Monday, December 13, 2010

"Sono gli studiosi a sbagliarsi: il cranio di Grotta Guattari è la prova di riti primitivi"

La Repubblica 13.12.10
Antonio Pennacchi replica al paleontologo Giorgio Manzi
“Perché difendo il mio Neandertal”
"Sono gli studiosi a sbagliarsi: il cranio di Grotta Guattari è la prova di riti primitivi"
intervista di Dario Pappalardo

«Ma quali iene? In quella grotta, sono entrati per ultimi gli uomini». Antonio Pennacchi non ci sta. E replica al paleontologo Giorgio Manzi che, intervistato da Repubblica, ha "attaccato" Le iene del Circeo (Laterza), il libro in cui lo scrittore ricostruisce la storia del cranio neandertaliano di Grotta Guattari, rinvenuto al Circeo nel 1939.
Per l´autore, che si rifà alle tesi dell´archeologo Alberto Carlo Blanc, scomparso nel 1960, quel reperto testimonierebbe la cerebrofagia rituale degli uomini di Neandertal (sempre e solo senz´acca). Per Manzi e per altri illustri colleghi (tra cui Tim White, uno dei maggiori paleontologi viventi) non è così: il teschio sarebbe stato portato da una iena in quella grotta, poi sigillata da una frana per 55 mila anni.
«Con tutta onestà – racconta l´autore, quest´anno vincitore del premio Strega per Canale Mussolini (Mondadori) – sono un tipo ansioso: prima di cominciare a leggere l´intervista a Manzi, pensavo mi avessero fatto tana. Invece poi, alla fine della lettura, mi sono tranquillizzato».
Come mai, Pennacchi? Gli studiosi non le danno certo ragione.
«Intanto è curioso che mi rispondano solo ora che ho vinto il premio Strega. Sono vent´anni che porto avanti questa battaglia e non mi hanno mai preso sul serio».
La tesi che sostiene nel libro è stata smentita da tempo. La paleosuperficie dove fu rinvenuto il cranio non contiene tracce umane, ma solo di iena…
«Non è vero. Chi depositò il cranio nella grotta perse un raschiatoio, che fu ritrovato nel 1989. È come se ci avesse lasciato un rolex… non è una prova da poco. Insomma, in quel sito gli strumenti litici umani c´erano ed è stato scritto negli studi pubblicati in passato. Se ora quegli strumenti sono spariti, qualcuno dovrebbe spiegare perché. Per quale motivo si sono incaponiti sulla iena? Lo chieda a loro».
Gli studiosi escludono la cerebrofagia. Il cranio ha un foro praticato alla base.
«Ma chi l´ha detto che se voglio mangiare un cervello devo rompere il cranio dall´alto? I saggi di antropologia sostengono il contrario. E lo dimostra anche la collezione di crani della Melanesia conservata alla Sapienza di Roma. Chiunque pratichi la cerebrofagia rituale lo fa dal basso, utilizzando il cranio come coppa. Da cui "Bevi, Rosmunda dal teschio di tuo padre!". Un´altra prova del rito è il cerchio di pietre…».
I paleontologi mettono in dubbio anche quello.
«Io stesso lo chiesi a White: "Ma il cerchio di pietre? Insinuate che l´abbia costruito a bella posta Blanc, lo scopritore del cranio?". Lui mi fece capire di sì. Io invece non ci credo. Quel cerchio col cranio era isolato da tutto il resto. In quella grotta si celebrava un rito. E non è escluso che sia stata sigillata dagli uomini e non da una frana».
Ma come si è appassionato alla paleontologia?
«Ero più interessato alla storia romana, in realtà. Prevedendo di scrivere sulle bonifiche dell´agro pontino, mi sono messo a studiarla. Poi mi sono imbattuto nei cocci, mi sono iscritto all´università: ho preso 30 e lode a "Metodologia e tecnica dello scavo". Gli scienziati credono che non ne sappia niente di tutto questo, eppure ho all´attivo due campagne archeologiche. Non pensavo di risalire al Neandertal, ma quando ho scoperto questa storia ci ho visto poco chiaro e ho voluto approfondire».
Ha approfondito pure il Neandertal senz´acca.
«Se permette, sulla lingua almeno, l´autorità scientifica sono io. Anche in Germania, Neandertal si scrive senz´acca. Comunque, i nemici fanno bene. Un po´ di provocazione serve sempre. Mannaggia, quando ho vinto il premio Strega, i paleontologi devono essere sbiancati…».

Con la forza del pensiero si sposta il cursore del pc

Corriere della Sera 30.11.10
Con la forza del pensiero si sposta il cursore del pc
di Minnie Luongo

D'ora in poi i cursori si potranno controllare con dei semplici pensieri: questo l'annuncio della Society for Neuroscience di San Diego (Usa). «Un nutrito gruppo di volontari ha imparato in soli sei minuti come spostare un cursore sullo schermo grazie alla forza del pensiero» dice l'autrice della ricerca, Anna Rose Childress della University of Pennsylvania School of Medicine. Lo studio consisteva di due parti: la formazione informatica e l'effettivo controllo del cursore. Durante l'addestramento, i computer hanno riconosciuto due distinti schemi cerebrali: nel primo, i partecipanti sono stati invitati a pensare di colpire una palla da tennis; nel secondo, hanno immaginato di spostarsi da una stanza all'altra. Ogni insieme di pensieri veniva collocato, in corrispondenza con l'attività immaginata, in una specifica parte del cervello. I volontari hanno quindi ripetuto i medesimi modelli di pensiero, spostando un cursore sullo schermo. Conclusione: «Tutti sono stati capaci di spostare il cursore, alternando i pensieri e creando veri schemi cerebrali, subito riconosciuti dal computer».

