Monday, October 06, 2008

"La psicologia e la filosofia cristianizzata hanno messo in trappola la Dea della bellezza"

LA STAMPA 25-09-08 :
IL LIBRO
25/9/2008 - ANTICIPAZIONE
Hillman, dalla parte di Afrodite

"La psicologia e la filosofia cristianizzata hanno messo in trappola la Dea della bellezza"

SILVIA RONCHEY

La verità, vi prego, sull’amore», invocava un grande poeta inglese, Auden. Chi può dire di conoscerlo, l’amore? Eros stesso, come diceva Platone, è l’unico dio a non essere né sapiente né ignorante. Una sola cosa sappiamo di lui: che, come lamentava la Sulamita, «è forte come la morte».

Non parliamo di sua madre, Afrodite. James Hillman, nell’invocazione che apre il suo nuovo libro, La giustizia di Afrodite (ed. La Conchiglia, pp. 83, euro 12), ricorda che rivolgersi alla Dea porta spesso alla catastrofe: «Pensa a Paride, che Ti preferì a Atena e Era, pensiamo alle conseguenze: Troia in macerie, le morti degli eroi. Pensa a Didone, regina di Cartagine, una delle Tue favorite. O a Fedra, resa folle dal suo amore illecito. E pensa alle nostre vite, a come ci riduciamo quando ci visita la Tua ispirazione: diventiamo bugiardi, impostori, pazzi di gelosia».

In questo saggio complesso quanto fulmineo il grande pensatore americano vuole «invitare Afrodite nella psicologia», che non è stata generosa con la Dea, riconoscendola per lo più in astrazioni come «il principio del piacere», e «degradando questo principio al rango di opposto, o perfino di minaccia, al cosiddetto principio di realtà».

Se la scienza psicologica «cerca di quantificare l’universo di Venere producendo statistiche sui suoi picchi libidici, sulle sue occorrenze nei vari stadi della vita e sulle conseguenze del desiderio nei vari tipi di personalità», sono ancora più grandi, nel trattare Afrodite e suo figlio Eros, gli errori della filosofia. Dell’amore si parla in genere o nello studio delle emozioni o nella morale. Il che fa sì che lo si riduca «o alla sfera della fisiologia o a quella della teologia, dove a fare da maestro è Gesù - che personalmente teneva Venere a distanza».

«La lunga storia della filosofia cristianizzata ha separato l’etica dall’estetica, la Giustizia dalla Bellezza, così che generalmente non crediamo si possa essere insieme buoni e belli, morali e attraenti; né che i piaceri dei sensi possano essere una via verso la verità». La scissione cristiana non ammette che la moralità dell’opera stia proprio, o anzi unicamente, nella sua bellezza. Hillman cita Saul Bellow: «La banalità è peggiore dell’oscenità. Un libro piatto è anche malvagio. Può essere allettante e dolce come una torta, ma se è banale e noioso è male puro».

A sua volta la trappola del razionalismo filosofico, segmentando la vasta sfera di Afrodite, imprigiona le nostre menti occidentali, che hanno abbandonato le loro radici mitiche, nei compartimenti stagni del letteralismo: «Le menti che si alimentano di distinzioni finiscono col chiudersi sempre più in un groviglio di scismi». Non è vero che Afrodite sia, come la vede la mente collettiva, immorale o amorale. Al contrario, la sua essenza mitica è profondamente legata alla Giustizia. La combinazione di bellezza e giustizia si coglie già, leggendo bene la Teogonia di Esiodo, «nel momento mitico dell’arrivo di Afrodite nel mondo».

Le «complessità mitiche» che circondano la nascita di Afrodite ci portano al concetto romantico di «confusione»: «Non è forse questo il primo segno della presenza della Dea, una dolce confusione dei sensi, la confusione tra impulso e trepidazione, tra alti ideali e bassi espedienti?». E insieme ci portano a quella «terribile profondità» che riaffiora nell’estetica filosofica del tardo ’700 ed è il tema già greco del sublime. «La sfera della bellezza», scrive Hillman, «comprende il terrore, il timore reverenziale, la vastità, la devastante intensità e l’indeterminata, incomprensibile oscurità senza forma». Quindi «il sublime integra l’idea di bellezza con la profondità psichica».

E la «bellezza resa oscura dal sublime» ci riconduce alla favola di Amore e Psiche, che fa da filo conduttore al libro. E da cui emerge, nella lettura di Hillman, non solo e non tanto una verità sull’amore, ma anche e soprattutto una definizione della psiche. La protagonista della parabola di Apuleio è definita proprio dalla sua vulnerabilità al terrore e dalla sua affinità con la morte. Per questo fin dall’inizio la Dea le è ostile, gelosa della sua possibilità di attingere «alla sola bellezza che Afrodite non possiede»: la bellezza di Persefone, regina del Regno dei Morti. In quanto divinità immortale, athnetos, come i greci chiamavano i loro dèi, la sfera della morte le resta estranea tanto quanto la dimensione del sogno.

Come viene punita da Venere la psiche umana? Quali sono i modi della punizione afroditica? Lo strumento che usa di più, e che è il più vicino alla sua natura, è la punizione attraverso l’amore. Venere si serve di suo figlio Eros, «perché con la sua freccia colpisca la carne dell’anima, così che soffra i terribili, implacabili spasmi del desiderio. Un desiderio così appassionato da somigliare a una sofferenza. Ed è davvero una sofferenza terribile, mostruosa!».

Che è però, nello stesso tempo, il nostro privilegio. «Il fatto che la bellezza muoia dona a ciascuno dei momenti in cui la viviamo uno squisito dolore. Tutti gli eventi, gli amori, gli oggetti stessi diventano come una musica che finirà; e nel momento in cui li percepiamo nella loro vulnerabilità alla morte, acquistano una nuova dolcezza, perfetta».

Ciò che la psiche umana porta alla bellezza è la mortalità. «È questa continua capacità di essere feriti che ci mantiene mortali, fertili e umani».

Autore: James Hillman
Titolo: La giustizia di Afrodite
Edizioni: La Conchiglia
Pagine: 83
Prezzo: 12 euro

James Hillman: la crisi della storia produce un risveglio delle coscienze, soprattutto sui temi ambientali

Corriere della Sera 6.10.08
Incontri Il famoso psicoanalista e filosofo racconta il crollo dei poteri tradizionali (economico e militare) e il fascino duraturo dello stile di vita
Pop e hamburger salveranno l'America
James Hillman: la crisi della storia produce un risveglio delle coscienze, soprattutto sui temi ambientali
di Ranieri Polese

SIRACUSA — Quante volte è stato a Siracusa, professore? «Con questa, sono quattro volte ». Una in più di Platone. «Sì, in effetti una volta in più, ma — James Hillman ride — Platone era venuto qui con grandi ambizioni, voleva creare in questa città il governo perfetto. Pensava che i tiranni di Siracusa fossero pronti a realizzare il suo ideale di Stato. Le cose andarono diversamente, e ogni volta il grande filosofo dovette scappare dalla città, tremendamente deluso. Io no. Sono qui per una lezione sull'architettura ("L'anima dei luoghi. Il corpo nello spazio", con il professor Carlo Truppi, oggi a Palazzo Vermexio, ndr), non sono qui per imporre un modo di governare, per cambiare il mondo. Certo, vedo il mondo come va, dico quello che penso su quanto sta succedendo, suggerisco un modo di pensare a quello che accade.
Insomma, chiedo a tutti di non sottovalutare certi segnali. Che oggi mi sembrano talmente forti, difficili da ignorare… ».
E Siracusa? «C'ero venuto l'ultima volta sei anni fa (da quella conferenza-incontro, sempre con il professor Truppi della Facoltà di Architettura, è nato il libro L'anima dei luoghi, uscito da Rizzoli nel 2004, ndr). È una città mirabile, per questo mescolarsi di epoche, l'antica Grecia, il cristianesimo, il Barocco: l'isola di Ortigia è un posto unico al mondo. Purtroppo, arrivando, mi è sembrato che le raffinerie lungo la costa siano aumentate. Danno occupazione e lavoro, certo, ma mettono anche in pericolo la bellezza del luogo». E di questo Hillman ha parlato all'ex sindaco della città Titti Bonfardici, ora vicepresidente e assessore al turismo della Regione Sicilia.
Ottantadue anni, con sempre una inesauribile voglia di viaggiare, lo psicoanalista e filosofo James Hillman è uno degli autori più amati e più letti in Italia. Libri come Saggio su Pan
o Il codice dell'anima (entrambi Adelphi) sono dei longseller; ogni sua apparizione in pubblico (Mantova, la Milanesiana ecc.) registra il tutto esaurito. Della sua conferenza tenuta a Capri, nel settembre 2007, l'editore La Conchiglia ha appena pubblicato il testo col titolo La giustizia di Afrodite, traduzione a fronte di Silvia Ronchey.
Lei parla di segnali. Nel suo Codice dell'anima
diceva che il daimon invia dei segnali a ciascuno di noi per farci capire cosa non fare. Poi noi decidiamo come agire. È una teoria che vale non solo per gli individui e le loro scelte private, ma anche per le collettività e i grandi problemi? «Certo. Guardiamo un po' il crollo del capitalismo finanziario che si è consumato in questi giorni in America. Da tempo c'erano segnali. Cominciando dagli anni Novanta, con le bubbles
giapponesi e il crac della borsa di Tokyo. A seguire ci sono stati i disastri delle economie asiatiche, del Brasile eccetera.
Ma sembra che nessuno ne abbia tenuto conto… Nemmeno Ben Bernanke, il presidente della Federal Reserve, uno che pure ha studiato le grandi crisi economiche del Novecento».
Vuol dire che la storia si ripete, nonostante tutto? «È un'idea radicata e diffusa, uno dei modi con cui si guarda al futuro. Certi avvenimenti ricordano fatti precedenti, la crisi di oggi non può non richiamare quella del 1929. Anche se poi ci sono molte differenze, per esempio il nuovo sistema globale, o la rapidità con cui oggi, con un clic sul computer, possiamo trasferire miliardi di dollari. Un grande pensatore americano del Novecento, Georges Santayana, diceva che solo chi non conosce la storia è condannato a ripeterla. Ma poi, oggi, anche chi conosce la storia — Bernanke, per esempio — ripete gli stessi errori. Non solo nella politica economica. Prendiamo per esempio John McCain e la guerra in Iraq».
Anche lui ripete qualcosa di già visto? «Assolutamente sì. Quando il candidato repubblicano alla Casa Bianca ci dice che questa guerra dobbiamo vincerla perché non possiamo perderla; che, se ci ritirassimo ora, lasceremmo Al Qaeda libera di impadronirsi di tutto il Medio Oriente fino all'Afghanistan e al Pakistan, ecco quando dice queste cose ripete quello che diceva il presidente Lyndon Johnson sulla guerra del Vietnam. Usava, Johnson, la stessa teoria del domino: se molli una pedina, tutte le altre cadono. Allora si diceva in mano ai comunisti, oggi si parla di Al Qaeda. Ma il ragionamento è lo stesso». Qualcuno dice che il crac finanziario segna il crollo dell'America. «Ci sono due idee dell'America da considerare, come ho scritto in un articolo apparso mesi fa su Liberal, scritto dunque prima della caduta di Wall Street. C'è l'America della forza, dell'impero, l'America secondo Bush; e c'è l'America dell'immaginario, dell'American way of life, della cultura. La prima, sì, è crollata. La seconda invece resiste nonostante la crisi, ed è ancora forte. Se 300 milioni di cinesi studiano l'inglese, se tutto il mondo consuma hamburger, se i giovani giapponesi rifiutano il riso per mangiare il pane americano (che è terribile); se tutti gli emigranti del mondo sognano solo di venire a vivere in America, se la cultura pop è, insieme alla lingua, la cultura universale, tutto ciò vuol dire che questa idea d'America non è morta. Anzi, continua a prosperare. Forte com'è del fatto — prenda il pop americano, musica, cinema eccetera — che ha saputo inglobare, mischiare contributi del mondo intero, dal Brasile al Giappone, e formare un qualcosa che tutto il mondo consuma e apprezza. Il problema è che oggi l'America, arroccata com'è nella sua idea di potenza, non sa, non vuole cooperare con il resto del mondo, per esempio con la Russia».
C'è scontro, in effetti, tra Washington e Mosca. «Anche se, nella questione dei pirati in Somalia, Stati Uniti e Russia stanno collaborando. Ma poi, sulla crisi del Kosovo, sulla Georgia, torna a predominare la logica della contrapposizione ». Banche che falliscono, miliardi di dollari bruciati, il rischio della catastrofe: qual è il suo stato d'animo? «Non si scandalizzi, ma io, politicamente parlando, le dico che sono felice. Certo, vedo la gente che teme per i propri risparmi, non ce la fa a pagare i mutui eccetera. Però, per me, questo è un allarme salutare. Una sveglia per tutti, non solo per i padroni della finanza o gli uomini di Stato. Ci vuol dire, questo segnale, che bisogna ripensare tutto, vedere che il capitalismo avanzato non genera solo utili ma anche grandi problemi, che il cosiddetto mercato libero in realtà libero non è. Insomma, per me oggi siamo come nel novembre 1989, quando la caduta del Muro di Berlino ci fece aprire gli occhi sul comunismo. E la crisi del comunismo, a ben vedere, ha molti tratti simili con la crisi odierna del capitalismo».
In che senso? «Entrambi cadono per collasso, per implosione, insomma per fattori interni e non per l'azione di nemici esterni. Per il regime sovietico la minaccia veniva sempre da fuori. Non voleva vedere il sistema di corruzione, avidità, intrighi che lo minavano internamente; era un sistema che dichiarava anche con i suoi capi, Brezhnev per esempio, la sua senilità, l'impossibilità di un ricambio. Mi pare che questa diagnosi si possa ripetere per il capitalismo americano. Che non ha voluto vedere i giochi speculativi, le avidità degli uomini della finanza. Poi, anche in America, c'è la propensione a pensare che il pericolo viene sempre dagli altri, da fuori. Siamo, noi americani, convinti che i nemici ci minacciano sempre, siano essi i comunisti, Al Qaeda, i neri, i messicani che premono per entrare. È un tratto paranoico del nostro carattere nazionale. Come la convinzione che noi e solo noi siamo depositari del bene e della verità».
Un segnale d'allarme, un risveglio per la coscienza della common people, la gente comune, dunque. «Certo, non come gli attentati dell' 11 settembre, che generarono solo paura con le conseguenze che tutti conosciamo, guerre e tutto il resto. Oggi, questa crisi ci spinge a ripensare il modo di vivere generale, a cominciare dall'uso delle risorse energetiche. Ci spinge a pensare "verde", a non rischiare più la salute di questo pianeta».
Tra poche settimane, ci saranno le elezioni in America. James Hillman, per chi voterà? «Obama».

