Friday, January 11, 2008

So quel che fai. Il cervello che agisce e i neuroni specchio

Le scienze on line (Recensioni):

http://www.lescienze.it/specialrecensioni.php3?id=12267

So quel che fai. Il cervello che agisce e i neuroni specchio
di Giacomo Rizzolatti e Corrado Sinigaglia

Secondo il celebre neuroscienziato statunitense Vilayanur Ramachandran, si è trattato della più importante scoperta venuta dagli studi sul cervello negli ultimi decenni, destinata a essere «per la psicologia quello che il Dna è stato per la biologia». Sono i neuron specchio, una popolazione di cellule nervose che si attivano sia quando compiamo un’azione, sia quando vediamo qualcun altro compierla.
Permettono quindi di «sentire», prima ancora che interpretare, i
comportamenti altrui. Dalla loro scoperta, avvenuta a metà degli anni
novanta, i neuroni specchio hanno suscitato molta attenzione
giornalistica e affascinato specialisti di diverse discipline: la loro
stessa esistenza mette infatti in dubbio i tradizionali confini
filosofici tra pensiero ed emozione, azione e percezione. Mancava
ancora, però, un libro che ne raccontasse la storia, sinora consegnata
solo alle pagine delle riviste scientifiche. A scriverlo non poteva
essere che il «padre» dei neuroni specchio, il direttore del
Dipartimento di neuroscienze dell’Università di Parma Giacomo
Rizzolatti, qui insieme a Corrado Sinigaglia, docente di filosofia
della scienza all’Università di Milano. Nella prima parte, il volume
ripercorre le tappe della scoperta, descrivendo prima il funzionamento
dei neuroni visivi e motori classici per poi arrivare alle peculiarità
dei neuroni specchio identificati nelle scimmie e alle prove della
loro presenza anche nell’uomo. Il cuore del libro sono però gli ultimi
due capitoli, in cui Rizzolatti e Sinigaglia formulano due ipotesi
cruciali: che i neuroni specchio abbiano svolto un ruolo chiave
nell’evoluzione del linguaggio (perché l’area di Broca, la parte del
cervello umano specializzata nelle funzioni linguistiche, corrisponde
a quella dove, nel cervello delle scimmie, si trovano i neuroni specchio); e che siano i «neuroni dell’empatia», quelli che ci consentono di comprendere le emozioni altrui (non a caso si pensa che l’autismo sia legato anche a un loro malfunzionamento). Ipotesi che, se confermate, farebbero dei neuroni specchio una vera e propria base biologica delle relazioni sociali.

GLI DEI DELLA MAGIA DI TANITH LEE

GLI DEI DELLA MAGIA DI TANITH LEE


La scrittrice londinese Tanith Lee � un'autrice che ha trattato sia i temi della fantascienza che della fantasy pura. I temi del Paganesimo sono comparsi spesso nei suoi romanzi, dove il tema del rapporto fra natura umana e natura divina � quello predominante, avvicinandosi perci� in certo modo a Van Vogt. Tuttavia Tanith Lee si dimostra superiore a Van Vogt, innanzitutto per lo stile pi� chiaro e profondo, meno frettoloso di quello che caratterizza lo scrittore canadese, a volte celvellotico e troppo complicato. Inoltre, perch� � pi� attenta ai personaggi e ai loro conflitti interiori, e quindi li rende pi� comprensibili e vicini al lettore.

� uno strano caso che il suo nome sia quello dell'antica Dea Madre cartaginese, una delle tante manifestazioni della Grande Madre mediterranea, ed � un nome che, come vedremo, dati i temi di alcuni dei suoi romanzi, le si attaglia perfettamente.

Il suo primo romanzo � stato Nata dal vulcano (The Birthgrave), che narra di una donna che si risveglia in un tempio misterioso nelle viscere di un vulcano, priva di memoria e dal volto orribilmente sfigurato, con i capelli e gli occhi completamente bianchi. La donna senza nome ode la voce di un essere invisibile che sale dalle fiamme di un bacile sullo altare del tempio: � Karrakaz, il Demone Senz'Anima, che le rivela che lei � l'ultima superstite di un regno perduto, e che se uscir� dal vulcano ne avr� solo dolore e sofferenza, a meno che non trovi la sua "anima gemella di Giada Verde".

La donna senza nome esce terrorizzata dal vulcano, e si avventura nel mondo esterno, un pianeta sconosciuto che potrebbe indifferentemente essere una sorella gemella della Terra, oppure la stessa Terra nel passato o nel futuro, oppure un'altra Terra di una dimensione parallela. Al lettore � data la possibilit� di pensarla come meglio crede.

Fatto sta che in questa Terra sconosciuta la donna senza nome scopre di essere una Dea. � dotata di una serie di straordinari poteri metapsichici: pu� leggere nel pensiero e pu� parlare qualsiasi lingua per una forma di telepatia, pu� spostare gli oggetti col pensiero, scatenare le tempeste, guarire le malattie, curare le ferite, ed il suo corpo si rigenera in continuazione, a tal punto che non pu� essere uccisa. Il suo potere per� si manifesta saltuariamente, � come bloccato dal peso di una maledizione, che ritiene collegata al suo misterioso passato. Tiene il suo volto coperto da una maschera, convinta che il suo orribile aspetto porterebbe la morte a chi lo vedesse.

Pian piano riesce ad intuire qualcosa della verit�: nel mondo sconosciuto si ergono gigantesche rovine di un'antica civilt�, la civilt� dei Perduti, che, secondo le leggende, erano potentissimi stregoni, ed evidentemente lei � una superstite di questo popolo misterioso.

Peregrinando senza meta, arriva in un regno abitato da discendenti bastardi dei Perduti, i quali la considerano la loro Grande Dea Madre, Uastis, il cui nome significa "Guaritrice", e qui � costretta a sposare un generale che � in realt� anche lui un mago, Vazkor, un discendente indiretto del suo popolo che � riuscito a sviluppare i poteri latenti dei suoi antenati.

La Dea Uastis rimane incinta, ma quando si rende conto della immensa malvagit� e pericolosit� di Vazkor, il quale era comunque meno potente di lei, lo uccide, ma perde completamente i suoi poteri e fugge lontano, abbandonando poi il figlio appena nato in una trib� primitiva, scambiandolo con il figlio nato morto del capotrib�.

La donna vaga ancora per qualche tempo, finch� scopre un'astronave atterrata in un luogo deserto, e incontra gli occupanti, che dicono che � stata lei a chiamarli, con i suoi immensi poteri telecinetici. Nell'astronave, la donna viene collegata al computer della nave, che pu� registrare tutti i ricordi, consci o inconsci di una persona, e viene costretta a ricordare le sue vere origini.

Scopre cos� che, secoli prima, lei era stata una figlia di una razza divina: creature dotate di tali poteri da essere simili agli Dei, anche se avevano avuto un corpo in carne ed ossa. Ma la loro immensa potenza li aveva resi spietati ed indifferenti alle sofferenze dei mortali, e cos� le prepotenze, lo sfruttamento e le atrocit� che avevano praticato nei confronti dei mortali, avevano finito per suscitare un tale odio nei loro confronti che a lungo andare questo era diventato a sua volta una forza psichica, che aveva creato un'epidemia potentissima, che distrusseva completamente i loro corpi senza dar loro pi� la possibilit� di risorgere. La loro hybris, l'orgoglio di ritenersi completamente simili agli Dei, li aveva distrutti.

La donna-dea senza nome, che a quel tempo era stata una bambina, dopo che tutti gli altri erano morti, era rimasta chiusa nel tempio sotterraneo, in uno stato di catalessi che era durato secoli, per poi risorgere come donna.

Il senso di colpa per essere appartenuta a una specie cos� malvagia, che era stato instillato in lei durante la catastrofe da uno dei sacerdoti del tempio sotterraneo, le aveva poi fatto perdere la memoria e le aveva bloccato l'uso dei suoi poteri. Il Demone Senz'Anima era solo la personalizzazione dei suoi sensi di colpa, cos� come anche il suo orribile aspetto era un'allucinazione: quando finalmente ha il coraggio di guardarsi allo specchio senza maschera, vede ora un volto bellissimo, di una bellezza immortale e divina, e sulla sua fronte � incastonato, inserito sotto la pelle, un piccolo triangolo di giada verde: la sua anima gemella simbolo del potere illimitato della mente. E allora ricorda il suo vero nome: Karrakaz.

La vicenda si conclude con il ritorno di Karrakaz nel mondo dei mortali, finalmente liberata dai suoi dubbi e dalle sue colpe e con il Potere completo, che ora � decisa a usare solo a fin di bene, a differenza dei suoi antenati. Dopo Nata dal vulcano, Lee scrisse il suo seguito, Vazkor, figlio di Vazkor, che non ha pi� per protagonista Karrakaz, bens� suo figlio Tuvek, abbandonato nella trib� barbarica, il quale inizialmente non � minimamente consapevole delle sue origini e dei suoi poteri, anche se intuisce di essere diverso dai selvaggi in mezzo a cui vive.

Paradossalmente, Tuvek non crede negli Dei, � assolutamente ateo in mezzo a persone che vivono di superstizioni.

Poi scopre chi sono i suoi veri genitori, e sviluppa un odio terribile per la madre che ha ucciso il padre e abbandonato lui, mentre il padre, il grande conquistatore, diventa il suo idolo ed il suo modello. Tuvek � un novello Achille, nato da una Dea e da un Eroe, ma come un novello Oreste, parte alla ricerca della madre, per vendicare il padre.

Nel frattempo scopre i suoi poteri, e la cosa pi� sconcertante � che, pur consapevole che il potere degli Dei Stregoni implica l'immortalit�, crede che sua madre ora sia una vecchia e che possa essere uccisa. Consapevole comunque di essere un Dio e un mago, Tuvek, che ha assunto il nome del padre, cerca di emularne le gesta, ma essendo solo un ragazzo selvaggio e immaturo, alla fine il potere divino gli sfugge di controllo e causa una catastrofe che provocher� una spaventosa epidemia e la morte di tutti i suoi amici e della donna che ama. Lui stesso morir�, per poi risorgere pi� consapevole delle responsabilit� che implica la sua natura divina.

Parte nuovamente alla ricerca della madre, ma ora non � pi� tanto sicuro di quello che vuole fare. Alla fine viene a sapere che, in una terra lontana al di l� dell'oceano ad Occidente, vicino all'Antartide, si trova un regno misterioso dove regna una Dea Bianca di nome Karrakaz.

Nelle immense solitudini delle nevi ai confini dell'Antartico, Tuvek-Vazkor ha una sorta di esperienza mistica, ha la sensazione di essere tutt'uno col Divino, ma non pi� semplicemente per i suoi poteri, bens� per qualcosa di pi� profondo, e arriva a capire che � l'Io profondo ad essere divino. Da questa esperienza esce profondamente trasformato: in lui non c'� pi� l'hybris dei Perduti che all'inizio l'aveva spinto ad approfittare del Potere senza criterio, non c'� pi� l'arroganza ed il desiderio di conquista, e non c'� pi� il desiderio di uccidere la madre, ma vuole comunque delle risposte da lei. Raggiunge cos� Kainium, una citt� in rovina dei Perduti, e qui vi trova dei ragazzi dai capelli bianchi e dotati anche essi di poteri mentali, anche se molto pi� deboli. Sono i figli adottivi di Karrakaz, anch'essi discendenti indiretti dei Perduti, che lei aveva allevato per la loro somiglianza con gli antenati, stimolandoli a sviluppare i loro poteri latenti. Essi sono capeggiati da una bellissima ragazza di nome Ressaven, pi� potente di loro, di cui Tuvek s'innamora subito, poich� � l'unica donna uguale a lui che abbia mai incontrato, la quale lo corrisponde.

Lei lo conduce nella Montagna Incantata che � la sede della Dea Karrakaz, l� si accoppiano, ma subito dopo Ressaven lo respinge e gli dice di non cercare pi� Karrakaz n� lei. Tuvek-Vazkor ovviamente non ubbidisce e si reca nel tempio dove si trova la Dea, per scoprire la sconvolgente verit�: Karrakaz uccise suo marito e abbandon� suo figlio solo perch� vi era stata costretta, e Ressaven � in realt� Karrakaz che, ovviamente, � rimasta giovane e bellissima. Alla fine il nuovo Oreste si � rivelato un nuovo Edipo, ma la conclusione del dramma � ben diversa dal mito classico.

Tuvek-Vazkor impazzisce per l'orrore e fugge, ma ormai � prigioniero dell'amore per lei, e dopo aver superato il trauma torna da lei, per viverci assieme per sempre. Da loro due nascer� una nuova stirpe divina che, guidata da loro due, si spera che non commetter� gli errori della vecchia stirpe. E in tutto questo Vazkor finalmente riconosce il disegno degli Dei, che pure aveva sempre negato. Tutta la vicenda ha il sapore non solo di un dramma greco, ma forse ancor di pi� di un viaggio iniziatico, di un pellegrinaggio di sapore esoterico e orientaleggiante.

