Monday, October 15, 2007

Storie libertine di cardinali vescovi,

Liberazione 14.10.07
Storie libertine di cardinali vescovi, cortigiane e
nobildonne romane
Nel nome della magnificentia
di Maria Calderoni

Nel nome della magnificentia. Quella, grandiosamente
rinascimentale, che Pietro Riario, cardinale in Roma
sotto papa Sisto IV (seconda metà del 1400)
grandiosamente ostenta e coltiva da vero principe
(della Chiesa). Magnificentia che va dalle vesti
tempestate di pietre preziose alla profusione di oro e
argento degli apparati decorativi, con il contorno di
efebi, tutti azzimati in abiti di velluto e seta,
nonché cantori, ballerini, ballerine, musici.
In quella autentica reggia che è il palazzo di piazza
Santi Apostoli, in cui il Riario si insedia appena
indossata la porpora, feste, ricevimenti, gran balli
di carnevale si susseguono con fastosa frequenza.
Passa alla storia il ricevimento da lui dato in onore
di Eleonora d'Aragona, figlia del re di Napoli; e
mitico «il banchetto della durata di sei ore in tre
portate di 42 vivande, con ogni portata introdotta da
uno scalco a cavallo e una schiera di valletti
elegantemente vestiti». Con contorno di teatranti
toscani e belle ragazze sotto forma di naiadi vestite
solo di veli azzuri.
Sono feste che spesso volgono in gozzoviglie e più
propriamente in orge, ma non vi è dubbio, scrive lo
storico Platina nel suo Vite dei pontefici (1715), il
cardinale Riario «ha sostenuto ingenti spese per avere
in casa una gran quantità di oro e argento, abiti
sontuosi, cortine ed arazzi, cavalli aitanti,
servitori in vesti di seta e scarlatto, giovani
scrittori e artisti famosi». E anche attori,
danzatrici e cantanti, tra cui Tiresia che «Pietro
mantiene con una prodigalità tale che si comprende
dall'uso di scarpette ricoperte di perle». Morirà
comunque prima dei trent'anni, Pietro il Magnico;
secondo i maligni a causa delle crapule, ma forse, più
verosimilmente, via veleno.
Pietro Riario, gaudente, umanista e spendaccione, non
è che uno della lunga schiera di cardinali e vescovi
molto portati ai piaceri terreni che illustrano la
storia del Papato. Donne di cuori e di cardinali,
principi della Chiesa e cortigiane: anche questa è un
pagina di storia. Giovanni Burcardo, maestro
cerimoniere di Alessandro VI, aveva coniato al tempo
una definizione che assolveva anima e corpo:
«Cortigiana, ovvero prostituta onesta».
All'appassionante tema devolve 300 pagine il nuovo
libro di Claudio Rendina - Cardinali e cortigiane,
(Newton Compton) - documentatissima cronaca vera di
«storie libertine di principi della Chiesa e donne
affascinanti; vescovi e diaconi gaudenti, prostitute e
nobildonne spudorate, tra intrighi politici, traffici
commerciali e avventure galanti». E in un contesto
unico al mondo, il Papato del più grande potere
temporale.
Donna Olimpia è per noi oggi solo una strada e una
piazza dalle parti di Monte Verde. Ma chi è questa
Donna Olimpia? Ai suoi tempi seconda metà del 1600, fu
una potenza, la "papessa" Olimpia, vedova di un
Pamphili, cognata nonché "favorita" di papa Innocenzo
X. Nata Maidalchini, ambiziosa, faccendiera e astuta,
lei «compra, vende, dà i soldi a strozzo». Sfruttando
la debolezza del papa, che le è succube, arriva ad
essere la più gran Dama e la dominatrice di Roma. La
Papessa. «Chi vuole ottenere un favore o un'udienza
dal papa deve chiederlo a lei, definita la "porta" del
Vaticano; che bisogna "ungere", perché Olimpia è avida
di denaro, si arricchisce tra imbrogli, furti e
prebende». Ma non le basta. Vuole la carriera
ecclesiastica anche per il figlio Camillo e non le
occorre molto «per fargli avere il cappello
cardinalizio». Insaziabile, Regina del Carnevale
nell'anno di grazia 1645, malata di grandiosità, fa
erigere, con salasso di pubblico denaro, palazzi,
giardini, gran ville sull'Aurelia Antica.
A lei e alla sua influenza su Innocenzo X si devono il
Casino del Bel Respiro, il Giardino del Teatro, i
Bagni di Donna Olimpia con tanto di spaggia privata,
l'ingrandimento e l'abbellimento del principesco
palazzo Pamphili a piazza Navona. Ivi compreso il
capolavoro del Bernini, la Fontana dei Quattro Fiumi
con l'obelisco. Va bene, ci vogliono un mucchio di
soldi, e, per la bisogna non si trova di meglio che
aggiungere la gabella di un quattrino per libbra sulla
carne e sul sale. «Così, mentre vengono trasportati i
pezzi dell'obelisco, sui muri della piazza compaiono
scritte come questa: «Noi volemo altro che guglie e
fontane/ pane volemo, pane, pane, pane!».
La Papessa Olimpia, anche protettrice delle
prostitute. Annota infatti Claudio Rendina che,
secondo un "Avviso" del 1645, la favorita del papa
concede alle meretrici romane «che mettano l'arme di
Sua Eccellenza sopra la porta e che vadino in carrozza
senza riguardo alcuno, come se fossero honorate».
Ovviamente «con tanto di tangente sulle loro entrate».
Odiata dal popolo per il lusso, gli scandali e i
balzelli, durante la carestia del 1647 viene aggredita
dalla folla, la sua carrozza rovesciata; e alla morte
di Innocenzo X, il nuovo papa Alessandro V la fa
esiliare fuori Roma. Poi le viene intentato un
processo con nove capi d'accusa tra cui appropriazione
indebita di denaro dello Stato e dei tesori del papa.
Non li restituirà mai. «Muore di peste il 16 settembre
del 1657. Lascia un'eredità eccezionale per quei
tempi: due milioni di scudi».
Cardinali e cortigiane, quello di Rendina è un quadro
formidabile e fosco, gloria e miseria del papato
all'ombra del potere temporale. «Cardinali come uomini
di corte, quella di un qualunque altro sovrano, in
veste di nunzi apostolici, ovvero di ambasciatori, e
ministri di un re. E in simili ambienti si
accompagnano ad altri cortigiani, conti, marchesi,
duchi, scrittori, musicisti, artisti, persino
giullari, ma anche a donne, come mogli di nobili,
nonché nubili, qualificate cortigiane in quanto dame
di compgnia della Regina o favorite del Sovrano,
ovvero amanti di nobili laici od ecclesiastici».
Prostitute d'alto bordo, alcune famose per bellezza
personalità e talento, hanno spesso, come i cardinali,
la loro corte, e possiedono case e ville sontuose,
«dove ospitano il loro amante ufficiale, ma anche la
clientela selezionata». Con la benedizione del
Cupolone.
Donna Olimpia e le altre. Madama Lucrezia, per citare,
di cui è perdutamente innamorato il re di Napol
Alfonso d'Aragona; Vannozza Cattanei, la bellissima
amante di Rodrigo Borgia, nipote di Callisto III;
quanto al cardinale Cesare Borgia avrà come amante
Fiammetta, «la cortigiana di Roma più famosa in quegli
anni, e va da lei la sera addirittura con la porpora,
con tanto di spada, per difendersi dai banditi e da
indesiderati spioni della sua tresca amorosa».
Lo Zoppino (pseudonimo di Francisco Delicado,
sacerdote e scrittore spagnolo, autore di una Vita
delle cortigiane di Roma ) si dilunga sulle arti
seduttive di una Lucrezia detta Matrema, nota anche a
Pietro Aretino; la Divina Imperia, signora di Palazzo
Chigi, è immortalata da Raffaello; e Bianca Capello, è
la celebre, intelligente favorita che assurge a
granduchessa (e poi tante, tante altre). Del resto,
nella Roma papalina, tra cortigiane, prostitute
d'alto, basso e bassissimo rango, le donne dedite al
famoso mestiere più antico del mondo, alla fine del
Quattrocento sono, secondo Stefano Infessura (Diario
della città di Roma , 1890), un'enormità, ben 6.800 su
una popolazione di 50.000 abitanti. E il numero è
aumentato sempre di più fino al pontificato di Pio V,
che nel 1656 vorrebbe sì cacciarle, ma l'impresa si
rivela impossibile. Infatti, «tra loro e i protettori
andrebbero via da Roma non meno di 25.000 persone, la
città si svuoterebbe». E' una "terra de donne",
insomma, il santo capoluogo del papato, una terra di
piacere. In ogni caso, le cortigiane, o curiales come
vengono riguardosamente definite, costituiscono
l'aristocazia delle meretrici. E' una di esse, al
secolo Clementina Verdesi, che Gioacchino Belli
celebra a modo suo: come «puttana santissima».

la storia criminale del cristianesimo prosegue...

l'Unità 15.10.07
Il diavolo confessore
di Maurizio Chierici

La chiesa argentina guarda al suo passato... per
esempio al cappellano militare Von Wernich, che
confessava i prigionieri del regime sotto tortura,
invitandoli a collaborare perché l'Altissimo lo
pretendeva...

Il vescovo vicario della diocesi di san Miguel
visitava giovani donne che stavano per partorire. Nude
e incappucciate per non riconoscerlo. Se ne andava col
bambino appena nato mentre la madre veniva assassinata

