del
turismo cattolico, che gestisce ogni anno da e per
l´Italia un flusso di quaranta milioni di visitatori e
pellegrini. Il totale supera i quattro miliardi
all´anno, dunque una mezza finanziaria, un Ponte sullo
Stretto o un Mose all´anno, più qualche decina di
milioni.
La Chiesa cattolica, non eletta dal popolo e non
sottoposta a vincoli democratici, costa agli italiani
come il sistema politico. Soltanto agli italiani,
almeno in queste dimensioni. Non ai francesi, agli
spagnoli, ai tedeschi, agli americani, che pure pagano
come noi il "costo della democrazia", magari con
migliori risultati.
Si può obiettare che gli italiani sono più contenti di
dare i soldi ai preti che non ai politici, infatti se
ne lamentano assai meno. In parte perché forse non lo
sanno. Il meccanismo dell´otto per mille sull´Irpef,
studiato a metà anni Ottanta da un fiscalista
all´epoca "di sinistra" come Giulio Tremonti,
consulente del governo Craxi, assegna alla Chiesa
cattolica anche le donazioni non espresse, su base
percentuale. Il 60 per cento dei contribuenti lascia
in bianco la voce "otto per mille" ma grazie al 35 per
cento che indica "Chiesa cattolica" fra le scelte
ammesse (le altre sono Stato, Valdesi, Avventisti,
Assemblee di Dio, Ebrei e Luterani), la Cei si
accaparra quasi il 90 per cento del totale. Una
mostruosità giuridica la definì già nell´84 sul Sole
24 Ore lo storico Piero Bellini.
Ma pur considerando il meccanismo "facilitante"
dell´otto per mille, rimane diffusa la convinzione che
i soldi alla Chiesa siano ben destinati, con un ampio
"ritorno sociale". Una mezza finanziaria, d´accordo,
ma utile a ripagare il prezioso lavoro svolto dai
sacerdoti sul territorio, la fatica quotidiana delle
parrocchie nel tappare le falle sempre più evidenti
del welfare, senza contare l´impegno nel Terzo Mondo.
Tutti argomenti veri. Ma "quanto" veri?
Fare i conti in tasca al Vaticano è impresa disperata.
Ma per capire dove finiscono i soldi degli italiani
sarà pur lecito citare come fonte insospettabile la
stessa Cei e il suo bilancio annuo sull´otto per
mille. Su cinque euro versati dai contribuenti, la
conferenza dei vescovi dichiara di spenderne uno per
interventi di carità in Italia e all´estero
(rispettivamente 12 e 8 per cento del totale). Gli
altri quattro euro servono all´autofinanziamento.
Prelevato il 35 per cento del totale per pagare gli
stipendi ai circa 39 mila sacerdoti italiani, rimane
ogni anno mezzo miliardo di euro che il vertice Cei
distribuisce all´interno della Chiesa a suo
insindacabile parere e senza alcun serio controllo,
sotto voci generiche come "esigenze di culto", "spese
di catechesi", attività finanziarie e immobiliari.
Senza contare l´altro paradosso: se al "voto"
dell´otto per mille fosse applicato il quorum della
metà, la Chiesa non vedrebbe mai un euro.
Nella cultura cattolica, in misura ben maggiore che
nelle timidissime culture liberali e di sinistra, è in
corso da anni un coraggioso, doloroso e censuratissimo
dibattito sul "come" le gerarchie vaticane usano il
danaro dell´otto per mille «per troncare e sopire il
dissenso nella Chiesa». Una delle testimonianze
migliori è il pamphlet "Chiesa padrona" di Roberto
Beretta, scrittore e giornalista dell´Avvenire, il
quotidiano dei vescovi. Al capitolo "L´altra faccia
dell´otto per mille", Beretta osserva: «Chi gestisce i
danari dell´otto per mille ha conquistato un enorme
potere, che pure ha importantissimi risvolti
ecclesiali e teologici». Continua: «Quale vescovo per
esempio – sapendo che poi dovrà ricorrere alla Cei per
i soldi necessari a sistemare un seminario o a
riparare la cattedrale – alzerà mai la mano in
assemblea generale per contestare le posizioni della
presidenza?». «E infatti – conclude l´autore – i soli
che in Italia si permettono di parlare schiettamente
sono alcuni dei vescovi emeriti, ovvero quelli ormai
in pensione, che non hanno più niente da perdere…».