Si noti il simbolo finale della Montagna Incantata dove risiede la Grande Dea Madre Bianca assieme ai suoi numerosi figli divini: qui Tanith Lee unisce le mitologie celtiche e nordiche sulle Terre Immortali al di l� dell'oceano ad Occidente con le immagini fantastiche sull'Antartide di Poe nel suo romanzo Viaggio di Gordon Pym (il colore bianco � il simbolo-chiave dell'ignoto nella letteratura anglosassone) e l'immagine della montagna antartica incantata in Le montagne della follia di Lovecraft. Il viaggio di Tuvek � il simbolico viaggio di ritorno dell'uomo nel grembo della Grande Madre, alla ricerca della propria identit� divina che deve essere riconciliata con la propria limitata umanit�. Nel romanzo Volkhavaar, il tema dei poteri mentali e del politeismo ritorna con un'ambientazione pi� favolistica. Il protagonista del romanzo � Kernik, un mago, adoratore di un Dio Nero, Takerna.

Quando era bambino, si era trovato a dover servire un vecchio sacerdote di Takerna, e di fronte alla sua statua in cima ad una montagna, aveva avuto una profonda intuizione: non erano gli Dei a creare gli uomini, ma gli uomini a creare gli Dei, imponendosi poi di credere completamente in essi, fino a dar loro una vita reale. L'essenza della religione � dunque la magia, e solo attraverso la fede come magia essa trova significato.

Cos� Kernik comincia a fare sacrifici di animali a Takerna per ottenerne i favori. Un'antica magia si risveglia e la statua, prima in rovina, ritorna come nuova, lucida e nera, mentre il volto rostrato del Dio Nero assume un'espressione malvagia. Kernik arriva al punto di sacrificare lo stesso sacerdote al suo Dio, e in cambio ne riceve poteri magici. Non si riesce a capire se i suoi poteri siano frutto di illusione ipnotica e telepatica o realt�, ma gli effetti sulle persone sono reali: diventa il nuovo sacerdote del villaggio e la gente, terrorizzata, lo vede trasformarsi orribilmente e compiere prodigi, finch� un giovane, fidanzato di una ragazza destinata al sacrificio, non si ribella e distrugge la statua di Takerna gettandosi assieme a essa gi� dalla montagna.

Il potere di Kernik cessa improvvisamente, poich� gli viene a mancare il suo punto focale. La magia e la religione hanno bisogno di un supporto materiale per concretizzarsi, di immagini concrete, e senza di esse non sono niente, non c'� modo di focalizzare l'energia della mente.

La filosofia della religione della Lee � la stessa di Van Vogt ne Il libro di Ptath, solo che mentre in quest'ultimo il punto focale del potere della fede erano persone fisiche, qui sono invece immagini sacre. L'effetto per� � lo stesso: l'effetto fisico della presenza divina come potenza magica. Tuttavia, Kernik non � ancora sconfitto del tutto: il giovane fugge lontano, finch� finisce schiavo in certe cave di roccia dove trova un'altra statua di Takerna, dove viene chiamato con un altro nome: Sovan, e Kernik questa volta compie il sacrificio estremo, e si apre le vene per cospargere del proprio sangue il Dio Nero, per morire dissanguato e poi risorgere come Volkhavaar, sacerdote-mago il cui potere ora non dipende pi� dall'esistenza di un singolo idolo.

Volkhavaar comincia a vagare per il paese alla ricerca del mezzo della conquista del potere; fra lui e il Dio c'� un patto magico: Sovan aiuter� Volkhavaar a diventare un re, mentre questi diffonder� ovunque il suo culto. Volkhavaar diventa temporaneamente una specie di saltimbanco, e soggioga al suo potere alcune persone che costringe ad entrare nella sua compagnia. Arrivato in un certo villaggio in cui compie i suoi soliti prodigi, una giovane schiava, Shaina, s'innamora di un giovane cantore della compagnia del mago, tenuto prigioniero dal suo potere ipnotico. Shaina cerca di liberarlo con l'aiuto di una strega sua amica, e dopo varie vicissitudini, le due donne riescono a trovare il modo per distruggere nuovamente il potere di Volkhavaar, proprio quando sta per diventare signore assoluto del paese e piegare tutto il popolo al culto del Dio Nero.

Shaina compare nel tempio di Sovan, e affronta Volkhavaar, e lo sconfigge usando la sua stessa arma: s'inginocchia di fronte alla statua di Sovan e comincia a pregarlo, proclamandolo Dio Bianco della Luce e non pi� del Buio. L'idolo di Sovan allora muta e diventa effettivamente bianco, e il Buio che avvolge ormai tutto si trasforma in Luce. Il potere di Volkhavaar dipendeva dall'odio e dalla violenza, e non pu� contrastare l'amore di Shaina, che � uguale a lui nella potenza magica. Volkhavaar fugge di nuovo e tutto forse ricomincia daccapo, mentre Shaina diventa a sua volta una maga, per� volta al bene.

Il potere catalizzatore della fede come potenza magica � il tema anche del romanzo Il Signore delle Tempeste, che sembra descrivere la nascita dell'impero dei Perduti.

Nel grande continente di Vis, popolato da una razza bronzea, dai capelli e dagli occhi neri, l'impero dei Vis domina incontrastato su tutti i popoli. Fra i numerosi regni dell'impero ne esiste uno diverso dagli altri, abitato da strane genti dai capelli biondi o bianchi, gli occhi gialli e la pelle bianca, e che comunicano fra di loro con la telepatia. Essi sono gli abitanti delle Basseterre, disprezzati per la loro diversit�, e che adorano una Grande Dea Madre, Anackire, la Dea dei Serpenti, in tutto simile alle rappresentazioni della Grande Madre cretese e di quella indiana.

L'imperatore dei Vis genera, prima di morire, un figlio illegittimo da una sacerdotessa di Anackire, che comunque sarebbe destinato al trono, in quanto � l'ultimogenito a ereditare il trono dei Vis. L'imperatrice, madre dell'erede legittimo, vorrebbe ucciderlo, ma il bambino, di nome Raldnor, viene salvato e cresce in un villaggio delle Basseterre inconsapevole delle sue origini, e senza la capacit� telepatica dei suoi connazionali.

Quando diverr� adulto, Raldnor scoprir� le sue origini e dovr� fuggire oltre il mare per sfuggire alla persecuzione dei suoi nemici. Alla fine approder� ad un altro continente, popolato da genti bionde, della stessa razza di quelle delle Basseterre, e come loro telepatiche e adoratrici di una Grande Madre, corrispondente di Anackire.

Qui Raldnor incontra una sacerdotessa della Dea Madre, la quale libera in lui il latente potere telepatico, e risveglia in lui la coscienza collettiva della razza. Raldnor si rende conto di essere lo strumento di un destino voluto dalla stessa Dea, in lui sembra catalizzarsi il potere divino attraverso la sintesi mentale del potere di tutta la razza telepatica. In seguito sposa la sorella di un re locale e organizza un esercito per conquistare l'impero di Vis e liberare il suo popolo oppresso. Ma � la fede collettiva nel potere di Anackire, che libera il popolo e lo rende padrone di Vis. E la dimostrazione di questo avverr� quando, il giorno della vittoria sui Vis, una statua di Anackire apparir� dal sottosuolo, trascinata dalle correnti di un fiume straripato, proprio nella capitale dei Vis. Dopo la vittoria, Raldnor si liberer� dalla presenza divina che lo possedeva, per ritornare ad essere semplicemente un uomo, e scomparire misteriosamente, lasciando il trono a suo figlio. Forse l'impero che ha creato � lo stesso regno dei Perduti, dato che la razza, la civilt� e la religione corrispondono. Anackire sarebbe quindi Uastis, la quale si � incarnata prima in Raldnor poi in Karrakaz per guidare l'evoluzione dell'umanit� alla scoperta del proprio potenziale magico e spirituale.

Il romanzo Il Signore della Notte, � una sorta di Mille e una notte in versione pagana. Esso � composto da molte vicende fantastiche e magiche legate fra di loro anche se con personaggi diversi.

Esso si svolge in un'epoca mitica, "quando ancora la Terra era piatta e non rotonda" (riprendendo il mito inventato da Tolkien), e dove il mondo � sotto l'influenza di Azhrarn, il Signore della Notte e Principe dei Demoni, che vive negli Inferi, in un regno favoloso abitato da immortali e bellissimi Demoni, i Vazdru e gli Eshva, e creature mostruose, gli gnomi Drin e gli animaleschi Drindra. Azhrarn percorre tutta la Terra durante la notte, operando inganni e malvagit� di ogni tipo, ma ogni mattina deve ritornare negli Inferi per non essere distrutto dai raggi del sole.

Ma un giorno, il Principe dei Demoni commette un maleficio di troppo. L'odio di una delle sue vittime � tale che sopravvive alla morte fisica del suo possessore, e diventa un essere autonomo, vivente e pensante, che si nutre di altro odio, che trova in abbondanza vagando sulla Terra e succhiandolo dagli esseri umani che incontra. Dopo molti anni questo essere di puro odio diventa cos� enorme da emanare a sua volta un'energia che spinge all'odio. Allora sulla Terra si scatena la guerra e la violenza, e l'umanit� va incontro all'estinzione totale.

Azhrarn contempla la catastrofe e ne � terrorizzato: se l'umanit� si estinguer� la sua vita sar� vuota e senza senso, poich� solo le vicende e le sofferenze dell'umanit� riuscivano a riempire la sua futile esistenza.

Azhrarn decide cos� di recarsi nella Terra Superna, il mondo degli Dei che si stende sopra la volta celeste, una infinita pianura azzurra circondata da montagne evanescenti e costellata da favolosi palazzi simili a strumenti musicali, dove incontra alcuni degli Dei, esseri eterei e trasparenti, il cui �core (il sangue divino, come lo chiamavano gli Elleni) � violetto. Essi sono persi nelle loro solitarie e metafisiche contemplazioni e rimangono supremamente indifferenti a tutto, la loro natura � cos� estranea che non si riesce neanche a capire di che sesso siano, o se abbiano un sesso. Azhrarn parla a uno (o una?) di loro e lo implora di salvare le loro creature, gli uomini, ma la divinit� risponde che, dopo aver commesso l'errore di averli creati, gli Dei non ne commetteranno un altro salvandoli: essi sono indifferenti al mondo, e gli uomini s'illudono soltanto di poter avere dei rapporti con loro. Gli Dei della Terra piatta sono simili agli Dei di Epicuro: totalmente indifferenti e alieni.

Azhrarn torna sulla Terra, e decide di affrontare di persona la potenza dell'odio, un essere amorfo che vive in un limbo ai confini del mondo. Qui ingaggia una lotta con lui, ma il sole sta per sorgere e Azhrarn deve tornare nel suo regno se non vuole morire.

Ma � tale l'amore per il mondo degli uomini che Azhrarn sacrifica la sua vita per distruggere l'odio: il sole lo incenerir�, ma le sue ceneri voleranno addosso all'odio, e la forza dell'amore contenuta in loro lo annienter� a sua volta. Sulla Terra comincer� una nuova era di pace, che durer� fino a quando Azhrarn riuscir� a risorgere.

Nel romanzo Il pianeta dell'eterna notte, titolo improprio perch� non rende il tema della vicenda, si narra di un pianeta senza nome che rivolge sempre la stessa faccia al suo sole, e perci� met� di esso � perennemente immerso in una notte polare, mentre l'altra met� � sotto l'implacabile calore solare. Sulle due facce vivono due civilt� gemelle, ognuna delle quali ignora completamente l'altra, anche se i due popoli sono cos� simili che persino le singole persone hanno il loro gemello sull'altra faccia del pianeta, che per� vive vicende completamente rovesciate rispetto all'altro.

Le due civilt� hanno entrambe societ� dove pochi privilegiati godono ogni comodit� dovuta a una tecnologia avanzatissima, mentre gli altri sono masse di miserabili costretti a subire le quasi impossibili condizioni di vita di questo inospitale pianeta. Essi inoltre adorano certi misteriosi "Dei della Scienza" che avrebbero creato quel mondo e donato le meraviglie della scienza che permettono all'uomo di vivere nelle caverne gelate dell'eterna notte e nei deserti roventi del giorno perenne.

La trama del romanzo � la descrizione della strana vicenda di tre personaggi della faccia diurna e dei loro corrispettivi della faccia notturna, vicende destinate alla fine ad incontrarsi nella zona deserta del crepuscolo che divide i due mondi, e dove si scoprir� la tragica realt�.