Sunday, September 28, 2008

Il rapporto con gli altri modifica materialmente gli individui

Corriere della Sera 28.9.08
Identità. Aristotele definì l'uomo un «animale politico». Oggi le neuroscienze spiegano perché si realizza pienamente solo nella collettività
Così la società cambia la struttura del cervello
Il rapporto con gli altri modifica materialmente gli individui
di Edoardo Boncinelli

Le potenzialità genetiche degli analfabeti di diecimila anni fa sono analoghe a quelle degli individui alfabetizzati di oggi

Nel cercare di definire e mettere a fuoco l'essenza della natura umana è opportuno, secondo me, distinguere fin dall'inizio la natura dell'individuo singolo da quella del collettivo umano, vale a dire di ciò che si è come parte di una società che possiede una cultura e una storia. In estrema sintesi: come singoli siamo animali — con caratteristiche tutt'affatto peculiari, ma sempre animali — prodotto di un'evoluzione biologica millenaria di natura fondamentalmente erratica; mentre il collettivo umano, e con lui l'individuo che vi appartiene, mostra un carattere storico ed è figlio di una continuità culturale, longitudinale e trasversale al tempo, che non ha l'eguale in nessun'altra realtà.
Le moderne neuroscienze hanno, in particolare, definito sempre meglio le caratteristiche della nostra mente e del nostro comportamento come singoli e hanno fornito e stanno fornendo una lezione interessantissima e tutt'altro che da trascurare. Non possiamo però dilungarci qui su questi aspetti, che vanno dalla natura del nostro apparato percettivo a quella della nostra facoltà del linguaggio e della nostra razionalità. Ma l'uomo è caratterizzato soprattutto dalla sua dimensione collettiva. Nel collettivo l'uomo trova la sua cifra più vera e letteralmente unica. Nessuno da solo può raggiungere una qualsiasi conclusione che sia diversa da quanto gli fanno credere i suoi sensi, ma un collettivo sì. Le conclusioni dei singoli possono essere avallate, contraddette o corrette da un collettivo di uomini operanti in un sufficiente lasso di tempo. Da soli non avremmo una logica, che è una costruzione eminentemente collettiva, visto che nessuno di noi è perfettamente logico. Da soli non avremmo una scienza, prodotto di una continua interazione fra uomini e fra uomini e cose. Da soli non avremmo una storia né la capacità di conoscere fatti di terre lontane. Anche se ci impegnassimo allo spasimo, ciascuno di noi non vive abbastanza per raggiungere da solo tali obiettivi.
Aristotele definì a suo tempo l'uomo un «animale politico» cogliendo così allo stesso tempo l'aspetto della sua socialità e della sua interattività. L'uomo è in effetti un animale sociale, anche se meno perfetto dei membri di altre specie, come ad esempio gli insetti sociali, ma il punto è che l'uomo deve assolutamente essere sociale per essere uomo. Non tanto e non solo perché vivere in comunità è utile per condurre una vita migliore, ma perché è il vivere in un collettivo, almeno per un lungo periodo iniziale, che fa di un essere umano un essere umano. Si direbbe piuttosto un animale sociale obbligato o meglio ancora un animale culturale obbligato, animale della famiglia, del gruppo e della polis.
Se accettiamo la dicotomia, che è al tempo stesso anche una complementarietà, tra individui singoli e collettivo umano, sembra inevitabile una domanda: come può la dimensione culturale collettiva retroagire così profondamente sulla natura di ciascuno individuo da rendere tutti noi uomini quelle creature tanto uniche che siamo? Alla nascita nessuno di noi è un figlio del suo tempo e forse neppure un uomo come ci piace intenderlo. A tre anni è certamente un essere umano a pieno titolo e a cinque-sei è generalmente un figlio del suo tempo, anche se ha ancora tante cose da imparare. Che cosa è successo in questo periodo? È successo qualcosa di molto particolare e veramente unico. L'interazione continua con le persone che lo circondano e la comunicazione verbale e non verbale che ha animato il suo piccolo mondo hanno materialmente cambiato il suo cervello e contribuito giorno per giorno a proteggere e rinsaldare i risultati di tale cambiamento.
Non conosciamo tutti i dettagli dei processi che hanno luogo in ciascuno di noi durante questo periodo, ma sappiamo che alla nascita il cervello dell'essere umano non è ancora completamente sviluppato. Noi nasciamo con un cervello ancora piuttosto piccolo, rispetto a quello che sarà poi, e che ha bisogno di anni per raggiungere il suo pieno sviluppo. Come conseguenza di questa nostra particolarità, il nostro cervello finisce di svilupparsi mentre si trova già in contatto con il mondo esterno tramite gli occhi, gli orecchi, l'epidermide e tutti i terminali sensoriali.
Quanto è potente quest'azione? E soprattutto che tipo di realtà instaura, che non ha l'eguale in nessun'altra? La trasformazione dell'animale uomo in un essere fondamentalmente culturale non è un prodotto diretto dei suoi geni, ma accade per ogni essere umano dalla notte dei tempi. È un evento necessario ma non geneticamente codificato e con uno sbocco necessariamente un po' diverso da epoca a epoca, da luogo a luogo, da individuo a individuo. Ha tutta l'aria di un corto circuito che s'innesca ogni volta partendo da zero e non lascia traccia. Un fenomeno nuovo, non facile da inquadrare, ma non impossibile da immaginare. Si consideri la scrittura. Diecimila anni fa nessuno scriveva e anche oggi c'è gente che non sa né leggere né scrivere. Le potenzialità genetiche sono le stesse negli analfabeti di ieri e di oggi come in chi al presente legge e scrive quotidianamente. La differenza è fatta dall'ambiente umano nel quale ci si trova a crescere e poi a vivere. Quando nessuno sapeva scrivere era normale vivere una vita che prescindesse da tale attività. Tutto era organizzato in modo da funzionare anche senza la notazione scritta.
Nelle regioni dov'è stata inventata la scrittura, però, è cominciata un'opera d'informazione e di formazione che ha portato i ragazzi ad apprendere molto presto gli elementi del leggere e dello scrivere. Questa pratica, che coinvolge tanto un apprendimento cognitivo esplicito quanto uno procedurale e irriflesso, si è così diffusa, mantenuta e propagata. Una volta inventata, la scrittura ha interessato e interessa un numero enorme di persone perché queste sono state precocemente immerse in un flusso di informazione che non si arresta. È utile che uno sappia scrivere, ma non è tuttavia necessario, né biologicamente né a volte purtroppo socialmente. C'è bisogno, per così dire, di un «innesco»; mentre una volta innescato, il processo si mantiene da solo, anche se a costo di un notevole sforzo organizzativo collettivo. Potrebbe anche darsi che pure il linguaggio parlato sia stato un processo che ha avuto bisogno originariamente di un innesco e che si mantenga attraverso il suo uso continuato.
Ogni individuo di ogni generazione diviene quindi un individuo umano grazie alla sua precoce immersione in un ambiente di esseri umani che, nonostante le loro peculiarità e le loro tradizioni, condividono alcuni tratti cognitivi e comportamentali comuni inconfondibilmente umani. Quest'immersione ha luogo quando ancora il cervello di ogni individuo è immaturo e capace di andare incontro ad un complesso di micromodificazioni di un certo tipo piuttosto che a quelle di un altro. Il mondo umano circostante si stampa in sostanza nel corpo e nel cervello di ciascuno di noi.

Friday, September 26, 2008

Artemide

Tetradramma della Macedonia con testa di Artemide nello scudo Macedone sul diritto, mazza e leggenda in corona di quercia sul rovescio. coniato dopo la costituzione della provincia romana.

"Pericle insegnami che cos'è la legge". La legge e le sue ragioni

La Repubblica 26.9.08
"Pericle insegnami che cos'è la legge". La legge e le sue ragioni
di Gustavo Zagrebelsky