Non so quale tormento ha sconvolto i cattolici
argentini nell'ascoltare il racconto dei sopravvissuti
alle squadre della morte dei generali P2. Nella
tribuna dell'imputato era seduto il cappellano
militare Christian Von Wernich e le Tv e i fotografi
che cercavano di cogliere nel volto un'ombra di
imbarazzo (se non di pentimento) trovavano occhi di
ghiaccio, labbra piegate nel sarcasmo quando, chi
uscito vivo dalle prigioni clandestine, spiegava quale
inferno aveva attraversato. L'ho visto e rivisto in Tv
per evitare il luogo comune del colpevole
indifferente, ma Von Wernich resisteva nel
rappresentarsi come luogo comune senza speranza. Ha
confessato i prigionieri che non si erano arresi alla
tortura non avendo segreti da raccontare, invitandolo
a collaborare perché l'Altissimo lo pretendeva. Chi
confidava la verità nascosta - abbandono di ogni
credente al confessore - era lontano dal sospetto di
un confessore spia dei torturatori. L'accusa ha
inchiodato all'ergastolo Von Wernich: 7 omicidi, 32
casi di tortura ripetuta dopo le notizie raccolte nel
confessionale e 42 amici spariti nel nulla. Nove anni
fa il capitano Scilingo, primo repressore ad aver
confidato a Horacio Verbitsky (autore de Il volo,
editore Feltrinelli) come funzionava la repressione,
racconta delle parole di consolazione con le quali Von
Wermich ed altri cappellani militari accompagnavano i
condannati a morte verso l'aereo che li avrebbe
dispersi in mare: la volontà del Signore lo
pretendeva, segno dell' amore col quale proteggeva la
patria. «Rassegnati, Dio lo sa». Nell'interpretazione
di questi sacerdoti, la rassegnazione disinfettava
dagli insetti maligni la nuova società che il delirio
dei militari stava disegnando. Ma non erano insetti e
non erano maligni: solo ragazzi che non sopportavano
l'oppressione armata.
Ecco perché 30 anni dopo memoria e perdono restano i
problemi irrisolti della Chiesa nel continente più
cattolico del mondo. Von Wermich non è diventato
improvvisamente colpevole otto giorni fa. Subito dopo
la sentenza del tribunale, la Chiesa annuncia
procedure per decidere il destino di un prete del
quale si conoscono i delitti da tempo immemorabile.
Negli ultimi mesi ogni vescovo ha incontrato ogni
giorno su ogni giornale e ogni Tv i racconti dei
testimoni e i documenti che provano l'orrore. Non a
caso il comunicato della Commissione Episcopale appare
cinque minuti dopo l'annuncio dell'ergastolo. Perché
cinque minuti dopo e non cinque anni o cinque mesi fa
come i credenti pretendevano? Poche righe che
deludono: «Il vangelo di Cristo impone a noi discepoli
una condotta rispettosa verso i fratelli. Un sacerdote
cattolico, per azioni e omissioni, si è allontanato
dall'esigenze della missione che gli era stata
affidata. Chiediamo perdono con pentimento sincero
mentre pregiamo Dio nostro Signore di illuminarci per
poter compiere la missione di unità e di servizio».
Non una parola di pena per le vittime. La deviazione
di Von Wermich rimpicciolisce nella deviazione
personale ed il silenzio della comunità ecclesiale è
il peccato inspiegabile che ha riunito tanti vescovi e
tanti sacerdoti, alcuni di loro prossimi al processo.
E dopo la sentenza se ne aggiungono altri. Il vescovo
vicario della diocesi di san Miguel, Federico Gogala,
visitava giovani donne che stavano per partorire. Nude
e incappucciate per non riconoscerlo. Se ne andava col
bambino appena nato mentre la madre veniva
assassinata. Una suora e un'infermiera stanno
testimoniando. E testimoniano le nonne di piazza di
Maggio con la prova di una nipote ritrovata: era stata
data in adozione dal Movimento Familiare Cristiano
vicino al vescovo ausiliare Gocala. Comprensibile
l'imbarazzo e il dolore eppure nessuna spiegazione su
«omissioni ed azioni» che tormentano il clero
argentino, ma anche sacerdoti e cattolici di tutte le
americhe latine. Non hanno saputo affrontare il
passato prossimo con la chiarezza compagna di viaggio
della loro missione. Per il diritto canonico la
decisione sul futuro sacerdotale dell'ex cappellano
militare è competenza del vescovo della diocesi,
monsignor Martin Elizaide, 67 anni, profilo incolore
nella gerarchia argentina. Facile pensare che il
verdetto risentirà degli umori della conferenza
episcopale. La procedura sarà lunga, Martin Elizaide
non ha indicato quanto durerà. A Von Wermich è
consentito ricorrere al tribunale vaticano se gli sarà
proibito per sempre di esercitare la funzione
ministeriale.
Passato lo choc per la condanna che ritiene falsata da
falsi testimoni, Von Wermich riprenderà a confessare,
celebrare messa come ogni parroco in pace con Dio;
potrà distribuire la comunione ad altri torturatori
chiusi nella stessa prigione fino a quando la
decisione del vescovo non lo impedirà. Ma glielo
proibirà per sempre o «la contrizione palese per il
male commesso» potrà risorgerlo a nuova vita
restituendogli messa, comunione e confessione? Su
Ernesto Cardenal e Manuel D'Escoto, ministri nel
governo sandinista, papa Wojtyla aveva alzato l'indice
del rimprovero. Hanno perso la messa per sempre.
L'altro fratello, Ferdinando Cardenal, fratello di
Ernesto e gesuita, a 70 anni ha riaffrontato il
noviziato con l'umiltà di un seminarista adolescente.
Ed è tornato a celebrare dopo anni di punizione...
I delitti di Von Vernich oscurati da silenzio e
complicità aprono un capitolo finora esplorato con
imbarazzo: il rapporto tra cappellani militari e
dittature, dall'America Centrale a Brasile, Cile,
Argentina. Con quale spiritualità si sono rivolti a
Dio gomito a gomito con le squadre della morte? Fedeli
alla loro coscienza o ligi all'obbedienza dovuta che
incatena ogni militare? Fino al processo Von Wernich,
ai cappellani militari di Argentina e Cile non era
successo niente. Si sapeva e si sa delle ambiguità a
volte degenerate in collaborazione al delitto. Sembra
impossibile che i vescovi cappellani militari e i
vescovi amici dei vescovi militari non abbiano saputo
niente. Possibile che i nunzi apostolici, ambasciatori
del Papa, non si siano rivolti a Roma supplicando di
intervenire? Forse i doveri diplomatici e l'amicizia
personale con gli strateghi della repressione hanno
annacquato nell'ipocrisia quel dovere che impone la
fede e l'esempio del pastore. Vent'anni dopo, 1996, i
vescovi argentini finalmente si fanno vivi con
un'autocritica superficiale. Nel 2000 chiedono per la
prima volta perdono. In Cile il silenzio continua.
Nella cattedrale castrense di Santiago, alla messa
della domenica vecchi e nuovi militari si accostano
all'altare con la devozione di Pinochet.
La storia dei rapporti chiesa-stato ha conosciuto in
Argentina momenti che imbarazzano la rilettura. Subito
dopo il colpo di stato 1976, il cardinale di Buenos
Aires Carlo Aramburu invita i fedeli a collaborare col
governo dei generali «i cui membri appaiono assai bene
ispirati». Gran parte dei vescovi e il nunzio
apostolico Pio Laghi (oggi cardinale) assistono alla
cerimonia di insediamento del generale Videla. Laghi è
l'unico diplomatico straniero presente. Perché? Tre
mesi dopo benedice a Tucuman le truppe impegnate nella
repressione: «L'autodifesa contro chi vorrebbe far
prevalere idee estranee alla nazione... impone misure
determinate. In queste circostanze si potrà rispettare
il diritto fin dove si potrà». Anche il cardinale
Benelli, sostituto segretario di stato vaticano, si
dichiara «soddisfatto per l'orientamento assunto dal
nuovo governo argentino nella sua vocazione cristiana
e occidentale». Paolo VI era stanco e malato. Lo si
informa in qualche modo nascondendo quasi tutto. Anche
Giovanni Paolo II viene a sapere della tragedia
argentina dalle madri di piazza di Maggio. La Chiesa
di Buenos Aires imponeva il silenzio ma le madri alle
quali avevano rubato i ragazzi vengono a Roma sperando
di informare il papa. Per sopravvivere attorno al
vaticano lavorano come perpetue o inservienti in
collegi religiosi e parrocchie. Ed è così che è
Wojtyla e non un vescovo argentino a pronunciar per
primo la parola «desaparecido». Tardi, purtroppo: 30
mila morti.
Ieri, come oggi, in Argentina e nel continente latino
(Venezuela compreso) si delineano due Chiese lontane
tra loro. Tanti preti e due vescovi fra le vittime.
Romero e dodici religiosi in Salvador. Due vescovi e
religiosi assassinati in Argentina. Il primo a morire
don Carlos Mugica, fondatore del movimento dei
sacerdoti terzomondismi. Poi padre Josè Tedeschi, poi
l'intera comunità dei Pallottini: tre preti, due
seminaristi. Il vescovo Enrique Angeletti viene ucciso
al ritorno da un convegno in Ecuador organizzato dai
teologi della liberazione; il vescovo Carlos Ponce
muore a San Nicolas in un incidente stradale che la
polizia definisce «immaginario». Due suore francesi
violentate, torturate e uccise dal guardiamarina
Astiz. Quando l'indulto del presidente Menem impedisce
libera gli assassini in diretta Tv l'ambasciatore
francese anziché complimentarsi con Astiz, nuovo
capitano di vascello dalla divisa immacolata,
scandisce un giudizio che gela la cerimonia: «Non
sapevo che per far carriera nella marina argentina
servissero eccellenti qualità criminali». E a Parigi
il cardinale Marty rifiuta di celebrare messa
nell'ambasciata di Buenos Aires. Due vescovi argentini
- Karlic e Novak - precedono il mea culpa ufficiale
invocando perdono per il male che la chiesa «non ha
impedito, sopportato e in qualche caso aiutato». Ma il
vescovo Laguna, portavoce della confederazione
episcopale, se ne era lamentato: possono parlare a
titolo personale, non a nome della chiesa. Il regime
cade ma certe solidarietà non svaniscono. 24 settembre
1991: il nunzio apostolico Ubaldo Calabresi organizza
un ricevimento per festeggiare il dodicesimo
anniversario dell'investitura di Giovanni Paolo II.
Fra gli invitati i generali Videla, Viola e
l'ammiraglio Massera mandanti dell'uccisione di
migliaia persone, riconosciuti colpevoli in tribunale
ma perdonati e rimessi in libertà dall'indulto.
La Chiesa continua a tacere. L'altra Chiesa argentina
guarda al futuro in modo diverso. Dopo la condanna di
Von Wernich la Commissione Giustizia e Pace assistita
dal vescovo Jorge Casaretto (71 anni, origini
genovesi) si preoccupa del dolore dei familiari ed
esprime pietà per le vittime invitando la giustizia a
scoprire quali complicità e quanti tradimenti siano
allo radice di una tragedia impossibile da nascondere.
Casaretto ha guidato la Caritas negli anni del
disastro economico: metà Argentina non sapeva cosa
mangiare. Ha aperto mense popolari, bussato alle porte
che contano per raccogliere risorse. Ma Von Wernich
appartiene all'altra Chiesa. L'ergastolo illumina lo
scandalo dei sacerdoti che hanno trasformato la
confessione in gadget della tortura. «Era difficile»,
sospirava il vescovo Laguna nella sua stanzetta di
Morelos, qualche anno fa, «restare fedeli alla
promessa e sopravvivere nella paura». Difficile, ma
non impossibile.
mchierici2@libero.it

Wednesday, October 10, 2007

Vita, eccessi e portenti di Aleister Crowley

salve,
a parte il risalto data agli aspetti più spettacolari
del personaggio Crowley, e che maggiormente colpivano
la triste morale del suo tempo, l'articolo è
intressante e può essere un invito di lettura per chi
ha la sfortuna di non conoscere Aleister Crowley.
In questo periodo così oscenamente pieno di tristi
figuri genarati dalla follia del monoteismo, si sente
sempre più il desiderio, e la necessità, del coraggio,
della forza e della pro-vocazione insita in tutte le
opere di Aleister Crowley.
Francesco Scanagatta
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Vita, eccessi e portenti di Aleister Crowley
di Fabrizio Legger - 21/09/2007
da: Rinascita.info

"Aleister Crowley. La Bestia 666" (pagine 601, Euro
39,50) è il titolo di questo affascinante libro di
John Symonds, interamente dedicato al più grande mago
del Novecento. Aleister Crowley, nato nel 1875 e morto
nel 1947, è stato l'occultista, il medium e
l'esoterista che ha fuso in sé le scienze occulte di
Oriente e d'Occidente, rendendo praticabili le grandi
magie tradizionali e mettendole alla portata della
sensibilità dell'uomo contemporaneo. Crowley fu
affascinato dal satanismo e dai riti legati ai culti
diabolici, ma fu anche uno studioso appassionato di
antica magia egizia, degli oracoli caldaici, della
negromanzia mesopotamica e iranica, dei rituali vedici
della magia induista. Questo corposo volume,
affascinante come un romanzo, racconta l'avventurosa
vita di Crowley, una vita trascorsa tra viaggi esotici
(in Egitto e nei Carabi), studi approfonditi di magia,
eccessi orgiastici e sessuali di ogni genere,
perversioni erotiche e sublimazioni mistiche. La sua
appartenenza al mondo della magia è caratterizzata
dalla creazione della dottrina esoterica di Thelema,
in cui fuse le tradizioni magiche e negromantiche
occidentali raccolte dalla Golden Down e quelle
dell'Oriente raccolte dall'Ordo Templi Orientis,
aggiungendovi poi contributi personali ed esplorazioni
individuali riguardanti la metafisica del sesso, la
magia erotica, l'esperienza misterica conseguente
all'uso di sostanze psicogene, i viaggi spirituali
conseguiti attraverso l'utilizzo del corpo astrale.
Crowley si fece chiamare La Bestia, fu affascinato dal
mito dell'Anticristo e si abbandonò ad eccessi
orgiastici e di perversione sessuale che lo resero
celebre in tutto il mondo, ma fu anche un poeta e uno
scrittore sensibile e di notevole valore letterario.
Fu, sostanzialmente, un personaggio molto
contraddittorio, con tanti lati oscuri, criticato e
criticabile, ma fu anche un grande mistico, un
intellettuale esoterico intelligente e dotato di una
cultura mostruosa, un poeta raffinato capace di
scrivere versi pieni di fascino. Insomma, un po'
angelo e un po' demone: un uomo complesso e tormentato
che univa nella sua anima luce e tenebre, materialismo
grezzo e volgare ed elevata spiritualità, perversione
e misticismo, creatore di un insegnamento magico
coerente, poeticamente suggestivo. La sua stessa vita
avventurosa, mistica e depravata fu assai simile ad
una bizzarra opera d'arte, e questo libro ce la
racconta in maniera esemplare.