Qui vivono i due Dei della Scienza, Ceedres, il Dio biondo del Giorno, e Temal, la Dea bruna della Notte, creature immortali dalle essenze "non esattamente fisiche" di origine sconosciuta, che avevano portato gli uomini mortali su quel mondo, creando poi le due civilt�-specchio solo per divertimento, e che poi si erano incarnati nelle loro stesse creature tramite un processo di proiezione mentale, per poi rientrare nei propri corpi immortali una volta morto il loro involucro umano. � il rovesciamento del concetto di avatar, d'incarnazione divina: i due Dei s'incarnano nell'umanit� non per salvarla o benedirla, ma per scopi malvagi.

Rivedendo e confrontando tutte queste opere, si notano diverse linee conduttrici. Gi� i critici hanno fatto notare che Tanith Lee segue un processo esattamente contrario a quello seguito da Van Vogt: mentre questi mostra il mutamento da uomo a Dio, Tanith Lee descrive efficacemente il processo di riconquista dell'umanit� da parte della divinit�. Questo processo � moralmente necessario per la scrittrice, pena il diventare esseri spietati e indifferenti. Raldnor, Karrakaz e suo figlio devono alla fine tornare ad essere umani, pur dovendo accettare la loro natura divina, altrimenti cadrebbero nell'hybris, l'orgoglio umano che ci fa credere di essere completamente uguali agli Dei Celesti, i quali rimangono nella loro sfera troppo alta per essere toccata dagli esseri terreni.

I due Dei della Scienza invece, che si presume essere stati una volta anch'essi esseri umani, e che sono uguali nel carattere al popolo albino di Karrakaz, non sono stati capaci di ritornare stabilmente alla comprensione della natura umana. Per loro umanizzarsi � stato solo un gioco, e la scrittrice fa capire che il loro destino finale sar� l'autodistruzione, al pari dei Perduti. La figura di Azhrarn � analoga in qualche modo a quelle degli Dei della Scienza, con la differenza del suo finale sacrificio. Non � propriamente un Dio, ma non � neanche un essere umano e neppure una mescolanza fra i due. �, in certo modo, l'anima oscura dell'umanit� che coltiva sogni proibiti che poi devono dissolversi all'alba: potremmo dire che � la personificazione degli impulsi erotici e violenti, ma anche magici, dell'inconscio, che si prendono la loro rivincita contro la natura apollinea dell'uomo, rappresentata dagli Dei della Terra Superna, astratti e lontani.

Qualcuno potrebbe pensare che gli Dei umani di Tanith Lee siano in qualche modo allegorie dell'immagine di Cristo, anche perch�, per esempio Karrakaz e suo figlio fanno molti degli atti tipici attribuiti all'uomo Ges�: camminano sulle acque, calmano le tempeste, guariscono i malati, e addirittura risorgono dalla morte. Ma anche qui c'� da fare gli opportuni distinguo: se l'autrice allude a Ges� nel descrivere i suoi personaggi, ella pone l'accento sul carattere magico di Ges�, non su quello teologico.

Quel che cerca di dire Tanith Lee � che Ges� potrebbe essere stato un mago, un essere dotato di poteri paranormali, e in questo consisteva la sua divinit�, se cos� vogliamo chiamarla. Gli Dei di Tanith Lee sono essenzialmente Dei della magia, ma la loro essenza spirituale la si trova nel loro condividere i sentimenti umani, con un processo esattamente opposto a quello imposto dal Cristianesimo, che afferma che la perfezione la si raggiunge abbandonando i sentimenti umani per sostituirli con altri, diversi.

Gli Dei di Tanith Lee, in quanto Dei della magia sono anche Dei della Natura. Essi non appartengono ad un mondo soprannaturale distaccato dalla realt� fisica, ma sono tutt'uno con le forze della natura. La stirpe di Karrakaz comanda agli elementi e ai corpi viventi, e inoltre una forte carica erotica e sensuale pervade tutti i personaggi della scrittrice, rievocando un'atmosfera da mitologia olimpica, con rapporti amorosi e sessuali di ogni tipo, considerati in modo libero e amorale, senza morbosit� e sensi di colpa. In questo senso, forse Tanith Lee �, fra tutti i maggiori scrittori del fantastico, quella che pi� si � avvicinata allo spirito del Paganesimo e l'ha fatto proprio, rievocandolo al di l� di ogni residuo di monoteismo e di moralismo cristiano.

Piero Trevisan

HENRY R. HAGGARD E IL CULTO DELLA GRANDE MADRE

HENRY R. HAGGARD E IL CULTO DELLA GRANDE MADRE

di Piero Trevisan

Lo scrittore inglese sir Henry Rider Haggard (1856-1925) ha scritto una bilogia fantastica in cui ha presentato una figura mitica di donna, Ayesha (pron. Assha), la cui vicenda rivela un particolare interesse dell'autore per il culto della Grande Madre.

Nel primo romanzo, dal titolo Lei, la vicenda viene narrata da Horace Holly, un uomo tanto brutto nell'aspetto quanto colto e sensibile, al quale viene affidato l'ultimo discendente di un'antichissima famiglia, il giovane Leo Vincey.

motissimo, doveUna volta diventato maggiorenne, Leo ed il suo tutore scoprono che i Vincey hanno un'origine straordinaria: discendono da una principessa egizia di nome Amenartas e da un sacerdote greco-egiziano di Iside, di nome Callicrate, vissuti ai tempi del regno dei Tolomei.

Callicrate aveva rotto i voti ad Iside per unirsi ad Amenartas, con la quale era fuggito nel cuore dell'Africa nera, dove avevano incontrato la misteriosa Ayesha, dotata di bellezza divina e di altrettanto divini poteri, oltre che di una vita lunghissima.

Ayesha s'innamora di Callicrate, ma lui la respinge e Lei, infuriata, lo uccide, per poi far riportare Amenartas in Egitto, con in grembo il figlio di Callicrate. D'allora in poi, tutti i discendenti maschi del sacerdote, per pi� di duemila anni, erano partiti alla ricerca della Donna Eterna, invano. Anche Leo, obbediente a questa tradizione, decide di partire alla ricerca, seguito dall'amico Horace. Giunti in Africa, incontrano la regina-maga ancora giovane e bellissima, che governa un popolo di selvaggi fra le rovine di una citt� antichissima, nel cratere di un vulcano spento.

Sia Leo che Horace s'innamorano di Lei, la quale riconosce in Leo la reincarnazione di Callicrate, il cui ritorno aveva sempre atteso con convinzione assoluta.

Ayesha offre per la seconda volta il dono della longevit�, assieme alla promessa di un amore eterno, al suo amato, il quale non li rifiuta, e Lei lo porta con s� nel grembo della Terra assieme ad Horace. Prima di questa discesa nel grembo della Grande Madre, per�, Ayesha mostra ai due la divinit� che avevano adorato gli abitanti della citt� morta: la statua di una Dea velata e alata, come alate erano state le Dee egiziane. � la Dea Verit�, di cui tutti vogliono vedere il vero volto senza poterci riuscire.

Nel sottosuolo, Ayesha conduce i due uomini in una caverna luminosa, dove brucia inestinguibile una grande colonna rotante di fuoco: � il centro vitale del pianeta, il punto da cui scaturisce l'energia vitale pura che nutre la vita sulla Terra, il cuore di Gaia, potremmo dire. Se un essere vivente vi entra, ne esce caricato al massimo di forza vitale, in grado di vivere quasi per sempre. Ayesha, per incoraggiare Leo, s'immerge prima di lui nella fiamma d'energia, ma una volta uscita invecchia improvvisamente - non sapeva nemmeno Lei che non ci si pu� immergere due volte nella colonna di fiamma - e muore, almeno apparentemente. Ma prima di morire promette a Leo che torner� tra gli uomini prima o poi, proprio come anche lui � tornato: � una legge di natura a cui nessuno sfugge.

Leo e Horace, sconvolti, non vogliono pi� bagnarsi nella colonna di fiamma, e tornano in Inghilterra vivendo poi nel ricordo ossessivo di Lei.

Nel secondo romanzo, Il ritorno di Ayesha, si rivela almeno in parte il mistero di Lei, il suo senso metafisico, potremmo dire. Il tono del secondo romanzo ha toni molto pi� mistici del primo, un misticismo che per� va inteso in senso pagano.

In questo secondo romanzo Leo, ormai giunto alla disperazione, sogna Ayesha che lo conduce sulle montagne del Tibet, dove gli appare un vulcano attivo, sconosciuto al mondo civile, sulla cui cima fiammeggiante si erge un'enorme croce ansata, l'Ankh egiziano, il simbolo della vita eterna, che, come si sa, deriva poi dal simbolo della Grande Madre mediterranea.

Leo si convince che in qualche modo Ayesha si � reincarnata su quella montagna, e parte ancora una volta assieme a Horace. Dopo sedici anni di ricerche nel Tibet, i due amici giungono in un monastero buddista, dove un lama, Kou-en, narra loro una strana vicenda, un ricordo che lui ha di un'esistenza precedente, in cui era gi� vissuto come monaco nello stesso monastero. In questa esistenza, Kou-en aveva visto arrivare dei soldati macedoni, reduci della campagna di Alessandro Magno in India, capeggiati da una sacerdotessa egizia di nome Hes, che affermava di essere l'incarnazione stessa di Iside, di cui voleva diffondere il culto nel Tibet.

Leo e Horace seguono le tracce di quell'antico esercito e giungono nel regno di Kaloon, dove incontrano la Khania di Kaloon, discendente del capo dell'esercito macedone. Atene, la Khania, s'innamora di Leo, sentendo di averlo gi� amato in una precedente esistenza, ma lui sente che non si tratta di Ayesha. I due amici vengono a sapere che accanto al regno di Kaloon esiste il regno della Montagna di Fuoco, la stessa vista in sogno da Leo, dove regna la Hesea, sacerdotessa di Hes, l'avversaria della Khania.

Contro la volont� della Khania, i due amici si recano sulla Montagna, dove trovano il Santuario di Hes o Iside, rappresentata da una statua di donna alata, con in grembo un bambino. La Hesea � una donna vecchissima, avvolta da bende e veli, pi� simile ad un'orrenda mummia che a una donna vivente, ma comunque Leo e Horace vi riconoscono la bellissima Ayesha, e Leo respinge definitivamente Atene, accettando Ayesha cos� com'�.

Allora Ayesha formula una preghiera a Hes-Iside rivolta verso il cratere ardente del vulcano, da cui esce una fiamma a forma di ali che la avvolge e la ritrasforma nella donna divina che era prima. Ayesha rivela allora la verit�: il suo spirito era tornato nel corpo della precedente Hesea, che era morta di vecchiaia, rianimandolo; inoltre, � lei stessa la reincarnazione di Hes, sacerdotessa di Iside, prima di diventare Ayesha, cos� come Atene � la reincarnazione di Amenartas.

Nella Montagna di Fuoco viene celebrato il matrimonio di Ayesha e di Leo, con rito egizio: in cui gli sposi vengono identificati con Iside e Osiride, la Grande Madre e il Dio che muore e risorge. Tuttavia il matrimonio non pu� ancora essere consumato perch� Leo deve prima immergersi nella colonna di fiamma vitale in Africa, altrimenti il contatto fisico con Ayesha lo ucciderebbe. Ma Leo non vuole aspettare, e non vuole diventare un Dio. Solo a questo punto risulta chiaro il senso metafisico e teologico della vicenda. Ayesha, che porta il titolo di Stella caduta dal Cielo, � la manifestazione terrena di Iside, o meglio dello Spirito della Natura, come si autodefinisce Lei stessa. Callicrate era destinato da sempre ad essere l'amante della Dea, ma aveva commesso infedelt�, rompendo i propri voti sacerdotali e preferendo la donna terrena a quella divina, per venire poi punito con la morte per tale infedelt�.

Per questo Callicrate doveva poi redimersi ripetendo la prova, senza alcuna assicurazione di essere ricompensato. Leo, il nuovo Callicrate, ha rifiutato Atene, la nuova Amenartas, la regina mortale, rinunciando al potere e alla felicit� temporali che lei poteva offrirgli, per tornare alla regina immortale, sacrale, che dona un amore eterno e una vita altrettanto eterna. Ma anche Ayesha sembra scontare una qualche colpa, un suo rifiuto nascosto di voler vivere pienamente la sua divinit� per lasciarsi condizionare da aspirazioni puramente umane.

perch� Gaia steArriva infatti l'ultima prova per tutti quanti i protagonisti del dramma: Atene fa rapire Leo con un inganno, Ayesha-Hes muove guerra a Kaloon, scatenando su di essa i suoi poteri divini e distruggendone l'esercito. Atene, vedendosi sconfitta, si suicida, ma anche Leo muore, dopo aver costretto Ayesha a baciarlo per la prima volta, uccidendolo all'istante. Ayesha porta il corpo di Leo sull'orlo del vulcano attivo, nomina una nuova Hesea, e saluta i suoi fedeli, promettendo loro di tornare ancora. Inoltre consegna un sistro a forma di Ankh a Horace, dicendogli di suonarlo quando sentir� la morte avvicinarsi. Infine, Ayesha invoca Hes-Iside, la quale giunge di nuovo sotto forma di ali di fuoco, facendo sparire sia Lei che il corpo di Leo.