«DIMMI, Pericle, mi sapresti insegnare che cosa è la legge?» chiede Alcibiade a Pericle. Pericle risponde: «Tutto ciò che chi comanda, dopo aver deliberato, fa mettere per iscritto, stabilendo ciò che si debba e non si debba fare, si chiama legge». E prosegue: «Tutto ciò che si costringe qualcuno a fare, senza persuasione, facendolo mettere per iscritto oppure in altro modo, è sopraffazione piuttosto che legge». Se non ci si parla, non ci si può comprendere e, a maggior ragione, non è possibile la persuasione.
Questa è un´ovvietà. Per intendere però l´importanza del contesto comunicativo, cioè della possibilità che alle deliberazioni legislative concorra un elevato numero di voci che si ascoltano le une con le altre, in un concorso che, ovviamente, non è affatto detto che si concluda con una concordanza generale, si può ricorrere a un´immagine aristotelica, l´immagine della preparazione del banchetto. In questa immagine c´è anche una risposta all´eterna questione, del perché l´opinione dei più deve prevalere su quella dei meno.
Il principio maggioritario è una semplice formula giuridica, un espediente pratico di cui non si può fare a meno per uscire dallo stallo di posizioni contrapposte (E. Ruffini)? È forse solo una «regoletta discutibile» (P. Grossi) che trascura il fatto che spesso la storia deve prendere atto, a posteriori, che la ragione stava dalla parte delle minoranze, le minoranze illuminate (e inascoltate)?
Quali principi sono alla base di una norma? Quanto vale il criterio maggioritario e quanto la necessità del dialogo? Un tema dibattuto dai tempi di Pericle e rimbalzato fino all´attualità
Una richiesta confessionale che dovrebbe valere anche per i non credenti
La formula di Ugo Grozio per la legislazione era "Come se Dio non ci fosse"
Si deve essere disposti, nel confronto con gli altri, a difendere i propri principi
Oppure, si tratta forse non di una regoletta ma di un principio che racchiude un valore? Non diremo certo che la maggioranza ha sempre ragione (vox populi, vox dei: massima della democrazia totalitaria), ma forse, a favore dell´opinione dei più, c´è un motivo pragmatico che la fa preferire all´opinione dei meno. A condizione, però, che «i più» siano capaci di dialogo e si aggreghino in un contesto comunicativo, e non siano un´armata che non sente ragioni.
In un passo della Politica di Aristotele (1281b 1-35), che sembra precorrere la sofisticata «democrazia deliberativa» di Jürgen Habermas e che meriterebbe un esame analitico come quello di Senofonte al quale ci siamo dedicati, leggiamo: «Che i più debbano essere sovrani nello Stato, a preferenza dei migliori, che pur sono pochi, sembra che si possa sostenere: implica sì delle difficoltà, ma forse anche la verità. Può darsi, in effetti, che i molti, pur se singolarmente non eccellenti, qualora si raccolgano insieme, siano superiori a ciascuno di loro, in quanto presi non singolarmente, ma nella loro totalità, come lo sono i pranzi comuni rispetto a quelli allestiti a spese di uno solo. In realtà, essendo molti, ciascuno ha una parte di virtù e di saggezza e quando si raccolgono e uniscono insieme, diventano un uomo con molti piedi, con molte mani, con molti sensi, così diventano un uomo con molte eccellenti doti di carattere e d´intelligenza».
Dunque, inferiori presi uno per uno, diventano superiori agli uomini migliori, quando è consentito loro di contribuire all´opera comune, dando il meglio che c´è in loro. Più numeroso il contributo, migliore il risultato.
Naturalmente, quest´immagine del pranzo allestito da un «uomo in grande» non supera questa obiezione: che nulla esclude che ciò che si mette in comune sia non il meglio, ma il peggio, cioè, nell´immagine del pranzo, che le pietanze propinate siano indigeste. Ma questa è un´obiezione, per così dire, esterna. Dal punto di vista interno, il punto di vista dei partecipanti, è chiaro che nessuno di loro ammetterebbe mai che il proprio contributo all´opera comune è rivolta al peggio, non al meglio.
Ognuno ritiene di poter contribuire positivamente alle decisioni collettive; l´esclusione è percepita come arbitrio e sopraffazione proprio nei riguardi della propria parte migliore.
Ora, accade, e sembra normale, che il partito o la coalizione che dispone della maggioranza dei voti, sufficiente per deliberare, consideri superfluo il contributo della minoranza: se c´è, bene; se non c´è, bene lo stesso, anzi, qualche volta, meglio, perché si risparmia tempo. Le procedure parlamentari, la logica delle coalizioni, la divisione delle forze in maggioranza e opposizione, il diritto della maggioranza di trasformare il proprio programma in leggi e il dovere delle minoranze, in quanto minoranze, di non agire solo per impedire o boicottare, rendono comprensibile, sotto un certo punto di vista, che si dica: abbiamo i voti e quindi tiriamo innanzi senza curarci di loro, la minoranza. Ma è un errore. Davvero la regola della maggioranza si riduce così «a una regoletta». Una regoletta, aggiungiamo, pericolosa. Noi conosciamo, forse anche per esperienza diretta, il senso di frustrazione e di umiliazione che deriva dalla percezione della propria inutilità. Si parla, e nessuno ascolta. Si propone, e nessuno recepisce. Quando la frustrazione si consolida presso coloro che prendono sul serio la loro funzione di legislatori, si determinano reazioni di auto-esclusione e desideri di rivincita con uguale e contrario atteggiamento di chiusura, non appena se ne presenterà l´occasione. Ogni confronto si trasformerà in affronto e così lo spazio deliberativo comune sarà lacerato. La legge apparirà essere, a chi non ha partecipato, una prevaricazione.
La «ragione pubblica» - concetto oggi particolarmente studiato in relazione ai problemi della convivenza in società segnate dalla compresenza di plurime visioni del mondo - è una sfera ideale alla quale accedono le singole ragioni particolari, le quali si confrontano tramite argomenti generalmente considerati ragionevoli e quindi suscettibili di confronti, verifiche e confutazione; argomenti che, in breve, si prestino a essere discussi. Le decisioni fondate nella ragione pubblica sono quelle sostenute con argomenti non necessariamente da tutti condivisi, ma almeno da tutti accettabili come ragionevoli, in quanto appartenenti a un comune quadro di senso e di valore. Contraddicono invece la ragione pubblica e distruggono il contesto comunicativo le ragioni appartenenti a «visioni del mondo chiuse» (nella terminologia di John Rawls, che particolarmente ha elaborato queste nozioni, le «dottrine comprensive»). Solo nella sfera della «ragione pubblica» possono attivarsi procedure deliberative e si può lavorare in vista di accordi sulla gestione delle questioni politiche che possano apparire ragionevoli ai cittadini, in quanto cittadini, non in quanto appartenenti a particolari comunità di fede religiosa o di fede politica.
Un sistema di governo in cui le decisioni legislative siano la traduzione immediata e diretta - cioè senza il filtro e senza l´esame della ragione pubblica - di precetti e norme derivanti da una fede (fede in una verità religiosa o mondana, comunque in una verità), sarebbe inevitabilmente violenza nei confronti del non credente («l´infedele»), indipendentemente dall´ampiezza del consenso di cui potessero godere. Anzi, si potrebbe perfino stabilire la proporzione inversa: tanto più largo il consenso, tanto più grande la violenza che la verità è capace di contenere.
Sotto questo aspetto, dire legge non violenta equivale a dire legge laica; al contrario, dire legge confessionale equivale a dire legge violenta. La verità non è di per sé incompatibile con la democrazia, ma è funzionale a quella democrazia totalitaria cui già sì è fatto cenno.
L´esigenza di potersi appellare alla ragione pubblica nella legislazione, un quanto si voglia sconfiggere la violenza che sempre sta in agguato nel fatto stesso di porre la legge, spiega la fortuna attuale dell´etsi Deus non daretur, la formula con la quale, quattro secoli fa, Ugo Grozio invitava i legislatori a liberarsi dall´ipoteca confessionale e a fondare il diritto su ragioni razionali; invitava cioè a lasciar da parte, nella legislazione civile, le verità assolute. Mettere da parte Dio e i suoi argomenti era necessario per far posto alle ragioni degli uomini; noi diremmo: per costruire una sfera pubblica in cui vi fosse posto per tutti. Naturalmente, da parte confessionale un simile invito ad agire indipendentemente dall´esistenza di Dio non poteva non essere respinto. Per ogni credente, Dio non si presta a essere messo tra parentesi, come se non ci fosse. Ma l´esigenza che ha mosso alla ri-proposizione di quell´antica espressione (G. E. Rusconi) non è affatto peregrina. È l´esigenza della «ragione pubblica». A questa stessa esigenza corrisponde l´invito opposto, di parte confessionale, rivolto ai non credenti affinché siano loro ad agire veluti si Deus daretur (J. Ratzinger). Altrettanto naturalmente, anche questo invito è stato respinto.
Per un non credente in Dio, affidarsi a Dio (cioè all´autorità che ne pretende la rappresentanza in terra) significa contraddire se stessi. Ma questa proposta-al-contrario coincide con la prima, nel sottolineare l´imprescindibilità di un contesto comune, con Dio per nessuno o con Dio per tutti, nel quale la legge possa essere accettata generalmente in base alla persuasione comune.
Entrambe le formule non hanno dunque aiutato a fare passi avanti. Sono apparse anzi delle provocazioni, ciascuna per la sua parte, alla libertà, autenticità e responsabilità della coscienza. In effetti, non si tratta affatto di esigere rinunce e conversioni di quella natura, né, ancor meno, di chiedere di agire come se, contraddicendo se stessi. Non è questa la via che conduce a espungere la violenza dalla legislazione.
Un punto deve essere tenuto fermo: la legge deve essere aperta a tutti gli apporti, compresi quelli basati su determinate assunzioni di verità. La verità può trovare posto nella democrazia e può esprimersi in «legislazione che persuade», perché la democrazia non è nichilista. Ma solo a patto però - questo è il punto decisivo - che si sia disposti, al momento opportuno, quando cioè ci si confronta con gli altri, a difendere i principi e le politiche che la nostra concezione della verità a nostro dire sostiene, portando ragioni appropriatamente pubbliche (J. Rawls).
Così, i sistemi religiosi, filosofici, ideologici e morali non sono esclusi dalla legislazione, ma vi possono entrare solo se hanno dalla propria parte anche buone ragioni «comuni», su cui si possa dissentire o acconsentire, per pervenire a decisioni accettate, pur a partire da visioni del mondo diverse, come tali non conciliabili. La legislazione civile, in quanto si intenda spogliarla, per quanto è possibile, del suo contenuto di prevaricazione, non può intendersi che come strumento di convivenza, non di salvezza delle anime e nemmeno di rigenerazione del mondo secondo un´idea etica chiusa in sé medesima.
Il divieto dell´eutanasia può essere argomentato con una ragione di fede religiosa: l´essere la vita proprietà divina («Dio dà e Dio toglie»); l´indissolubilità del matrimonio può essere sostenuta per ragioni sacramentali («non separare quel che Dio ha unito»). Argomenti di tal genere non appartengono alla «ragione pubblica», non possono essere ragionevolmente discussi. Su di essi ci si può solo contare. La «conta», in questi casi, varrà come potenziale sopraffazione. Ma si può anche argomentare diversamente. Nel primo caso, ponendo il problema di come garantire la genuinità della manifestazione di volontà circa la fine della propria esistenza; di come accertare ch´essa permanga tale fino all´ultimo e non sia revocata in extremis; di come evitare che la vita, nel momento della sua massima debolezza, cada nelle mani di terzi, eventualmente mossi da intenti egoistici; di come evitare che si apra uno scivolamento verso politiche pubbliche di soppressione di esseri umani, come dicevano i nazisti, la cui vita è «priva di valore vitale». Alla fine, se ne potrà anche concludere che, tutto considerato, difficoltà insormontabili e rischi inevitabili o molto probabili consigliano di far prevalere il divieto sul pur molto ragionevole argomento dell´esistenza di condizioni di esistenza divenute umanamente insostenibili. Oppure, viceversa. Nel secondo caso, si potrà argomentare sull´importanza della stabilità familiare, nella vita e nella riproduzione della vita delle persone e delle società; a ciò si potrà contrapporre il valore della genuinità delle relazioni interpersonali e la devastazione ch´esse possono subire in conseguenza di vincoli imposti. Su questo genere di argomenti si può discutere, le carte possono mescolarsi rispetto alle fedi e alle ideologie, le soluzioni di oggi potranno essere riviste domani. Chi, per il momento, è stato minoranza non si sentirà per questo oggetto di prevaricazione.
Qualora poi le posizioni di fede non trovino argomenti, o argomenti convincenti di ragione pubblica per farsi valere in generale come legge, esse devono disporsi alla rinuncia. Potranno tuttavia richiedere ragionevolmente di essere riconosciute per sé, come sfere di autonomia a favore della libertà di coscienza dei propri aderenti, sempre che ciò non contraddica esigenze collettive irrinunciabili (questione a sua volta da affrontare nell´ambito della ragione pubblica). Tra le leggi che impongono e quelle che vietano vi sono quelle che permettono (in certi casi, a certe condizioni). Le leggi permissive, cioè le leggi di libertà (nessuno oggi pensa - in altri momenti si è pensato anche questo - che l´eutanasia o il divorzio possano essere imposti) sono quelle alle quali ci si rivolge per superare lo stallo, il «punto morto» delle visioni del mondo incompatibili che si confrontano, senza che sia possibile una «uscita» nella ragione pubblica. Anzi, una «ragione pubblica» che incorpori, tra i suoi principi, il rigetto della legge come violenza porta necessariamente a dire così: nell´assenza di argomenti idonei a «persuadere», la libertà deve prevalere. Questa è la massima della legge di Pericle.

Statere con Zeus

Statere d'argento dell'Elide riproducente la testa del Zeus di Fidia.

Moneta con Artemide

Tetradamma della Macedona coniato dopo la conquista Romana della regione e prima della sua trasformazione in provincia: buso di Artemide su scudo, mazza e leggenda in corona di quercia.