Il prete dei boia di Videla "Confessava e torturava"

Repubblica 10.10.07
Il prete dei boia di Videla "Confessava e torturava"
Argentina, primo sacerdote alla sbarra
di Omero Ciai

Il processo riapre la questione della vicinanza della
Chiesa con la dittatura
I testimoni sono monitorati con un chip per evitare
che siano rapiti e uccisi

BUENOS AIRES - Il giustiziere questa volta si chiama
Hector Timerman ed è il console argentino a New York.
Figlio del giornalista Jacobo Timerman, arrestato
illegalmente e torturato per mesi in un lager della
dittatura militare, Hector ha raccontato ai giurati
quello che suo padre, morto nel 1999, gli disse di
Christian Von Wernich, il cappellano militare
condannato ieri dal Tribunale di La Plata per aver
partecipato in prima persona alla strage degli
oppositori politici negli anni del regime del generale
Videla. La testimonianza di Hector Timerman è stata
quella decisiva per stabilire che il sacerdote non era
solo un confessore degli aguzzini ma prendeva parte
alle torture e collaborava apertamente con i militari.
La vicenda, la prima che si conclude davanti ad un
tribunale, è emblematica dell´atteggiamento della
Chiesa locale in quegli anni, quando numerosi
sacerdoti si schierarono dalla parte degli assassini e
le alte gerarchie chiusero gli occhi perché «il
processo di riorganizzazione nazionale» (il nome
burocratico che i militari diedero al massacro) doveva
«purificare» l´Argentina e riportarla sulla retta via
dei valori cattolici e occidentali.
Dichiaratamente antisemita, Von Wernich fu in quegli
anni uno dei principali consulenti di Ramon Camps, il
colonnello che guidava la Bonaerense, la polizia della
provincia di Buenos Aires. Ed era libero di recarsi da
un centro di detenzione clandestino all´altro,
presenziare alle torture, benedire i carnefici.
Secondo i numerosi testimoni al processo, Von Wernich
si recava anche a confessare i detenuti per poi
riferire a Camps quello che aveva saputo. Un altro
testimone al processo ha raccontato il cinismo con il
quale il sacerdote accudiva i detenuti dopo le
sessioni di tortura con la picaña, una specie di sedia
elettrica. Quando questi gli parlò del tremendo dolore
provato da un altro detenuto il prete sorrise e disse:
«Non ti preoccupare basta fare un massaggino ai
muscoli e in due o tre giorni passa tutto».
Il pubblico ministero e le parti civili hanno accusato
Von Wernich di partecipazione diretta in 31 casi di
tortura, 42 detenzioni illegali e 7 omicidi. I sette
omicidi sono la vicenda più significativa che si è
dibattuta nel corso del processo. Erano studenti che
militavano nel gruppo di Montoneros, la gioventù
peronista dell´epoca, e che vennero convinti da Von
Wernich a collaborare e a fornire nomi e indirizzi dei
loro compagni. In cambio di queste informazioni e di
1500 dollari a testa che le loro famiglie consegnarono
ai militari, ai sette venne promesso che avrebbero
avuto salva la vita. Invece vennero assassinati.
Il processo a Von Wernich ha creato molto imbarazzo
nella Chiesa argentina che, fino ad ora, ha scelto di
non intervenire in alcun modo. I vescovi hanno
preparato una dichiarazione di condanna del
comportamento del sacerdote che verrà resa nota nelle
prossime ore: inoltre l´uomo verrà sospeso a vita
dall´esercizio del sacerdozio. Solo pochi anni fa,
grazie al libro «Tu sia maledetto», scritto da un
giornalista che investigò con i sopravvissuti le sue
responsabilità criminali, Christian Von Wernich è
stato allontanato dalla polizia bonaerense ma
formalmente non ha ricevuto ancora nessuna sanzione
dai suoi superiori.
Per la prima volta, in questo che è il secondo
processo che arriva alla sentenza dopo l´annullamento
delle leggi di amnistia e indulto a favore dei
militari della dittatura, è stato messo in pratica un
nuovo programma di protezione dei testimoni. Grazie ad
un microchip collegato ad un meccanismo satellitare i
loro spostamenti vengono monitorati costantemente. Ciò
che i giudici vogliono evitare è un nuovo caso Lopez,
il testimone scomparso un anno fa e mai ritrovato.
----
commento.
su alcuni blog e forum avevo riportato la notizia
dell'inizio del processo. In Argentina esistono anche
dei libri su questo "bravo" sacerdote.
Solo dopo la condanna anche i mass-media italiani
hanno iniziato a riportare qualche notizia su questo
sacerdote.
Ricordiamoci che questo non era l'unico sacerdote così
impegnato nella sua opera apostolato.
Sarebbe interessante conoscere, in dettaglio, come si
è comportato, in Argentina in quel periodo, una carico
amico di madre teresa di Calcutta.
Francesco Scanagatta

Tuesday, October 09, 2007

Karl Kerenij su Virgilio

Repubblica Almanacco dei libri 3.1.07
Karl Kerenij su Virgilio

Era il 1929 quando l'illustre studioso di miti
affrontò la figura di Virgilio. Ecco come restituì la
grandezza di un poeta liberandola dalla retorica del
fascismo.
Un'analisi che mette in luce l'importanza della
religione

Publio Virgilio Marone (Publius Vergilius Maro), poeta
romano, nacque il 15 ottobre del 70 a. C. ad Andes,
presso Mantova. Era di umili origini, ma i genitori
gli permisero di studiare retorica a Cremona, poi a
Milano e a Roma. Dopo la battaglia di Filippi (42 a.
C.), i territori del Cremonese e del Mantovano, tra i
quali v´era anche la piccola proprietà terriera della
famiglia di Virgilio, furono spartiti tra i veterani.
Il poeta, in difficoltà, si rivolse a Ottaviano, che
gli concesse la restituzione del possedimento. Le
Bucoliche, scritte tra il 42 e il 39, lo resero
famoso, ed egli trovò numerosi amici e benefattori,
tra cui il Console Asinio Pollione, Cornelio Gallo e
Mecenate, che lo aiutarono affinché potesse ritirarsi
in un podere nei pressi di Napoli per dedicarsi
all´otium creativo. Fra il 39 e il 29, Virgilio
scrisse le Georgiche, un poema didascalico
sull´agricoltura, dopo il 29, fino alla morte, lavorò
all´Eneide: il poema epico, storico e mitologico,
secondo il modello omerico, nel quale, riallacciandosi
all´Iliade, Virgilio illustra il mutevole destino del
troiano Enea, che diviene il progenitore della stirpe
romana, e rappresenta con forza visionaria la missione
storica di Roma, che egli vide realizzata nell´ordine
augusteo del proprio tempo. Sebbene l´opera fosse
stata portata a termine, Virgilio avrebbe voluto
ancora rimaneggiarla. Sulla via del ritorno dal suo
viaggio in Grecia, il poeta morì il 21 settembre del
19 a. C., a Brindisi. Augusto non rispettò la sua
ultima volontà di farne distruggere il manoscritto, e
ne affidò la pubblicazione a Vario Rufo. Così si è
conservata un´opera della letteratura mondiale, che ha
caratterizzato in maniera persistente l´immagine
dell´era augustea, e ha influenzato la poesia
occidentale come nessun altro testo della letteratura
latina.

A cosa servono mai i poeti, se i loro testi non
vengono letti? Solo a leggere testi su di loro? In tal
caso essi son persi. I poeti antichi non hanno bisogno
tanto di una introduzione, quanto, piuttosto, d´una
guida: di un´istruzione per l´uso, che richiami
l´attenzione su quanto di insostituibile ci è rimasto
di loro. Cosa se ne fa il lettore della frase:
«Virgilio, ci commuove come preghiera e poesia,
esattamente come ciò che l´animo predisposto al
misticismo percepisce in entrambe come comune ed
identico, Catullo come passione e poesia... »?
Questa seconda affermazione è già più comprensibile
rispetto alla prima. Per «animo predisposto al
misticismo» alludevo all´abate Bremond, che scrisse
una storia del sentimento religioso in Francia e
pubblicò un libro sulla poesia pura. Non esiste altro
poeta romano che si sia tanto avvicinato alla poesia
pura quanto Virgilio, e ciò in virtù d´una religio nel
senso originario, romano, del termine, di
un´attenzione rispettosa che di per sé non poteva dare
alla poesia alcun ricco contenuto, ma piuttosto
conferirle un carattere che richiedesse l´attenzione,
la religio anche da parte dei lettori. Attenzione a
che cosa? All´uomo e alla sua lingua, la quale, in
Virgilio, è inscindibilmente connessa con la sua
poesia a tal punto che, quando parliamo di lui, i
termini «opera» e «poesia» sono intercambiabili:
«opera» può stare per «poesia» e viceversa.
Soffermiamoci quindi sull´uomo, prima di apprezzarne
la lirica.
Publio Virgilio Marone è il suo nome completo. I nomi
autenticamente romani, come questo, testimoniano la
ben riuscita fusione di elementi di varie popolazioni,
che costituirono la romanità. La loro analisi non è
indispensabile per conoscere meglio il personaggio che
porta un determinato nome. A volte però accade
altrimenti, e forse anche nel caso di Virgilio. Egli
era un romano dell´Italia del Nord, come Catullo,
poeta, questi, che apparteneva alla gens Valeria, una
gloriosa genia, il cui capostipite era giunto a Roma
dalla terra dei Sabini; Virgilio, però, la annoverava
tra i casati etruschi. Le sue origini non erano molto
illustri, egli apparteneva al popolo minuto, ma a
giudicare dal nome, "Virgilius", e dal cognomen,
"Maro", esse erano probabilmente etrusche.
"Vergilius" è nome noto anche in luoghi propriamente
etruschi (Volterra, Sutri, Veio), "Maro" - maru - era
originariamente un titolo dei funzionari dell´antica
Etruria. Un nome etrusco lo portava anche Magio, il
viator (il messo dei tribunali), la cui figlia Magia
Polla sposò il padre di Virgilio, il quale aveva
esercitato il mestiere di vasaio prima di impiegarsi
presso il futuro suocero, ma che poi aveva saputo
anche accrescere il proprio piccolo patrimonio con
l´apicoltura e con l´acquisto di boschi.
Entrambe le famiglie, quella di Virgilio e quella di
sua madre, cui la tradizione etrusca assegnava un
ruolo centrale, abitavano in un villaggio popolato da
Galli che s´erano insediati piuttosto tardi in Italia:
il nome del villaggio, Andes, era gallico. Virgilio
nacque ad Andes.
Mantova, il centro più vicino, venne ritenuto la sua
vera città natale. Un esametro, tramandato come
proverbio, diceva: Mantua Tuscorum trans Padum sola
reliqua (Mantova è quanto resta degli Etruschi al di
là del Po). Come altre città dell´Etruria, Mantova era
sacra alle divinità degli Inferi e mantenne la sua
denominazione etrusca - mantu.
Agli Etruschi succedettero altre due popolazioni di
diverse origini. Virgilio, nell´Eneide, parla così di
una Mantova «ricca d´avi» e di una stirpe (gens)
tripartita, che comprendeva quattro popolazioni,
evidenziando però che la forza della città era data
dal sangue etrusco:

Mantova ricca d´avi: né tutti son d´una stirpe: /tre
son le tue genti, quattro sotto ciascuna son popoli
/tu capo dei popoli, il nerbo è di sangue tirreno.

Un quadro, in piccolo, dell´Italia unificata dai
Romani. Il mantovano Virgilio, per il quale Roma era
caput mundi, che però si trasferì a Napoli, e che
possedeva anche una casa in Sicilia, non era tanto
lontano dall´essere il primo poeta italiano! Sì, egli
fu il fondatore proprio di quell´arte poetica dotata
d´una intrinseca sonorità estremamente colta, che
pertiene alla poesia italiana a quella a essa
linguisticamente affine. Solo chi decide di immergersi
nei contenuti musicali della lingua melodiosa di
Virgilio, solo chi non si accontenta di alcuna
traduzione, o di una semplice indicazione di
contenuto, si impossesserà di ciò con cui Virgilio
arricchì immediatamente il mondo - indirettamente lo
arricchì attraverso la poesia italiana, e attraverso
tutta la lirica romanza che trasse ispirazione dalla
sua opera, grazie a quei poeti che avvertirono
un´affinità spirituale con lui.