A scorrere i resoconti dei convegni culturali e le
pagine di "Chiesa padrona", rifiutato in blocco
dall´editoria cattolica e non pervenuto nelle librerie
religiose, si capisce che la critica al "dirigismo" e
all´uso "ideologico" dell´otto per mille non è affatto
nell´universo dei credenti. Non mancano naturalmente i
"vescovi in pensione", da Carlo Maria Martini, ormai
esiliato volontario a Gerusalemme, a Giuseppe Casale,
ex arcivescovo di Foggia, che descrive così il nuovo
corso: «I vescovi non parlano più, aspettano l´input
dai vertici… Quando fanno le nomine vescovili
consultano tutti, laici, preti, monsignori, e poi
fanno quello che vogliono loro, cioè chiunque salvo il
nome che è stato indicato». Il già citato Vittorio
Messori ha lamentato più volte "il dirigismo", "il
centralismo" e "lo strapotere raggiunto dalla
burocrazia nella Chiesa". Alfredo Carlo Moro, giurista
e fratello di Aldo, in uno degli ultimi interventi
pubblici ha lanciato una sofferta accusa: «Assistiamo
ormai a una carenza gravissima di discussione nella
Chiesa, a un impressionante e clamoroso silenzio;
delle riunioni della Cei si sa solo ciò che dichiara
in principio il presidente; i teologi parlano solo
quando sono perfettamente in linea, altrimenti
tacciono».
La Chiesa di vent´anni fa, quella in cui Camillo Ruini
comincia la sua scalata, non ha i soldi per pagare gli
impiegati della Cei, con le finanze scosse dagli
scandali e svuotate dal sostegno a Solidarnosc. La
cultura cattolica si sente derisa dall´egemonia di
sinistra, ignorata dai giornali laici, espulsa
dall´universo edonista delle tv commerciali, perfino
ridotta in minoranza nella Rai riformata. Eppure è una
Chiesa ancora viva, anzi vitalissima. Tanto pluralista
da ospitare nel suo seno mille voci, dai teologi della
liberazione agli ultra tradizionalisti seguaci di
monsignor Lefebrve. Capace di riconoscere movimenti di
massa, come Comunione e Liberazione, e di "scoprire"
l´antimafia, con le omelie del cardinale Pappalardo,
il lavoro di don Puglisi a Brancaccio, l´impegno di
don Italo Calabrò contro la 'ndrangheta.
Dopo vent´anni di "cura Ruini" la Chiesa all´apparenza
scoppia di salute. È assai più ricca e potente e
ascoltata a Palazzo, governa l´agenda dei media e
influisce sull´intero quadro politico, da An a
Rifondazione, non più soltanto su uno. Nelle
apparizioni televisive il clero è secondo soltanto al
ceto politico. Si vantano folle oceaniche ai raduni
cattolici, la moltiplicazione dei santi e dei
santuari, i record di audience delle fiction di tema
religioso. Le voci di dissenso sono sparite. Eppure le
chiese e le sagrestie si svuotano, la crisi di
vocazioni ha ridotto in vent´anni i preti da 60 a 39
mila, i sacramenti religiosi come il matrimonio e il
battesimo sono in diminuzione.
Il clero è vittima dell´illusoria equazione mediatica
"visibilità uguale consenso", come il suo gemello
separato, il ceto politico. Nella vita reale rischia
d´inverarsi la terribile profezia lanciata trent´anni
fa da un teologo progressista: «La Chiesa sta
divenendo per molti l´ostacolo principale alla fede.