Saturday, September 13, 2008

Topi che ridono e maiali che provano nostalgia

Topi che ridono e maiali che provano nostalgia

Liberazione del 11 settembre 2008, pag. 17

di Annamaria Manzoni

Chiunque abbia un animale sa perfettamente a cosa ci si riferisce quando si parla dei loro sentimenti e delle loro emozioni; conosce l'imbarazzante capacità del proprio cane di immensamente gioire per ogni ritorno quotidiano del suo compagno umano rimasto lontano solo per poche ore come quella di farsi invadere dall'angoscia con crisi di inappetenza al solo vedere ricomparire valigie che risvegliano il ricordo di separazioni inaccettabilmente prolungate; distingue il miagolio di protesta da quello di pigra soddisfazione del micio di famiglia; addirittura si accorge quando gli scatti del suo pesce nell'acquario testimoniano inquietudine e nervosismo o invece, sinuosi e lenti, lo rivelano appagato e tranquillo.
Insomma, la conoscenza e la familiarità, mediati dall'affetto, consentono di prendere atto dell'esistenza articolata di un mondo interiore degli altri animali, fatto per altro già evidenziato alla metà del 1800 da Darwin, che aveva riconosciuto che essi provano emozioni di tutti i tipi: sono gelosi e nostalgici, sentono simpatie ed antipatie, sanno divertirsi e desiderano giocare.
Altri studiosi più recentemente hanno evidenziato che tali caratteristiche non sono tipiche solo dei nostri animali di affezione, ai quali siamo orgogliosi di riconoscerle, ma appartengono anche a specie insospettate. E' stato dimostrato, per esempio, che giovani porcellini d'India subiscono una forma di stress collegabile ad un vissuto di tristezza se vengono separati dalla madre; che gli orango manifestano gioia di vivere quando per esempio giocosamente agitano le mani nell'acqua, che i bufali talvolta si lasciano scivolare sul ghiaccio con muggiti di piacere e i macachi che si divertono a tirarsi palle di neve.
Non tutti sanno poi, e forse preferiscono ignorare, che persino i topi, sì proprio loro, sono in grado di provare solidarietà di specie e addirittura di ridere, quando per gioco si azzuffano con i loro simili, o quando qualche "ricercatore" si prende la briga di accarezzarli sulla nuca.
Insomma, a ben guardare e a metterli tutti insieme, sembra di essere all'interno di uno di quei cartoon destinati ai bambini, in cui ogni animale mette in circolo l'intera gamma dei comportamenti umani davanti ai piccoli spettatori che approvano e assentono senza stupore. E forse non è un caso: perché gli adulti, se non si sono mai posti prima il problema, arrivano ad accettare l'idea della vita emotiva degli animali superando lo scetticismo iniziale attraverso un percorso di conoscenza. I bambini, invece, nella loro naturalezza e con il loro spontaneo sentire, capiscono istintivamente il mondo degli animali, perché, come dice Jeffrey Moussaief ( Nel regno dell'armonia ), «sembrano percepire qualcosa di fondamentale riguardo agli animali e alla loro vita emotiva che gli adulti tendono a dimenticare; avvertono la loro somiglianza al proprio giovane essere».
Quindi, è accertato, gli animali non umani condividono con quelli umani un mondo interno animato da affetti, desideri, nostalgie, emozioni.
Ma purtroppo una gigantesca opera di negazione collettiva ci ha indotto a divulgare ed accettare di molti di loro solo caratteristiche negative e repellenti: non è un caso, perché solo svalutando la loro natura e svilendoli con rappresentazioni sfavorevoli riteniamo di legittimare l'orrendo uso che siamo soliti fare delle loro vite, quando li riduciamo a puri oggetti d'uso segregati nei raccapriccianti allevamenti intensivi, quando li sottoponiamo a dolorosissime amputazioni funzionali al nostro esclusivo benessere, e quando li obblighiamo ad una morte precoce e spaventevole.
Ancora prima degli studiosi, sono stati poeti e scrittori a guardare oltre l'immagine reificata che abbiamo appiccicato addosso a tante specie e a vedere in esse potenzialità che travalicano quelle umane: la compassione di scimmie capaci di lasciarsi morire di fame pur di non nuocere ad un loro simile, la sensibilità degli elefanti che piangono i loro morti con lacrime che solo la limitatezza umana scambia per pura secrezione organica, la giocosità dei maiali che sognano guardando la luna, la paura del vitello condotto al macello che inutilmente muggisce all'uomo il suo strazio.
Credo sia davvero venuto il momento di prendere atto di tutto questo e di vedere il grande errore che è alla base dell'organizzazione che abbiamo dato al mondo, a questo mondo che il premio Nobel per la letteratura Josè Saramago senza eufemismi, definisce sbagliato, non imperfetto: sbagliato. E si augura che «ne venga un altro» che percorra le strade del rispetto e della compassione per ogni essere vivente.
E' un progetto realizzabile? Siamo ancora in tempo per cambiare direzione e risalire dall'abisso di indifferenza e crudeltà in cui siamo precipitati? Ognuno darà la propria risposta e deciderà se ancora ergersi arrogante sopra le altre specie o umilmente mettersi in terra in mezzo agli animali, come diceva Kafka, e solo da lì poter vedere il cielo con le stelle.

Celle dell´Inquisizione affiorano nuovi graffiti

PALERMO - Celle dell´Inquisizione affiorano nuovi graffiti
SABATO, 13 SETTEMBRE 2008 LA REPUBBLICA - Palermo

Torna "Le vie dei tesori" dell´Università. E si inaugura il carcere

I restauri svelano una crocifissione. Quattro weekend di visite e passeggiate con i prof. Si parte il 26

Si comincerà di notte, sotto le stelle, tra le piante dell´Orto botanico, ma il momento clou arriverà con l´inaugurazione del Carcere dei Penitenziati con i nuovi graffiti appena portati alla luce. Il programma della terza edizione de "Le vie dei tesori" è ricco e prevede oltre settanta appuntamenti nell´arco di quattro weekend tematici (l´ultimo di settembre e i primi tre di ottobre), organizzati dall´Università di Palermo.
All´interno del primo, dedicato alla scienza, si terrà la "Notte della ricerca", un´occasione per familiarizzare con un mondo spesso ostico ma affascinante: venerdì 26 i cancelli del giardino storico di via Lincoln resteranno aperti dalle 21 all´una di notte, e i ricercatori dell´Università coinvolgeranno il pubblico in esperimenti, show didattici, osservazioni stellari e laboratori per bambini. Il sabato e la domenica si potrà viaggiare a bordo della barca-laboratorio Borzì, perdersi nella realtà virtuale o essere guidati da robot alla scoperta dell´Orto botanico.
Le bellezze paesaggistiche e architettoniche della città saranno al centro della scena nel secondo weekend (3-5 ottobre), quando storici, geografi, urbanisti, botanici e agronomi dell´Ateneo condurranno i visitatori tra parchi, monumenti, castelli, rioni storici. Lungo i sedici itinerari d´autore, attraverso gli occhi degli specialisti, sarà possibile apprezzare dettagli che sfuggono a uno sguardo distratto.
Sarà la terza settimana, però, a regalare quello che è probabilmente l´evento più atteso e importante: la riapertura integrale - dopo quattro anni di lavori - del Carcere dei Penitenziati, una testimonianza, più unica che rara, delle pene inflitte dagli uomini di Torquemada agli eretici tra l´inizio del Seicento e la fine del Settecento, con testimonianze inedite quali graffiti, invocazioni sui muri e poesie: intere pareti sono state scoperte negli ultimi mesi.
Tra il 17 e il 19 ottobre, infine, si potrà scoprire lo Steri e i suoi tesori che raccontano sette secoli di storia, con visite al magnifico soffitto trecentesco dell´aula magna.
Non indifferente lo sforzo economico, sostenuto interamente dall´Ateneo: «La stretta finanziaria è pesante, ma ci teniamo a dare il senso della presenza dell´Università in città», dice il rettore Giuseppe Silvestri.
a. t.

Il replay della mente così i ricordi nutrono il cervello

La Repubblica 13.9.08
Una ricerca Israele-Usa pubblicata su Science "La memoria è come un videoregistratore"
Il replay della mente così i ricordi nutrono il cervello
di Elena Dusi

A ogni immagine che si forma nella nostra testa si attiva un mosaico di neuroni

Un neuroscienziato sa cosa pensa un uomo prima ancora che lui se ne renda conto. Quando un´idea o un ricordo iniziano a sbocciare nella testa, dei sensori elettrici possono coglierla prima che raggiunga la superficie della coscienza. Lo hanno dimostrato dei ricercatori americani e israeliani in un esperimento pubblicato su Science. Il risultato in realtà lascia un po´ l´amaro in bocca, perché finisce con il paragonare la nostra mente a una sorta di videoregistratore. Semplificando molto, è come se bastasse attaccare una spina elettrica per "osservare" le immagini che scorrono nella nostra testa, nel momento in cui ricordiamo il volto di una persona incontrata ieri o il film visto la sera prima. E se il sensore elettrico è piazzato al punto giusto in quella "centralina" della memoria chiamata ippocampo, raccogliere il ricordo è questione di un attimo: gli scienziati di fronte al video impiegano addirittura uno o due secondi in meno rispetto a quanto non faccia la coscienza di chi ricorda.
Un esperimento come quello guidato da Hagar Gelbard-Sagiv del Weizmann Institute di Rehovot, in Israele, e da Itzhak Fried dell´università della California a Los Angeles può essere tentato solo su individui gravemente ammalati di epilessia in attesa di un intervento chirurgico. In ogni caso, prima dell´operazione, a questi pazienti va inserita una minuscola sonda che arrivi nelle profondità del cervello, laddove si trova un´area a forma di virgola chiamata ippocampo. È qui che i ricordi vengono immagazzinati alla rinfusa appena arrivano, in attesa di essere scomposti e spediti nelle aree del cervello deputate alla loro conservazione a lungo termine.
Con la sonda posizionata nell´ippocampo di tredici pazienti, i neuroscienziati hanno osservato uno per uno i circa cento neuroni che si attivavano mentre sullo schermo di una tv scorreva una scena dei Simpsons o di un altro telefilm capace di stimolare attenzione e umorismo. Lo stesso esperimento è stato ripetuto mostrando agli individui con l´epilessia delle foto di animali o cartoline con la torre Eiffel o paesaggi diversi. A ogni immagine corrisponde un mosaico di neuroni che si attivano.
L´ippocampo registra questo schema nel momento in cui guarda la foto o la scena del film. Un´ora più tardi, quando ai pazienti viene chiesto di richiamare l´immagine dalla loro memoria, la sonda ha osservate esattamente gli stessi neuroni che si riaccendevano. Ricordare, dunque, è un po´ come rivivere. O più banalmente, come premere il tasto "replay" su un videoregistratore. Ma nonostante il fascino straordinario di riuscire a osservare il nostro cervello mentre lavora con la definizione del singolo neurone, la spiegazione degli scienziati israeliani e americani scatena più domande di quante non ne soddisfi. Dove per esempio viene conservato lo "schema" di accensione dei neuroni relativo a Homer e dove quello che caratterizza Lisa. E come la memoria a breve termine viene processata e trasformata in memoria a lungo termine, in aree lontane dall´ippocampo.

Tuesday, September 09, 2008

Ritorno a Loudun, dove si svolse uno fra i più clamorosi processi di stregoneria di quel secolo

La Stampa Tuttolibri 6.9.08
Ritorno a Loudun, dove si svolse uno fra i più clamorosi processi di stregoneria di quel secolo
Il diavolo al rogo nel Seicento è un curato libertino
Il romanzo di Huxley che ispirò tra l’altro la commedia di Whiling, il film di Ken Russell, l’opera di Penderecki
di Masolino D'Amico

Nel terzo decennio del Seicento Loudun, cittadina del Poitou a una cinquantina di chilometri di Parigi, fu teatro di uno dei più clamorosi processi di stregoneria di quel secolo, semidimenticato in quello successivo, molto indagato dai positivisti ottocenteschi, infine esplorato in tutte le sue sfaccettature da Aldous Huxley in un libro che ispirò tra l’altro una commedia (Whiting), un film (Russell), un’opera lirica (Penderecki).
Suor Jeanne des Anges, giovane priora di un piccolo convento, monacata perché deforme - era quasi nana - e quindi difficile da maritare, si dichiarò improvvisamente posseduta dei demoni inviatile da Urbain Grandier, curato della cittadina; il quale Grandier era aitante, intelligente, eloquente, e notoriamente libertino, avendo un’amante semiufficiale e almeno un figlio illegittimo, sia pure disconosciuto.
Suor Jeanne conosceva Grandier solo per fama, non avendolo mai visto, ma lo aveva invitato per iscritto a diventare confessore della sua comunità ottenendone un rifiuto. Ora l’uomo popolava i suoi sogni; e le sue ossessioni-frustrazioni, condivise con le diciassette tra suore e novizie che dipendevano da lei, esplosero. Le accuse furono avidamente ascoltate sia dalla Chiesa, che prontamente mandò esorcisti, sia dai nemici locali di Grandier.
Gli esorcismi, pubblici e violenti (per prima cosa a suor Jeanne fu somministrato un enorme clistere di acqua benedetta), ebbero l’effetto di esasperare le manifestazioni di squilibrio delle indemoniate, che si svilupparono in veri e propri spettacoli a richiesta, con bestemmie, contorcimenti acrobatici e mostra di nudità. Tenuti a intervalli regolari per alcuni anni, questi diventarono una grande attrazione turistica della cittadina, attirando migliaia di persone anche di alto rango. Alla fine della lunga kermesse, che da Parigi Richelieu non fece nulla per scoraggiare (voleva dare una lezione agli ugonotti di Loudun, non gli dispiaceva saggiare il terreno in vista del restauro di un qualche tipo di Inquisizione, e nutriva rancore verso Grandier, dal quale una volta aveva subito uno sgarbo), l’imputato, mai ascoltato dai giudici, fu atrocemente torturato e bruciato vivo.
Dal canto suo suor Jeanne continuò a lottare coi demoni, dai quali si dichiarò definitivamente liberata solo dopo molto tempo, dando inizio a una carriera di star della santità, prima viaggiando e poi ricevendo in sede, impartendo consigli che venivano dai suoi protettori celesti, infine scrivendo un paio di compiaciute autobiografie.
Unico neo nel complotto dei cacciatori di diavoli, Grandier si rifiutò fino all’ultimo di firmare una confessione di colpevolezza: i tempi non avevano ancora scoperto, commenta Huxley, quei sistemi di fiaccamento della volontà individuale con cui i moderni totalitarismi ottengono invece, sempre, l’autoaccusa delle loro vittime.
Non è questo l’unico raffronto che l’autore promuove tra l’epoca di Luigi XIII e la sua, e qualcuno gli ha rimproverato un eccesso di mentalità scientifica, per esempio di essere stato troppo severo col gesuita Surin, il mistico che tentò di liberare suor Jeanne e che finì semiindemoniato a sua volta, preda di tremendi mali psicosomatici, internato in manicomio e tentato suicida prima di un lento e doloroso recupero. Dopotutto, si obietta, Surin credeva quello che (quasi) tutti credevano ai tempi suoi. Sì, certo: maHuxley fa osservarecome nella propria incrollabile convinzione il gesuita violasse precisi precetti della Chiesa stessa, che ammoniva a non accettare per oro colato niente di provenienza diabolica. Ansiosi di dimostrare il loro teorema, Surin e compagni invece presero per buone le accuse delle suore possedute (se interrogato nel modo giusto, il diavolo non può mentire), e ignorarono le argomentazioni a discarico (il diavolo in questo caso mentiva).
Noi non diamo più credito alla stregoneria, mail punto è che neanche con gli strumenti di allora il processo contro Grandier avrebbe dovuto essere celebrato.
La lezione che Huxley lucidamente ne trae è, guai al fondamentalismo; guai a chi, ritenendosi in possesso della verità, si considera in diritto di calpestare qualsiasi principio o persona. Ma quando nasce il fondamentalismo (religioso, ma anche politico, economico, ecc.)? Secondo Huxley, quando l’uomoperde il contatto con la natura; quando le parole travalicano il rapporto con le cose e si investono di un’autorità propria e dispotica. L’ammonimento appare ancora più attuale oggi di quando il libro fu scritto, più di mezzo secolo fa.