Wednesday, December 08, 2010

Nel nome di Ipazia immagini e simboli di una vita d´artista

Nel nome di Ipazia immagini e simboli di una vita d´artista
RENATA CARAGLIANO
DOMENICA, 28 NOVEMBRE 2010 LA REPUBBLICA - - Napoli

Un percorso espositivo sulle tracce della scienziata assassinata nel IV secolo dopo Cristo

Antico e contemporaneo si incontrano al Museo archeologico. Oggi alle 11, nella sala conferenze del servizio educativo, "Ipazia secondo Mathelda Balatresi". Un appuntamento, realizzato in collaborazione con l´associazione culturale "A voce alta", che rientra nel programma di "Incontri di archeologia" organizzati dal servizio educativo della Soprintendenza speciale per i beni archeologici di Napoli e Pompei. Con l´artista Mathelda Balatresi, che presenta il suo recente lavoro espositivo su Ipazia, si confronteranno Mariantonietta Picone Petrusa, Angela Tecce e Marco De Gemmis. Mentre Patrizia De Martino e Nico Ciliberti, introdotti da Marinella Pomarici, leggeranno alcune pagine da "Ipazia - Poemetto drammatico" di Mario Luzi.
E´ un mondo che si divide tra il bene e il male quello raffigurato da Mathelda Balatresi, che da anni si racconta attraverso Ipazia, l´astronoma e filosofa di Alessandria del quarto secolo dopo Cristo che ha di recente ispirato il film "Agorà", con Rachel Weisz. Un´eroina ante litteram, forse meno conosciuta di quanto meriti. Una martire del paganesimo e del libero pensiero, punita per le sue idee e i suo comportamenti poco "cristiani". Una vita conclusasi tragicamente. Ipazia fu torturata e assassinata dalla guardia armata del vescovo Cirillo: tra storia e leggenda, si tramanda che il suo corpo fu straziato prima di essere disperso.
«Nella figura e nella vicenda di Ipazia - scrive Marco De Gemmis - la Balatresi vuol forse leggere di sé e di tutto il femminile: cervello, capacità, fierezza e tenacia, fragilità e bellezza. In molti dei disegni ci sono soltanto Ipazia e la conchiglia, secondo alcuni l´arma del delitto dei cristiani che la fecero fuori».
Fino al 16 dicembre la Balatresi, autrice tra l´altro di "Mine in fiore", esposto nella fermata di Materdei delle Stazioni dell´arte della linea 1 della metropolitana, presenta al Museo archeologico alcuni dei lavori ispirati alla donna-scienziata: disegni a china, dipinti in gessetti colorati e due grandi teli a olio. Un lavoro quasi inedito che l´artista vede come emblema dell´intelligenza negata alla donna. Ipazia viene evocata in mantelli, come quelli che indossavano i filosofi greci, tuniche dai colori tenui e diafani, privi di figura. Sono abiti senza corpo. Nel disegnarla a china i capelli s´intrecciano a conchiglie, le armi causa della sua morte crudele.
Ipazia, uno dei simboli di forza, intelligenza e coraggio, ma anche fragilità, di parte della cultura femminista, diventa un tutt´uno con Mathelda. L´artista, che nel 1977 aveva disegnato polemicamente una donna con un capo diviso in sezioni, per opporsi all´idea che «ha la testa troppo piccola per l´intelletto, ma sufficiente per l´amore», parla questa volta attraverso Ipazia dipingendo pagine di letteratura visiva tentando di restituire dignità al personaggio. «Ho deciso di dedicarle una costellazione - racconta la Balatresi - perché Ipazia studiava le stelle e così ho dipinto delle mantelle da filosofa con le stelle comete, il sole e la luna». In mostra anche due lunghi teli che accolgono il corpo nudo di Ipazia/Mathelda, frontalmente e di schiena. «Ho pensato di fare un sudario di Ipazia che è anche il mio - conclude l´artista - Un miscuglio del suo sangue con il mio».

L´oroscopo della scienza "Carattere deciso dal sole"

La Repubblica 6.12.10
L´oroscopo della scienza "Carattere deciso dal sole"
di Elena Dusi

E la scienza ammise: la data di nascita influenza il carattere
I test americani sui topolini di laboratorio svolti in diversi mesi dell´anno

IL MESE di nascita influenza il carattere. Era ovvio per l´astrologia, ora lo è anche per la scienza. Ma lungi dal dare il suo avallo alla lettura degli astri, la ricerca della Vanderbilt University ottiene l´effetto contrario. In uno studio su Nature Neuroscience i ricercatori dimostrano che la quantità di luce assorbita nelle prime settimane di vita produce effetti indelebili sui neuroni ancora vergini dei bebè.
La lunghezza delle giornate che è diversa in estate e in inverno si imprime sul cervello dei bambini appena nati, influenzando per sempre il loro ritmo circadiano e producendo effetti futuri - deboli ma misurabili - su umore, propensione alla depressione e alla schizofrenia.
Gli esperimenti americani sono stati condotti sui topolini in laboratorio, regolando la durata dell´illuminazione artificiale. Ma il fatto che le prove siano state ripetute in diversi mesi dell´anno, e che test simili sull´uomo in passato si siano svolti contemporaneamente nell´emisfero nord e in quello sud (dove agli stessi mesi corrisponde un livello di illuminazione capovolto), dimostrano che è la quantità di luce, non la data di nascita a influenzare il carattere. E che l´unico astro la cui posizione in cielo conti per il nostro futuro è il Sole.
«Ci teniamo a dirlo, anche se il nostro lavoro assomiglia all´astrologia, non lo è affatto. Si tratta di biologia stagionale» precisa Doug McMahon che ha condotto lo studio. La ricerca Usa si è concentrata sugli effetti della luce su una piccola area del cervello ribattezzata "orologio biologico". È questo grappolo di neuroni situato dietro agli occhi a dettare all´organismo i ritmi circadiani, regolando sonno, veglia, appetito, pressione sanguigna, voglia di quiete, movimento e molto altro. Nei topolini vissuti per le prime 4 settimane a un ritmo di 16 ore di luce per 8 di buio, l´orologio biologico si è tarato sul regime estivo, e su questo è rimasto tutta la vita. Il contrario è accaduto ai topolini tenuti al buio per 16 ore al giorno. «Questi ultimi - spiega McMahon - hanno dimostrato di risentire molto dei cambiamenti stagionali. Questo spiega come mai gli uomini nati in inverno siano più spesso affetti da depressione invernale», causata dalla riduzione delle ore di luce.
Gli effetti di questo imprinting riguardano ritmi circadiani e tono dell´umore, ma non solo. «Il mese di nascita influenza anche la tendenza a diventare gufi o allodole» spiega Vincenzo Natale, docente di ritmi del comportamento e ciclo veglia-sonno all´università di Bologna, che da anni si dedica a questo campo di studi. «Per chi è nato in estate le giornate non finirebbero mai. Ecco da dove nasce la tendenza a diventare gufi. I nati in inverno sono invece mattutini doc. Ovviamente si tratta di statistiche e all´interno dei vari gruppi le differenze sono grandi». Nessun risultato invece è stato mai ottenuto dai ricercatori che si sono sforzati di legare data di nascita a tratti della personalità più complessi, come estroversione, socievolezza o addirittura livello di intelligenza.