* * *

Esaminiamo adesso l´uomo. Un uomo dalla pelle scura,
alto, con i tratti di un contadino e dalla salute
cagionevole - così ci viene descritto.
Un mosaico a Tunisi ne fissa il ritratto con un´aura
di estrema semplicità e di un´innegabile valentia,
accanto alla musa della storiografia e della tragedia.
Ci è dato anche sapere di che disturbi soffriva:
dolori al ventre, mal di testa e di gola lo
tormentavano spesso, e poteva anche accadere che
rimettesse sangue. Giacché morì a soli cinquantuno
anni, v´è da supporre che questo stato, come anche le
sue note abitudini, caratterizzassero la sua vita già
sui trent´anni. Mangiava e beveva molto poco ed era
particolarmente sensibile all´amore dei bei fanciulli.
Uno dei suoi amici e benefattori lo volle far sedurre
da una nota etera romana; questa ammise che,
nonostante la sua esperienza, era fallita
nell´impresa. Alla svolta che intervenne poco prima
dei trent´anni, non tanto nel carattere, quanto nella
sua vita pubblica e privata, si riferisce
probabilmente una breve poesia - un Catalepton - alla
maniera di Catullo, come alcune di quelle tramandateci
dall´Appendix Vergiliana, l´appendice all´opera del
poeta.
Nel quinto Catalepton Virgilio si congeda dalla
retorica e dai modi ampollosi degli oratori e degli
insegnanti di retorica, alcuni dei quali vengono anche
chiamati per nome.
Con un´espressione, che stranamente coincide con
quella a noi nota da altre fonti, definisce queste
persone un «vuoto cembalo della gioventù». Egli prende
altresì congedo dal fanciullo amato e da tutti i bei
giovani. Vuol veleggiare verso quel porto della
beatitudine, indicatogli dalle massime del grande
Sirone.
Scelse quell´epicureismo ascetico, per il quale il
fine non era rappresentato dal piacere, ma dalla
soppressione del dolore. Allontana da sé persino le
dolci muse - egli riconobbe che esse erano dolci e
permette loro di rivisitare le sue carte solo di rado:

Dirigiamo le nostre vele verso beati porti, /guidati
dalle dotte massime del grande Sirone /liberando la
vita da ogni pena. /Andate via di qui anche voi, o
Muse, andate pure ora /o dolci Muse, /poiché
riconosciamo il vero, /siete state dolci, /e tuttavia
le mie carte /venite a visitare, ma con discrezione e
raramente.

* * *

La poesia avrebbe occupato i restanti ventuno anni
della sua vita, e certamente non lasciò tempo ad alcun
punto morto, come era accaduto quando il quasi
trentenne Virgilio aveva voluto tener lontana dalle
sue carte, oltre alla retorica, possibilmente anche la
stessa poesia. Non s´ebbe una svolta definitiva verso
la filosofia - quando Virgilio, così pare, dopo la
morte di Sirone, si trasferì nel podere di
quest´ultimo - ma un lampo di genio deve aver
illuminato il poeta. Così, improvvisamente egli fece
ciò che sino ad allora non aveva fatto, con un atto
creativo, che segnò l´inizio dell´arte poetica
virgiliana e di quella ispirata a Virgilio: una
creazione poetica contraddistinta da una perfetta
musicalità linguistica e soprattutto da quella
musicalità linguistica che, da quest´esatto momento in
poi, sarebbe stata coltivata come la vera poesia.
Virgilio manifestò metaforicamente quel che sino ad
allora era stato per lui il poetare - e certamente di
rado egli aveva esercitato quest´arte in maniera
personale, poiché non aveva ancora trovato una sua
propria forma espressiva - , lo manifestò in maniera
istintiva attraverso quelle chartae che le Muse
avevano il permesso di visitare di quando in quando. I
testi dell´Appendix Vergiliana - a parte i brevi
componimenti secondo la maniera catulliana - ammesso
che realmente ve ne siano di Virgilio, o non si tratti
piuttosto di esperimenti e imitazioni di anonimo:
tutti erano rigorosamente vergati su chartae, frutto
dell´erudizione e non del suono che sgorga, dominato
dal poeta, che però nel contempo canta se stesso, è
co-autore.
L´esordio dell´idillio che inaugura le Bucoliche, la
raccolta di poesie pastorali, che nacque probabilmente
dopo una «buona» nuova ricevuta «da casa», può essere
caratterizzato nel modo seguente - ma non perché si
voglia, con tale caratterizzazione, cogliere un
aspetto accessorio della vera poesia di Virgilio!
Poiché la poesia è quella che Virgilio trovò
improvvisamente per sé e che creò per la sua gloria
futura:

«I versi iniziali formano una strofa dai lineamenti
purissimi e semplici. Nel loro equilibrio armonioso
sono un esempio dell´arte classica del comporre. La
melodia delle parole iniziali deriva dall´alternanza
di vocali chiare e scure»:

Tityre, tu patulae recubans...

«Nella successione delle vocali avvertiamo le
modulazioni della fistola. La lingua latina raggiunge
una dolcezza, un´armonia musicale, una pienezza
sensuale, come mai era accaduto prima di allora».
I cinque versi vanno letti ad alta voce - come tutto
Virgilio:

Tityre, tu patulae recubans sub tegmine fagi
silvestrem tenui Musam meditaris avena: nos patriae
finis et dulcia linquimus arva, nos patriam fugimus;
tu, Tityre, lentus in umbra formosam resonare doces
Amaryllida silvas.

Titiro, tu disteso all´ombra di un faggio frondoso
/provi una canzone silvestre sul semplice flauto; /noi
lasciamo le terre della patria e le soavi campagne,
/noi fuggiamo dalla patria; tu, Titiro, all´ombra
tranquillo /insegni alle selve a far risuonare la
bella Amarilli.

Era, questa, una creazione che attingeva alla
musicalità della lingua e soprattutto era espressione
di tale sonorità - una creazione di versi
intraducibili! La lingua come luogo della
rappresentazione del mondo attraverso il suono e
null´altro non fu Virgilio a inventarla per primo,
egli la trovò, grazie alla sua erudizione, nella
letteratura greca, presso il siracusano Teocrito.
Prima del verso:

Tityre, tu patulae recubans sub tegmine fagi

c´era il verso con cui comincia il primo idillio di
Teocrito:

Had ti to psith risma kai ha pit s aipole tena -
Dolce è, capraio, il sussurro di questo pino che
canta...

Fu così che risuonò la lingua musicale che tanto
catturò Virgilio.
La ripetizione di hadü («dolce» nel dialetto dorico)
nei primi versi dell´idillio non crea soltanto una
nuova tonalità ma, più in generale, anche nuove
possibilità sonore che l´esametro deve a Teocrito. «Se
davvero egli ha inventato un nuovo genere» - così
almeno dicono i filologi - «esso dovette essere quello
coltivato anche da Callimaco, la trasposizione dei
vari generi poetici del primo ellenismo nella forma
epico-recitativa».
E con ciò si è detto ancora troppo poco. Poiché
l´originaria melodia epico-recitativa dell´esametro,
che era plastica e drammatica, pur essendo
originariamente cantata, subì poi una trasformazione
inglobando i suoni della lirica, compresi quelli dei
canti pastorali, nello strumento sensuale della
musicalità della parola, che cantava di per sé, senza
accompagnamenti e senza passare dal recitativo al
canto puro.
Grazie a Teocrito, Virgilio trovò il proprio strumento
espressivo, non solo per le Bucoliche, ma per tutta la
sua poesia. Tale espressione poetica era stata per lui
un´inquietante e assillante possibilità fino al suo
ventottesimo anno di vita, ma poi, in virtù della
scoperta d´un equivalente latino del modello
teocriteo, essa poté finalmente trovare piena
realizzazione. Perciò la lettura ad alta voce delle
sue poesie era per Virgilio più importante che per
altri poeti, ed egli soffriva molto quando i frequenti
mal di gola gliela impedivano. La sua lettura era
un´unica soave seduzione - pronuntiavit autem cum
suavitate et lenociniis miris. Un suo rivale ebbe poi
a dire che avrebbe rubato varie cose a Virgilio se
avesse potuto ereditare anche la sua voce, la sua
bocca e il suo talento di attore, poiché i versi che
altrimenti parevano vuoti e muti, se letti da
Virgilio, risuonavano. Le Bucoliche, che nella
versione definitiva includevano dieci poesie scelte
(Eclogae), ebbero un tale successo, che furono più
volte recitate dai cantori a teatro.
Quando Virgilio ebbe terminata l´opera successiva, le
Georgiche, andò a curarsi la gola ad Atella, in
Campania, dove dopo la battaglia di Anzio, Ottaviano
accorse per ascoltarlo. In quattro giorni furono letti
i quattro libri delle Georgiche. Quando la voce di
Virgilio si affievoliva, era Mecenate a continuare la
lettura.
La poesia pastorale come la più pura poesia in onore
del Tempo che conduce il cantore insito nel pastore (e
il più semplice degli esseri umani rappresentato dal
poeta - il «pastore») in un mondo di suoni, un mondo
opposto alla triste realtà, cui pure si accenna:
queste sono le Bucoliche di Virgilio. Tutto ciò ha un
che di operistico e il poeta stesso, verrebbe da dire,
giustamente, viene a configurarsi come una sorta di
primadonna, se non vi fosse anche l´elemento
intimamente legato alla «preghiera» e se il gioco non
fosse elevato alle alte sfere della sacra serietà. La
religiosità di Virgilio in ciò - e in tutto - è
l´aspetto che meno è stato compreso dai posteri. Le
parole di ringraziamento di Titiro nella prima Ecloga:
«... deus nobis haec otia fecit, namque erit ille mjhi
semper deus (un dio ci ha concesso questa quiete,
infatti egli sarà per me sempre un dio)» derivano come
semplice conclusione contadina da quella religiosità
umana, greca e certo anche romana, che, tradotta in
latino, probabilmente dall´opera di Menandro, si
manifesta con queste parole: «deus est homini invare
hominem (dio è per l´uomo aiutare l´uomo)». Fu un
evento divino che aiutò Virgilio a conservare il suo
bene, ma vi fu anche chi concretamente lo scatenò:
perché non si sarebbe dovuto trasferire a costui la
divinità e il culto?

IL VERO MASSACRO DEI CATARI

Repubblica 7.2.07
POLEMICHE/ A PROPOSITO DI UN ARTICOLO DI VITTORIO
MESSORI
IL VERO MASSACRO DEI CATARI
Assurde enormità su una setta antica
di FRANCESCO ZAMBON