Wednesday, September 03, 2008

Cittadella (pd) - Domenica 7 settembre 2008 - con Reitia

Cittadella (pd) - Domenica 7 settembre 2008 - con Reitia

Cittadella (pd)
Domenica 7 settembre
Con la dea Reitia

Anche quest'anno, per la precisione questa è la quinta sfilata, i pagani e wiccan veneti sfileranno intorno alle mura di Cittadella con gli stendardi della dea Reitia.
Tutti vi posso partecipare, è una festa pubblica.
I pagani e wiccan veneti saranno presenti per tutta la giornata con i loro gazebo in piazza. Durante questa edizione della "Festa dei Veneti", organizzata da "Raixe Venete", vi sarà anche la nostra mostra sui veneti antichi.
"I veneti antichi, alla scoperta della nostra storia antica" e' il tema dell'edizione di quest'anno della festa.
La "Festa dei Veneti" con il passare degli anni si è sempre più affermata, nelle ultime edizioni ha raggiunto le 30.000 presenze. Decine e decine sono i gli espositori.
Per chi vuole partecipare solo alla sfilata, l'orario di partenza degli stendardi è fissato verso le ore 15.00.
Su Youtube si possono trovare i video delle sfilate precedenti.
ciao
francesco scanatta
cell. 349 7554994

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Cittadella (pd) - Domenica 7 settembre 2008 - con Reitia

Cittadella (pd) - Domenica 7 settembre 2008 - con Reitia

Cittadella (pd)
Domenica 7 settembre
Con la dea Reitia

Anche quest'anno, per la precisione questa è la quinta sfilata, i pagani e wiccan veneti sfileranno intorno alle mura di Cittadella con gli stendardi della dea Reitia.
Tutti vi posso partecipare, è una festa pubblica.
I pagani e wiccan veneti saranno presenti per tutta la giornata con i loro gazebo in piazza. Durante questa edizione della "Festa dei Veneti", organizzata da "Raixe Venete", vi sarà anche la nostra mostra sui veneti antichi.
“I veneti antichi, alla scoperta della nostra storia antica” e’ il tema dell’edizione di quest’anno della festa.
La "Festa dei Veneti" con il passare degli anni si è sempre più affermata, nelle ultime edizioni ha raggiunto le 30.000 presenze. Decine e decine sono i gli espositori.
Per chi vuole partecipare solo alla sfilata, l'orario di partenza degli stendardi è fissato verso le ore 15.00.
Su Youtube si possono trovare i video delle sfilate precedenti.

Thursday, August 28, 2008

Riabilitata l'ultima strega d'Europa

Corriere della Sera, 23 agosto 2008
La decisione del parlamento del Cantone svizzero di Glarona è il primo caso al mondo
Riabilitata l'ultima strega d'Europa
Anna Göldi fu decapitata nel 1782 in Svizzera. Sotto tortura confessò un patto con il Diavolo.

BERNA - La Svizzera riabilita l'ultima strega d'Europa, Anna Göldi, decapitata il 13 giugno del 1782 nella piazza centrale di Glarona. Si tratta del primo caso al mondo: nessun parlamento, prima di quello del Canton Glarona, aveva mai riabilitato una persona condannata per stregonerie. Lo riporta il sito Swissinfo.

LA STORIA - Anna Göldi nasce nel 1734 nel canton San Gallo in una famiglia di modeste condizioni. Sin da giovane è costretta a lavorare come domestica. A 31 anni nasce il primo figlio, ma il piccolo muore la notte del parto. Secondo le leggi del tempo, Anna viene condannata alla gogna e agli arresti domiciliari per infanticidio. Dal 1780 inizia a lavorare per la famiglia di Johann Jakob Tschudi a Glarona. Poco tempo dopo la figlia dei Tschudi inizia a soffrire di convulsioni e, secondo la testimonianza dei familiari, a vomitare degli spilli. I Tschudi raccontano infatti che Anna metteva degli aghi nel pane e nel latte di una delle figlie, apparentemente per qualche rito magico. Tschudi la denuncia per stregoneria e avvelenamento. La domestica si difende dalle accuse e si rivolge ad un magistrato. Ma la condanna è inevitabile. Sotto tortuta confessa di aver stretto un patto con il Diavolo, che si è manifestato a lei sotto forma di un cane nero. In realtà la condanna formale è stata per avvelenamento e non per stregoneria. Anna viene decapitata sulla piazza di Glarona il 13 giugno 1782.

LIBRI E FILM - La storia di Anna Göldi è stata raccontata da un romanzo di Eveline Hasler («L’ultima strega» nell’edizione italiana) e da un film di Gertrud Pinkus del 1991. Nel 2007, in occasione del 225esimo anniversario dell’esecuzione, il giornalista svizzero Walter Hauser ha riaperto il caso di Göldi attraverso un altro libro, che ha avuto un ampio risalto tanto che stessa tv inglese Bbc ha dedicato un servizio alla storia dell'ultima strega. Nel libro, Hauser sottolinea il ruolo di Johann Jakob Tschudi nel processo e nella condanna della donna. Tschudi, infatti, appartneva ad una delle più influenti famiglie del Cantone. Sempre secondo l’autore, l'uomo avrebbe avuto una relazione sessuale con la sua domestica.

IL PROCESSO DI RIABILITAZIONE - Il processo di riabilitazione di Anna Göldi era iniziato nel novembre del 2007, quando il parlamento glaronese approvò una mozione, contro il parere del governo che riteneva fosse una decisione superflua e proponeva piuttosto uno studio storico sulla vicenda. Sempre l'anno scorso il consiglio sinodale della Chiesa riformata del canton Glarona - la condanna fu pronunciata da un tribunale riformato - aveva deciso di rinunciare ad un «atto formale» perché la vicenda è stata sufficientemente studiata e che nei fatti Anna Göldi è già stata riabilitata.


28 agosto 2008

Monday, August 11, 2008

Asiago (vi) domenica 24 agosto 2008 - rito Devotio

Sull'altipiano di Asiago
presso un antico sito Neolitico
Domenica 24 AGOSTO 2008.
L'appuntamento è alle ore 13.30
presso la Fontana del Fauno in piazza, nei giardini, a fianco del Duomo ad Asiago in prov. di Vicenza.
Poi, con l’auto si raggiungerà la località e dopo una breve passeggiata nei boschi si raggiungerà un Antico Luogo, sicuramente magico e suggestivo in cui verrà fatto il rito.
è il dodicesimo anno consecutivo che viene celebrato questo rito.

Chi decide di venire sia puntuale, si porti scarpe per passeggiare nei boschi e un mazzo erbe aromatiche (quelle che lui preferisce, anche prese al supermercato) da gettare nel fuoco.
Per chi vuole, dopo il rito, si cenerà in un piccolo ristorante della zona.

Il rito della Devotio è un rito antichissimo. E' il chiamare gli Dei nel momento della battaglia più dura.

La partecipazione è aperta tutti.
Su youtube trovate alcuni filmati che descrivono il rito.
Francesco Scanagatta
cell. 349 7554994

La clessidra che ci cambia la vita

La Repubblica 7.8.08
Come siamo influenzati dallo scandire delle ore? Se lo sono domandati due ricercatori americani La risposta è stata sorprendente: la nostra percezione varia dall'età. E può farci fare scelte decisive
La clessidra che ci cambia la vita
di Vanna Vannuccini

Carriera, amicizie o matrimoni: tutto dipende dal modo in cui concepiamo le ore che passano

Insomma, la nostra esperienza personale del tempo è sempre un enigma, notava già Hans Castorp ne "La Montagna Incantata" di Thomas Mann: se viviamo qualcosa di affascinante, abbiamo l´impressione che il tempo voli. Possiamo fare in una giornata un viaggio da Siviglia a Cordova, visitare una nuova città, ascoltare un concerto, e in retrospettiva ci sembrerà che siano passati tre giorni, invece che dodici ore. Nel ricordo, il tempo che era volato via si estende. Quando invece ci capita di aspettare, all´aeroporto o nella sala d´aspetto del dentista, le ore non passano mai; ma alla fine la giornata è come se non ci fosse stata. Il tempo che ci era sembrato interminabile si è ristretto, perché non ha lasciato tracce.
Tutto questo per dire che il tempo è una materia prima piena di paradossi e di misteri, che resta impervio alla nostra volontà e non si fa ingannare, ma ci influenza molto più di quanto non ci rendiamo conto. Anzi, il nostro atteggiamento verso il tempo plasma tutti gli aspetti della vita scrive Philip Zimbardo, professore emerito a Stanford e autore del "The time paradox, Il paradosso del tempo, La nuova psicologia del tempo che cambierà la vostra vita". Zimbardo è famoso anche per un suo libro precedente, "L´Effetto Lucifero: capire perché i buoni diventano cattivi", nel quale dimostrava che è la forza delle circostanze a rendere la grande maggioranza di noi capaci di fare il male, (e solo pochi eroici). Su questa base aveva testimoniato come esperto in tribunale a favore di uno dei torturatori di Abu Ghraib.
La nostra percezione del tempo, afferma dunque Zimbardo, può mandare a monte una carriera o spronarci a raggiungere alte vette professionali, può favorire matrimoni e amicizie o farli fallire, senza che ne siamo consapevoli.
Un esempio: vi viene chiesto con chi preferireste passare mezz´ora. Potete rispondere: A) con un membro della vostra famiglia B) con una persona conosciuta di recente C) con l´autore di un libro che avete appena letto. Se avete una certa età, la risposta sarà sicuramente A. Se siete più giovani, sceglierete B o C. Ma immaginate che una nuova invenzione vi garantisca vent´anni sicuri di vita sana in più: le vostre risposte cambieranno? Sì, assicura Zimbardo, che insieme al suo assistente John Boyd, laureato a Stanford, ha condotto ricerche su questo tema nel corso di 30 anni su 10mila persone adulte. Quando il tempo del futuro è compresso, la persona anziana preferisce contatti con membri della famiglia per soddisfare i suoi bisogni emotivi. Ma le priorità cambiano se il senso del tempo che ha davanti a sé si espande. Altro esempio: se non abbiamo imparato fin da bambini ad avere una prospettiva temporale, e quindi a sapere rinviare le nostre gratificazioni, tutti i nostri buoni propositi di fine anno (voglio dimagrire, smettere di fumare, smettere di comprare troppe cose) saranno vani.
Nella loro ricerca, Zimbardo e Boyd hanno identificato sei prospettive con cui le persone guardano al tempo: positive o negative rispetto al passato, edonistiche o fataliste sul presente, fiduciose o trascendentali sul futuro. Senza dimenticare, naturalmente, che, si può passare da una prospettiva all´altra perché, come scrive Shakespeare, «one man in his time plays many parts» (un uomo nella propria vita recita molte parti).