Sunday, November 14, 2010

Non solo dea dell’amore, anche genitrice e portatrice di pace

Corriere della Sera 11.11.10
Poeti, condottieri, prostitute Ognuno aveva la sua Venere
Non solo dea dell’amore, anche genitrice e portatrice di pace
di Eva Cantarella

I festeggiamenti in onore di Venere, a Roma, avevano inizio il primo aprile. Quel giorno, raccontano Plutarco e Ovidio, le matrone usavano inghirlandarsi di mirto, per ricordare un episodio legato alla nascita della dea, nata — si raccontava — dalla schiuma del mare. Identificata a partire dal II secolo a. C. con la greca Afrodite, infatti, Venere aveva preso la personalità e le leggende di questa: tra le quali, appunto, quella della nascita, legata alla lotta tra il dio Crono e suo figlio Urano. Temendo che il figlio lo detronizzasse, Crono lo aveva castrato, gettando i suoi organi genitali nel mare, dalle cui acque un ben giorno era nata la bellissima Afrodite. Ovviamente nuda, e quindi costretta, appena emersa dai flutti, a nascondersi dietro il mirto per sottrarsi allo sguardo di una turba di satiri. Ma torniamo alla festa in suo onore: coronate di mirto, le matrone libavano alla dea con un liquore fatto di succo di papaveri, latte e miele, che Venere — si diceva — aveva gustato il giorno in cui era andata sposa. Dopo di che — è Ovidio a dircelo — spogliavano il simulacro della dea da collane e ornamenti, la lavavano, la asciugavano e, dopo averla di nuovo agghindata, le offrivano fiori e rose fresche.
Ma i culti in onore di Venere non si limitavano a quei riti, né a quel giorno. Le feste in suo onore erano tante, perché i romani non onoravano una sola Venere. Ne onoravano tante, diverse, ciascuna delle quali aveva una sua personalità e, per così dire, una sua competenza.
Prima di essere identificata con la dea dell’amore, infatti, la Venere latina veniva già celebrata il 1° aprile come Fortuna ed era, per i romani, la personificazione del momento generativo. Era la dea alla quale si doveva la vita, Venere genitrice: «Alma Venus, genitrix, hominum divomque voluptas», scrive Lucrezio: «Alma Venere, genitrice degli Eneidi (secondo una delle leggende sulle origini della città, i romani discendevano da Enea, figlio di Venere) delizia degli uomini e degli dei, tu che sotto gli astri erranti nel cielo fecondi il mare che porta le navi e la terra carica di messi, per te tutti gli esseri viventi sono concepiti e, nascendo, vedono la luce del sole; quando tu appari, o dea, fuggono i venti, fuggono le nubi del cielo, sotto i tuoi piedi la terra fertile produce fiori soavi, a te sorride la distesa del mare e il cielo, placato, versa un torrente di luce…» ( De rerum natura, incipit).
Ma Venere non dava solo la vita, dava anche pace e gioia: quando Marte, il dio della guerra, si abbandonava fra le sue braccia «vinto da eterna ferita d’amore», il mondo poteva godere, finalmente, di un periodo di pace. Attenzione, però: Marte, non era il marito di Venere, era il suo amante. Non a caso, dunque, Venere non proteggeva solo l’amore coniugale. Scrive Agostino ( De civitate dei, 4, 10) che a Roma c’erano due Veneri, quella onesta e quella disonesta: la prima, quella onesta, onorata da vergini e donne sposate, era onorata il 1° aprile; la seconda, quella disonesta, veniva celebrata dalle prostitute il 23 aprile, in un tempio che doveva essere eretto al di fuori delle mura cittadine. Ecco perché a Roma esisteva un tempio dedicato a Venere Obsequens, vale a dire obbediente, rispettosa, costruito nel 295 a. C. con le multe inflitte ad alcune matrone condannate per comportamento licenzioso. Venere era la protettrice di tutti gli amori. Era la madre di tutti, Venere Genitrice. Ma di qualcuno era genitrice in modo del tutto speciale. A un certo punto della storia di Roma, Venere si trovò a essere oggetto di una contesa politica. Al ritorno dalla guerra contro Mitridate, Pompeo aveva fatto costruire un teatro (il primo teatro romano in marmo), e in mezzo della cavea, alla sommità dei gradini, aveva fatto erigere un tempio dedicato a Venere Victrix (vincitrice), alla quale riconosceva così il merito della sua vittoria. In questo modo, aveva dichiarato Venere sua speciale protettrice. Ma non era il solo ad aspirare a un simile privilegio. Cesare, per non essere da meno, la celebrava come progenitrice della gens Iulia, alla quale apparteneva: lui non era solo protetto da Venere, discendeva da lei. E a lei promise un nuovo tempio, quello a Venere Genitrix, che fu poi eretto nel Foro al quale Cesare diede il nome, affidato a un collegio di sacerdoti incaricato di continuare i giochi e le feste indette per la consacrazione. E quando, dopo essere state interrotte alla morte di Cesare, le celebrazioni vennero riprese per iniziativa di Augusto, nel cielo apparve una grande cometa: l’anima di Cesare, dissero i romani.