Sul Corriere della Sera di mercoledì 31 gennaio,
Vittorio Messori propone la costituzione di una "Lega
anticalunnia" in difesa dei cattolici, allo scopo di
rettificare - basandosi «sui dati esatti e sui
documenti autentici» - alcune verità storiche che
sarebbero deformate da "falsi miti". Il "falso mito"
che Messori prende di mira nell´articolo è lo
sterminio dei catari, con particolare riferimento a un
episodio della Crociata scatenata da papa Innocenzo
III per debellare l´eresia catara nel Mezzogiorno
francese, la presa e il sacco di Béziers (1209). Ma
altro che dati esatti e documenti autentici! Gran
parte di quelle che ammannisce Messori sono delle vere
enormità dal punto di vista storico. Sorvoliamo su
pure invenzioni a scopo di calunnia (queste sì!), come
il fatto che i catari sarebbero stati seguaci di una
«cupa, feroce, sanguinaria setta di origine asiatica».
È ben noto da innumerevoli fonti, per lo più
cattoliche, che essi praticavano la forma più rigorosa
di non violenza, astenendosi dall´uccisione sia degli
uomini sia degli animali. Alcuni contadini impiccati a
Goslar nel 1051, fra le prime vittime della
repressione cattolica, furono accusati di eresia e
condannati solo per aver rifiutato di un uccidere un
pollo!
Ma veniamo alla strage perpetrata dai crociati a
Béziers il 22 luglio 1209, all´inizio della Crociata
albigese. Messori afferma che se eccidio ci fu, esso
fu giustificato «dall´esasperazione provocata dalla
crudeltà dei càtari, che non solo a Béziers da anni
perseguitavano i cattolici». Ora, a parte il paradosso
di presentare come persecutori coloro che furono
perseguitati per oltre un secolo in tutta Europa,
proprio il caso di Béziers mostra esattamente il
contrario di quanto vorrebbe farci credere Messori: i
cattolici erano così poco esasperati dai catari, che
la ragione per cui la città fu attaccata e distrutta
fu il rifiuto da parte dei suoi abitanti, fedeli alla
propria autonomia municipale e ai propri princìpi di
tolleranza, di consegnare ai crociati i circa duecento
sospetti di eresia (tanti erano) di cui il vescovo
Renaud de Montpeyroux aveva provveduto a stilare la
lista.
Ma tutta la ricostruzione del sacco di Béziers
proposta nell´articolo è pura deformazione storica,
costellata di clamorosi errori e falsificazioni. In
particolare per quanto riguarda la frase che avrebbe
pronunciato il legato pontificio Arnaldo Amalrico,
allora alla guida dei crociati, in risposta ai suoi
uomini che gli chiedevano che cosa fare della
popolazione, in maggioranza cattolica: «Uccideteli
tutti, Dio riconoscerà i suoi», avrebbe risposto.
Messori nega l´autenticità di questa frase, che è
riportata da un autore tedesco, il monaco cistercense
Cesario di Heisterbach, nel suo Dialogus miraculorum.
Per svalutarne l´attendibilità, egli afferma che
l´opera di Cesario sarebbe stata scritta sessant´anni
dopo i fatti. Peccato che a quest´epoca Cesario fosse
già morto da quasi trent´anni. In realtà il Dialogus
fu scritto fra il 1219 e il 1223, appena una decina
d´anni dopo il sacco di Béziers.
Certo, l´autenticità della frase attribuita ad Arnaldo
è stata molto discussa dagli storici; ma oggi si tende
a ritenerla del tutto plausibile, essendo stata
dimostrata la molteplicità e attendibilità delle fonti
dirette di cui disponeva Cesario. Comunque, autentica
o no, la frase (che in realtà suona così nel testo di
Cesario: «Massacrateli tutti, perché il Signore
conosce i suoi», con una riconoscibile citazione della
Seconda lettera a Timoteo di san Paolo), corrisponde
esattamente a ciò che avvenne e, contrariamente a
quanto sostiene Messori, trova riscontro in numerose
altre fonti contemporanee. La più sconvolgente è
proprio la lettera ufficiale che Arnaldo in persona,
insieme all´altro legato pontificio Milone, scrisse al
papa per riferirgli l´accaduto e che si può leggere
nel volume 216 della Patrologia latina: «La città di
Béziers fu presa e, poiché i nostri non guardarono a
dignità, né a sesso, né a età, quasi ventimila uomini
morirono di spada. Fatta così una grandissima strage
di uomini, la città fu saccheggiata e bruciata: in
questo modo la colpì il mirabile castigo divino».
I nostri, dice Arnaldo: siano stati tutti gli
assalitori a compiere la strage o solo i cosiddetti
"ribaldi" (ossia i mercenari al seguito dell´esercito
crociato), Arnaldo se ne assume pienamente e
trionfalmente la responsabilità, parlando di "mirabile
castigo divino". Il numero di morti di cui si vanta è
sicuramente esagerato, come lo è quello fornito da
altri testimoni e cronisti (qualcuno parlò addirittura
di centomila): si voleva indicare solo una mattanza
straordinaria, che restò a lungo nella memoria della
gente. Ciò che avvenne fu proprio quel che lascia
intendere la frase attribuita ad Arnaldo: fu compiuto
uno sterminio indiscriminato degli abitanti di
Béziers, cattolici ed eretici, uomini e donne, vecchi
e bambini.
Se gli argomenti della "Lega anticalunnia" che Messori
propone di costituire sono quelli addotti nel suo
articolo, temo che per essa non si aprano grandi
prospettive. E credo che la Chiesa non abbia davvero
bisogno di questa nuova e goffa forma di
"negazionismo" per difendere i propri valori e propri
princìpi.

TUTTE LE MADRI DEL MEDITERRANEO

Repubblica 9.2.07
TUTTE LE MADRI DEL MEDITERRANEO
Una mostra sull'archeologia turca

Spicca una sculturina di diciannove centimetri, una
divinità che ha molte gemelle nel mar Tirreno
Una "Camera delle Meraviglie" con pezzi molto antichi
neolitici, assiri ed ittiti: sette millenni di storia
Pugliese Carratelli già trent´anni fa proponeva di
cercare tracce "micenee" in Italia
Le teorie di Mommsen sull´incapacità degli Elleni
antichi di navigare per mare
Tra i pezzi più interessanti c´è uno specchio usato da
Solimano il Magnifico
La Chiesa di Roma ipotizzò che Maria sarebbe morta
vicino alla città di Efeso

ROMA. «Una faccia, una razza!». Chissà se a dircelo
per primi - a noi Italiani, almeno sei millenni fa -
non sian stati proprio i Turchi? Certo a guardarsela
per bene questa loro Dea Madre del IV millennio a. C.
che apre la mostra "Turchia 7000 anni di civiltà",
allestita da Louis Godart, al Quirinale, per
festeggiare i 150 anni di relazioni diplomatiche tra
Italia e Turchia, il sospetto viene: vien da pensare
che a quel secolo e mezzo sancito dall´ufficialità, ne
andrebbero aggiunti almeno altri 60 di secoli.
Seimila anni di preistoria e storie, un tempo comuni.
E una sculturina minima in calcare, questa Dea di
Canhasan, 19 centimetri in tutto, e tutti inquartati
nella posizione austera e accovacciata che i canoni di
quell´epoca di fede le avevano affibbiato. Ha lasciato
il suo Museo di Ankara per mostrare a noi e all´Europa
di Bruxelles, quanto antiche siano la civiltà e la
religiosità in Anatolia. E, ora, fa da pezzo forte a
questa Wunderkammer tutta turca che chiuderà i
battenti il 31 marzo prossimo dopo aver mostrato 46
reperti eccellenti, emblematici, scelti con cura, uno
per uno da Godart, per rievocare le tappe fondamentali
di quella civiltà (la mostra sarà poi allestita
all´Archeologico di Napoli, ndr.).
Quindi: roba neolitica, e assira, e ittita; e sigilli
(che fanno presupporre depositi e magazzini da tener
sotto controllo); e scritture, appena nate; e i
primissimi sistri di bronzo; e altri bronzi (che
troveremo simili anche in Europa, ma molto dopo); e
vasi lustrati ad arte, già nel III millennio a. C. Via
via - accennando soltanto a Bisanzio - si arriva fino
alle raffinatezze dell´Islam che lì affina l´arte
nuova - ormai, senza più figure umane - fatta solo dei
suoi caleidoscopici arabeschi simbolici. E gioielli, e
boccali in cristalli di rocca, e Corani istoriati da
non credere. C´è, in mostra, persino uno specchio -
tutto giade, rubini, diamanti e turchesi - che era
usato da Solimano, il Magnifico.
Lei, però, quella Dea Madre del IV millennio a. C.,
sembra saperla più lunga di tutti: viene da lontano,
andrà lontano. Capelli raccolti dietro la nuca, occhi
quasi a mandorla, faccia paffuta, un po´ tutta
sovrappeso, come allora piaceva assai. Dimagrirà nel
millennio successivo: si affilerà nel marmo bianco e
nelle geometrie sacrali per unire - in un unico credo
- il mare da Est a Ovest.
Del resto il suo compito era di tutto rispetto:
opulenta prima, stilizzata poi, la Dea Madre in molte
zone del Mediterraneo - in Turchia, nelle Cicladi, in
Sardegna - doveva accompagnare nell´Aldilà il morto in
modo che una volta arrivato laggiù, non si sentisse
troppo solo e, soprattutto, non tornasse, per
nostalgia, a disturbare i suoi cari.
Paciosa, morbida e tranquillizzante com´è, non si
direbbe proprio che questa Nostra Signora dei Turchi
sia arrivata qui da noi per seppellire definitivamente
un dogma che - seppur datato alla metà dell´Ottocento
- ha influenzato, ritardandoli, moltissimi
ragionamenti archeologici del secolo appena finito.
Del resto a promulgarlo ex cathedra era stato
nientemeno che Theodor Mommsen, e per di più l´aveva
fatto nella sua Storia di Roma antica, dove - già nel
II capitolo, come una premessa - sentenziò:
«Indubbiamente le più antiche migrazioni di popoli
avvennero tutte per via di terra, specialmente quelle
verso l´Italia, le cui coste potevano essere raggiunte
per mare solo da esperti naviganti ed erano quindi
ancora al tempo di Omero perfettamente sconosciute
agli Elleni».
Oggi si sa che non è così. Ma - con questa sua frase
(che, però, sottende tutta l´opera del grande
antichista tedesco) - il Mommsen riuscì a
semplificarci il Passato Remoto: i riflettori e le
attenzioni di molti antichisti, italici e ortodossi,
puntarono tutto sulle Super Razze e si accoccolarono
nello studio dell´autoctonia dei Popoli, mettendo al
bando ogni comparativismo.
Nacquero persino le teorie del «hic et nunc», il «qui
e ora» delle etnie: da studiarsi soltanto sul posto.
Radici o migrazioni diventarono off limits per gli
studiosi più seri. I racconti degli Antichi? Fiabe
pazze da prender con le pinze.
Già il grande grecista Giovanni Pugliese Carratelli,
aveva rischiato l´accusa di eresia quando, una
trentina di anni fa, stimolò gli archeologhi affinché
cercassero tracce «micenee» qui da noi, in Italia.
Presto, però, la ricerca gli diede ragione: in
Sicilia, a Ischia, in Sardegna, Puglia, persino in
Veneto, saltarono fuori e riconosciuti reperti datati
al XIII e XII secolo a. C. - proprio l´età raccontata
da Omero - a legare strette strette le genti
mediterranee e a fare assai più grande il mondo e il
mare degli Antichi.
Eppure - e proprio grazie a quel dogma promulgato da
Mommsen - in certi ambienti ci si continua ancor oggi
a stupire se, di tanto in tanto, relitti di bastimenti
del II millennio a. C. restituiscono merci dell´intero
Mediterraneo.
Ora questa madonnina turca del IV millennio, quasi
gemella alle sue coetanee neolitiche di Sardegna. A
riguardarsela da vicino vicino - adesso che troneggia
in vetrina, lì, al Quirinale - sembra materializzarci
le antiche rotte di cui favoleggiarono i Sargon prima,
gli Ittiti poi, con l´Anatolia a far da grande
imbarcadero della civiltà: Terra Madre!
Solo che, ormai, nessuno se lo ricorda più: né al
Museo di Ankara (dove normalmente questa statuina è
esposta), né in quelli sardi, (dove sono in mostra le
sue sorelle) e neppure all´Archeologico di Bruxelles
(dov´è un´altra loro parente stretta, con la testa un
po´ più sottile, trovata nelle Cicladi), vengono
sottolineati questi loro gemellaggi transmarini.
Eppure l´ha sottolineato con scrupolo in catalogo,
Godart: «Fin dal neolitico le scoperte e le conquiste
culturali di cui le terre anatoliche sono state teatro
hanno segnato profondamente la civiltà europea e, a
sua volta, la civiltà occidentale ha plasmato in parte
il volto della Turchia moderna». Figurarsi che, ormai,
c´è chi - come Gray & Atkinson, su Nature del novembre
2003 - assicura che gli Indoeuropei proprio da lì
siano partiti per regalarci lingue tutte apparentate,
insieme ai semi giusti per l´agricoltura e ai cento
segreti dell´allevamento.
Ed è una storia infinita quella nostra che s´intreccia
con la loro.
A dare ai Greci quel che è dei Greci, ormai, ci siamo
abituati. Spesso, poi, però, ci si dimentica di
ricontrollare quanto la Grecia classica si sentisse
debitrice con l´Anatolia, il paese dell´alba: l´altra
metà del suo cielo. Omero? C´è chi ce lo giura mezzo
turco. Esiodo, il teologo? Lo racconta lui stesso -
proprio mentre sta costruendo un Pantheon agli Elleni
- che suo padre era emigrato da Cuma eolica «non certo
fuggendo gli agi, né la ricchezza e il benessere, ma
la cattiva povertà che Zeus assegna ai mortali».
Per non parlare di Dioniso che - parola sua, ma grazie
alla penna dell´Euripide di Baccanti - nel V secolo a
C. si autocertifica così: «Mia patria è la Lidia».
Tanto che Penteo, con cui il Dio della Vite sta
dialogando, gli ribatte: «E com´è che vieni ora a
portare questi riti nell´Ellade?». E son targati
Turchia anche uomini che sembrano dèi - come Mida, e
Creso - insieme a dèi che soffrono come uomini, come
Prometeo. E Demetra/Madre Terra da dove ci arriva se
non dalla Dea Madre di Ìatalh´y´k («Un pezzo che
rimpiango: l´avrei voluto qui, in mostra» confessa
Godart) che - datata VI millennio a. C., ritratta
trionfante in trono mentre sta partorendo - si prende
il primato delle divinità femminili mediterranee che
via via si materializzeranno nell´elaboratissima
Artemide di Efeso, pregata in mezzo mondo, fino su
alla Marsiglia dei Focei, lupi di mare d´antan.
Roba vecchia? Cose turche? Solo turche?
Fino a un certo punto: dopo mille cautele la Chiesa di
Roma, nel secolo scorso, decise che proprio in una
casa a pochi chilometri dalla Efeso di Artemide,
(ritrovata dagli archeologhi, grazie alle visioni di
una mistica austriaca), sarebbe morta Maria, la madre
di Gesù.
Nel 1967 Paolo VI si recò lì a pregare l´ultima nostra
Dea Madre.