Un anno dopo, Horace, tornato a casa sua in Inghilterra, sente avvicinarsi la fine e si reca ad un tempio monolitico che si trova nelle vicinanze, dove era stato praticato il culto di Iside ai tempi della dominazione romana. L� suona il sistro di cristallo, e compare una figura fiammeggiante di donna, di fronte alla quale muore improvvisamente.

Nel ricco simbolismo della vicenda si possono trovare molti significati. L'immagine della Grande Madre che viene espressa attraverso l'immagine di Ayesha-Hes non � solo quella di Iside, ma anche quello della Fenice che muore e risorge nella fiamma, e inoltre somiglia a Hestia, la Dea del focolare, che per gli antichi stoici era la Terra stessa, che, contenendo il fuoco nel suo grembo, era come un focolare o un forno.

Assomiglia anche alla Dea polinesiana del fuoco e dei vulcani, Pele, che don� il fuoco agli uomini, come un Prometeo al femminile, cos� come invece Ayesha vorrebbe poter essere il Prometeo del futuro, donando all'umanit� il fuoco della sua conoscenza sterminata.

Ayesha � lo Spirito della Natura incarnato, � l'energia della Terra, della vita organica, che si contrappone alle religioni monoteistiche e spiritualistiche: pi� volte nei due romanzi Lei dileggia il Cristianesimo ed il Buddismo, ritenendoli vuoti ed astratti, per affermare la dottrina dell'Amore e della Vita, che devono imporsi a volte anche con la violenza.

Ma Ayesha non si sente completa in se stessa, ricerca un completamento in qualcosa di diverso da Lei, un'immagine maschile a cui si contrappone, che guarda qualcosa al di l� di Lei, verso la vita dell'oltretomba. Leo-Callicrate � l'immagine di Osiride, Dio dell'oltretomba.

Ma il fine ultimo della vicenda terrena di Ayesha, del suo amore ossessivo per un unico uomo, rimane un mistero fino alla fine, un mistero svelabile solo oltre la vita terrena oppure in una prossima reincarnazione dei protagonisti. Ognuno pu� trarre l'interpretazione che vuole da questa bilogia, io preferisco annoverarla fra le numerose opere del fantastico che si pongono, magari con incoerenze e ambiguit�, alla ricerca di una religiosit� pagana, e che possono essere fonte di riflessione per il lettore che � anch'esso alla ricerca di questa religiosità.

LA GRAN MADRE DELLE DRUIDESSE DI MARION BRADLEY ZIMMER

LA GRAN MADRE DELLE DRUIDESSE DI MARION BRADLEY ZIMMER

La scrittrice americana Marion Bradley Zimmer, nota autrice di fantascienza e fantasy, ha scritto un voluminoso romanzo, Le nebbie di Avalon, edito dalla Longanesi, sul ciclo bretone delle leggende di Re Art� e della Tavola Rotonda, tema prediletto da molti moderni autori di fantasy, e che ha come protagonista la Fata Morgana.

Molto si � discusso su cosa si celasse dietro le leggende del regno di Art�, e che sono una delle principali tracce che possediamo delle credenze e delle vicende della misteriosa (e in gran parte perduta) civilt� celtica antica e medioevale.

Le ricerche storiche ci dicono che Art� fu un re britannico che visse, presumibilmente, fra la seconda met� del V secolo d.C e la prima met� del VI. A quel tempo, la Britannia, che era stata una provincia romana per quattro secoli, a parte la Scozia, era stata abbandonata dai Romani che non potevano pi� difenderla. I Britanni perci� si erano dovuti difendere da soli dall'invasione di alcuni dei popoli germanici che irrompevano ormai ovunque nell'Impero: gli Juti dalla Danimarca e gli Angli e i Sassoni dalla Germania del Nord.

I Britanni erano stati solo parzialmente romanizzati, e conservavano ancora, soprattutto nelle campagne e sulle montagne, buona parte dell'antica tradizione celtica, anche se la potente organizzazione dei Druidi era stata sconfitta da tempo dai Romani e in seguito non aveva pi� potuto risorgere, a causa del diffondersi del Cristianesimo.

Art�, dux bellorum dei Britanni, salito al potere forse nel 516, organizz� la difesa dei Britanni contro gli invasori e riusc� a respingerli temporaneamente nel corso di dodici leggendarie battaglie. Quando Art� mor�, forse nel 547, i Britanni dovettero di nuovo ritirarsi di fronte all'avanzata degli invasori, rifugiandosi nelle parti pi� ad ovest e a nord della Britannia, dove ancora oggi si parlano lingue celtiche.

Ma questo periodo storico, barbarico e tumultuoso, ci rimane oscuro, causa la mancanza di documenti scritti, e quindi, con i pochi dati certi e le numerose leggende, la fantasia � libera di ricostruire come meglio crede le vicende dell'epoca.

La Zimmer quindi ha immaginato che il mago Merlino fosse in realt� l'ultimo capo dei Druidi britannici prima della finale vittoria del Cristianesimo, e che Morgana, regina dell'isola mitica di Avalon e sorella di Art�, fosse in realt� una Druidessa.

La leggenda dice che Morgana era il capo di un collegio di nove Fate che governavano l'isola di Avalon. Il dato interessante � che gli autori classici dicono che nell'isola bretone di Sena (odierna Sene), sull'Oceano Atlantico ad ovest della costa della Bretagna, ai tempi dei Galli vivevano nove Druidesse che si dicevano dotate di poteri magici, e che noi oggi diremmo paranormali. L'isola di Sena, secondo le credenze galliche, era poi l'approdo delle barche che conducevano le anime dei morti nelle terre al di l� del mare d'occidente, dove si trovava il paradiso celtico, da dove si diceva che fossero venuti i pi� lontani antenati delle popolazioni galliche e britanniche. Questa patria paradisiaca, chiamata Tirnanog (Terra della Giovent�) nelle leggende irlandesi e Avalon in quelle bretoni e gallesi, � stata spesso identificata con Atlantide.

Quindi, presumibilmente, Morgana sarebbe stata la "badessa" di questo monastero di druidesse a Sena, identificata poi con la stessa Avalon. Il suo nome, che significherebbe "Regina Nera" (Mor-rigan), potrebbe essere pi� un titolo onorifico dato a tutte le sacerdotesse a capo del monastero, che il nome di un personaggio unico. Il nome deriverebbe da uno degli appellativi della Grande Madre britannica, nella sua forma di Dea ctonia, legata alla terra e all'oltretomba.

Comunque, la leggenda dice che Morgana da giovane si rec� a vivere in un monastero, dove apprese l'uso delle arti magiche. Ora, � ovvio che questo "monastero" non poteva essere cristiano, ma druidico, e cos� la Zimmer ha immaginato che questa comunit� di Druidesse si trovasse dalle parti di Glastonbury, nell'Inghilterra sud-occidentale, dove si dice furono trovate, nel XII secolo, le tombe di Art� e Ginevra, nelle fondamenta di un antico monastero cristiano. Sulle tombe era inciso che erano stati "sepolti nell'isola di Avalon".

Ora, siccome Glastonbury non � affatto un'isola, la Zimmer ha immaginato che ai tempi di Art� vi si trovasse un grande lago, il "Mare d'Estate", poi prosciugato, dove appunto sorgeva l'isola di Avalon, operando un indebito spostamento dall'Atlantico alla Britannia.

In quest'isola, le Druidesse vivono in una sorta di "dimensione alternativa", poich� il loro monastero � invisibile agli abitanti del mondo, grazie ad un incantesimo dei Druidi, e solo chi � dotato di particolari doti di veggenza, "la Vista", come viene chiamata dai Druidi, pu� trovare la strada che conduce al loro tempio incantato, avvolto dalle nebbie perenni. Le Druidesse coltivano le arti magiche, o meglio le doti paranormali eredit� di tradizioni antichissime. Al di l� dell'isola di Avalon, nelle nebbie ultradimensionali, si trova anche la Terra degli Elfi, creature non-umane dotate di poteri ancora superiori a quelli dei Druidi, devoti solo al culto della Grande Madre. Quando Morgana giunge ad Avalon, essa � governata da Viviana, la mitica Dama del Lago, e qui vi � un'altra indebita mescolanza con il mito di Avalon. Viviana � una del Piccolo Popolo, il popolo elfico delle leggende celtiche che vive nelle grotte delle montagne e nelle foreste. La Zimmer riprende la teoria secondo cui le leggende sulle fate deriverebbero da antiche popolazioni pigmoidi che avrebbero abitato l'Europa preistorica prima della venuta dei popoli indoeuropei, e che sarebbero all'origine dei culti della Grande Madre, del suo paredro, il Grande Dio Cornuto, e dei relativi riti della stregoneria della "Vecchia Religione", come veniva chiamata qui in Italia. Gli ultimi rappresentanti di questa razza pigmoide sarebbero vissuti appunto nelle Isole Britanniche, nelle grotte delle montagne e nelle foreste.

� una teoria superata e priva di fondamento, poich� non � stata trovata nessuna prova archeologica di queste ipotetiche popolazioni.

Viviana istruisce Morgana sui misteri della Grande Madre, rivelandole come il culto della Dea sia precedente persino ai Druidi e appartenga al pi� remoto passato, quando le culture preistoriche britanniche erano fondate ancora sul matriarcato. Il monastero delle Druidesse � appunto l'ultimo baluardo della cultura matriarcale e agricola che, secondo le pi� diffuse teorie archeologiche, avrebbe dominato l'Europa ed il Mediterraneo fino all'arrivo degli indoeuropei, patriarcali e guerrieri.

Tutto il romanzo � imperniato sullo strenuo tentativo di Viviana prima e di Morgana poi, di preservare la libert� del Paganesimo matriarcale e druidico dall'assalto del Cristianesimo patriarcale durante il regno di Art�. Secondo l'interpretazione della Zimmer, Morgana si sarebbe rivoltata contro il fratello perch� questi, inizialmente propenso a conservare la libert� religiosa, finch� si trovava sotto l'influenza del suo mentore Merlino, avrebbe poi ceduto alle pretese del clero cristiano e avrebbe cominciato a osteggiare i culti pagani nel suo regno.

Storicamente parlando, si suppone che Art� fosse stato cristiano, ma si suppone che la sua fede non sia andata oltre un ossequio formale al clero. Il tentativo di Morgana � ovviamente destinato a fallire, e la vicenda si conclude come nella leggenda: Mordred, il figlio nato dall'incesto inconsapevole fra Morgana e Art� (forse simbolo di un tempo dove nelle famiglie reali ci si sposava fra fratelli, come nell'antico Egitto), uccide il padre e ne viene a sua volta ucciso.

Art� viene sepolto da Morgana nell'isola di Avalon, fiduciosa nel suo ritorno in un'epoca futura.

I Druidi, come i Bramini indiani, con cui sono probabilmente imparentati, predicavano la reincarnazione. Le Isole dei Beati ad Occidente non erano una sede definitiva, poich� da essi si poteva tornare nelle terre mortali, e Art�, che secondo la leggenda originale, sarebbe stato portato ancora vivo ad Avalon, sarebbe tornato ancora in Britannia alla testa dei suoi, per governare ancora e inaugurare una nuova era di pace, forse eterna.

Si confrontino a questo proposito le leggende ladine sul futuro "Tempo Promesso", quando gli eroi epici delle Dolomiti torneranno ancora a rivivere, per regnare in un mondo riappacificato.

Alla fine del romanzo della Zimmer, l'isola di Avalon scompare nelle nebbie, mentre gli antichi Dei scompaiono anche essi dal mondo, ma Morgana, ormai reclusa nel suo regno incantato, si reca un'ultima volta a Glastonbury, nel monastero cristiano, e contempla l'immagine di Maria, consolandosi al pensiero che almeno l'immagine della Grande Madre rimarr� nel mondo degli uomini. La Zimmer ha avuto il merito di mettere in luce i significati reconditi e arcaici del mito arturiano, il suo celare significati tipici della religione celtica sotto la superficie cristianizzata.

Le immagini tradizionali di Art� e del suo regno li hanno sempre posti in uno scenario medioevale, mentre invece la loro vera origine e sede � alla fine del mondo antico, quando il Medioevo era appena iniziato e la sua civilt� non si era ancora veramente formata. La Zimmer ha compreso questo e ha dato al mito un'atmosfera diversa, pi� vicina a quella che si suppone essere stata quella reale, pur essendo intrisa comunque d'incantesimi ed esseri mitici come gli Elfi.