Non riescono più a vedere in essa altro che
l´ambizione umana del potere, il piccolo teatro di
uomini che, con la loro pretesa di amministrare il
cristianesimo ufficiale, sembrano per lo più
ostacolare il vero spirito del cristianesimo». Quel
teologo si chiamava Joseph Ratzinger.


(Hanno collaborato Carlo Pontesilli e Maurizio Turco

Dove finisce l'otto per mille

Repubblica 3.10.07
Dove finisce l'otto per mille segreto da un miliardo
di euro
di Curzio Maltese

Nove milioni per la campagna pubblicitaria sullo
tsunami ma alle vittime è andato solo un terzo. E alla
fine l´ottanta per cento dei contributi assegnati
rimane alla Chiesa cattolica

Le campagne dell´«otto per mille» della Chiesa
cattolica, che ogni primavera invadono ´etere, Rai,
Mediaset e radio nazionali, sono considerate nel mondo
pubblicitario un modello di comunicazione. Ben girate,
splendida fotografia, musiche di Morricone, storie
efficaci, a volte indimenticabili. Chi non ricorda
quella del 2005, imperniata sulla tragedia dello
tsunami? Lo spot apre su un fragile villaggio di
capanne, dalla spiaggia i pescatori scalzi scrutano
l´orizzonte cupo. Voce fuori campo: «Quel giorno dal
mare è arrivata la fine, l´onda ha trasformato tutto
in nulla». Stacco sul logo dell´otto per mille: «Poi
dal niente, siete arrivati voi. Le vostre firme si
sono trasformate in barche e reti». Zoom su barche e
reti. «Barche e reti capaci di crescere figli e
pescare sorrisi». Slogan: «Con l´otto per mille alla
Chiesa cattolica, avete fatto tanto per molti». Un
capolavoro.
La campagna 2005, affidata come le precedenti alla
multinazionale Saatchi & Saatchi, secondo Il Sole 24
Ore è costata alla Chiesa nove milioni di euro. Il
triplo di quanto la Chiesa ha poi donato alle vittime
dello tsunami, tre milioni (fonte Cei), lo 0,3 per
cento della raccolta. Nello stesso anno, l´Ucei,
l´unione delle comunità ebraiche italiane, versò per
lo Sri Lanka e l´Indonesia 200 mila euro, il 6 per
cento dell´«otto per mille». Un´offerta in proporzione
venti volte superiore, in un´area dove non esistono
comunità ebraiche.
Gli spot della Chiesa cattolica sono per la
maggioranza degli italiani l´unica fonte
d´informazione sull´otto per mille. Consegue una serie
di pregiudizi assai diffusi. Credenti e non credenti
sono convinti che la Chiesa cattolica usi i fondi
dell´otto per mille soprattutto per la carità in
Italia e nel terzo mondo. Le due voci occupano la
totalità dei messaggi, ma costituiscono nella realtà
il 20 per cento della spesa reale, come conferma
Avvenire, che pubblica per la prima volta il resoconto
sul numero del 29 settembre. L´80 per cento del
miliardo di euro rimane alla Chiesa cattolica.
Tanto meno gli spot cattolici si occupano d´informare
che le quote non espresse nella dichiarazione dei
redditi, il 60 per cento, vengono comunque assegnate
sulla base del 40 per cento di quanto è stato espresso
e finiscono dunque al 90 per cento nelle casse della
Cei. Questo compito in effetti spetterebbe allo Stato
italiano. Lo Stato avrebbe dovuto illustrare e
giustificare ai cittadini un meccanismo tanto
singolare di «voto fiscale», unico fra i paesi
concordatari. In Spagna per esempio le quote non
espresse nel «cinque per mille» restano allo Stato. In
Germania lo Stato si limita a organizzare la raccolta
dei cittadini che possono scegliere di versare l´8 o 9
per cento del reddito alla Chiesa cattolica o luterana
o ad altri culti.