Quanto pesa un’emozione

La Repubblica 8.8.08
Quanto pesa un’emozione
È sempre più plausibile e studi recenti lo dimostrano che la reazione emotiva giochi un ruolo determinante nel corso dello sviluppo umano e soprattutto della comunicazione sociale e affettiva
di Massimo Ammaniti

In un libro di qualche anno fa il neurobiologo di origine portoghese Antonio Damasio puntava il dito contro Cartesio che, attraverso la ben nota separazione fra «res cogitans» e «res extensa», ratificava la distanza ma anche la superiorità della mente sul corpo. Nel riferirsi alla mente Cartesio metteva in primo piano il «cogito», la funzione mentale superiore, ben diversa dalle passioni, che sarebbero sostenute invece dai meccanismi fisiologici del corpo e che pertanto dovrebbero essere governate dalla ragione. Ma anche prima di Cartesio Platone aveva parlato nel Fedro del mito della biga alata, tirata da due cavalli, uno bianco corrispondente all´anima irascibile, ossia all´emotività, ed uno nero all´anima concupiscibile, ossia all´istinto, entrambi guidate da un auriga che costituisce potremmo dire la sintesi e la superiorità dell´anima razionale.
Molti secoli dopo la psicoanalisi con Freud ha riproposto questo stesso conflitto fra istinto e ragione, in cui la naturalità umana delle pulsioni dovrebbe essere addomesticata dall´Io, che agirebbe come l´auriga di Platone.
Che posto hanno le emozioni nella vita di ogni giorno: sono passioni che accecano la ragione, come sembrava credere anche il grande umanista Erasmo da Rotterdam, oppure emozioni, secondo il linguaggio scientifico più recente utilizzato ad esempio dallo psicologo Paul Ekman o dal cognitivista Daniel Goleman, che hanno una propria finalità ed utilità? E´ indubbio che per rispondere a questa domanda occorre capire se le emozioni abbiano una propria razionalità oppure siano risposte irrazionali che non aiutano nella vita sociale. Sono molti gli studiosi che riconoscono la razionalità evoluzionistica delle emozioni, che, come Darwin sottolineava in un suo scritto del 1872, si sarebbero evolute nel corso dei secoli per facilitare l´adattamento all´ambiente e lo scambio sociale.
Come ha mostrato lo psicologo Paul Ekman, che ha svolto un lavoro pionieristico in questo campo, se si mostrano delle diapositive con varie espressioni emotive a persone appartenenti a culture e a gruppi etnici diversi vi è una forte concordanza nel riconoscimento, nonostante si usino parole diverse per descriverle. Questa osservazione è in favore del carattere universale delle emozioni, quantunque ci possano essere influenze culturali che possono rafforzare un´emozione rispetto ad un´altra.
Per fare un esempio, nel mondo occidentale, anche sulla base della profonda influenza esercitata dal cristianesimo, il sentimento di colpa è continuamente presente nell´esperienza personale e collettiva, per cui non ci si sente mai a posto e si cercano continue rassicurazioni per convincersi di non aver sbagliato.
Se la letteratura ottocentesca ha svelato sentimenti, turbamenti e conflitti dei suoi protagonisti, basti pensare all´amore disperato di Anna Karenina per il principe Vronskij, in questi ultimi decenni la ricerca scientifica si è confrontata in modo sempre più approfondito con lo sviluppo delle emozioni in campo infantile, con il funzionamento psicologico delle emozioni nella vita quotidiana e più recentemente con i meccanismi neurobiologici che ne sono alla base. Forse era inevitabile che ci fosse un impegno così serrato perché, come scrive Damasio, «le emozioni costituiscono il continuo spartito musicale, il rumore che non si ferma mai delle melodie universali».
Il ribaltamento di ottica è totale, l´intelligenza non è solo quella cognitiva ratificata dal Quoziente Intellettivo ma vi è anche un´intelligenza emozionale, come viene definita da Daniel Goleman. Ma forse il pendolo è andato troppo in là, addirittura qualcuno ha messo in relazione il Quoziente Emozionale, misura per valutare la capacità di riconoscimento e di regolazione delle emozioni proprie e degli altri, con il successo nel lavoro e nella vita, dato questo smentito dallo stesso Goleman. Forse si può dire che un buon funzionamento emotivo, soprattutto se corrisponde ad un buon grado di maturazione cognitiva, aiuta a sentirsi meglio con se stessi e con gli altri e a trovare forme di comunicazione più immediate.
Ma per ritornare ai nuovi sviluppi della ricerca nel campo delle emozioni, in questi ultimi anni sono comparsi così tanti libri, pubblicazioni ed articoli a livello internazionale che è difficile darne un quadro di insieme. Se sul piano dello sviluppo infantile va ricordato il libro Lo sviluppo delle emozioni di Alan Sroufe (Cortina Editore) molti libri riguardano soprattutto la neurobiologia delle emozioni come ad esempio Affective Neuroscience, non ancora tradotto in Italia, di Jaak Panksepp venuto recentemente per una serie di conferenze presso l´Università La Sapienza. Altri libri da segnalare sono Il cervello emotivo di Joseph LeDoux pubblicato da Baldini Castoldi Dalai e quello più recente di Antonio Damasio Alla ricerca di Spinoza pubblicato da Adelphi.
Ma quali sono le novità che emergono in questo campo? E´ sempre più plausibile che le emozioni giochino un ruolo determinante nel corso dello sviluppo umano, per cui fin dai primi mesi di vita si crea fra il bambino e i genitori un sistema comunicativo affettivo che consente ad entrambi di costruire un lessico affettivo comune.
Se il bambino sorride o ride compiaciuto la madre capisce che può continuare a comportarsi con lui come sta facendo, ma se la bocca del bambino si increspa e poi scoppia a piangere questo rappresenta un segnale forte diretto ai genitori perché intervengano a consolarlo e a tranquillizzarlo. In questo modo il bambino apprende un codice affettivo che lo aiuterà nel corso della vita, ad esempio quando si trova a scuola con i coetanei oppure quando dovrà affrontare le prime esperienze sentimentali e più in generale nei rapporti con gli altri. Ma se queste osservazioni sono facilmente verificabili, va riconosciuto che non sempre le emozioni ci aiutano perché certe risposte emotive, ad esempio la rabbia cieca o la gelosia che agisce come un tarlo nella mente, ostacolano il comportamento quotidiano.
E´ senz´altro utile distinguere le risposte emotive automatiche che possono spingerci all´azione, come la fuga quando siamo minacciati da un pericolo, rispetto alle emozioni di cui siamo consapevoli. Mentre le reazioni automatiche possono essere irrazionali e non favorire l´adattamento, nel secondo caso la consapevolezza delle proprie emozioni può farci desistere da una determinata azione oppure correggerla, garantendo un certo grado di razionalità nel prendere una decisione.
Questi due livelli nella risposta emotiva sono stati confermati dagli studi fatti nel cervello come riferisce Le Doux nel suo libro. Se da una parte esiste un percorso cerebrale breve incentrato sull´amigdala cerebrale, che spiega ad esempio le risposte automatiche alla paura, dall´altra vi è un percorso più complesso che comporta un riconoscimento delle emozioni che possono essere comunicate anche a parole ed incentrato, in questo caso, sull´ippocampo e diverse aree della corteccia cerebrale.
Come si vede il quadro esplicativo delle emozioni sta diventando via via più complesso e forse il filosofo olandese di origine ebraica Spinoza può rappresentare un importante riferimento filosofico, come scrive Damasio nel suo ultimo libro. Nei suoi scritti Spinoza non usa le parole emozione o sentimento, ma «affectus» ossia affetto con cui vengono indicate anche le modificazioni del corpo. In questo modo il termine affetto, utilizzato anche molto in campo psicoanalitico, ricompone la dualità fra l´emozione che sottolinea il teatro del corpo e soprattutto del cervello e il sentimento che, al contrario, sottolinea lo scenario della mente, raccontato da scrittori ed artisti che hanno avuto in questo campo intuizioni illuminanti.

Il sogno tra epica e simbologia

Corriere del Trentino e Alto Adige inserto del Corriere della sera 10.8.08
Il sogno tra epica e simbologia
Viviamo due ore a notte nel mondo onirico l'espressione più segreta e impudica dell'io
di Brunamaria Dal Lago Veneri

Quest'anno sono così sprofondata nel lavoro di raccontare che me lo sogno persino di notte con frasi e citazioni talmente vive che... magari le avessi da sveglia. «E Dolasilla, la principessa dei Fanes, sognò di cavalcare in una landa desolata con grandi rocce color della luna e cespugli di ginepro neri e minacciosi». Oppure: «Nel cuore della notte, Gilgamesch si svegliò di soprassalto. "Mi hai forse svegliato tu? — chiese al compagno — Perché, se non sei stato tu, deve essere stata la forza del mio sogno. Infatti ho sognato che la montagna ruzzolava sopra di me, quando d'un tratto appariva davanti ai miei occhi l'uomo più bello del mondo, che mi tirava fuori da sotto i macigni e mi rialzava in piedi". "Amico — rispose Enkindu — il tuo sogno è un presagio" ».
La prima citazione è dal poema epico Il Regno dei Fanes, il più antico dei poemi epici delle Dolomiti; la seconda deriva dalla storia più antica del mondo, ed è la storia di Gilgamesch, più antica della Bibbia e perfino di Omero, più antica dei poemi epici indiani. I popoli che la scrissero furono i Babilonesi, gli Assiri, gli Ittiti, i Cananei e risalgono a 1600-1250 anni prima di Cristo, ma di sogni premonitori si parla nella Bibbia, in Omero, «la via dei Canti» é secondo Bruce Chatwin, il mezzo evocativo delle storie degli antenati, cioè il sogno.
Ma cos'è il sogno? Secondo Frederic Gaussen il sogno è il simbolo dell'avventura individuale, così profondamente collocato nell'intimità della coscienza da sfuggire allo stesso creatore, il sogno è l'espressione più segreta e impudica di noi stessi. Almeno due ore per notte viviamo nel mondo onirico dei simboli... quale fonte di conoscenza su di noi e sull'umanitá se potessimo sempre ricordarceli tutti e interpretarli!
L'interpretazione dei sogni, ha detto Freud, è la via maestra per giungere alla conoscenza dell'anima.
Le idee sul sogno, come simbolo, si sono molto evolute e non spetta a me di farvene la storia. Anche oggi gli specialisti sono divisi. Per Freud sono l'espressione, cioè il compimento, di un desiderio represso. Per Jung l'autorappresentazione, spontanea e simbolica, della situazione attuale dell'inconscio, per J. Sutter, ed è la definizione meno interpretativa, il sogno è un fenomeno psicologico che si produce durante il sonno ed é costituito da una serie di immagini il cui svolgimento rappresenta un dramma più o meno concatenato.
Il sogno sfugge quindi alla volontá del soggetto: il suo svolgersi notturno è spontaneo ed incontrollato. La coscienza della realtà si cancella e si dissolve il senso della propria identitá. Il confine fra la notte e il giorno viene sorpassato: «La vita è sogno» scriveva Calderon della Barca, e Chuang-tzu, poeta cinese, non sa più se è Chuang-tzu ad aver sognato di essere una farfalla, o se è una farfalla che ha sognato di essere Chuang-tzu.
Roland Cahen, sintetizzando il pensiero di Jung, scrive: «Il sogno è l'espressione dell'attività mentale che vive in noi, che pensa, sente, esperimenta, specula in margine alla nostra attivitá diurna e a tutti i livelli, dal piano piú strettamente biologico a quello più spirituale dell'essere, senza che noi lo sappiamo coscientemente ». Quale valore quindi attribuire alla attivitá onirica? Le risposte sono più d'una, in conformitá con i vari livelli di interpretazioen. La visione che si ha in sogno è un fenomeno, un evento, o invece, facendo parte di quel livello umano in cui non si esercita la volontà, rientra nell'area dell'irrazionale, del proveniente da «fuori »? L'antico Egitto dava ai sogni un valore soprattutto premonitore. «Il dio ha creato i sogni per indicare agli uomini la strada su cui possono scorgere l'avvenire », dice un libro sapienziale.
I sacerdoti-lettori, scribi sacri od onirocriti, interpretavano nei templi i simboli dei sogni, seguendo le indicazioni trasmesse di generazione in generazione. La divinazione attraverso i sogni o oniromanzia, era praticata ovunque. Chi non ricorda gli aruspici, gli auguri, sacerdoti che interpretavano il volere degli dei attraverso l'osservazione dei sogni celesti? Il rituale dell'auspicio è una paratica divinatoria di antichissima origine, condivisa dai Romani, dai Veneti, i Sanniti, e altre popolazioni italiche, ed è passata agli Etruschi, che sembra l'abbiano derivata dal contatto con la cultura con il vicino Oriente e ritrovata anche presso i popoli celtici.
Per tutti gli Indiani dell'America del nord, il sogno è il segno ultimo e decisivo dell'esperienza. I sogni sono all'origine della liturgia, conferiscono il potere allo sciamano, da loro proviene la scienza medica, il nome che si dará ai figli e i tabù. Sono i sogni che ordinano le guerre, le battute di caccia, le condanne a morte, gli aiuti da recare. I sogni sono il tramite con gli antenati che comunicano in questo modo con i vivi dando loro dei veri e propri messaggi.
Ma quali sono e come si possono catalogare i sogni? Primi fra tutti ci sono i sogni profetici, attribuiti a potenze celesti. Poi ci sono i sogni iniziatici, dello sciamano o dell'eletto o del profeta, che attraverso il sogno si vede attribuito un compito o una via (l'illuminazione del Buddha, Maometto predestinato ad essere l'apostolo di Allah, i sogni dei fondatori di ordini religiosi, le apparizioni, i miracoli, i santuari).
Ci sono poi i sogni telepatici, che mettono in contatto con pensieri o sentimenti di persone o di gruppi lontani. I sogni di sogni di altri, la capacità di entrare nei sogni altrui. I sogni visionari che propongono visioni, per lo più mistiche che innestano processi di cambiamenti. La visione-rivelazione di Mose é paradigmatica: la visione-sogno del roveto ardente è la promessa segno della liberazione del popolo dall'Egitto. I sogni premonitori che avvisano di avvenimenti. Per ultimi i sogni ad occhi aperti, che mettono in atto tutto il bagaglio delle speranze e delle aspirazioni dell'uomo.
Ma quali sono allora le vere funzioni del sogno? Ci si potrebbe chiedere se la mancanza di sogni è un grave segno di squilibrio mentale. I desideri, le angosce, le difese, le aspirazioni, le frustrazioni dello stato conscio troveranno nelle immagini oniriche ben intese una salutare compensazione?
Da ciò deriva necessariamente l'analisi dei simboli onirici, il loro contenuto, il significato e la sua finalità. E qui la storia non ha più fine, perchè si imbastardisce fra le analisi psicologiche e le credenze magiche.
Non bisogna mai dimenticare che si sogna sempre di sé e attraverso se stessi. Che cos'è il libro dei sogni e la lettura dei sogni? Perchè ai sogni si unisce spesso un numero (da giocare al lotto)? Come finire?
Sognando di sognare, magari il sogno di un altro.