Peccato che il romanzo, anzich� cercare di descrivere meglio questo mondo tardo-pagano, si dilunghi con la vita sentimentale di Morgana e degli altri personaggi, in un complesso gioco di triangoli e quadrati amorosi, sia eterosessuali che omosessuali, che rendono gran parte della vicenda una specie di sceneggiato televisivo tipo soap-opera d'infima categoria, facendo perdere gran parte dell'atmosfera magica originale, tipica della mitologia celtica, completamente rovinata da una certa morbosit� pi� adatta a borghesi moderni colpevolizzati e confusi, che a veri personaggi dell'antichit�, la cui sensualit� non era ancora subissata da nevrosi e conflitti inutili.

Sembra un romanzo storico ed epico nelle intenzioni, ma in realt� la Zimmer � solo una dei tanti autori moderni che si sforzano di essere antichi, senza riuscire a conquistarne l'anima. N� per stile, n� per originalit� pu� essere paragonata alla Tanith Lee, la quale ha una pi� profonda comprensione del mito e una pi� geniale capacit� di reinterpretazione, che si guarda bene dal mescolare con problematiche "moderne" che con esso non c'entrano nulla. Interessante � invece il tentativo della Zimmer di restituire il mito del Santo Graal alla sua origine pagana: esso infatti pare sia stato il corrispondente celtico della cornucopia greca, il simbolo della fecondit� della terra e quindi del potere generativo della Grande Dea Madre, e solo in seguito, secondo un processo che hanno seguito molte altre leggende, � stato "cristianizzato" e considerato la coppa dell'Ultima Cena e in cui � stato raccolto il sangue di Cristo, facendolo diventare simbolo del rito della comunione cristiana. Ma tutto il romanzo mostra uno scopo integralmente femminista, ancor prima di quello di rivalutare l'antico Paganesimo, anche perch� non parla quasi mai del Dio Cornuto che dovrebbe accompagnare la Grande Madre, il paredro concepito come Capro, Toro o Cervo, che muore e risorge, e che � anch'egli patrimonio della tradizione della religione stregonesca delle culture agricole europee e mediterranee.

Le nebbie di Avalon �, in certo modo, il contraltare ideologico de Il libro di Ptath di Van Vogt. L� era il patriarcato monoteista che cercava di sconfiggere il matriarcato pagano arcaico, qui � il matriarcato che cerca la sua rivincita contro il patriarcato autoritario e sessuofobo.

Quello della Zimmer � perci� un paganesimo unilaterale, e rischia di sembrare pi� un monoteismo matriarcale, una sorta di pura e semplice ribellione contro il Cristianesimo, che una positiva riaffermazione pagana.

Forse in origine la religione che prevaleva nell'Europa paleolitica, decine di migliaia di anni fa, riconosceva solo la Grande Madre, come dimostrerebbero le produzioni artistiche di quelle epoche remote. Ma, da quel che si � potuto capire, i nostri antenati Cro-Magnon non consideravano il ruolo di un Dio Padre solo perch� erano ignari della necessit� del maschio nella riproduzione.

Sembra strano, ma � cos�. Dove i rapporti sono liberi e promiscui, e cominciano ancor prima della maturit� sessuale, � facile che il primitivo non si renda conto che la gestazione sia una conseguenza del'atto sessuale, e perci� crede che i bambini nascano per partenogenesi. Solo quando c'� stata la scoperta della vera funzione del sesso, � cominciato a comparire il Dio paredro, dapprima in ruolo subalterno, poi alla pari con la Sposa, talvolta concepita anche come sua Madre, da cui sarebbe nato per partenogenesi.

La Zimmer ignora questo e sembra quasi considerare il semplice e puro culto della Grande Madre come il monoteismo "originario", "puro" e "incorrotto", prima di trasformarsi nel politeismo delle societ� civili. Affermazione a dir poco discutibile.

Comunque, sempre meglio quest'opera senz'altro manchevole, piuttosto che le innumerevoli rappresentazioni del Medioevo visto unicamente dal lato della cultura cristiana, quando si sa benissimo che quel periodo storico, perlomeno nei primi secoli, vide ancora il persistere di molte comunit� pagane in Europa.

Piero Trevisan

Wednesday, January 09, 2008

religione egizia - il dio Hathor

Hathor

A motivo del sincretismo, la dea Hathor ha assommato in sé a poco a poco una grande quantità di divinità locali, il che fa sì che essa ci appaia sotto forme diverse, come signora di molti santuari e protettrice di numerosi distretti . All'origine essa doveva probabilmente essere una dea del cielo, rappresentata non come Nut , ma come una mucca dal pelame stellato. Nel ciclo di Ra ella appare come l'occhio del sole, che sotto la forma di una leonessa distrugge gli uomini (questo compito viene anche talvolta devoluto alla dea Sekhmet ); ancora sotto le spoglie di una leonessa, Hathor è assimilata alla dea lontana (Tefnut). Sotto questi aspetti ella diviene allora la "fiammeggiante", che divora con la forza del fuoco; ma è più ancora la "Fiamma d'oro", il fuoco divorante dell'amore, la dea della gioia e dei piaceri. Ella è allora la " mucca d'oro", l'amata di Horus, colei che Ra ama; è " la Dorata che è negli stagni pieni di uccelli, nei luoghi del suo piacere". Dea feconda, ella abita gli alberi ed è la "Signora del sicomoro del sud", a Menti; ma è anche la "Signora dell'occidente", ossia la signora del regno dei morti. Non si sa per qual motivo gli Egizi ne abbiano fatto anche la signora del paese Punt , del Sinai e di Byblos; senza dubbio Hathor si identificò in questi luoghi con qualche divinità autoctona; il suo dominio ci appare immenso, soprattutto quando i canti ci dicono che la sua " fama è giunta fino alle isole che stanno in mezzo al mare (l'Egeo)".

Sotto la forma di una giovenca, di una donna dalla testa di giovenca, oppure di una donna, ella aveva come sacro il sistro, e il suo simulacro presiedeva ai banchetti: "vieni o Dorata, che gioisci delle canzoni , che desideri la danza nel tuo cuore, che sei risplendente durante le ore del piacere, che gioisci delle danze notturne..."; così canta un poeta, che prosegue poi glorificando la potenza universale della dea.

religione egizia - il dio Hapi

Hapi

Hapi è il genio del Nilo, la potenza che anima il fiume. Hapi, "padre degli dèi [...], l'Unico che si crea da solo, la cui origine è sconosciuta [...] signore dei pesci ricco di grani... ", è rappresentato sotto la forma di una divinità opulenta, che reca caratteristiche proprie di entrambi i sessi, con la testa sormontata da un copricapo di papiro . Gli Egizi credevano che il Nilo traesse la sua origine dall'Oceano che circonda la terra, il Nun , di cui Hapi è come una seconda forma; probabilmente perché pensavano che il fiume uscisse dal mare primigenio, gli Egizi chiamavano il Nilo " il mare" {iuma}: essi lo chiamavano anche "il grande fiume" {iteru aa) o ancora gli davano un nome diverso per ciascun distretto che attraversasse. Quanto al nome Neilos dato al fiume dai Greci, non se ne conosce l'etimo.

Tutta la vita dell'Egitto dipendeva dalla piena del Nilo e si comprende perciò la frase di Erodoto: " L'Egitto è un dono del Nilo", tolta da un'opera perduta di Ecateo di Mileto; infatti la terra nera è interamente costituita da limo depositato dal fiume in mezzo alla terra rossa del deserto . Si può comprendere che ad una tanto potente sorgente di vita sia stata collegata una idea di sacro, e che già assai presto siano stati dedicati al fiume degli inni : " Eccola, l'acqua di vita che si trova nel cielo, eccola l'acqua di vita che è nella terra. Il cielo risplende per tè,

la terra freme per tè allorché nasce il dio. Le due colline si fendono, il dio si manifesta, il dio si espande nel suo corpo...". Così comincia un inno contenuto nei Testi delle Piramidi; il dio che nasce è l'acqua della piena che sorge tra le rocce di Elefantina , dove gli Egizi collocavano una delle sorgenti del Nilo, e che si espande sull'Egitto per donargli la vita.

religione egizia - il dio Min

Min

Dio di Coptos e di Panopoli (Apu, capitale del IX distretto dell'Alto Egitto) e protettore delle piste del deserto orientale. Min era rappresentato sotto la forma di un uomo che aveva sul capo la calotta liscia ornata di alte piume e portata anche da Amon ; egli lascia apparire un solo braccio sollevato, su cui è ripiegato il flagellum. Divinità generatrice, esso è rappresentato con le caratteristiche itifalliche, che fecero sì che i Greci lo identificassero con Pan.

Incarnato in un toro, egli aveva come madre e sposa Khentet-labet, "colei che presiede all'Oriente ", che molto presto fu assimilata ad Iside , mentre Min era a sua volta unito ad Horus , come si può vedere da un inno della XII dinastia. Min è un dio molto antico, e si è potuto sostenere che fosse dio di stato durante il periodo predinastico . Il sincretismo lo identificò a Ra e ad Amon; Min prende anche la forma di Amon generatore dì Kar-nak, Kamutef, "il toro di sua madre", che diventa uno dei suoi appellativi.

La grande festa del dio Min, che aveva luogo durante il primo mese dell'estate, fu celebrata dall'epoca finita fino al periodo romano. Questa festa apriva la stagione della mietitura, e fu associata al culto reale, senza dubbio al principio del Nuovo Regno, e grazie a questo fatto noi la conosciamo attraverso le rappresentazioni del Ramesseum e del tempio di Medinet Habu . Il sovrano, trasportato su di una lettiga e circondato da uno sfarzoso seguito, andava a presentarsi davanti al dio nel suo tempio, mentre Min, sollevato su un'immensa portantina, usciva dal santuario incontro al sovrano; un toro bianco veniva condotto innanzi ed unito al corteo, alla cui testa si poneva il re, quando era giunto presso il dio, per condurre Min sul suo altare. Il sovrano tagliava poi una spiga secondo un procedimento rituale, poi faceva il giro della stanza ove il dio riposava; ed infine venivano liberati quattro uccelli perché andassero ad annunciare ai quattro punti dell'orizzonte il rinnovarsi della monarchia; tutte queste cerimonie erano accompagnate da canti e danze .

Un'ipotesi sulla vera patria del poeta, L'aedo Omero sui lidi albanesi

Corriere della Sera 9.1.08
Un'ipotesi sulla vera patria del poeta
L'aedo Omero sui lidi albanesi
di Giovanni Mariotti

Virgilio racconta nel terzo canto dell'«Eneide» la nascita di una Ilio «piccola e simulata»

Come ha ricordato Luciano Canfora sul Corriere della Sera di sabato scorso, Omero non era, a detta di Vico, un singolo individuo, bensì un intero popolo; per il romanziere inglese Samuel Butler era una donna (ipotesi simpatica e anche credibile: i giapponesi hanno davvero, all'origine della loro letteratura, un Omero femmina, la Murasaki); e nelle ultime settimane l'austriaco Raoul Schrott ha formulato l'ipotesi che si trattasse di uno scriba della Cilicia al servizio degli Assiri. «Inventare Omero è un gioco innocente», ha scritto Canfora. La prendo come un'autorizzazione a giocare. Dopotutto il fatto che si tratti un gioco «innocente» non comporta che sia del tutto privo di significato. Attribuire una patria e un'identità a Omero vuol dire, per un occidentale, indicare la scaturigine della poesia... il luogo in cui, miticamente, si udì per la prima volta la musica dei versi. Io ho una mia ipotesi. Credo di sapere dove nacque Omero. Sette città greche si disputavano l'onore di avergli dato i natali... ma la città dove Omero nacque veramente non appartiene a quel novero.
Secondo una tradizione, ripresa da Virgilio nel terzo canto dell'Eneide, due esuli da Troia, la vedova di Ettore, Andromaca, e il mite e scolorito indovino Eleno, avevano fondato sulla Riviera albanese, dopo una vita travagliata, una sorta di piccola Troia anastatica uguale in tutto e per tutto a quella che avevano abbandonato. Una «Troia Miniatur ». Perché l'avevano fondata? Non certo per iniziare una nuova storia, con nuovi assedi e nuove battaglie e nuove flotte che avrebbero attraversato i mari, ma per sigillare le loro storie, che erano alla fine.
Lì, a Butroto (così era stata chiamata quella Ilio che Virgilio avrebbe definito «piccola e simulata»), in quelle case e in quelle vie che non erano tanto quelle di una «vera» città, quanto l'immagine, o la reminiscenza, o la rappresentazione di un'altra, nacque Omero. Forse furono proprio Andromaca ed Eleno, o perlomeno qualche Troiano o qualche Troiana che ne avevano condiviso il destino, a nominare per la prima volta davanti a quel ragazzino, a volte attento e a volte stranamente distratto e lontano, certi personaggi... o a raccontare episodi che sarebbero entrati a far parte, come tessere di un mosaico, dei suoi poemi. L'arido ruscello lungo il quale camminava si chiamava Xanto, ma non era il «vero» Xanto... e le porte sotto cui passava ogni giorno venivano chiamate Scee, ma non erano le «vere» porte Scee.
In quei luoghi Omero trascorse la giovinezza. Dalla riva del mare o da un'altura avrà osservato il profilo di un'isola i cui contorni si andavano via via dissolvendo, sino a diventare nuvola (si trattava di Corfù, dove più tardi avrebbe collocato Nausicaa, Alcinoo, la corte dei Feaci, e se stesso nelle vesti di Demodoco, l'aedo cieco...), e a partire da quel profilo sempre un po' velato... giacché gli occhi si andavano spegnendo... aveva immaginato un altrove fluttuante, porti e navi e isole ed eserciti e mostri che sarebbero esistiti soltanto in virtù dei suoi versi. Non sapeva se le storie che di continuo udiva raccontare (non si faceva altro, a Butroto, città di vecchi: non solo le voci, ma anche le pietre erano racconti) fossero accadute realmente oppure no, ma le sue parole non avevano bisogno della cosiddetta «realtà». Una copia che la evocasse, magari in modo infedele, una simulazione, un colore, una nuvola sul punto di disfarsi, nomi di isole e popoli sconosciuti che affioravano all'improvviso in mezzo al discorso, come profezie ed enigmi: era quanto bastava a muovere il suo canto. Niente accadeva a Butroto, perché tutto era già accaduto. Omero crebbe avvolto da uno strano senso di irrealtà. Via via che cresceva, il fruscio e il calpestio delle sillabe gli sarà sembrato più reale di qualsiasi altra cosa. Diventato aedo, ebbe a dire che gli dei avevano filato «la rovina per gli uomini perché avessero i posteri il canto». Memorabile esempio di cinismo professionale.
Da lì a qualche secolo il severo Platone avrebbe definito la poesia «mimesi di mimesi », imitazione di un'imitazione. Se avesse potuto ascoltarlo, è quasi certo che Omero... la cui patria era l'imitazione di un'altra... avrebbe gravemente assentito.