Il principio dell´assoluta volontarietà è la regola
nel resto d´Europa. Lo Stato italiano lo adotta
infatti per il «cinque per mille». Anzi, fa di peggio.
Il «cinque per mille» è nato nel 2006 per destinare
appunto lo 0,5 dell´Irpef (660 milioni di euro, stima
ufficiale delle Entrate) a ricerca e volontariato. Nel
primo (e unico) anno hanno aderito il 61 per cento dei
contribuenti, contro il 40 dell´ «otto per mille»: un
successo enorme. Le sole quote volontarie ammontano a
oltre 400 milioni. Ma con la Finanziaria del 2007 il
governo ha deciso di porre un tetto di 250 milioni al
fondo, che si chiama sempre «cinque per mille» ma è
ridotto nei fatti a meno del due. Le quote eccedenti
verranno prelevate dall´erario. Con una mano lo Stato
dunque regala 600 milioni di quote non espresse alla
Cei e con l´altra sottrae 150 milioni di quote
espresse a favore di onlus e ricerca. Nella stessa
pagina del modulo 730 il «voto fiscale» espresso da un
cittadino in alto a favore delle chiese vale in
termini economici quattro volte il voto nel «cinque
per mille». Perché due pesi e due misure?
Lo Stato in diciassette anni non ha speso una parola
pubblica, uno spot, una pubblicità Progresso, per
spiegare il senso, il meccanismo e la destinazione
reale dell´otto per mille. Ed è l´unico «concorrente»
che ne avrebbe i mezzi, oltre al dovere morale. Gli
altri (Valdesi, Ebrei, Luterani, Avventisti, Assemblee
di Dio) dispongono di fondi minimi per la pubblicità,
peraltro regolarmente denunciati nei resoconti. Mentre
la Chiesa cattolica è l´unica a non dichiarare le
spese pubblicitarie, riprova di scarsa trasparenza.
L´unica voce a rompere il silenzio dello Stato fu nel
1996 quella di una cattolica, come spesso accade, la
diessina Livia Turco, allora ministro per la
Solidarietà. Turco propose di destinare la quota
statale di otto per mille a progetti per l´infanzia
povera. Il «cassiere» pontificio, monsignor Attilio
Nicora, rispose che «lo Stato non doveva fare
concorrenza scorretta alla Chiesa». Fine del
dibattito. Oggi Livia Turco ricorda: «Nella mia
ingenuità, pensavo che la mia proposta incontrasse il
favore di tutti, compresa la Chiesa. L´Italia è il
paese continentale con la più alta percentuale di
povertà infantile. Al contrario la reazione della
Chiesa fu durissima, infastidita, e dalla politica fui
subito isolata. Ho vissuto quella vicenda con grande
amarezza».
La politica non ha mai più osato fare «concorrenza»
alla Chiesa cattolica, anzi l´ha favorita con un
pessimo uso del fondo. Nel 2004 i media hanno dato
grande risalto alla trovata del governo Berlusconi di
utilizzare 80 dei 100 milioni ricevuti dall´otto per
mille per finanziare le missioni militari, in
particolare in Iraq. Degli altri venti milioni, quasi
la metà (44,5 per cento) sono finiti nel restauro di
edifici di culto, quindi ancora alla Chiesa. La
percentuale di «voti» allo Stato italiano è crollata
dal 23 per cento del 1990 all´8,3 del 2006.
All´atteggiamento remissivo dello Stato italiano ha
fatto da contraltare una crescente aggressività da
parte delle gerarchie ecclesiastiche e soprattutto dei
politici al seguito, cattolici e neo convertiti, nel
rivendicare il denaro pubblico. In agosto, quando la
commissione europea ha chiesto lumi al governo Prodi
sui privilegi fiscali del Vaticano, nell´ipotesi si
tratti di «aiuti di Stato» mascherati, l´ex ministro
Roberto Calderoli, già protagonista delle battaglie
anticlericali della Lega anni Novanta, ha chiesto al
Papa di «scomunicare l´Unione Europea». Rocco
Buttiglione ha avanzato un argomento in disuso fra gli
intellettuali dai primi del '900, ma oggi di gran
moda. Secondo il quale i privilegi concessi dalla
Stato al Vaticano sarebbero «una compensazione per la
confisca dei beni ecclesiastici dello Stato
Pontificio».