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Laicità. Pericolosi Non Possumus

l'Unità 23.3.07
Laicità. Pericolosi Non Possumus
di Gustavo Zagrebelsky

Questo testo è tratto dall'intervento del Presidente
Emerito della Corte Costituzionale, Gustavo
Zagrebelsky, all'incontro organizzato da Libertà e
Giustizia all'Unione Culturale di Torino mercoledi
scorso

Se guardiamo a quello che sta accadendo oggi intorno a
noi ci accorgiamo che le cose stanno andando in una
direzione completamente diversa da quella auspicata.
Se si continua così con il «non possumus» cattolico,
tra poco ci sarà un «non possumus» laico per difendere
determinate posizioni.
E quando si contrappongono due «non possumus», si
contrappongono per l'appunto le posizioni di coloro
che ritengono di possedere la verità e a quel punto si
viene alle mani. Non è possibile trovare un terreno di
incontro. Diverso è se si dice «ne ho un po' io e ne
hai un pochino anche tu di verità», vediamo come
stanno le cose, se si riesce a trovare un punto di
incontro.
Altro che la libertà della coscienza nella ricerca del
buono: voglio dire che stiamo andando in una direzione
che non so dove ci porterà, perché i «non possumus»
portano con sé indubbiamente degli steccati, con ciò
che poi gli steccati implicano sul piano di vincolo al
comportamento della persona.
C'è stato recentemente un appello, che viene da una
congregazione vaticana, che incita alla disobbedienza
civile di cristiani non qualificati, uomini politici,
amministratori, farmacisti (sono importanti i
farmacisti perché esercitano una pubblica funzione) e
perfino dei giudici. Un appello a ribellarsi alla
legge che rientra nel circuito protetto dal «non
possumus». Badate, si tratta di disobbedienza alla
legge, non l'obiezione di coscienza che è una
possibilità che in determinati casi la legge stessa
riconosce come diritto, per esempio la legislazione
sull'aborto o il servizio militare, per i quali, in
taluni casi, per ragioni di coscienza, ci si poteva
sottrarre a obblighi che valgono per tutti. In questo
caso ci troviamo di fronte ad un incitamento a
ribellarsi alla legge comune. Incitamento grave se è
rivolto ai farmacisti, ma gravissimo se rivolto ai
magistrati i quali sono lì, invece, per la loro
funzione, che è quella di far applicare la legge
comune.
È un grido di sovversione, insomma. L'appello al
diritto naturale in un contesto pluralistico è un
grido di guerra civile. Io non so, non voglio farla
troppo grossa, non credo che l'Italia si avvicini alla
guerra civile, ma certo è vicina, diciamo, alla
perdita del senso dell'appartenenza comune, a una
storia comune, in cui ciascuno deve avere un suo
spazio, far vedere e far valere le proprie ragioni per
creare sempre qualcosa di meglio, di più comprensivo,
ma sempre nel senso della ricerca di quel verum bonum.
Quando però si arriva ad incitare ad assumersi le
proprie responsabilità nel non applicare la legge
quando la si ritiene contraria ai dettami della natura
- e lo dico da costituzionalista, ma prima ancora da
cittadino, con moltissima preoccupazione - bisogna
constatare che non c'è più il dialogo necessario alla
convivenza costruttiva.
Per questo, io direi che dovremmo tutti quanti fare
uno sforzo per dire non «non possumus» ma per dire
«possumus», considerando che questa parola,
«possumus», la diciamo in democrazia. Cioè, in qual
regime, in quell'unico regime, che dà spazio e
riconosce a tutti la possibilità di potere. Quello che
a me preoccupa notevolmente nelle cose che stanno
succedendo in questi tempi è che la Chiesa (purtroppo
si parla della Chiesa con una semplificazione perché,
la chiesa, come sappiamo, per fortuna è fatta di tante
cose), le posizioni più radicali della Chiesa mettono
in discussione proprio alcuni punti fondamentali della
democrazia, che non chiede a nessuno di rinunciare
alle proprie convinzioni. Ma partendo da queste,
richiede che nel dibattito pubblico i dogmi non
vengano fatti valere come tali perché altrimenti le
regole della democrazia si inceppano.
Io, un po' a provocazione, direi che noi, in quanto
credenti nella democrazia, dobbiamo rivendicare il
relativismo come il grande pregio della democrazia
stessa. Mi spiego subito. Relativismo applicato alle
istituzioni nel loro complesso che devono essere
relativiste perché, solo a questa condizione, è
possibile che tutti, come individui, come forze
sociali, come movimenti, facciano valere la loro
verità perché se le istituzioni non sono
relativistiche vuol dire che assumono una posizione e
assumendola escludono tutte le altre. Dire a una
persona «tu sei un relativista», significa qualcosa di
molto simile al dirgli «tu sei un nichilista, tu non
credi in nulla». Ma dire che le istituzioni
democratiche devono essere relativiste significa che
devono sostanzialmente rispettare una posizione di
neutralità tra le posizioni sostanziali che vivono
nella società in modo che tutte possano vivere e
possano espandersi.
Ecco, è una distinzione che va fatta. Il relativismo
per le istituzioni è una virtù. Io vedo dei rischi per
la democrazia che è il regime più debole che esista ma
anche il più prezioso. Tra questi recentemente ci sono
soprattutto quelli che vengono dall'assunzione, da
parte della Chiesa, di una posizione così radicale
espressa come quella espressa nel «non possumus», che
vuol dire che alcuni temi sono sottratti al libero
dibattito pubblico perché una parte del popolo
italiano, rappresentato appunto dalla Chiesa, si
arrocca e unilateralmente dà un giudizio non
discutibile. Come, «non possumus»? Non puoi tu, ma ciò
non deve impedire che nell'arena democratica venga
aperto un dibattito. Quando si imbocca la strada del
«non possumus», ciascuno, dalla sua parte, assume una
posizione esclusivista e sovrana, toglie o mette nel
dibattito pubblico senza lasciare spazio agli altri.
Qui si scontra il clima delle cittadelle assediate. La
chiesa si sente assediata, e non è vero che i
cattolici non hanno voce, però, se noi guardiamo
attentamente la situazione, ci accorgiamo che anche
dal mondo dei non credenti c'è la stessa sindrome
dell'accerchiamento e questa è la sensazione più
pericolosa. Noi, senza considerare le posizioni
estremistiche laicistiche e cattoliche, dobbiamo
cercare di mettere da parte queste posizioni. Ed io mi
permetterei di chiedere al mondo cattolico che in
queste posizioni non si riconosce, di non tacere e di
venire fuori con una voce più chiara, ma allo stesso
tempo sarebbe bene che anche dall'altra parte, diciamo
dalla parte dei non credenti in una fede religiosa, si
manifestasse l'intento a riconoscere, dal punto di
vista del non credente, l'importanza straordinaria del
mantenimento della cultura cristiana come fattore
costitutivo della nostra società. Io sono su queste
posizioni.
Allora, riuniamo gli sforzi ma dicendo chiaramente
quello che non va bene, non accettando passivamente
perché non si devono accettare diktat soprattutto
quando c'è una asimmetria. Un diktat che viene dal
mondo cattolico, arriva da una struttura organizzata,
una gerarchia di potere nell'ambito della Chiesa. Il
mondo laico invece non ha, e non come suo difetto ma
come suo elemento caratterizzante, alcuna autorità.
Questa asimmetria va assolutamente riequilibrata. Io
credo, da laico, che si possa formulare l'auspicio che
nel mondo della Chiesa venga realizzata la necessaria
apertura che gioverà certo anche a se stessa.

Ebla, il ritorno delle due regine

Corriere della Sera Roma 9.10.07
La Sapienza. D'oro e d'argento le due opere del 2.300
a.C. riportate alla luce dalla missione archeologica
romana
Ebla, il ritorno delle due regine
Paolo Matthiae scopre, durante gli scavi in Siria, due
preziose statuette
di Paolo Brogi

Due regine, in oro e argento, sono riemerse dalle
rosse terre di Ebla, in Siria, dove in oltre
quarant'anni di scavi la missione archeologica
dell'università di Roma la Sapienza guidata da Paolo
Matthiae sta riportando alla luce la lontana e
sconosciuta civiltà fiorita tra il 2400 e il 1600 a.C.
Due preziose statuette in miniatura riaccendono i
riflettori su Tell Mardikh, nella Siria
settentrionale, e dopo la recente scoperta del grande
Tempio della Roccia costituiscono il nuovo evento
scientifico dell'importante e fortunata campagna di
scavi di Ebla.
Il raro ritrovamento è avvenuto nel corso dell'ultima
campagna archeologica, la 44ª, durante la quale sono
proseguiti i lavori all'interno del grande tempio
scoperto tre anni fa ed è stata affrontata anche una
zona della Reggia che finora era stata poco
investigata.
Lì, in un magazzino reale a ridosso degli Archivi
amministrativi in cui trent'anni fa furono trovate le
17 mila tavolette cuneiformi che hanno permesso di
decifrare l'antichissima lingua eblaita, giacevano
interrate e pressoché intatte le due statuette di
personaggi femminili, due regine.
Una in argento, l'altra in oro, la prima in piedi,
l'altra seduta, una di fronte all'altra, probabilmente
l'ultima regina di Ebla alla vigilia della prima
distruzione della città nel 2300 in raccoglimento
davanti alla regina madre divinizzata. Nelle tavolette
si ripetono molti nomi di sovrane. Ma quello più
ricorrente, nell'ultimo periodo del 2300 a.C., è
Dusigu.
Splendida è soprattutto la regina madre, con un grande
mantello in lana arricciata, la novità di
un'acconciatura particolarissima con fasce di tessuto
incrociate, la coppetta di diaspro in mano come in un
banchetto rituale funerario. Con lei, a Tell Mardikh,
per la prima volta è riaffiorato l'oro di Ebla.
«Facevano parte di un gruppo statuario che comprende
anche un incensiere di bronzo che abbiamo ritrovato
tra le due statuette - spiega Matthiae -. Il tutto
poteva essere la sommità di uno stendardo o di
un'insegna regale. Re e regine defunti erano
divinizzati ad Ebla, come protettori della società dei
vivi ed erano oggetto di culto assiduo, come abbiamo
riscontrato nei testi degli archivi».
Nella stessa sala del Palazzo Reale dove sono state
trovate le due statuette è stato scoperto infine anche
uno splendido sigillo cilindrico di un alto dignitario
dell'età degli Archivi, il cui nome è ripetutamente
menzionato nei testi stessi degli Archivi.
Questo sigillo, che era decorato da due capsule d'oro
di cui si è conservato solo il rivestimento
dell'interno, presenta i tipici temi della lotta tra
esseri mitici e animali selvaggi, tra i quali
compaiono anche le figure di un re e di una regina,
che sono probabilmente altri due antenati regali
divinizzati.