Tuesday, January 08, 2008

Veneto Pagan Moot giovedi' 10 gennaio 2008

Incontro Wicca e Pagano -
Pagan Moot Veneto 10 gennaio 2008
salve,
giovedi' 10 gennaio 2008
Montegrotto Terme ore 20,45.
al Pub Imbolc,
Via Aureliana 11 Montegrotto Terme (PD)
si terra' l'incontro mensile dei pagani e wiccan
veneti. L'incontro è aperto a tutti.

Incontro periodico mensile ogni secondo giovedì del
mese.
Il primo Pagan Moot Veneto è avvenuto nel dicembre
2005.

" Durante il pellegrinaggio della vita, il politeista
si reca da un tempio all'altro, pratica differenti
rituali, differenti modi di vita, differenti metodi di
sviluppo interiore. Resta costantemente cosciente
della coesistenza di una moltitudine di vie che
portano al divino… il monoteista non può vedere in
modo chiaro, fianco a fianco, i diversi stadi del suo
sviluppo passato e futuro, illustrati da diversi
simboli, diversi Dèi, diversi culti, diversi
comportamenti religiosi, ogni suo tentativo per
superare i limiti dei dogmi e delle leggi del sistema
in cui si trova immerso tende a fargli perdere
l'equilibrio. ", uso le parole Alain Danielou per
cercare di far capire lo spirito che anima molti dei
partecipanti al moot.


Cos'è un moot?
"Un Moot è semplicemente un incontro tenuto in un
locale pubblico (solitamente un pub o simile) ad
intervalli fissi in cui le persone si possono
incontrare per conoscersi, discutere, consigliarsi e
quant' altro. Il fatto che l' incontro si tenga sempre
con la stessa periodicità facilita l' organizzazione
per tutti, visto che non si deve cercare di contattare
tutti ogni volta per mettersi d' accordo, e che le
persone hanno la possibilità di organizzare i propri
impegni per tempo sapendo quando c'è il Moot. Inoltre
tutte le persone nuove nella comunità possono andare
ad un Moot".
saluti.

Questi incontri diventano sempre più importanti,
perchè rappresentano la possibilità di contrastare la
follia del monoteismo in tutte le sue varianti.
Proprio in questi giorni un "anonimo" esorcista ha
dato la dimostrazione di come ogni religione derivante
dal monoteismo sia pericolosa, infatti ha dichirato:
"Ma possono essere in balia del maligno anche governi
(«quando fanno scelte scellerate») o chi professa
altre religioni («in quelle pagane il diavolo è
insito»).", il diavolo è divinità solo per i
cristiani. il diavolo appartiene solo alla follia
delle religioni rivelate. Quello che un simile
ragionamento lascia traparire è la volontà di
"demonizzare" tutte le religioni diverse dal
monoteismo, e la speranza di tramutare l'Italia in una
teocrazia, per poter disporre di leggi che consentano
agli inquisitori cattolici di riaccendere i roghi.

francesco scanagatta

cell 349 7554994.

Monday, January 07, 2008

La religione egiziana

La religione egiziana finisce la propria esistenza in modo definitivo,
potremmo dire, con la chiusura del tempio di Philae, nel 537 d.C., per
intervento di Giustiniano. Fino a quella data, per una sorta di
compromesso, nell'ultimo avamposto della religione egiziana, la
meridionale isoletta di Philae, il cristianesimo non aveva trionfato,
casomai aveva tentato nell'ultimo periodo una coesistenza. Soltanto in
quell'epoca Narsete, il generale di Giustiniano, fu spinto
dall'imperatore a chiudere il tempio, a cacciare i sacerdoti e quindi a
sopprimere l'ultima celebrazione ufficiale di un culto, anche se noi
sappiamo che, pur nell'Egitto largamente convertito al cristianesimo, i
conquistatori arabi trovarono ancora nelle campagne numerosi pagani
che veneravano forme di antiche divinità
(S. Chiodi – LA RELIGIONE DELL'ANTICO EGITTO – Rusconi 1994)

Sunday, January 06, 2008

Medicine A Liverpool un programma di cure con i libri

Corriere della Sera 6.1.08
Medicine A Liverpool un programma di cure con i libri
La terapia di Shakespeare
di Guido Santevecchi

LONDRA — L'idea che la letteratura può dare forza emotiva e fisica risale a Platone. E Apollo, oltre ad essere il Dio greco della medicina era, in quanto capo delle Muse, patrono della poesia. Ai ricercatori del Reader Center della Università di Liverpool non sono sembrate semplici coincidenze storico- mitologiche: hanno lanciato un programma di biblioterapia.
Si tratta di book groups, sedute di lettura in comune di classici alle quali partecipano gruppi di malati. Nella zona di Liverpool ce ne sono già una cinquantina e secondo la dottoressa Jane Davis, sentita dalla Cultura del «Guardian», i risultati sono incoraggianti. Si leggono ad alta voce le tragedie di Shakespeare, per esempio, e poi si commentano le caratteristiche dei personaggi, dalla gelosia maschile alla licenziosità femminile, al sospetto dei potenti.
I book groups si tengono in cliniche per malattie psichiatriche, unità di riabilitazione neurologica, centri di disintossicazione da droga e alcol. Un paziente di neurologia che non parlava da mesi, dopo aver ascoltato The Flower di George Herbert si è lanciato in un monologo di dieci minuti e alla fine ha detto: «Ora mi sento benissimo».
Proprio ieri è uscita la classifica di vendita nel Regno Unito. Impressionante: in testa J.K. Rowling con quattro milioni di copie dell'ultimo Harry Potter, seguita da Jed Rubenfeld con 819 mila Interpretazione della Morte (pubblicato in Italia da Rizzoli).
Il cinquantesimo best seller, Scarpe azzurre e felicità (Guanda), lo hanno comprato «solo» in 220.910. Il paragone con i livelli di lettura italiani ci vede molto lontani.
Ma tornando alla biblioterapia, c'è anche un altro studio, dell'Università di Leicester: gli italiani possono aspettarsi di restare in salute dieci anni esatti più dei britannici. Allora, se leggessimo tanto anche noi, potremmo tutti superare i cent'anni?

Thursday, January 03, 2008

I MARTIRI PAGANI

la Repubblica - Martedì, 29 dicembre 1987 - pagina 24
di LUCIO VILLARI

La feroce persecuzione degli dei "falsi e bugiardi" per mano cristiana in un libro di Lidia Storoni
I MARTIRI PAGANI

CIRCONDATO da alte e invalicabili mura, fatte di ombre e di silenzio, il paganesimo è ancora la Città Proibita della nostra storia. Proibita non per quel che il paganesimo, cioè il mondo classico, ha inventato e prodotto per oltre un millennio, ma perché quel sentimento o senso pagano dell' esistenza che era insieme religiosità e filosofia, è stato reso impraticabile e straniero. Il cristianesimo, armato non solo del suo messaggio, ma anche della violenza politica e amministrativa degli imperatori post-costantiniani, ha distrutto quel sentimento, provocando il più grande scisma dell' anima che la storia dell' Occidente ricordi. Si tratta forse di un argomento inattuale, di questioni che vanno lasciate agli specialisti del mondo antico? si tratta di problemi non dissimili da quelli posti nelle discussioni su uno scavo archeologico o su un brano di Quintiliano? Non so. E' certo, comunque, che sull' essenza del paganesimo c' è ancora, almeno in Italia, distacco e freddezza: come se le antiquitates paganae fossero solo un serbatoio museale e letterario e non anche un nodo inquietante di dubbi, di domande. Penso, ad esempio, alla curiosità e all' interesse che avrebbe dovuto suscitare un libro di saggi, apparso esattamente venti anni or sono in traduzione italiana: un volume, curato da Arnaldo Momigliano (dal titolo Il conflitto tra paganesimo e cristianesimo nel secolo IV), che raccoglieva i testi di un seminario del Warburg Institute di Londra. Di quei testi, nel clima altrimenti interessante del Sessantotto, solo pochi notarono l' alto livello scientifico e i risultati raggiunti su un problema che uno degli autori, Herbert Bloch, così presentava al lettore: Non c' è stato nella storia dell' umanità un momento di rottura più profondo di quello che segna la fine del mondo antico e il conflitto finale tra paganesimo e cristianesimo. Non era una sfida alla nostra sicumera di spettatori di grandi fratture e di grandi eventi contemporanei parlare in questi termini? E soprattutto: quel conflitto finale ci riguarda ancora oppure no? Per gli storici privi di preconcetti, tutta la vicenda è un intrico che ha tuttavia un capo e una coda. Se mi è permesso un riferimento personale, ricordo che qualche anno fa scrissi su queste pagine un articolo esplicitamente intitolato: Perché non possiamo non dirci pagani. Mi riferivo, tra l' altro, a quel lascito estremo della cultura pagana che fu lo stoicismo, travolto anch' esso dalla furia cristiana, ma mai veramente morto. Si sa infatti che lo stoicismo percorre come un filo rosso il pensiero moderno, dall' umanesimo a Spinoza, all' illuminismo, a Kant, alla Rivoluzione francese; e che esso ha ancora la forza teorica e terapeutica di una filosofia esistenziale, fondata sul piacere di vivere e sulla calma, razionale attesa della morte. In altre parole, lo stoicismo era una forma compiuta di conoscenza che il cristianesimo ha violentemente smembrato appropriandosi di alcuni dei suoi frammenti e sostituendone la lieve religiosità con inquietudini profonde, con una psilé parataxis (come avrebbe detto Marco Aurelio), una mera ostinazione fideistica e irrazionale. E tuttavia, come potremmo pensare perdute per sempre la gioia di vivere spirituale e corporale teorizzata da Panezio, la riflessione di Marco Aurelio sull' autocoscienza, la rivendicazione della responsabilità e dell' autonomia dell' agire (io sono libero) di Epitteto? Non erano questioni astrattamente etiche, perché lo stoicismo comprendeva anche una teoria politica delle relazioni tra individuo, società e Città. Vi era infatti in quella scuola di pensiero una elevata concezione dell' autorità culturale, oltre che morale, dello Stato, cioè di una istituzione scaturita, secondo gli stoici, non dalla solitudine e dalla paura dell' uomo, ma, al contrario, dal suo istinto sociale. Per lungo tempo, comunque, il conflitto tra cristianesimo e paganesimo non si svolse su questi massimi problemi. Come scrive A.H. Jones, sempre nel volume di Momigliano, non bisogna dimenticare che agli inizi il cristianesimo era una religione volgare. Non soltanto i suoi seguaci erano persone di basso ceto e di poca o nessuna cultura, ma anche i suoi libri sacri erano rozzi e pieni di scorrettezze, scritti in un greco e in un latino che urtavano la sensibilità di ogni uomo colto, educato sui testi di Menandro o di Demostene, di Terenzio o di Cicerone. E' difficile oggi rendersi conto della gravità di questo ostacolo. TUTTAVIA, se il dissenso tra i seguaci della nuova fede e quelli degli dèi falsi e bugiardi fosse stato solo spirituale e culturale, le cose non avrebbero preso la piega tragica che poi in realtà ebbero. Tutto cambiò infatti quando, dopo l' Editto di Milano di Costantino, la religione e le comunità dei cristiani furono sempre più spalleggiate da imperatori convertiti; un appoggio concreto che culminò, tra la fine del IV e gli inizi del V secolo, negli editti e nei codici antipagani di Teodosio. Con questo fanatico imperatore si giunse, come scrive Arnold Toynbee, alla aberrazione che condusse al disastro; con lui la repressione del paganesimo diventò aperta persecuzione. Quest' ultimo giudizio è di Lidia Storoni Mazzolani, ed è contenuto in una penetrante ricerca su Sant' Agostino e i pagani (Sellerio, pagg. 136, lire 15.000). E' una occasione rara, questa che ci è offerta dall' autrice, per riflettere sulle condizioni politiche che permisero al cristianesimo di divenire religione di Stato e Chiesa trionfante e persecutrice, e sulla mutazione culturale provocata dagli scritti polemici, dalla furia iconoclastica di personalità cristiane come Agostino, o come il suo più severo compagno Ambrogio di Milano. Santi e Padri della Chiesa, sui quali va proiettata peraltro una illuminazione storica particolarmente intensa, atta a rivelare la loro responsabilità nell' avere armato il cristianesimo dell' ideologia della repressione contro qualunque diversità (anche interna alla Chiesa), e soprattutto adversus quel complesso e felicemente squilibrato sistema di idee, di valori artistici e culturali, di tradizioni e di comportamenti spesso innocenti, ai quali diamo il nome di paganesimo. COME dimostra la Storoni Mazzolani nella sua serrata analisi, Agostino fu implacabile nell' azione demolitrice. Il programma del vescovo di Ippona fu organizzato a tutti i livelli della vita sociale, politica e culturale dell' Impero. La sua tesi era che il paganesimo dovesse essere annientato: sia eliminandolo dalle coscienze, sia mediante distruzioni fisiche e materiali. Non solo, ma sul finire del IV secolo, dopo il tentativo di reazione pagana (la breve e struggente meteora dell' imperatore Giuliano l' Apostata), Agostino e Ambrogio fecero di tutto perché il braccio secolare e amministrativo del potere politico comminasse castighi tremendi ai pagani. Via via, scrive la Storoni Mazzolani, i divieti si fecero capillari, penetrarono nei campi dove i riti pagani erano legati alle opere stagionali, nell' interno delle case, nei focolari. Reazione pagana. Ma si trattò soltanto di un tentativo culturale dell' aristocrazia senatoriale e degli intellettuali romani di procedere al restauro dei monumenti che rappresentavano l' antica grandezza di Roma e la sicurezza dell' Impero, all' edizione di testi antichi, all' incremento della produzione artistica. Nel 380, con l' Editto di Tessalonica, l' imperatore Teodosio cominciò a levare la spada contro i pagani: da quel momento in poi niente sarà risparmiato, neppure gli alberi e i boschi sacri dei culti silvani legati alla mitologia e alla poesia della classicità, abbattuti inesorabilmente come riti di una religione insana e demente. Agostino, che fu l' autorità suprema della cristianità tra IV e V secolo, con sermoni lettere opere varie (dall' Adversus Paganos al De Civitate Dei) fu il condottiero dello scisma dell' anima e gettò le fondamenta della nuova èra, soprattutto dopo il sacco di Roma per mano dei barbari nel 410. La Città-simbolo, la patria di tutti era caduta; bisognava edificarne un' altra, nella storia e nelle coscienze. E sarebbe stata imprevedibilmente diversa.