Un revanscismo già sepolto dalla Chiesa del Concilio.
Nel 1970 Paolo VI aveva «festeggiato» con la visita in
Campidoglio la breccia di Porta Pia: «atto della
Provvidenza», una «liberazione» per la Chiesa da un
potere temporale che ne ostacolava l´autentica
missione. Joseph Ratzinger scrive ne «Il sale della
terra»: «Purtroppo nella storia è sempre capitato che
la Chiesa non sia stata capace di allontanarsi da sola
dai beni materiali, ma che questi le siano stati tolti
da altri; e ciò, alla fine, è stata per lei la
salvezza».
La legge 222 del 1985 istitutiva dell´otto per mille,
perlopiù sconosciuta ai polemisti, in ogni caso non
accenna ad alcuna forma di «risarcimento» per le
confische (argomento insensato nell´Italia di
vent´anni fa). Lo scopo primario della legge di
revisione del Concordato fascista del '29 era di
garantire un sostituto della «congrua», ovvero lo
stipendio di Stato ai sacerdoti. Nei primi anni lo
Stato s´impegnava infatti a integrare l´otto per
mille, fino a 407 miliardi, nel caso di una raccolta
insufficiente per pagare gli stipendi. In cambio il
Vaticano accettava che una commissione bilaterale
valutasse ogni tre anni l´ipotesi di ridurre l´otto
per mille nel caso contrario di un gettito eccessivo.
Ora, dal 1990 al 2007, l´incasso per la Cei è
quintuplicato e la spesa per gli stipendi dei preti,
complice la crisi di vocazioni, è scesa alla metà, dal
70 al 35 per cento. Eppure la commissione
italo-vaticana non ha mai deciso un adeguamento.
Perché? Senza avventurarsi in filosofia del diritto,
si può forse raccontare il percorso di uno dei
componenti laici della commissione, Carlo Cardia. Il
professor Cardia, insigne giurista di formazione
comunista, consigliere di Enrico Berlinguer e Pietro
Ingrao, ha esordito da fiero «difensore del diritto
negato in Italia all´ateismo» («Ateismo e libertà
religiose», De Donato, 1973). Nel 2001 è Cardia a
invocare una riduzione dell´otto per mille, in un
saggio pubblicato dalla presidenza del consiglio:
«Dall´otto per mille derivano ormai alla Chiesa
cattolica, meglio: alla Cei, delle somme veramente
ingenti, che hanno superato ogni previsione. Si parla
ormai di 900-1000 miliardi l´anno di lire. Il livello
è tanto più alto in quanto il fabbisogno per il
sostentamento del clero non supera i 400-500 miliardi.
Ciò vuol dire che la Cei ha la disponibilità annua di
diverse centinaia per finalità chiaramente
"secondarie" rispetto a quella primaria del
sostentamento del clero; e che lievitando così il
livello del flusso finanziario si potrebbe presto
raggiungere il paradosso per il quale è proprio il
sostentamento del clero ad assumere il ruolo di
finalità secondaria».
Previsione perfetta. «Tutto ciò - concludeva Cardia -
porterebbe a vere e proprie distorsioni nell´uso del
danaro da parte della Chiesa cattolica; e, più in
generale, riaprirebbe il capitolo di un finanziamento
pubblico irragionevole che potrebbe raggiungere la
soglia dell´incostituzionalità se riferito al valore
della laicità quale principio supremo
dell´ordinamento».