Thursday, October 21, 2010

Santo Spirito in Sassia. Il "membro" della discordia, coperta la statua del dio Pan

Santo Spirito in Sassia. Il "membro" della discordia, coperta la statua del dio Pan
Chiara Pellegrini
Libero Roma 20/10/2010

In un mondo in cui, per dirla alla Christian De Sica, "se tolgono le mutande e te le tirano in faccia" stupisce la pudicizia di qualche buontempone che, da diversi giorni, copre il membro troppo vistoso di una statua. Il curioso episodio accade a Santo Spirito in Sassia dove, fino a domenica 24, si svolge la mostra "Antiquari nella Roma rinascimentale". Qui, tra busti e bassorilievi, spicca una statua del dio Pan, figura mitologica mezzo uomo e mezzo caprone. Pan, flauto alla mano, del caprone non ha solo le cosce irsute. Alto due metri, Pan, ha un po' "tutto" proporzionato. Sarà dunque per lo spirito realistico dell'opera o per un eccessivo senso della decenza che un novello Catone censura, ogni mattina, il fallo del dio greco. In quattro giorni di mostra già quattro diverse coperture. Prima una benda bianca attorcigliata proprio "lì", poi un berretto, anch'esso bianco, infine due bandane rossa ed un'altra azzurra. È mistero sull'autore del gesto. Intanto i galleristi si sono divisi in due fazioni, chi è perla visione integrale delle abbondanti nudità della statua, chi invece, protende per la copertura. «Certo, in un'edizione passata abbiamo avuto una mostra collaterale di arte erotica», conferma l'organizzatore Paolo Rufini, «ma era allestita in un percorso a parte, vietato ai minori di 14 anni». Morale: mentre si cerca di capire chi quotidianamente copre il "membro della discordia", la statua di "Antichità Grand Tour" di Guido Martini è stata posizionata un po' più indietro rispetto al corridoio centrale. Pan è soltanto una delle tremila opere di "Antiquari nella Roma rinascimentale". Un'esposizione che conserva pezzi italiani ed europei di alto antiquariato, mobili francesi, inglesi ed italiani, tappeti orientali, dipinti e ogni altra opera ricercata da professionisti del settore. Un nitidi antico e moderno, basti pensare alla presenza di opere di Andy Warhol e Giorgio De Chirico. Quest'anno l'evento si arricchisce di una grossa novità: l'alta gastronomia. Mercoledì 20 ottobre, ad esempio, si terrà l'anteprima di "Mete Divine", con una vetrina dei migliori agriturismi di Italia scelti in collaborazione con Agriturist. Poi, dal 21 al 24 sarà la volta di "Gourmet Hotel Collection", un evento di respiro nazionale volto a valorizzare la formula del "Bed&Dinner". Le strutture che saranno presenti, tra le migliori d'Italia, potranno a rotazione offrire al pubblico un saggio-assaggio delle loro capacità culinarie (www.witaly.it - www.porzionicremona.it).

Thursday, August 19, 2010

Congresso Mondiale Pagano – Bologna 26-29 agosto 2010

Congresso Mondiale Pagano – Bologna 26-29 agosto 2010.

WCER (World Congress of Ethinc Religions) Congresso Mondiale delle religioni etniche .
Il Wcer vuole rappresentare llee religioni etniche, indigene, autoctone e/o tradizionali d'Europa e delle altre regioni del mondo.
Quest'anno il congresso, si svolgerà per la prima volta in Italia, grazie all'associazione religiosa Gentilitas che organizza l'evento.

Si terrà dal 26 al 29 agosto 2010 a Bologna, visita a Roma il giorno 27 ai luoghi di culto pagani.

Sono tre le associazioni italiane che rappresentano il Wcer in Italia, una quarta è candidata ad aderirvi.

Numerose i rappresentanti da: Germania, Lituania, Regno Unito, Stati Uniti d'America, Grecia, Svizzera, Ungheria, India, Russa, Ucraina...
per un totale di oltre 100 rappresentanti.

Sarà possibile seguire il convegno anche attraverso il web grazie a paganesimo tv, canale Web della Federazione pagana.
Ogni congresso è legato ad una particolare tematica, quello di questo convegno è l’etica pagana.

Per chi fosse interessato ad assistere al convegno l'ingresso è libero, per maggiori informazioni:

Sito dell'evento: www.wcer2010.it

Friday, April 23, 2010

La scienza di Ipazia e la violenza cristiana

l’Unità 23.4.10
La scienza di Ipazia e la violenza cristiana
Il film di Amenabar sulla filosofa del IV secolo trucidata da San Cirillo Non è Hollywood: è uno splendido affresco sull’intolleranza religiosa
di Alberto Crespi