Veneto Pagan Moot 11/10/2007

Incontro Wicca e Pagano -
Pagan Moot Veneto 11 ottobre 2007

salve,
giovedi' 11 ottobre 2007.
Montegrotto Terme ore 20,45.
al pub Imbolc,
Via Aureliana 11 Montegrotto Terme (PD)
si terra' l'incontro mensile dei pagani e wiccan
veneti. L'incontro è aperto a tutti.

Incontro periodico mensile ogni secondo giovedì del
mese.
Il primo Pagan Moot Veneto è avvenuto nel dicembre
2005.

<< Durante il pellegrinaggio della vita, il politeista
si reca da un tempio all'altro, pratica differenti
rituali, differenti modi di vita, differenti metodi di
sviluppo interiore. Resta costantemente cosciente
della coesistenza di una moltitudine di vie che
portano al divino… il monoteista non può vedere in
modo chiaro, fianco a fianco, i diversi stadi del suo
sviluppo passato e futuro, illustrati da diversi
simboli, diversi Dèi, diversi culti, diversi
comportamenti religiosi, ogni suo tentativo per
superare i limiti dei dogmi e delle leggi del sistema
in cui si trova immerso tende a fargli perdere
l'equilibrio. >>, uso le parole Alain Danielou per
cercare di far capire lo spirito che anima molti dei
partecipanti al moot.


Cos'è un moot?
<< Un Moot è semplicemente un incontro tenuto in un
locale pubblico (solitamente un pub o simile) ad
intervalli fissi in cui le persone si possono
incontrare per conoscersi, discutere, consigliarsi e
quant' altro. Il fatto che l' incontro si tenga sempre
con la stessa periodicità facilita l' organizzazione
per tutti, visto che non si deve cercare di contattare
tutti ogni volta per mettersi d' accordo, e che le
persone hanno la possibilità di organizzare i propri
impegni per tempo sapendo quando c'è il Moot. Inoltre
tutte le persone nuove nella comunità possono andare
ad un Moot>>
saluti

francesco scanagatta

cell 349 7554994.

Sunday, October 07, 2007

Dormiveglia e archetipi, Anche la pelle genera immagini

Corriere della Sera 5.10.07
Dormiveglia e archetipi
Anche la pelle genera immagini
di Giuseppe Bonaviri

Nel fascinoso cammino sul filone del dormiveglia e
della sua narrazione archetipica, due sono i pensieri
posseduti dall'uomo, quello razionale e quello
notturno, mentre supporto fondamentale di ogni
psichismo resta la memoria intesa come capacità
coordinatrice, propulsiva e archivistica delle nostre
esperienze. Il pensiero notturno o dormivegliante si
manifesta ed attiva nella fase preonirica, al di fuori
è inconcepibile ed inesistente. La scaturigine di
fondo di questo pensiero notturno è in gran parte
sensoriale. È sufficiente che durante il presonno
sottostiamo a stimoli cutanei o viscerali (prurigini,
somatostesie, algie, psicostesie) perché si presenti.
Questo pensiero ha due caratteristiche: l'enorme
dispersione di idee e subidee e la intonazione
essenzialmente immaginativa. Si presuppone che questa
forma di pensiero sia nata da meccanismi generatori
primordiali che hanno investito tutta la materia, la
quale, come è ben noto, deriva dall'elettromagnetismo
degli atomi. Gli atomi come regolati, allora, di leggi
universali ripetitive. Questi meccanismi regolatori
ripetitivi nel corso dei millenni si sono trasferiti
dalla cellula ai sistemi pluricellulari. Il
dormiveglia nacque da questi meccanismi—primum
pensante — generatori a tipo arcaico-ripetitivo.
Avendo le manifestazioni della vita ancestrale
un'origine ripetitivo- ossessiva, è facile arguire che
il pensiero dormivegliante sia posseduto da una
ossessione di fondo, in sé contenente l'idea tenebrosa
del labirinto, che possiede e ingloba ed equivale allo
stato ansiogeno.
Parliamo allora di attività allucinatoria del
dormiveglia e suddividiamo le modalità psicodinamiche
del presonno in due: i microsogni che nascono di colpo
in noi in assoluto vuoto mentale senza una spiegazione
ancora scientifica; il dormiveglia, vera condizione di
prepensiero con le molteplici idee che in apparente
vuoto mentale insorgono in noi paragonabili a un
grappolo ideativo. Questo, come bozzolo onirico, è
percepito in modo allucinatorio dileguandosi
istantaneamente nella nostra mente.
È ovvio che un vero sogno segue altre pulsioni e
strutturazione. Si potrebbe immaginare come una strana
modalità legata all'inquietudine dell'uomo con flussi
temporo-spaziali ed ipotizzare l'esistenza di un
determinismo diverso tra tesi fisiologico somatica e
distorta patologica del presonno. Ciò può rendere
meglio al lettore e a chi lo percepisce soffrendone,
le essenze piene di complessità racchiuse in questa
modalità di addormentamento paragonabile a un ciuffo
di papaveri smossi lungo una cunetta da un soffio di
vento in primavera. Chi soffre di turbe psichiche
profonde vive, in modo assai più complesso, questo
stato di addormentamento che, a tutt'oggi, nonostante
i progressi della scienza, rimane un mistero dell'io
profondo se pur nella fuggevolezza del percepibile,
nella drammaticità sconosciuta dell'evento quotidiano
tra veglia e sonno.
N ella nostra pelle ci sono i dermatomeri che se
stimolati, danno origine allo scorrere di questo
protopensiero o meglio di sensazioni a noi comunemente
ignote. È risaputo, tra l'altro, che la cute nasce —
durante il periodo embrionale — dallo stesso foglietto
da cui ha origine il cervello, dunque, il rivestimento
cutaneo può considerarsi vera e propria cassa di
amplificazione del pensiero nel dormivegliante.
Potremmo dire che questa duplicazione del cervello sul
nostro rivestimento corporale, pur senza averne chiare
nozione biologiche, sottostà alle stesse funzioni sia
del cervello che della cute. Nonostante il tanto
vantato sviluppo tecnologico odierno, ci sono
probabilmente tanti strati di realtà sommerse e
sconosciute. Dove non esistessero confini mentali,
esisterebbero capacità metamorfizzanti come trame
insolite di esistenze.

Saturday, October 06, 2007

Perché non possiamo non dirci pagani

Repubblica 1.8.07
Perché non possiamo non dirci pagani
I greci e l'uguaglianza di fronte alla legge
di Lucio Villari

Ripubblicata l'opera di Santo Mazzarino: l'antichista
vedeva in Sparta e Atene e nella loro religione il
fondamento della nostra civiltà
Da Epicuro a Seneca l'arte di credere in se stessi e
l'idea di giustizia
Qui l'etica laica, in Oriente un fanatismo che è il
simbolo della vita nazionale stessa