Sunday, August 03, 2008

E Palazzo Chigi «velò» il seno alla Verità svelata del Tiepolo

Corriere della Sera 3.8.08
La spiegazione del «ritocco»: turbava i telespettatori
E Palazzo Chigi «velò» il seno alla Verità svelata del Tiepolo

ROMA — Le donne, a Palazzo Chigi, preferiscono vederle vestite. E non importa se quella che esibisce un seno — piccolo, tondo, pallido — se ne sta su una copia del celebre dipinto di Giamb attista Tiepolo (1696-1770): «La Verità svelata dal Tempo ». Il dipinto, che Silvio Berlusconi aveva scelto come nuovo sfondo per la sala delle conferenze stampa, viene ritoccato. È successo.
La testimonianza fotografica è inequivocabile.
Prima si scorge un capezzolo. Poi il capezzolo sparisce. Coperto, si suppone, con due colpetti di pennello.
La notizia è battuta dall'agenzia Italia alle 17,22. Un'ora dopo, Vittorio Sgarbi, critico d'arte di antica osservanza berlusconiana, ha la voce che quasi gli trema. «Cos'hanno fatto? Ma davvero?». Un ritocchino, professore. «Pazzi, sono dei pazzi...». Ci vuole un bel coraggio, in effetti, a mettere le mani su un Tiepolo, sia pure in crosta. «E allora cosa dovrebbero fare con tutte quelle statue di donna sparse in decine di musei italiani dove spesso si ammirano seni da far restare senza fiato pure Pamela Anderson? ». L'arte, evidentemente, spaventa. «Oh... io spero davvero che la decisione di questo assurdo, folle, patetico, comico, inutile ritocchino sia stata presa all'insaputa del Cavaliere. Tanto più che se volevano fargli un piacere, cercando di non far associare agli italiani una tetta alla sua immagine di uomo, come dire? incline al fascino femminile, sono riusciti invece nel-l'esatto contrario. Ma si sa, almeno, chi è il responsabile di questa cretinata?».
Non s'è capito subito, in verità. Poi il sottosegretario alla Presidenza Paolo Bonaiuti ha fatto personalmente qualche telefonatina.
«E allora, beh, direi che è andata molto semplicemente: diciamo che è stata un'iniziativa di coloro che, nello staff presidenziale, provvedono al la cura dell'immagine di Berlusconi ». Bonaiuti, scusi: ma cosa li avrebbe turbati tanto? «Beh... sì, insomma: quel seno, quel capezzoluccio... Se ci fate caso, finisce esattamente dentro le inquadrature che i tg fanno in occasione delle conferenze stampa». E quindi? «E quindi hanno temuto che tale visione potesse urtare la suscettibilità di qualche telespettatore. Tutto qui».
C'è da dire che in occasione delle prime inquadrature ormai risalenti alla conferenza stampa del 20 maggio scorso (con il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia perfettamente centrata sotto la femminile Verità ancora scoperta) al centralino di Palazzo Chigi non risultano essere giunte particolari proteste da parte della cittadinanza italiana. Nè preoccupazioni per eventuali turbamenti vennero comunque al Cavaliere e al suo architetto di fiducia, che lo aiutò nella scelta del celebre dipinto: Mario Catalano, forse non casualmente già scenografo del memorabile programma di spogliarello televisivo «Colpo Grosso», condotto da Umberto Smaila su Italia 7 dal 1987 al 1991, con le ragazze, chiamate «mascherine», che — appunto — si facevano volar via il reggiseno cantando «

E Palazzo Chigi «velò» il seno alla Verità svelata del Tiepolo

Corriere della Sera 3.8.08
La spiegazione del «ritocco»: turbava i telespettatori
E Palazzo Chigi «velò» il seno alla Verità svelata del Tiepolo

ROMA — Le donne, a Palazzo Chigi, preferiscono vederle vestite. E non importa se quella che esibisce un seno — piccolo, tondo, pallido — se ne sta su una copia del celebre dipinto di Giamb attista Tiepolo (1696-1770): «La Verità svelata dal Tempo ». Il dipinto, che Silvio Berlusconi aveva scelto come nuovo sfondo per la sala delle conferenze stampa, viene ritoccato. È successo.
La testimonianza fotografica è inequivocabile.
Prima si scorge un capezzolo. Poi il capezzolo sparisce. Coperto, si suppone, con due colpetti di pennello.
La notizia è battuta dall'agenzia Italia alle 17,22. Un'ora dopo, Vittorio Sgarbi, critico d'arte di antica osservanza berlusconiana, ha la voce che quasi gli trema. «Cos'hanno fatto? Ma davvero?». Un ritocchino, professore. «Pazzi, sono dei pazzi...». Ci vuole un bel coraggio, in effetti, a mettere le mani su un Tiepolo, sia pure in crosta. «E allora cosa dovrebbero fare con tutte quelle statue di donna sparse in decine di musei italiani dove spesso si ammirano seni da far restare senza fiato pure Pamela Anderson? ». L'arte, evidentemente, spaventa. «Oh... io spero davvero che la decisione di questo assurdo, folle, patetico, comico, inutile ritocchino sia stata presa all'insaputa del Cavaliere. Tanto più che se volevano fargli un piacere, cercando di non far associare agli italiani una tetta alla sua immagine di uomo, come dire? incline al fascino femminile, sono riusciti invece nel-l'esatto contrario. Ma si sa, almeno, chi è il responsabile di questa cretinata?».
Non s'è capito subito, in verità. Poi il sottosegretario alla Presidenza Paolo Bonaiuti ha fatto personalmente qualche telefonatina.
«E allora, beh, direi che è andata molto semplicemente: diciamo che è stata un'iniziativa di coloro che, nello staff presidenziale, provvedono al la cura dell'immagine di Berlusconi ». Bonaiuti, scusi: ma cosa li avrebbe turbati tanto? «Beh... sì, insomma: quel seno, quel capezzoluccio... Se ci fate caso, finisce esattamente dentro le inquadrature che i tg fanno in occasione delle conferenze stampa». E quindi? «E quindi hanno temuto che tale visione potesse urtare la suscettibilità di qualche telespettatore. Tutto qui».
C'è da dire che in occasione delle prime inquadrature ormai risalenti alla conferenza stampa del 20 maggio scorso (con il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia perfettamente centrata sotto la femminile Verità ancora scoperta) al centralino di Palazzo Chigi non risultano essere giunte particolari proteste da parte della cittadinanza italiana. Nè preoccupazioni per eventuali turbamenti vennero comunque al Cavaliere e al suo architetto di fiducia, che lo aiutò nella scelta del celebre dipinto: Mario Catalano, forse non casualmente già scenografo del memorabile programma di spogliarello televisivo «Colpo Grosso», condotto da Umberto Smaila su Italia 7 dal 1987 al 1991, con le ragazze, chiamate «mascherine», che — appunto — si facevano volar via il reggiseno cantando «

Sunday, July 27, 2008

SOMMACAMPAGNA. Si cerca alla pieve la dea Leituria

SOMMACAMPAGNA. Si cerca alla pieve la dea Leituria
Lorenzo Quaini
Sabato 26 Luglio 2008 L'ARENA

Studi su una scritta per decifrarne il significato

L’archeologo Vandelli ipotizza che la lapide sia dedicata alla Madonna del latte

Il presidente dell’archeoclub di Verona, Giorgio Vandelli, ha visitato la millenaria pieve di sant’Andrea al cimitero. «Sono venuto a rivedere e riammirare una lapide (o ara) latina del 38 a.C. che riporta una dedica alla dea Leituria, dea misteriosa perchè mai citata altrove. È ritenuta una dea retica (dei popoli Reti) e, oppure, Diana. Sin dagli anni Novanta, l’archeoclub Italia aveva cominciato ad esaminare accuratamente la suggestiva pieve. Alcuni soci guidati da me e da Alberto Leoni, presidente dell’archeoclub di Sommacampagna, avevano notato che negli antichi superstiti affreschi c’era un’anomala concentrazione di Madonne con bambino: ben sei di cui due allattanti. Parere unanime fu che Leituria non fosse Diana ma la versione cristiana dell’antica dea madre pagana. Credo che le due Madonne del latte debbano avere un significato più specifico. Forse il nome Leituria aveva un significato da decifrare».
Recentemente Vandelli ha ipotizzato che non fosse una dea retica e nemmeno veneta, ma che Leituria fosse la trascrizione latina di un teonimo gallo-cenomane degli abitanti in zona. Ha ipotizzato anche che tracce della loro lingua siano passate nel francese attuale. «Con queste premesse», ha proseguito Vandelli, «la soluzione è stata istantanea. Leit è il lait (leggere "le") francese; tur è il tour (leggere "tur"). Completando risulterebbe dea (madre) dispensatrice del latte. La perdurante ed atavica devozione delle madri ha trasformato Leituria nella cristiana Madonna del latte. Ma una Madonna a seno scoperto spesso non è stata ritenuta decorosa e non è entrata in chiesa. Però la devozione popolare ha provveduto in proprio erigendo edicole, capitelli o semplici pitture murali. Esemplare è la Madonna del latte di Bardolino. Nella zona del lago quasi ogni paese ha una Madonna del latte».
Vandelli ha iniziato un censimento per verificare se in Italia le più antiche immagini di Madonna del latte siano maggiormente diffuse in regioni già galliche. Per il Friuli, zona dei galli carnuti (ora Carnia) Vandelli segnala che il maggior santuario, quello della Madonna di Castelmonte, ha una Madonna del latte scolpita sulla facciata. Vandelli chiede collaborazione per avere al suo numero (0457551528) segnalazioni utili per la ricerca.

Wednesday, July 23, 2008

La vita ci appartiene!

Il dibattito vita/morte, testamento biologico, accanimento terapeutico e eutania diviene ogni giorno sempre più attuale.
Abbiamo sempre pensato che la vita appartenga alle persone, e che ogni persona possa disporre liberamente della sua esistenza. Le religioni monoteistiche, oltre ad aver inventato un dio creatore, follemente sostengono che la vita appartine al loro inventato dio. Noi non siamo dei burattini in loro mano. Per questo motivo, e per seguire il dibattito su a chi appartenga la vita è nato il blo:
http://lavitaciappartiene.blogspot.com
Il blog informerà su quanto viene scritto su questo tema.

Sunday, July 20, 2008

Ginevra. Scolpire il passato

Corriere della Sera 20.7.08
Ginevra. Scolpire il passato
di Andrea Genovese

Pietra, legno, ceramica, metalli preziosi, marmo. Dal neolitico ai primi secoli della nostra era, dalle caverne ai palazzi mesopotamici, dalle steppe scitiche agli altipiani iraniani, dall'Egitto al Vietnam, dalla raffinata civiltà villanoviana a quella etrusca e romana, nella sua lunga marcia verso l'al di là o il nulla eterno, l'uomo ha modellato la materia bruta elevandola a simbolo, testimonianza, creazione (cosciente o meno) artistica. La collezione d'opere antiche Barbier- Mueller è nota in tutto il mondo; con i 250 capolavori, moltissimi mai esposti, ci si interroga sulle intenzioni secolari o religiose che li hanno ispirati. Quale Picasso ha scolpito, durante il terzo millennio a.c., in Sardegna la testa di Ozieri, nelle Cicladi la figurina in forma di violino?
Si resta di marmo.
IL PROFANO E IL DIVINO Ginevra, Musée d'art et d'histoire, sino al 31 luglio. Tel. +41/224182600 Testa romana del I sec. a. C.

Saturday, July 19, 2008

ISRAELE: CONSIGLI ALLE RAGAZZE, NIENTE RAPPORTI CON I BEDUINI

ISRAELE: CONSIGLI ALLE RAGAZZE, NIENTE RAPPORTI CON I BEDUINI

(ASCA-AFP) - Gerusalemme, 1 lug - Alle studentesse di una cittadina del sud di Israele e' stato detto di non avere rapporti con i beduini. E' successo in una scuola di Kiryat Gat, citta' alle porte del deserto Negev.

Tuttavia, l'uomo che ha ideato il programma di educazione sessuale e che ha fatto vedere alle ragazze un video esplicativo chiamato ''Dormire con il nemico'', ha insistito che non c'e' nulla di razzista nelle sue intenzioni.