Non capitava da secoli. Si è parlato molto, in questi giorni, di Ipazia: filosofa e matematica, nonché donna attiva in politica nell’Egitto del IV secolo dopo Cristo provincia romana che, prima dell’Impero, era stata non a caso governata da una donna, Cleopatra. La memoria di Ipazia è da sempre parte integrante del «pantheon» femminista, ma stavolta il motivo scatenante è un film: Agorà, fuori concorso a Cannes 2009, solo ora sugli schermi italiani. E se da un lato il dibattito filosofico e scientifico ferve, dall’altro l’uscita del film è accompagnata da un assordante silenzio della Chiesa, che ha deciso di boicottare Agorà sui suoi mezzi di comunicazione.
Bisogna capirli, poveretti: hanno già troppi problemi, di questi tempi, per commentare un film che per altro racconta un’incontrovertibile verità storica. Ipazia, «pagana» non convertita, fu uccisa dai parabolani, la guardia armata del vescovo Cirillo. Costui, poi fatto santo e tutt’ora venerato come tale, era uno spietato uomo di potere i cui sgherri ammazzavano allegramente tutti coloro che rifiutavano di adeguarsi ai nuovi costumi. Nel film, i parabolani ricordano i talebani, e possiamo capire che per la Chiesa avere simili criminali fra i propri «padri» sia fonte d’imbarazzo.
ORBITE ELLITTICHE
Il film di Alejandro Amenabar (The Others, Il mare dentro) è molto bello. È un raro esempio di film spettacolare e speculativo al tempo stesso. Non date retta a chi lo liquida come un prodotto hollywoodiano: non lo è. Ipazia è interpretata dall’inglese Rachel Weisz, figlia di genitori austro-ungheresi, e la produzione è quasi totalmente spagnola. Negli Usa, per la cronaca, non è nemmeno uscito. Lavorando sulle immagini ricorrenti del cerchio e dell’ellissi (Ipazia potrebbe aver intuito, qualche secolo prima di Keplero, le orbite ellittiche dei pianeti), Amenabar realizza una «falsa biografia» di un’eroina sulla cui vita ben poco sappiamo. Più che di Ipazia, Agorà parla di un’epoca in cui le religioni si combattono con violenza per assicurarsi il dominio sulle menti dei semplici. Ipazia non era una donna semplice. Vedere il film significa aiutarla, ancora oggi, nella sua lotta per la ragione.

Wednesday, April 14, 2010

Ipazia, la donna che osò sfidare la Chiesa in difesa della scienza

l’Unità 13.4.10
Ipazia, la donna che osò sfidare la Chiesa in difesa della scienza
di Mariateresa Fumagalli

Il convegno Due giornate dedicate alla filosofa-astronoma martire in nome del libero pensiero
L’eroina Morì nel IV secolo d.C. per mano delle armate cristiane: voleva «insegnare a pensare»
Ospitiamo in questa pagina un articolo di Mariateresa Fumagalli, storica della filosofia, che anticipa i temi dei quali parlerà al convegno dedicato a Ipazia il prossimo 20 aprile a Milano.

Avvolta nel suo mantello Ipazia percorreva, libera e armata dalla ragione, le strade di Alessandria d’Egitto nel V secolo, parlando dell’Essere e del Bene, della inessenzialità delle cose materiali, della fragilità della vita, della bellezza della meditazione ai molti che la riconoscevano maestra di pensiero e di vita. «Atena in un corpo di Afrodite». Era naturale che qualcuno si innamorasse di lei e Ipazia con un gesto da filosofa «cinica» per disilludere l’innamorato mostrava le sue vesti intime macchiate del sangue mestruale a indicare lo «squallore della vita» e la verità dell’amore che deve superare il corpo.
Cosa insegnava Ipazia ammirata anche dai suoi allievi cristiani? In una città dove pagani, cristiani e ebrei convivevano non sempre in pace? È quasi impossibile saperlo con certezza: degli scritti di Ipazia, matematica astronoma e filosofa soprattutto, seguace della scuola di Platone e di Plotino nella turbolenta Alessandria d’Egitto di quei secoli, nulla è rimasto. Paradossalmente quasi tutto quel che sappiamo del suo insegnamento lo apprendiamo dal suo allievo cristiano Sinesio, divenuto in seguito vescovo, ma non per questo meno filosofo. Sinesio la chiama «madre sorella e maestra» e nelle sue opere giovanili rispecchia probabilmente i temi del pensiero di Ipazia che si ispirava a sua volta a Plotino e, sembra, al suo allievo Porfirio. Un altro cristiano (chiamato Socrate Scolastico per distinguerlo da quello antico, il maestro di Platone) scrive che Ipazia «con la magnifica libertà di parola e di azione che le veniva dalla sua cultura si presentava in modo saggio davanti ai capi della città e non si vergognava di stare in mezzo agli uomini perché a causa della sua straordinaria sapienza tutti la rispettavano profondamente...». Dunque le cose erano un po’ più complicate di quel che appare nell’immagine convenzionale di Ipazia martire predestinata che in nome del libero pensiero e «in difesa della scienza sfida la chiesa». Per prima cosa c’è da chiedersi «quale scienza e quale chiesa»? La scienza e la filosofia insegnata da Ipazia
e dai neoplatonici, erano saperi congeniali a una religione della salvezza fondata sui valori dello spirito come il cristianesimo. Molti storici definiscono del resto la religione cristiana una forma di platonismo. Quanto alla religione cristiana oramai istituzionale, è vero, dopo gli editti di Costantino e Teodosio – la chiesa non era allora il corpo accentrato e potente che diverrà, e viveva conflitti interni violenti, divisa in nestoriani, ariani e altre sette. Niente di paragonabile alla forza organizzata e al pensiero solido della chiesa romana di un millennio dopo ai tempi di Galileo (paragone certamente anacronistico ma irresistibile a quanto pare). Da dove nasceva allora il conflitto che opponeva filosofi e cristiani?
«La divisione non avveniva fra monoteismo e politeismo» (E.R. Doods) come siamo abituati a credere: sia i filosofi pagani che quelli cristiani (Clemente, Origene, Gregorio Nisseno) pensavano che Dio fosse incorporeo, immutabile e al di là del pensiero umano. Per entrambi l’etica era «assimilazione a Dio»; si trattava tuttavia di sapienti che leggevano in parte gli stessi libri e assimilavano la virtù alla ragione.
UOMINI COLTI, UOMINI SEMPLICI
Ma una differenza c’era: la filosofia neoplatonica parlava agli uomini colti, mentre il Vangelo si rivolgeva ai «semplici», notava il pagano Celsio con disprezzo e il cristiano Origene con orgoglio. È in mezzo a questi «semplici» o «illetterati» che Ipazia trova i suoi nemici, cristiani che si rifugiavano per forza di cose nella fede cieca diventando strumento dei più fanatici come del resto aveva già notato ai suoi tempi, allarmato S. Gerolamo. È una storia che si ripete. La massa degli illetterati e dei diseredati non aveva difese contro la angoscia che invadeva le menti, agitava i sogni , annullava le speranze di quei tempi duri. Alessandria, come e più di altre città di quei secoli, viveva in una situazione di incertezza materiale e politica, timore di guerre, perdita di identità, caduta del benessere, scomparsa del senso del bene comune, in una età segnata dall’angoscia. Rancori profondi e paure indistinte armavano le mani di coloro che erano in grado solo di ubbidire alle voci più estreme ascoltando i suggerimenti di chi nutriva progetti personali di potere. Una donna che andava sola per le vie annunciando la bellezza della filosofia, ossia la via della liberazione attiva dalle passioni e i modi della contemplazione, era il bersaglio naturale dell’odio che nasceva dalla paura. Ipazia parlava in pubblico infrangendo antiche leggi scritte e non scritte , sconvolgeva pericolosamente le misere certezze che i capi suggerivano: insegnava a pensare, proprio lei, una donna, quell’essere che Aristotele aveva insegnato essere un uomo «diminuito» e inferiore...
La politica aggiunse legna al fuoco: Cirillo vescovo di Alessandria, celebre teologo, nemico del governatore imperiale Oreste a sua volte vicino a Ipazia, ispirò o forse ordinò l’omicidio terribile della filosofa. Nel 1882 Cirillo di Alessandria fu dichiarato da Leone XIII Santo e Dottore della Chiesa.