L'invenzione del monoteismo primordiale

L’etnologo tedesco Wilhelm Schmidt, nonché missionario cattolico, fu invece il sostenitore di un presunto monoteismo primordiale (quale credenza in un “Essere Supremo”) che avrebbe preceduto ogni altra forma religiosa. A questa tesi, evidentemente non priva di presupposti ideologici, che venne avanzata nell’opera L’origine dell’idea di Dio e che sollevò già notevoli perplessità al suo apparire, si affiancava anche quella dei cicli cultuali, secondo la quale vi sono vari gradi evolutivi di cultura, e quindi di religione, dipendenti dalle forme di vita e dalle attività di sussistenza. Lo Schmidt fu anche sostenitore dell’esistenza, nella preistoria, di un periodo “matriarcale”, coincidente con l’avvento dell’agricoltura, il quale avrebbe favorito la nascita dei culti della “Madre Terra” e della Luna, quali ipostasi divine al “femminile”.

Baal: Un Dio che è risorto

Baal: Un Dio che è risorto
L'ugaritico Dio Baal in molte leggende viene ricordato per un ritorno alla vita dall'aldilà.
Baal da sempre è ai margini negli studi. Alcuni studiosi tentano di mettee in discussione gli inataccabili fondamenti documentari della resurrezione del Dio. Comprensibile l'imbarazzo che può suscitare, in ambito siro-palestinese, l'esistenza di un vero risorto.
Dopo la sua morte Baal, affronta la morte, ne segue un duello che non ha vincitori nè vinti. Ball stabilisce i limiti e regole all'azione del suo avversario.

Baal, per aver affrontato i rischi mortali della discesa dell'aldilà, viene chiamato nei testi ugaritici Baal-Rpu, "Baal il salvatore/guaritore".

La cultura siriana ha fatto di Baal una delle più belle e complesse figure di divinità mediatrice, schierata sempre e senza ambiguità dalla parte dell'uomo, di cui ha condiviso l'esperienza della morte.

Perchè Baal è così misconosciuto? Ugarit è vicina alla Palestina, sia dal punto di vista geografico che culturale. Il Baal biblico, così denigrato, è una divinità che muore e risorge. Baal si lega alla vicende umane, viene chiamato "Salvatore". Logica la conseguenza di "nasconderlo".

La scienza. Così i rimpianti fanno ammalare

Repubblica 3.1.08
La scienza. Così i rimpianti fanno ammalare
di Benedict Carey

È difficile sopportare le proprie rinunce. Gli psicologi: pensate alle cose positive
Le scelte perdute fanno ammalare corpo e mente
Pensare sempre a ciò che si è perduto conduce soltanto in un vicolo cieco

Da una quindicina di anni a questa parte gli psicologi stanno studiando in che modo i rimpianti piccoli e grandi, recenti e lontani possano influire sul benessere mentale delle persone. Hanno dimostrato che recriminare sulle strade che non si sono scelte è un esercizio emotivamente logorante e sterile. Pare che altrettanto vero, quanto meno nel lungo periodo, sia ciò che in fatto di rimpianti è risaputo, ovvero che a fare più male è ciò che non si è fatto.

La festa di fine anno ideale dovrebbe prevedere un voucher psicologico da utilizzare il giorno seguente per una sessione post-mortem con gli amici. Una chance per assaporare le figuracce della serata, scommettere su chi è andato a casa con chi, eleggere l´ospite che ha maggiormente bisogno di entrare in terapia, presenti inclusi. Un´opportunità per prevenire il tradizionale tracollo del mattino dopo nell´auto-analisi. Lì, dopo tutto, si aggirano veri fantasmi, quelli della peggior specie, le versioni alternative del nostro Io. L´Io che non ha lasciato gli studi ed è arrivato alla laurea, per esempio. L´Io che è riuscito a far funzionare il proprio matrimonio. O l´Io che ha insistito a cantare, scrivere commedie e dipingere facendone una carriera. Alcuni psicologi chiamano questi fantasmi i "possibili Io perduti".
Da una quindicina di anni a questa parte gli psicologi stanno studiando in che modo i rimpianti - piccoli e grandi, recenti e lontani nel tempo – influiscono sul benessere mentale delle persone. Hanno dimostrato che ruminare sulle strade che non si sono scelte è un esercizio emotivamente logorante e sterile. Pare che altrettanto vero, quanto meno nel lungo periodo, sia ciò che in fatto di rimpianti è risaputo, ovvero che a fare più male è ciò che non si è fatto.
Tuttavia, studiando i possibili Io perduti gli psicologi sono arrivati a capire in modo più esaustivo ed esauriente in che modo i rimpianti plasmino la personalità. I ricercatori hanno scoperto che la gente ripensa ai propri errori passati o alle occasioni perdute in molti modi: alcuni tendono a fissarvisi e corrono un elevato rischio di soffrire di problemi d´umore, altri invece hanno imparato a ignorare i rimpianti e paiono vivere vite più a cuor leggero, anche se più superficiali. A metà strada tra questi comportamenti, vi sono poi coloro che camminano con circospezione sul campo minato delle scelte passate, dissotterrando con coraggio gli ordigni ancora innescati e facendo il possibile per disinnescare quelli ancora attivi.
Uno studio del 2003 della Concordia University di Montreal e dell´Università della California a Irvine ha evidenziato che i giovani adulti che avevano ottenuto un alto punteggio in fatto di misurazione del loro benessere psicologico tendevano a pensare alle decisioni rimpiante come a qualcosa di imputabile soltanto a loro stessi. Al contrario, i più anziani tendevano a rimpiangere alcune decisioni prese, secondo loro, insieme ad altri.
Laura A. King, psicologa dell´Università del Missouri, ha fatto descrivere ad alcuni soggetti il futuro che si immaginavano di avere prima che un evento alterasse il corso della loro vita, per esempio un divorzio. Da questa ricerca è emerso che coloro che erano in grado di scrivere o parlare del loro futuro perduto senza precipitare nella disperazione tendevano ad aver sviluppato un´altra qualità, detta complessità. La dottoressa King ha seguito per anni vari gruppi di persone, scoprendo che questa abilità ad auto-analizzarsi si sviluppa col tempo. I bravi terapeuti conoscono da sempre il valore che ha considerare le scelte rimpiante collocandole nel contesto di ciò che si è guadagnato, oltre che di ciò che si è perduto. «L´idea di fondo è quella di far sì che la gente prenda le distanze da quel ruminare continuo "se i miei genitori avessero fatto questo…se io non avessi fatto quell´altro, allora avrei davvero quello che voglio"» esemplifica il dottor Gary Kennedy, direttore del dipartimento di psichiatria geriatrica del Montefiore Medical Center nel Bronx. «Procedere così è come cacciarsi in un vicolo cieco».
Copyright New York Times-la Repubblica (Traduzione di Anna Bissanti)

Tuesday, January 01, 2008

gesù di nazareth era figlio di un soldato romano?

gesù di nazareth era figlio di un soldato romano?

I recenti studi nel campo religioso, storico e filologico hanno messo in luce talune verità che i cristiani hanno cercato di nascondere o di travisare totalmente. Tutti i principali scritti degli autori pagani contro Gesù sono stati distrutti, o, in molti casi, alterati e falsificati. Di recente ha visto la luce "II discorso vero" di Celso: una ricostruzione del suo pensiero e del suo scritto contro Gesù, accusato di essere un simulatore, tratto da Origene (f 'Contro Celso1'), in modo da accostarne i frammenti e trame un nesso logico. Tale è stato il livore dei cristiani che persino di Celso si sono perse le tracce. Ed ancora oggi non si sa con precisione chi egli sia stato. Sembra che due filosofi epicurei di tale nome fossero vissuti sotto Nerone prima, e poi all'epoca di Adriano. Ma si conosce il nome di un altro Celso che scrisse libri contro le pratiche magiche. E si sa ancora di un altro Celso che scrisse due libri contro i cristiani.

Comunque, pare assodato, ci dice Giuliana Lanata, che ha curato la traduzione ed il commento de "II discorso vero" di Celso (ed. Adelphi, Milano, 1987) che il Celso di cui ci occupiamo fosse un filosofo medioplatonico. Scrive la Lanata con sottile arguzia: 'Ter noi egli è solo un nome, il nome dell'autore di un libro arrivato fino a oggi solo per un'ironia, o un'astuzia, della Storia. Esso infatti non è tramontato in modo completo e attraverso una tradizione manoscritta indipendente: l'esemplare o gli esemplari che ne circolavano nel mondo antico furono probabilmente vittime di una caduta d�interesse conseguente all�affermazione del cristianesimo, sia gli interventi con cui l�Impero Romano cristianizzato cercò di assicurare la distruzione dei libri della parte soccombente" (1). Dal contesto si potrebbe arguire (e ci riferiamo al frammento Vili) che il "Discorso vero" di Celso sia stato composto sotto il regno di Marco Aurelio e di Commodo (congiunto dal 171 al 180).

Si tenga presente che l'opera di confutazione di Origene, "Contro Celso", presumibilmente venne scritta tra il 247 ed il 249.

Celso trasse le sue notizie, in parte dall'evangelio di Mat-teo, in parte da fonti giudai-che non cristiane, e da altre che ci sfuggono. In sostanza egli da di Cristo la descrizione del falso profeta, così come Luciano aveva fatto con Alessandro di Abuno-tico.