''Io lo paragono ad una gita al mare. Se c'e' la bandiera nera che indica pericolo e divieto di balneazione non ci si deve tuffare. Con i beduini e' lo stesso, sono pericolosi'', ha detto all'Afp Chaim Shalom, un operatore sociale al lavoro in una scuola pubblica di Kiryat Gat.

Il programma e' sovvenzionato dall'amministrazione comunale e dalla polizia della citta'.

''Se i beduini che escono con le ragazze le volessero sposare non avrei nulla da ridire, ma non e' questo il caso.

I beduini le abbandonano una volta che le ragazze sono rimaste incinte. Inoltre, ci sono diversi casi di stupro e due donne sono state bruciate ed uccise - ha proseguito Shalom - Ricoprono le ragazze di regali. Gioielli, cellulari, vestiti. Ma non e' tutto oro quello che luccica''.

Anche nella tradizione islamica, i beduini non hanno una buona fama. Troppo attaccati ai propri valori ed al nomadismo, i beduini sono tacciati di essere dei musulmani ''tiepidi'' che tornerebbero al paganesimo alla prima occasione. (Piu'Europa).

reds

Friday, July 18, 2008

L’arma dei Masai contro l´Aids il mistero delle erbe magiche

La Repubblica 18.7.08
L’arma dei Masai contro l´Aids il mistero delle erbe magiche
di Alessandra Viola

In uno sperduto villaggio della Tanzania alcuni guaritori curano con foglie e radici E qualcuno giura di aver sconfitto anche il cancro. Adesso l´Italia studia quelle piante
Sotto esame 41 germogli e cortecce conservati da cinque "stregoni"
Il ministero degli Esteri ha allestito un laboratorio con l´aiuto del governo e l’università locale

NGARENANYKI (TANZANIA) Sembra un cellulare che trilla lontanissimo. Un suono familiare, eppure talmente incongruo nel cuore della Tanzania e di questa savana gialla e polverosa in cui rumoreggiano solo le capre, che pensi di essere colto da un´allucinazione. Intorno alla capanna alcuni ciuffi d´erba secca si piegano silenziosi nel vento caldo, e nell´aia persino i bambini sono ammutoliti dal tormento delle mosche. Eppure avvicinandoti all´abitazione giureresti che sia proprio un telefonino che squilla, anche se il suono artificiale si diffonde malamente nella stanza col pavimento di terra battuta in cui Elias sta ricevendo i suoi pazienti, seduto dietro a un tavolo ingombro di barattolini di plastica.
È venerdì, giornata di visita, e la stanza è stipata di gente. Sono donne, uomini, bambini, arrivati a piedi anche da molto lontano, malgrado tutti siano malati. Arusha, la terza città della Tanzania, poco più che qualche sbaffo d´asfalto costeggiato da edifici di cemento e pochi alberi, dista in auto oltre due ore. Ma qualcuno è arrivato anche da lì, come una donna con il suo bambino, entrambi sieropositivi. La fama di Elias, il guaritore più noto del villaggio di Ngarenanyki, uno dei traditional doctors che a partire dal 2002 sono stati ufficialmente riconosciuti dal governo della Tanzania e ammessi ad esercitare la loro professione alla luce del sole, è giunta fino in città. «Posso curare la malaria, il diabete, l´asma, il cancro e anche l´Aids», assicura in un dialetto swahili questo masai alto e dinoccolato. Vestito di stoffe colorate, le orecchie bucate e le guance scavate da due grandi cerchi che indicano la sua appartenenza alla tribù dei pastori, non ha esattamente l´aspetto di uno specialista dal quale andresti a farti curare il cancro, e forse nemmeno un raffreddore. Eppure ogni settimana decine di persone vanno a trovarlo per chiedergli aiuto, e tra loro anche alcuni occidentali.
Una terapia per il cancro e l´Aids a base di foglie, cortecce e radici? Tutto è talmente inconcepibile che quando Ze-Elias, come lo chiamano qui, estrae un cellulare ultrapiatto di ultima generazione, in realtà ci si stupisce appena. È la Tanzania: un paese in cui modernità e tradizione convivono nel rispetto reciproco, in cui 120 diverse tribù e una decina di religioni danno luogo a una pacifica repubblica presidenziale e in cui guaritori tradizionali e medicina moderna collaborano per migliorare il servizio sanitario nazionale, scambiandosi i pazienti per diagnosi e terapie. «Devo andare», si scusa Elias finita la telefonata, indicando un punto lontano, dietro al monte Meru. Oltre il suo dito, a una distanza moltiplicata da buche e fango, sassi e torrenti da passare al guado, avvolto da una foresta tropicale fresca e verdissima, c´è il villaggio di Ngongongare. Lì la cooperazione italiana ha costruito e attrezzato un laboratorio di ricerca, con tanto di stanze per i ricercatori e collegamenti wi-fi, coinvolgendo la comunità locale, le università e il governo della Tanzania. Obiettivo: catalogare e salvaguardare le piante usate dai guaritori tradizionali creando una piccola attività commerciale, un vivaio gestito dalle donne del villaggio in cui coltivare e vendere le piante che oggi i guaritori raccolgono in natura, percorrendo anche centinaia di chilometri. Elias è uno dei cinque esperti selezionati dal progetto finanziato dal nostro ministero degli Esteri e portato avanti congiuntamente da Cins (Cooperazione Italiana Nord Sud) e Aaf (Associazione Africa Futura). Insieme a lui ci sono Leizar, un altro masai, e tre donne: Mama Mathilia, Mama Lucy e Mama Fatume, nota agli ospedali di mezza Tanzania per la sua ricetta delle 41 piante capace, dicono, di curare l´Aids.
Nei verdi germogli del vivaio di Ngongongare infatti c´è molto più che un piccolo business di villaggio: c´è la potenziale soluzione dell´Africa ai suoi più gravi problemi. Perché i rimedi capaci di curare l´Aids o il cancro, se esistono, valgono cifre inestimabili. «Prima di vedere i test ero molto dubbioso sulle capacità di questi medici tradizionali e pensavo che le guarigioni fossero dovute a suggestione - afferma Josih Tayali medico e docente dell´università di Arusha coinvolto nel progetto - ma mi sono dovuto ricredere sia sulle loro capacità diagnostiche che su quelle curative: scelgono piante che contengono gli stessi principi attivi utilizzati in farmacologia, e anzi ne usano direi più di quanti ne conosciamo. Molti guaritori sono analfabeti, ma hanno nozioni approfondite di anatomia e fisiologia: conoscono gli organi e il loro funzionamento e sono in grado di diagnosticare anche malattie complesse, tra cui alcune forme di cancro. Ormai persino gli ospedali consigliano ai pazienti terminali di rivolgersi ai guaritori. È una pratica non ufficiale, ma molto diffusa».
Tayali sta studiando il caso di due sieropositivi che si sono rivolti a Mama Fatume poco dopo essersi ammalati di Aids. In 3 mesi il virus è regredito, il CD4 (un indicatore delle difese immunitarie) è salito da 400 a 750 e le persone stanno di nuovo bene. E se le 41 piante di Fatume (o le due di Elias, gli unici guaritori che si dicono in grado di curare l´Aids, mentre gli altri lamentano di non aver trovato la cura adatta) fossero davvero capaci di produrre dei risultati? «Se muoio porto la mia conoscenza con me - dice Mama Fatume - ma se la divulgo perdo il mio lavoro. Non so decidere cosa fare. Per ora ho scelto una via di mezzo: non ho consegnato le mie piante all´università di Dar Es Salaam, che me le chiede da molto tempo per analizzarle. Però le ho date agli italiani, che hanno firmato delle carte in cui dicono che se dalle mie piante si può ricavare una medicina io avrò molti soldi, nessuno potrà rubare la mia ricetta e potrò anche continuare a lavorare».
«Le 41 piante di Fatume ora sono in Italia - dice Paola Murri, coordinatrice del progetto - ma il nostro coinvolgimento non prevedeva fondi per questo tipo di analisi. Si cerca quindi una struttura che effettui gratuitamente i rilievi (lo hanno già fatto per altre piante il Cnr, l´università di Firenze e quella di Pavia, ndr), per poi lasciare in ogni caso al governo della Tanzania i benefici di ogni scoperta».
Per il progetto sono stati spesi oltre due milioni di euro. Fino a qualche tempo fa l´Occidente ricco, con una cifra del genere, finanziava una parte del suo senso di colpa, ma oggi le cose sono cambiate. Oggi, i risultati economici di una ricerca scientifica possono diventare un´opportunità per tutti.

Saturday, July 12, 2008

CIPRO:SCOPERTA ANTICA TAVOLETTA CON MALEDIZIONE SESSUALE

La repubblica, 11 luglio 2008
CIPRO:SCOPERTA ANTICA TAVOLETTA CON MALEDIZIONE SESSUALE

Una tavoletta in piombo con una maledizione a sfondo sessuale e' stata scoperta dagli archeologi nel sito del Regno di Amathus, sulla costa meridionale di Cipro. Secondo il capo della Scuola archeologica di Atene, il francese Pierre Aubert, il reperto, risalente al settimo secolo dopo Cristo, dimostra che quando l'isola era gia' stata convertita al cristianesimo sopravvivevano pratiche di stregoneria e sciamaneria dell'era pagana.

Friday, July 11, 2008

BOLOGNA - Amico Aspertini - Riaffiorano gli affreschi degli dei

BOLOGNA - Amico Aspertini - Riaffiorano gli affreschi degli dei
PAOLA NALDI
VENERDÌ, 11 LUGLIO 2008 LA REPUBBLICA Bologna

Da una stanza di Rocca Isolani a Minerbio dopo quattro secoli tornano alla luce figure allegoriche, ancora da interpretare, del grande pittore

Gli storici dell´arte lo sapevano e in particolare Daniela Scaglietti Kelescian fin dai suoi primi studi giovanili ci credeva: dietro a quello strato di intonaco nella stanza della Rocca Isolani di Minerbio ci dovevano essere altre tracce del genio di Amico Aspertini, l´artista che operò tra ‘400 e ‘500 a cui sarà dedicata la prima grande mostra monografica il prossimo settembre in Pinacoteca, promossa da Comune di Bologna e Soprintendenza. Ed eccoli quindi gli affreschi, tornati alla luce dopo quattro secoli di buio, riscoperti grazie a lavori di restauro, avviati proprio in occasione dell´evento. Un´intera stanza decorata con toni monocromi di figure allegoriche, disposte su un doppio piano di altezza: in basso un gruppo appoggiato a tavoli, da cui pendono lenzuola o forse tovaglie; sopra, incuneate nelle lunette, altri personaggi rilassati, quasi fossero addormentati.
Andrea Emiliani, curatore della mostra insieme a Daniela Scaglietti, nel presentare la scoperta lo ha sottolineato: «la storia dell´arte con questa esposizione crescerà e gli affreschi e i dipinti di Aspertini si preparano a raccontarci delle cose nuove». A testimonianza della volontà di costruire non un evento clamoroso ma effimero quanto piuttosto una mostra che lasci traccia nella memoria e nel territorio. I lavori di restauro sono partiti lo scorso autunno con saggi di indagine, iniziati proprio in corrispondenza del volto di una delle figure più importanti, «Bacco», con la brocca in mano, una delle poche riconoscibili iconograficamente. Per il resto capire chi sono e cosa fanno questi personaggi rimane un mistero. La stanza si chiama «di Marte» perchè nel soffitto, visibile da sempre nella sua bellezza, compare appunto il dio-guerriero. Ma quale storia raccontino le nuove figure ancora non si sa: oltre a Bacco compare la figura della «purezza» con a fianco un unicorno; altri uomini sono armati; altri personaggi invece sono ancora anonimi.
Un piccolo-grande enigma della storia dell´arte che si spera risolvere in tempo utile per l´inaugurazione della mostra perchè il percorso espositivo, oltre alle stanze della Pinacoteca, avrà appendici appunto a Minerbio e in altre località della provincia e fuori regione. Ma le decorazioni ritrovate hanno un´altra particolarità: sono l´unico esempio rimasto degli affreschi che l´artista eseguì sulle facciate di molte dimore nobili bolognesi: «Aspertini aveva grande fama di frescante tra le famiglie bolognesi per le quali decorava con grande velocità e destrezza le facciate esterne - commenta appunto Daniela Scaglietti - probabilmente ancora con queste figure incombenti, di grande impatto che si richiamano agli esempi di Giulio Romano a Mantova». E in effetti entrando nella piccola stanza a Minerbio si prova una sensazione quasi di oppressione. Un gusto, «quasi una follia», che probabilmente ad un certo punto di piace più e per questo gli affreschi sono stati coperti o sono stati distrutti.
I restauri, condotti da Adele Pompili, sono stati realizzati grazie al contributo di aziende del territorio (Credibo, Coprob, Rfm, Viabizzuno) e all´impegno del Comune di Minerbio e dei proprietari Gualtiero e Francesco Cavazza Isolani.