Friday, April 09, 2010

Ipazia. La donna che sfidò la Chiesa

La Repubblica 9.4.10
Ipazia. La donna che sfidò la Chiesa
di Roberta De Monticelli

Film, convegni, spettacoli teatrali dedicati alla figura femminile dell´antichità che in difesa della scienza e della filosofia affrontò la persecuzione fino alla morte
Fu Cirillo, vescovo cristiano di Alessandria, a eccitare la folla che la uccise
La lezione della ricerca della verità contro tutti i fondamentalismi religiosi

"Lo so,/per noi tutti che vi fummo insieme in quei tempi/ Alessandria vibra ancora della sua febbre fina/ e anche del suo un po´ frenetico deliquio…". Così Sinesio di Cirene, dotto poeta e ragionatore alessandrino, ricorda la città della sua giovinezza. La città dove si era consumata, fra la fine del IV secolo e l´inizio del V, nell´incendio della più grande biblioteca dell´Antichità, l´ultimo "sogno della ragione greca": simbolicamente massacrata nel marzo del 414 nel corpo di Ipazia. Essa fu matematica e filosofa neoplatonica, commentatrice di Platone e Plotino, Euclide, Archimede e Diofanto, inventrice del planisfero e dell´astrolabio - secondo quanto ci riportano le poche testimonianze giunte fino a noi. Perché della sua opera, come di quella del padre Teone, anche lui grande matematico, non c´è rimasto nulla. Eppure quei frammenti bastano a testimoniare la fama e l´ammirazione di cui godeva questa donna, che in Alessandria teneva scuola di filosofia.
La sua uccisione, scrisse Gibbon in Declino e caduta dell´impero romano, resta "una macchia indelebile" sul cristianesimo. Perché fu massacrata, pare, da una plebaglia fanatica ma eccitata alla vendetta, si dice, dal vescovo Cirillo. Fu vittima quindi di un gioco per la conquista della supremazia politica sulla città di Alessandria: ma il delitto inaugurava, con l´epoca cristiana, l´orrore della violenza che invoca il nome di Dio invano - per la verità in tutti i luoghi e i tempi dove una religione diventa istituzione di potere terreno. Era da poco in vigore l´editto di Teodosio, con il quale, nel 391, il cristianesimo era stato proclamato religione di stato.
Il Sinesio che ho citato è in realtà la voce di Mario Luzi, che nello splendido piccolo dramma Il libro di Ipazia, pubblicato nel 1978, fa dell´antico discepolo della filosofa alessandrina il testimone pensoso di un´epoca di trapasso, di tramonto e di nuova barbarie: "Città davvero mutata, talvolta cerco di capire/se nel tuo ventre guasto e sfatto/si rimescola una nuova vita/o soltanto la dissipazione di tutto./E non trovo risposta". E´ questa voce di poeta che prendiamo a guida di una possibile riflessione sull´impotenza della filosofia, della ricerca di ragioni e di luce anche per l´azione, quando essa lascia il suo "luogo alto, dove annidare la mente" e scende sulla piazza. Dove - come dice a Sinesio uno sconsolato amico - "l´intimazione della verità è un´arte di oggi,/come la persuasione lo fu di ieri". "Agora", appunto, si intitola il film su Ipazia del regista spagnolo Alejandro Amenábar, finalmente in arrivo anche da noi. Si dice che sia "un duro atto d´accusa contro tutti i fondamentalismi religiosi", tanto duro nei confronti del neonato potere temporale della chiesa da aver subito addirittura ostacoli e ritardi alla sua programmazione nel nostro Paese. Vedremo: in attesa, può ben essere la splendida figura di questo vescovo perplesso a guidarci nella riflessione. "Il suo destino sembra esitare incerto sopra di lui".
Sinesio, neoplatonico lui stesso, fu davvero in seguito eletto vescovo di Cirene: quando ancora era indeciso fra i due mondi, ancora perduto nel sogno dell´armonia fra la ragione che governa le cose terrene e il soffio sottile di quelle divine. In un tempo in cui, invece - proprio come nel nostro - "la sorte della città è precaria/esige risoluzioni forti, parole chiare all´istante./Occorrono idee brevi e decise - oppure cinismo".
Ipazia poi è diventata simbolo di molte cose. Il contrasto fra gli Elementi di Euclide e la Bibbia, ad esempio - "le due summae del pensiero matematico greco e della mitologia ebraico cristiana", come scrisse Odifreddi". Oppure la possibilità provata che anche le donne sappiano pensare, ed eccellere addirittura nelle scienze matematiche: e se guardate in rete troverete ancora parecchie, un po´ incongrue, difese del pensiero "al femminile" condotte in suo nome (mentre parrebbe difficile dare un sesso alla geometria euclidea).
Ma noi ancora per un poco preferiamo farci guidare, prima ancora che dalla voce di Sinesio, da quella del poeta che lo anima. Mario Luzi ci accompagna fino nella più segreta stanza notturna di Ipazia, dove questa donna che "vede lontano", lontano al punto che "una luce d´aurora" promana da "quei discorsi accesi da un fuoco di crepuscolo" - conduce la sua ultima conversazione con Dio. "Sono come sei tu. Perché io sono te./Te e altro da te". E´ colta di sorpresa, Ipazia: e oppone resistenza: "Perché ti manifesti ora? Sono stanca/e mi credevo compiuta." Terribile la risposta: "Non lo sei ancora. C´è tutta l´enorme distesa del diverso,/del brutale, del violento/contrario alla geometria del tuo pensiero/che devi veramente intendere". Che devi veramente intendere: Ipazia così, nella perfetta fedeltà al suo essere, che è amore del vero, filosofia, ricerca, Ipazia alla cui parola "si addice la temperatura del fuoco" si avvia verso quello che già intravede come l´estremo sacrificio. "Non c´è ritirata possibile, Sinesio./ Qualcuno ci ha dato ascolto, in molti hanno creduto/nella forza redentrice della nostra voce di scienza e di ragione./Dobbiamo deflettere a lasciarli al loro disinganno?". E ancora, il poeta dà voce alla speranza che infine è quella di tutti noi, degli sconfitti: "La nostra causa è perduta, e questo lo so bene./Ma dopo? Che sappiamo del poi?/Il frutto scoppiato dissemina i suoi grani."
Ma non c´è scampo. Ipazia viene trascinata in una chiesa, e fatta a pezzi. "Così finisce il sogno della ragione ellenica./Così, sul pavimento di Cristo".
Ecco: Ipazia e la sua Idea sono emblemi di un tale spessore, di una tale profondità intellettuale e spirituale, e di un modo d´essere fatto di luminosa intransigenza (così diverso da quello di Luzi, benché altrettanto preso nel sentimento dell´assoluto), che fantastico a volte potesse trattarsi di una figura capace di incarnare una vera alternativa - in quegli anni - alla dialettica indulgenza di "Sinesio". Cioè di Luzi.
Un ultimo sconsolato lume di intelligenza illumina una scena che si restringe paurosamente dopo questa tragedia. Alessandria è un ricordo lontano, e anche l´urto dei mondi, la trasvalutazione dei valori lo sono. La scena si chiude su una Cirene rimpicciolita fino a coincidere proprio con quella tanto piccola e meschina che è la nostra di oggi: "Spesso me lo ripeto:/ senza un´idea di sé/ da dare o da difendere/non si regna, si scivola a intrighi di taverna".