Nel tempo il professor Cardia è diventato illustre
collaboratore di Avvenire, il giornale dei vescovi. I
suoi temi sono cambiati: l´apologia del rapporto fra i
giovani e Benedetto XVI, la lotta ai Dico,
l´esaltazione del Family Day. Ciascuno naturalmente ha
il diritto di cambiare idea. Ma è opportuno che,
avendole cambiate sul giornale della Cei, continui a
far parte di una commissione governativa chiamata a
stabilire quanti soldi lo Stato deve versare alla Cei?
Nell´ultimo editoriale su Avvenire il professor Cardia
tuona contro l´inchiesta di Repubblica, «una delle più
colossali operazioni di disinformazione degli ultimi
tempi».
Senza contestare nel merito un singolo dato, nega con
veemenza che la Chiesa costi troppo agli italiani e
s´indigna per «l´indecente» accostamento con la
«casta». E´ lo stesso professor Cardia che il 20
febbraio scorso dichiara in un´intervista: «Io
porterei la quota dell´otto per mille al sette, vista
l´imponente massa di danaro che smuove. Basti pensare
che dall´84 a oggi nessuno, se non per controversie
politiche, vi ha posto mano».
Con le altre confessioni lo Stato è assai meno
generoso. In risposta a un´interrogazione dei soliti
radicali, nel luglio scorso il ministro Vannino Chiti
ha citato come prova della bontà del meccanismo «il
fatto che anche i valdesi hanno chiesto e ottenuto le
quote non espresse». Chiesto sì, ottenuto mai.
Incontro la «moderatrice» della Tavola Valdese, Maria
Bonafede, il «Ruini» dei valdesi, nella modesta sede
vicino alla Stazione Termini. «Per motivi etici
avevamo rinunciato alle quote non espresse, ma nel
2000, visto l´uso che ne faceva lo Stato, le abbiamo
chiese. Abbiamo incontrato governi di destra e di
sinistra, il vecchio Letta e il nuovo. Ogni volta ci
rinviano. Se la ottenessimo oggi, la vedremmo solo nel
2010. Lo Stato anticipa i soldi alla Cei, ma agli
altri li versa con tre anni di ritardo».
Ai valdesi sono andati nel 2006 circa 5 milioni 700
mila euro, ma avrebbero diritto a oltre 13 milioni. Il
resto lo trattiene lo Stato. La Tavola Valdese usa i
soldi dell´otto per mille al 94 per cento per la
carità e il rimanente alla pubblicità. I pastori
valdesi vivono delle donazioni spontanee. Lo stipendio
base, uguale dalla «moderatrice» all´ultimo pastore, è
di 650 euro al mese. Maria Bonafede spiega: «I soldi
dell´otto per mille arrivano dalla società e vi
debbono tornare. Se una Chiesa non riesce a mantenersi
con le libere offerte, è segno che Dio non vuole farla
sopravvivere».


(hanno collaborato Carlo Pontesilli e Maurizio Turco)

Wednesday, October 03, 2007

conferenza su Reitia e i Veneti antichi

VENERDI 5 OTTOBRE
A TREVISO
ORE 18.30
PALAZZO RINALDI, Piazza Rinaldi, 1/A
conferenza:
MEGO DONASTO REITIA . I VENETI ANTICHI
relatore dott E. Rubini
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commento:
L'evento dimostra coma sempre più in Veneto esista un
interesse per la Dea Reitia e per i Veneti antichi.
Il 2007 è stato un anno importante per far conoscere
la Dea Reitia, c'è stata anche la pubblicazione del
libro dell'amico Pier Favero su "Reitia dea dei
veneti".
Anche quest'anno, come avviene in tutte le edizioni
della "Festa dei Veneti", a Cittadella intorno alle
mura della città sono sfilati gli stendardi della Dea
Reitia, su youtube sono rintracciabili diversi filmati
di questa sfilata.
La conferenza di Treviso perciò rappresenta
un'occasione per meglio approfondire la conoscenza di
questa divinità e dei veneti antichi.
Francesco Scanagatta
cell. 349 7554994

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