Egli fornisce, in sostanza, di Gesù di Nazareth alcuni dati che intendono illuminare il retroscena della nascita, chiarire il comportamento dei genitori e mettere in risalto il periodo della predicazione e del-la sua vita avventurosa. Insomma, secondo Celso, dice sempre la Lanata: "Gesù si era rivelato uno stregone, un gòes, ossia, nel linguaggio del tempo di Celso, un uomo di dubbia reputazione che compiva o pretendeva di compiere miracoli e di garantire salute o salvezza sulla base di incantesimi e di pratiche magiche: insomma un impostore" (2). Logicamente il filosofo mette in risalto che di questo passo si potevano ipotizzare uomini divini forniti dalla tradizione. Ma costoro erano apparizioni di Dèi o di Dèmoni, anche se al momento rivestivano forma umana. Eroi che aspiravano, con la morte, a confondersi con la divinità, acquistando poteri paranormali. Anche Filostrato, più avanti nella storia, ben oltre Celso, dirà di Apollonio di Tiana (all'epoca di Domiziano) ch'egli aveva veramente poteri sovrumani. E verrà dai pagani opposto a Gesù di Nazareth.

Porfirio, nella sua opera "Contro i Cristiani", ripete le accuse di Celso. Ma la sua opera composta di quindici libri venne lapidata, e se ne conservano solo frammenti. In sostanza, ogni setta cerca sempre di presentare il proprio profeta di turno come l'ispirato, l'illuminato, il figlio di Dio, se non addirittura il Dio in terra.

È recente la pubblicazione (1986) dei ricordi di Hugh Milne ("II Dio che fallì") che fu il capo delle guardie di sicurezza di Bhagwan Shree Rajneesh a Poona (in India) e poi nell'Oregon (negli Stati Uniti), il famoso guru che sviluppò il tantrismo come via all'illuminazione: un itinerario spirituale.

Egli ci da la visione totale di come si crea un Dio. Le illusioni, i suggerimenti, la farneticazione della propaganda fi-de, e poi, il fanatismo delle masse.

Bhagwan Shree Rajneesh crollò non perché non fosse degno di essere un maestro spirituale, ma perché le sue segretarie esagerarono nell'ammassare gioie e dollari, automobili di lusso e poderi, trattando da schiavi i poveri illusi che rivestivano la veste arancione. Eppure la dottrina era giusta!

Come è fallito un Dio?

Che bisogno c'era, lascia capire Celso, di reputarlo un Dio quando "in base alle testimonianze stesse dei suoi adepti, al più screditato dei taumaturghi itineranti e dei presunti operatori di miracoli" (3) risulta accertato che in fondo" il "Cristo non è un Dio, ma solo un mago, e della peggiore specie" (4).

Questa è in sintesi il tema del suo discorso, anche se l'abbiamo evidenziato dal contesto della Lanata.

Quando i cristiani se la prendevano con i pagani per i loro miti, era chiaro per Celso che ci si riferiva ad un periodo -diciamo noi - prelogico, in cui l'allegoria dominava sovrana. E non s'era mai visto che un Dio mandasse il proprio figlio, sconvolgendo l'ordine cosmico e l'immanenza delle cose, per accondiscendere alle attese messianiche di una parte minima dei giudei, visto che gli stessi ebrei non credevano alla divinità di Cristo, e stigmatizzavano la sua opera. In fondo, lascia capire Celso, tutti gli enigmi delle religioni iniziatiche, come i misteri di Mithra, si rifacevano a concetti irrazionali; in sostanza: ad una "comunicazione allusiva",

'"I Cristiani pretendevano di sostituirsi a tutta la tradizione, sia a quella giudaica da cui provenivano, sia a quella ellenistica in cui si stavano installando; e al contempo si appropriavano, in modo distorto e contraffatto, di tutto il meglio che il passato poteva offrire, tentavano di rivendicare al cristianesimo l'intero patrimonio della tradizione giudaica e di quella ellenistica. E questo suscitava lo sdegno di Celso" (5).

Era chiaro per Celso che il modo di comportarsi dei cristiani, che si opponevano a sacrificare alla statua dell'imperatore, sprezzavano le leggi di Roma, si rifiutavano di giurare nel nome dei Cesari, era asociale, sedizioso ed anticostituzionale al massimo.

Allorché il proconsole d'Africa Saturnino sta giudicando uno degli Scillitani, alle argomentazioni di costui, esclama alla fine spazientito: "Anche noi siamo religiosi!" (Atti degli Scillitani, 3) per sottolineare come la pazienza avesse un limite, e che i cristiani non avevano scoperto nulla di nuovo in fatto di religiosità.

Ma lasciamo tutte le sottigliezze teologiche per addentrarci nella figura di Gesù di Nazareth, così come lascia intravvedere Celso. Abbiamo messo in risalto come i frammenti ci siano giunti attraverso l'opera di Origene, che li cita per confutarli. Ebbene, nel primo libro, frammento 28, dice chiaramente Celso come Gesù si sia inventato il fatto d'essere nato da una vergine. Aggiunge che ha visto la luce in un villaggio della Giudea, e che sua madre era una filatrice che si era accasata con un carpentiere. E che costui la scacciò per adulterio. Pare assodato che il futuro messia nascesse da un soldato, certo Panthera, e che il suo noviziato venne compiuto in Egitto dove apprese le arti magiche, ..." e insuperbito per questi poteri, proprio grazie ad essi ti sei proclamato figlio di Dio" (6). Da iscrizioni latine risulta come tale soprannome sia tipico di soldati romani ch'erano stanziati in Palestina. Anzi, l'appellativo di Ben Pondera lo si ritrova nella traduzione talmudica (7).

Il fatto che Celso ritenga Gesù esperto nelle arti magiche, perché vissuto in Egitto, fa parte della tradizione biblica (cfr. Esodo, 7, 11-12). Anche Luciano inserisce immagini magiche egizie e prodigi nella sua opera "L'amico della menzogna" (33 sg.). Ed è proprio per vari accostamenti ed analogie che c'è chi ritiene Celso il personaggio amico di Luciano, filosofo epicureo, che aveva composto un'opera contro la magia ed era appassionato studioso di problemi culturali - diciamo impropriamente - esoterici. Per Celso, Gesù è un impostore che si inventa tutto, e che non ha un gran seguito. Dieci od undici seguaci che poi lo rinnegheranno (libro I, frammento 62, libro II, frammento 12).

Ammesso che siano veri i miracoli, le guarigioni, le resurrezioni, la moltiplicazione dei pani, (sempreché non siano "fanfaronate" dei seguaci), c'è una evidente analogia con quanto fanno gli stregoni. E c'è bisogno per tutto questo clamore di proclamarsi figli di Dio? "O non bisogna dire piuttosto che queste sono pratiche di uomini spregevoli e posseduti da demoni malvagi?" (8).

Accusa poi i cristiani di aver preparato a bella posta la sua onniscienza e la sua onniveggenza. Egli sapeva tutto, aveva previsto tutto ciò che gli sarebbe accaduto (libro II, fram. 13, 15, 16, 17, 18, 19, 20 sgg.).

"Perché con altrettanta sfrontatezza anche sul conto di un bandito o di un assassino raggiunto dalla giustizia si potrebbe affermare che non era affatto un bandito, ma un Dio; infatti aveva predetto ai suoi compari che gli sarebbe successo quel che appunto gli successe" (9).

Celso poi si diverte a ricordare che altri riferirono di essere risorti dopo la morte. E cita il caso di Scizia di Zaimoxis (schiavo di Pitagora), dello stesso Pitagora, e di Rampsi-nito in Egitto. Ma che addirittura siano risorti col corpo - lascia intendere Celso - questa pare un po' grossa.

Insomma i cristiani cercano di darla a bere che quello che dicono gli altri siano favole, ma che quello che è successo al loro Gesù è vero.

Riassumiamo con nostre parole, ma questo è il senso che traluce tra rigo e rigo.

Non crede, dunque, alla resurrezione (vista da pochi fedeli, tra i quali la Maddalena), perché "Se Gesù voleva davvero manifestare un potere divino, avrebbe dovuto farsi vedere da quelli che lo avevano oltraggiato e da chi lo aveva condannato: in una parola, da tutti" (10).

In sostanza, tutta la polemica di Celso è una demolizione totale di taluni princìpi cristiani, l'incarnazione e la redenzione, per far capire come appaia assurdo che un Dio, ch'è inaccessibile ed inconoscibile, senta la necessità di mandare suo figlio per redimere l'umanità. Ragionamento fuori della ragione (infatti i cristiani sosterranno che solo per fede bisogna credere) che "appare insostenibile al platonico Celso, per il quale la rivelazione contenuta nella Scrittura altro non è che un cumulo di grossolani antropomorfismi. Decisamente assurda gli pare la credenza nell'incarnazione: i fatti della vita di Gesù sono da Celso passati al vaglio di una critica corrosiva - scrive Eugenio Corsini (11) - che attinge da una parte all'arsenale della letteratura anticristiana del giudaismo e dall'altra al razionalismo filosofico ellenistico. L'ideale di Celso rimane quello di un universo rigidamente gerarchico, in cui alla gerarchia divina, incentrata su un Dio, sommo con molte divinità minori intermediarie tra lui e il mondo, corrisponde quella di un impero sempre più avviato sulla via dell'assolutismo, con l'imperatore in funzione di rappresentante del Dio sommo sulla terra, a cui fanno capo i governatori quali rappresentanti dei vari popoli dell'impero e delle loro divinità".

Celso se la prende poi col programma.

È veramente rivoluzionario perché fa leva sui diseredati. A chi si rivolgono i cristiani? "Se uno è peccatore, se è incapace di capire, se è puerile, se, in una parola, è un disgraziato, il regno di Dio lo accoglierà". Forse voi non chiamate peccatore l'ingiusto, il ladro, lo scassinatore, lo spacciatore di filtri, lo spogliatore di templi, il violatore di tombe? Chi altri tipi di persone convocherebbe un pirata con un suo bando?" (12). Tutto il cristianesimo è "spirito di rivolta" (cfr. libro II, 5-10; libro Vili, 2 e 14-15; Vili, 49).

Come si vede Celso non aveva peli sulla lingua, e la sua dialettica incalza, non da requie all'avversario, lascia capire che i cristiani agiscono così perché i giusti e gli onesti non li seguono, ed allora debbono rifarsi - per avere seguaci -"agli uomini più empi e più depravati" (13). Per concludere, il Dio dei cristiani è fallace, la setta è oscura e se l'Onnipotente vuoi trasmettere i suoi messaggi lo fa in altri modi: per mezzo degli Astri, ad esempio, che sono Dèi visibili; e poi, la natura tutta (14). I fulmini, la calura, le piogge, i tuoni, i frutti, e tutto ciò che nasce. Immanenza nella trascendenza, rispecchiando chiaramente il principio teologico platonico, sposato allo stoicismo. Per secoli Celso venne obliato, ed il suo verbo gettato alle ortiche.

Ora per la prima volta la verità antica prende consistenza ed acquista il sapore di una condanna verso coloro che in tanti secoli hanno fatto schiavi gli uomini in nome di uno pseudo Dio umano che qualunque filosofia avrebbe condannato, perché contrario alla ragione ed all'ordine delle cose.

Antonino De Bono

(1) Celso, "II discorso vero", ed. Adelphi, Milano, 1987, intr. Giuliana Lanata, pag. 10.

(2)ib. pag. 18 (37 Ìb. pag. 16

(4) ib.

(5) ib. pagg. 27-28

(6) Celso, op. cit. I, fr. 33, pag. 66

(7) op. cit. note, pag. 187

(8) op. cit. I, fr. 68, pag. 69

(9) op. cit. II, fr. 44, pag. 77

(10) op. cit. II, fr. 63, pag. 80

(11) Origene, "Commento al Vangelo di Giovanni" a cura di Eugenio Corsini, Utet, Torino, 1968, pagg. 19-20

(12) Celso, op. cit. II, fr. 59, pagg. 89-90

(13) op. cit. Ili, fr. 65, pag. 90

(14) op. cit. V, fr. 6, pag. 107

Nota: l'opera citata "Bhagwan, il Dio che falli" di Hugh Milne, è stata pubblicata da Armenia Editore, Milano, 1987.




Gesù "... a quanto affermano, era piccolo, brutto e volgare" (cfr. Cel-so, "II discorso vero", a cura di Giuliana Lanata, ed. Adelphi, Milano, 1987, libro VI, fr. 75,pag. 134). Dice la Lanata nelle note: "la bruttezza e la meschinità della figura di Cristo erano accettate nel cristianesimo primitivo sulla base di Is., 52,14; 53, 2-3. Secondo Paolo, Fil., 2,7, Cristo avrebbe preso l'aspetto (morphé) di uno schiavo", op. cit. pag. 234.

Uno dei più antichi volti di Gesù, il "Christus Docens", prima metà del sec. Ili, pittura murale. Roma, ipogeo degli Aureli (riproduzione ad acquerello): da "Enciclopedia Universale dell'Arte", voi. IV. tav. 77.