Tuesday, April 06, 2010

Martire del pensiero il ritorno di Ipazia sotto i riflettori

La Repubblica Roma 6.4.10
Martire del pensiero il ritorno di Ipazia sotto i riflettori
La filosofa del IV secolo torna alla ribalta Con un convegno alla Treccani il 14 la ripresa della pièce e l´uscita del film
di Maria Pia Fusco

La martire laica del pensiero sotto i riflettori dello spettacolo

Alla scoperta di Ipazia, la filosofa e scienziata di Alessandria, figlia di Teone, ultimo direttore della Biblioteca alessandrina, massacrata nel marzo del 415 perché era una donna che credeva nella libertà di pensiero e nel valore della ragione e che avrebbe voluto una vita dedita allo studio, alla scienza, all´insegnamento. E nel IV secolo il Potere - l´impero romano in decadenza legato al cristianesimo in ascesa – proibiva alle donne l´accesso alla scienza, all´arte, all´attività pubblica. Se al nome di Ipazia l´Unesco ha dedicato un progetto mondiale per favorire lo sviluppo scientifico al femminile, la sua figura ha ispirato il cinema e il teatro. Presentato al festival di Cannes, il film è Agora di Alejandro Amenabar, uscirà in Italia il 23 aprile, distribuito dalla Mikado e preceduto da due convegni: a Roma il 14 all´Istituto Treccani e a Milano il 20, presente il regista. Il sogno di Ipazia è il lavoro teatrale di Massimo Vincenzi, che torna per la quarta ripresa al teatro Belli da giovedì 8 aprile. «Il testo di Vincenzi sorvola sull´impegno scientifico di Ipazia per soffermarsi sui sentimenti e le riflessioni delle sue ultime ore di vita, con momenti molto commoventi. Ci sono voluti 1200 anni perché le donne conquistassero la libertà di pensiero di Ipazia», dice Francesca Bianco, protagonista della pièce. «L´ho scoperta grazie al teatro, mi stupisce che di una persona così importante nella storia dell´astronomia e della scienza non si parli nei libri di scuola. E mi colpiscono fortemente i personaggi dell´epoca, come il vescovo Cirillo che usava dire "Dio è con noi", la stessa frase di Hitler e dei nazisti».
L´attrice inglese Rachel Weisz è Ipazia in Agora, un film che, spiega il regista, «non è contro le religioni, ma contro i fondamentalismi che cancellano la tolleranza e il dialogo, si esprimono solo con distruzione e morte. Ci siamo resi conto che niente è cambiato, oggi come allora si uccide in nome di un dio». Il film racconta Ipazia che assorbe dal padre l´amore per la scienza, i tentativi disperati di salvare la Biblioteca alessandrina condannata dalla Chiesa, la passione con cui comunicava ai discepoli le sue scoperte astronomiche e matematiche, il rifiuto di convertirsi dal paganesimo al cristianesimo, perché significava "vendersi e perdere la libertà". E racconta la feroce repressione di pagani e di ebrei ad opera dei cristiani fanatici. A loro il vescovo Cirillo – poi diventato san Cirillo ed eletto tra i Padri della Chiesa – ordinò l´uccisione di Ipazia e la dispersione dei resti. Rachel Weisz ha scoperto Ipazia grazie al film e, dice, «è una donna meravigliosa e inusuale che ha dedicato la sua vita alle sue convinzioni. E pur essendo bellissima, ha rinunciato alla seduzione, all´amore, alla maternità. Mi sono chiesta perché il cinema non l´abbia scoperta prima, ma mi rendo conto che non è un personaggio facile, è più rassicurante Cleopatra che una donna come Ipazia. E ci vuole coraggio a parlarne, perché la condanna della Chiesa cattolica è ancora un peso molto forte».