Una lieve ansia di rientrare in se stessi, il
desiderio di qualche terapia intellettuale e di idee
chiare e disarmate di cui si percepisce l´assenza,
forse sono questi stati interni a far parlare di
religioni e di religiosità e a far sospettare più che
l´inquietudine di chi cerca una fede, la stanchezza e
la noia del vuoto. Una medicina per questi sentimenti
potrebbe essere, ad esempio, un richiamo al perché non
possiamo non dirci pagani, al lascito eterno della
cultura classica, della storia del mondo antico e
persino dell´universo degli «dei falsi e bugiardi».
Anche se quest´ultimi non pare fossero veramente tali.
«Gli dei non sono dotati di nessuna trascendenza; -
diceva Marc Augé nel 2005 a un convegno a Rimini sul
mondo antico, sul tema Antico/Presente - appartengono
allo stesso mondo degli uomini e rivestono
essenzialmente un ruolo simbolico in senso letterale:
mettono in relazione gli uomini tra loro. La "fede"
negli dei passa attraverso l´accettazione del vivere
quotidiano». Era in sostanza un rifarsi alla
«concretezza storica» della mitologia di cui parlava
Kàroly Kerényi nel l955 a proposito dei greci. Tesi
ribadita l´anno dopo dal filologo e storico Walter
Friedrich Otto nel saggio Il mito originario alla luce
della simpatia di uomo e mondo. Ed era anche dalla
differenza e opposizione tra la religiosità greca e
quella orientale che si doveva partire per avvertire
la contiguità della religione greca con il nostro
Occidente, il solo spazio, aveva scritto Santo
Mazzarino nel l947, «dove vibra l´anima della storia
greca».
Un´anima che va percepita per contrasto con l´Oriente
«e proprio per rivelare la sua originalità e
fisionomia caratteristica».
Anche attraverso questa immagine umano-divina della
religione greca (e romana) riemerge l´esigenza antica
di razionalità di cui Marco Aurelio in uno dei
«Pensieri» vede privi i cristiani, portatori di un
culto orientale. E´ questa la Grecia che «entra» a
Roma nella transizione tra repubblica e impero e, pur
confrontandosi con tempi politici e sociali disumani e
violenti, ha introdotto la limpida filosofia dello
stoicismo.
Era un pagano pragmatismo morale che, da Epicuro a
Seneca a Epitteto a Marco Aurelio, ha insegnato l´arte
del credere in se stessi e l´idea di giustizia come
fondamento della società civile.
La Stoà fu anche un movimento spirituale e filosofico,
una etica laica che il monoteismo cristiano ha poi in
parte inglobato nella sua dottrina e in parte
sopraffatto innestandovi sentimenti e comportamenti
sconosciuti agli antichi, come il timore verso un
misterioso trascendente (gli dei sono invece umani,
quindi non misteriosi) e la convinzione, come
sosteneva Paolo di Tarso nella Lettera ai Corinzi, che
«la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a
Dio».
Comunque la Stoà - ha scritto nel 1943 uno dei suoi
maggiori studiosi, Max Pohlenz - «ha dato per mezzo
millennio a innumerevoli uomini una base morale e la
pace interiore». Il suo più agguerrito avversario,
Agostino - lo ha ricordato Italo Sciuto ne L´etica del
Medioevo (Einaudi, 2007) - rimproverava ai filosofi
pagani, di cui però sentiva il fascino, di avere sì
pensato ad una società giusta, ma di non averla saputa
realizzare.
In realtà l´idea di giustizia, anche se la sua origine
politica era greca, fu, accomunata dai cristiani al
rifiuto della schiavitù, fu l´insidia più pericolosa
il tarlo che indebolì mortalmente Roma.
Chi riconosce però nella filosofia pagana una delle
premesse del pensiero moderno - dall´Umanesimo a
Erasmo, Spinoza, Kant, l´Illuminismo - sa che questa
pace interiore, il tecum fugis di Seneca, la moralità
dell´esistenza, suggerite più che predicate o imposte,
erano fondate sul piacere del vivere e sul vivere
conoscendo; sentimenti che potevano essere sconvolti
da eventi esterni (alcuni stoici erano attraversati da
queste inquietudini preferendo alla violenza
psicologica o politica un calmo suicidio) e quindi
delicati, inermi. Un piacere fondato sul principio del
«conservare il proprio essere», come dirà Spinoza, di
«individuazione» dell´individuo, che in traduzione
attuale potrebbe essere il principio della
salvaguardia della «persona».
Era attenzione filosofica verso l´anima umana, anzi,
la «therapia animae», di Panezio di Rodi, il filosofo
greco che più influenzò gli stoici romani, a
cominciare da Cicerone, sul problema dell´etica che
aveva il segno aurorale della libertà dell´uomo.
Forse questa lezione l´avrebbe oggi ripensata un
conoscitore della classicità come Santo Mazzarino, ma
venti anni or sono, nel l987, la sua scomparsa ha
privato la cultura italiana di una intelligenza
straordinaria e di un indagatore
dell´«Antico/Presente» che manifestava con franchezza
anche la propria passione politica, sia nel giudizio
storico preciso e filologicamente implacabile sulla
classicità, sia nella interpretazione della classicità
nella storia contemporanea del mondo occidentale.
Sono stato suo allievo nell´Università di Messina
(insegnavano con lui Giacomo Debenedetti, Galvano
della Volpe, Ruggero Moscati, Lucio Gambi, Giorgio
Petrocchi, Rosario Romeo) e posso testimoniare che gli
altri storici moderni (ma lo stesso succederà quando
Mazzarino si trasferì all´Università di Roma) non si
ponevano, né risolvevano, i problemi complessi della
storia del Novecento come invece Mazzarino faceva
spesso, con la naturalezza dello storico totale e il
gusto di occuparsi di cose diverse. I problemi
novecenteschi che lo incuriosivano - ne discuteva
spesso con alcuni allievi in privati conversari -
avevano una dimensione europea, occidentale ed erano
di una «qualità» diversa dalle pur fondamentali
questioni della prima guerra mondiale, del fascismo,
del comunismo, del nazismo, con relative guerre e
damnatio memoriae. Una storia politica e soprattutto
sociale che Mazzarino invece sentiva intensamente e
«vedeva» - scoprendo personaggi e eventi fondamentali
che allora parevano sfuggire alla storiografia
italiana corrente - dall´interno, con lo spirito
critico con in quale investigava l´interno della
classicità. In fondo applicava al tempo presente la
«istorin» greca, cioè la «problematica illustrazione
del fatto che si indaga» più che «raccontarne una
serie», cioè «la narrazione continuata che è propria
degli Orientali».
Quando, nel l959, apparve La fine del mondo antico,
nella breve Premessa c´era l´indicazione del metodo:
«Credo che il tema della "morte di Roma" presenti un
particolare interesse: sentiamo così il bisogno di
percorrere il cammino delle idee di "decadenza" e
"fine" del mondo antico, come di chiederci ancora, per
nostro conto, quale spiegazione di quella "fine"
appaia, all´uomo di oggi, necessaria e sufficiente.
Ma, proprio per questo, un "dialogo" siffatto è in
realtà inesauribile...». Il dialogo, dunque tra antico
e presente, parafrasi del dialogo fra Oriente e
Occidente (dialogo e insieme distinzione) al quale nel
l947 Mazzarino dedicò una ricerca fondamentale: Fra
Oriente e Occidente. Ricerche di storia greca arcaica.
Sessanta anni dopo l´opera è stata ripubblicata da
Bollati Boringhieri (una edizione Rizzoli risale al
l989) e ha una introduzione di Filippo Cassola e in
appendice la recensione critica che del libro fece nel
`47 Arnaldo Momigliano e la puntuale replica di
Mazzarino al quale in realtà le polemiche accademiche
non interessavano affatto, e che quindi non volle
allora pubblicare. Con questo libro Mazzarino toccava
infatti i nervi scoperti di alcuni storici della
classicità e contestava nettamente l´opinione, di cui
era portatore Momigliano, che il tema
Oriente-Occidente fosse ormai storiograficamente
risolto e che si trattasse di un «problema fantasma».
Mazzarino sosteneva al contrario che «chi studia
storia arcaica ha il compito di rievocare Oriente e
Grecia e studiare in che modo "il tempo della storia
orientale" si sia poi risolto nel "tempo della storia
greca"».
Dalla ricchezza e pluralità della ricerca di Mazzarino
credo sia possibile qui riproporre soltanto qualche
spunto. Muovendo dalla Grecia arcaica, come dice il
titolo dell´opera, Mazzarino voleva stabilire, sulla
base di innumerevoli fonti poetiche, letterarie,
politiche, linguistiche, archeologiche i confini
dell´«Asia», il cui nome rinvia allo stato di Asswa in
Lidia, e i confini della Grecia «barbarizzata», cioè
incrociata dagli «stranieri», per identificare sia le
relazioni e contaminazioni tra i popoli e gli Stati
dell´Asia minore e la Grecia arcaica, sia il processo
di distinzione tra i due mondi, appunto tra Oriente e
Occidente. Alla fine la differenza è netta e non è
soltanto la diversità tra la polis e il potere non
democratico degli stati orientali, ma l´originalità di
una via culturale e politica che Mazzarino individua
nel «travaglio costituzionale» che connota la Grecia
classica. Ma leggiamo questa pagina esemplare. «Il
travaglio costituzionale ci è apparso come l´opera di
tutti i Greci; ed è un travaglio gelosamente, diremmo,
greco, senza alcun "emprunt" lidio o comunque
straniero. In esso l´anima dell´Occidente si è, la
prima volta, rivelata. Partendo da condizioni analoghe
a quelle delle città-stato orientali, i Greci tuttavia
hanno "scoperto" qualcosa che gli Orientali non
sospettavano: l´esigenza isonomica. Questa fu la
nascita dell´Occidente».
Isonomia è una voce della democrazia greca che
significa uguaglianza di fronte alla legge. La
rivoluzione francese l´ha consacrata per sempre
fondando l´Occidente moderno. A Mazzarino questo era
chiaro con in più la convinzione «illuministica» che
un altra differenza c´era nel fatto che «mancava ai
Greci quel fanatismo religioso che per gli Orientali è
simbolo della vita stessa nazionale». Ma c´è un punto
sul quale credo si debba riflettere che capire le
dimensioni di questo storico straordinario. Mazzarino
parlava di «travaglio costituzionale» della Grecia
proprio nell´anno, il l947, nel quale l´Italia stava
elaborando una nuova Costituzione. Mazzarino scriveva
il suo libro seguendo i lavori dell´Assemblea
Costituente, cioè il travaglio costituzionale di un
paese che, come la Grecia classica, scopriva i valori
della democrazia. A mio parere il rapporto cui egli
era, come si è detto, particolarmente sensibile tra
mondo contemporaneo e mondo classico, emerge qui con
una grande forza ideale e morale. Solo questa
sensibilità storica e politica può separare, senza
contrapporli, l´Oriente e l´Occidente. Mazzarino ha
spiegato, con molto stile, il senso di questa
separazione - dialogo parlando di un tempo nel quale
«si formò una cultura che è la nostra. E che, grosso
modo, si può dire greca per la politica e orientale
per la religione. Ma la stessa unità di questa nostra
cultura è prova, dunque, che nell´anima occidentale
(nell´anima greca, cioè) non c´era chiusa avversione
all´Oriente, ma aperta ansia di comprensione e di
assimilazione».
Varie volte torna la parola anima nella razionale
scrittura di Mazzarino; forse era un segreto richiamo
anche allo stoicismo e a pagani pensieri e sentimenti
di un Occidente libero e aperto a tutti.

Emerge a Orvieto il Fanum Vltumae

Repubblica 22.8.07
Archeologia. Emerge a Orvieto il Fanum Vltumae, una
svolta per gli studi
Il grande santuario etrusco

Orvieto. Una nuova scoperta sta arricchendo le
conoscenze sugli etruschi: da uno scavo in corso a
Orvieto sta emergendo il Fanum Voltumnae, il santuario
federale dove si riunivano i rappresentanti delle
dodici città principali che formavano la lega etrusca.
Un luogo di grande rilievo sia religioso che politico
il cui ritrovamento porterebbe a una svolta
importantissima nell´etruscologia. Il rinvenimento, in
questi giorni, di due altari, uno dei quali
monumentale e di fattura particolarmente raffinata,
insieme a quello di frammenti ceramici che consentono
di datare l´inizio della frequentazione della zona in
epoca villanoviana, vale a dire nella fase iniziale
della civiltà etrusca, sembrano avvalorare decisamente
l´ipotesi.
I ritrovamenti si devono a Simonetta Stopponi
(Università di Macerata) che sta conducendo
approfondite indagini dal 2000. L´area è quella di
Campo della Fiera, ai piedi della rupe di Orvieto. È
grande tre ettari e ha restituito numerosi resti che
documentano una continuità ininterrotta di uso sino
alla peste nera del 1348. Lo scavo sta per concludersi
e i risultati verranno annunciati pubblicamente i
primi giorni della prossima settimana.
Nel Fanum Voltumnae i rappresentanti delle principali
città etrusche si ritrovavano annualmente. Ma erano
previste anche assemblee straordinarie la cui
convocazione poteva essere richiesta, in casi di
particolare gravità, da parte di popoli alleati quali
i Falisci e i Capenati. Così almeno accadde - secondo
la testimonianza di Tito Livio - nel 397 a.C. quando
si trattò di prendere una decisione sulla sorte di
Veio, assediata dai Romani.
Le assemblee avevano un carattere politico. E a Roma
si guardava ad esse con preoccupazione. Il valore
politico degli incontri era ribadito dall´elezione di
una sorta di primus inter pares, definito in
iscrizioni latine di età imperiale come praetor
Etruriae. Gli incontri avevano comunque anche un
aspetto religioso: non a caso il luogo era posto sotto
la protezione del dio Voltumna, una divinità
assimilata a Tinia, vale a dire il Giove latino. Non
mancavano neppure le manifestazioni sportive e gli
spettacoli: grande scandalo suscitò la decisione del
re di Veio di ritirare per protesta gli atleti e gli
attori veienti dai giochi nel 404 a.C.
Tito Livio è lo storico latino che informa più
dettagliatamente sul Fanum Voltumnae, ma purtroppo non
fornisce indicazioni sulla sua localizzazione. A
partire dal Quattrocento sono state avanzate diverse
proposte per la sua identificazione. Nel Novecento ha
preso quota la localizzazione a Orvieto, l´etrusca
Velzna. Fra gli indizi veniva indicata una
disposizione dell´imperatore Costantino - tra il 333 e
il 337 d.C.- che autorizzava gli Umbri a svolgere la
propria festa religiosa a Spello e non più aput
Volsinios, presso Volsinii, insieme agli Etruschi. Va
tenuto presente che in epoca imperiale, dopo il duro
intervento effettuato da Roma nel 264 a.C., la città
di Volsinii era stata saccheggiata e rifondata sulle
sponde del lago di Bolsena e non si trovava quindi più
sulla rupe orvietana. Ma nel testo costantiniano si
dice "presso" e non "in" Volsinii.
Questo e altri elementi hanno spinto a cercare il
Fanum Voltumnae tra Orvieto e Bolsena. Negli anni
Trenta del secolo scorso, un erudito appassionato di
archeologia, Geralberto Buccolini, avanzò l´ipotesi
che il santuario fosse ai piedi della rupe orvietana,
nell´area di Campo della Fiera e del Giardino della
Regina. Determinanti erano per lui alcuni ritrovamenti
avvenuti in quella zona negli anni Settanta e Ottanta
dell´Ottocento.
Sulla scorta di queste conoscenze sono stati avviati
gli scavi diretti da Simonetta Stopponi e resi
possibili dal sostegno finanziario della Banca Monte
dei Paschi di Siena. L´indagine ha intanto evidenziato
un dato storico: la scoperta di un´intensa
frequentazione attestata da interventi urbanistici e
architettonici in epoca repubblicana e imperiale
romana.
Tra le strutture riportate alla luce va segnalato un
ampio recinto al cui interno è stato scoperto un
tempio che presenta almeno due fasi edilizie e un
percorso pedonale realizzato a fianco del suo lato
lungo meridionale, due pozzi (uno con una base
modanata in trachite) e da ultimo - come si è già
ricordato - due altari rispettati nella
ristrutturazione dell´area avvenuta nel II sec. a.C.
Uno, di fattura pregevole, è realizzato in trachite,
l´altro in tufo. Il più monumentale sembra risalire
alla metà del V sec. a.C. ed essere contemporaneo alla
fase più antica del tempio col quale è probabilmente
in connessione. In questa stessa zona erano stati
rinvenuti già due bronzetti di offerenti, oltre a
numerosi frammenti di ceramica attica di qualità
notevole, e ora si è scoperto il basamento di un
donario.
In un altro settore della stessa area di scavo, gli
archeologi hanno riportato alla luce una fontana
monumentale e la base di un ulteriore edificio di
epoca etrusca dalle dimensioni ragguardevoli.
Nelle prime campagne di scavo erano state messe in
luce due antiche strade basolate, una delle quali
appare delimitata da un muro in opera reticolata lungo
70 metri ed è stata interpretata dagli scavatori come
una via sacra; terme di modeste dimensioni di epoca
romana e una chiesa di origine altomedievale impostata
su strutture precedenti. Un´altra ampia via lastricata
e alcuni ambienti che vi si affacciavano sono stati
rinvenuti, a non molta distanza, in scavi condotti
direttamente dalla Soprintendenza per i Beni
Archeologici dell´Umbria sotto la direzione di Paolo
Bruschetti.
Molto resta da indagare e comprendere: occorre cercare
i resti delle strutture legate agli spettacoli e ai
giochi e scoprire ancora con ogni probabilità
l´edificio (o il luogo consacrato) principale. Ma che
l'area del Fanum Voltumnae sia stata individuata
appare - dopo i rinvenimenti di questa estate - sempre
più verosimile.