Saturday, February 13, 2010

SAN VALENTINO: LA FESTA VOLUTA DA UN PAPA CONTRO LE ORGE PAGANE

SAN VALENTINO: LA FESTA VOLUTA DA UN PAPA CONTRO LE ORGE PAGANE

(AGI) - Roma, 13 feb. - E’ la festa degli innamorati, fatta di romanticismo, cuoricini, cioccolatini e rinnovate promesse d’amore. Ma San Valentino non nasce dal nulla, e non ricorre il 14 febbraio per caso: lo stesso giorno, per secoli, gli antichi romani celebravano una delle loro feste piu’ sentite, i Lupercali. Una festa della fertilita’, collegata probabilmente al mito della lupa che allatto’ Romolo e Remo, che si tingeva di forti connotazioni erotiche, e spesso scivolava in veri e propri momenti orgiastici. I luperci, sacerdoti del dio luperco che proteggeva le greggi, coperti solo di uno straccio di pelle ai fianchi, correvano alle pendici del Campidoglio percuotendo i passanti con brani di pelle degli animali sacrificati, e garantendo cosi’ loro la fertilita’. Le donne, in particolare, offrivano il ventre nudo ai colpi, per rimanere presto incinte. Il clima che si creava era spesso ad alto tasso di erotismo, tanto piu’ che, secondo la tradizione, quel giorno le ragazze vergini potevano essere iniziate da qualunque pellegrino. Festa della fertilita’ e del sesso, dunque, che resistette anche dopo l’avvento del cristianesimo: ancora nel 496, quando ormai da oltre un secolo e mezzo i riti pagani erano stati banditi, i Lupercali si celebravano a Roma. Proprio quell’anno papa Gelasio I decide di chiudere per sempre con una tradizione cosi’ marcatamente pagana e dionisiaca, rimpiazzandola con una piu’ “inoffensiva” ricorrenza dedicata a un santo martire, Valentino, decapitato nel 269. Tuttavia l’associazione specifica tra San Valentino e l’amore romantico e gli innamorati e’ quasi certamente posteriore, e la questione della sua origine e’ controversa. Una delle tesi piu’ note e’ che l’interpretazione di San Valentino come festa degli innamorati si debba ricondurre al circolo di Geoffrey Chaucer, che nel Parlamento degli Uccelli associa la ricorrenza al fidanzamento di Riccardo II d’Inghilterra e Anna di Boemia. La piu’ antica “valentina” di cui sia rimasta traccia risale al XV secolo, e fu scritta da Carlo d’Orleans, all’epoca detenuto nella Torre di Londra. L’uso di spedire “valentine” nel mondo anglosassone risale almeno al XIX secolo. Gia’ alla meta’ del secolo negli Stati Uniti alcuni imprenditori iniziarono a produrre biglietti di San Valentino su scala industriale. Fu proprio la produzione su vasta scala di biglietti d’auguri a dare impulso alla commercializzazione della ricorrenza e, al contempo, alla sua penetrazione nella cultura popolare. Il processo di commercializzazione continuo’ nella seconda meta’ del XX secolo, soprattutto a partire dagli Stati Uniti. Finche’ la tradizione dei biglietti amorosi inizio’ a diventare secondaria rispetto allo scambio di regali come scatole di cioccolatini, mazzi di fiori, o gioielli. E alla fine, forse, per buona parte degli innamorati il 14 febbraio e’ tornato ad essere una festa pagana. (AGI)

Monday, February 08, 2010

La battaglia del tempio di Iside

La battaglia del tempio di Iside
FEDERICA CRAVERO
La Repubblica 07-02-10, TORINO

VENT' ANNI saranno anche un' inezia di fronte alla storia. Ma possono essere un' enormità se si tratta di vent' anni di liti e contese tra una famiglia di Monteu da Po e il ministero per i Beni e le Attività culturali, a colpi di carte bollate e ricorsi al Tar. Motivo dell' astio è l' esproprio di un terreno «per motivi di pubblica utilità», a cui si oppone la famiglia Delmastro, che su quell' appezzamento ha il giardino di casa e un capannone dove ricovera gli attrezzi di un' attività edile. Il motivo per cui il ministero vorrebbe alienare quel terreno è che il capannone è letteralmente incuneato - nelle foto aeree la vicinanza è impressionante- nell' area di uno dei principali siti archeologici piemontesi, quello della città romana di Industria. Non l' avete mai sentita nominare? Purtroppo non siete i soli. Sebbene sia a una trentina di chilometri da Torino, nel comune di Monteu da Po, Industria non rientra nei circuiti battuti dai turisti, non c' è nessuna pubblicità, nessun cartello stradale che ne segnali la presenza. E questo nonostante qui si trovino gli unici resti trovati nel nord Italia di un tempio dedicato al culto egizio della dea Iside. L' area archeologica portata finora alla luce dalle campagne di scavi che si sono succedute nel tempo - le prime tra Settecento e Ottocento su impulso del conte Bernardino di Lauriano, proprietario di diversi latifondi - ha infatti scrutato solo un decimo dell' antica città, che doveva avere una forma quadrata e misurare circa 400 metri di lato. Il resto è ancora sepolto nel sottosuolo e gli archeologi - fondi permettendo - vorrebbe proseguire nell' opera di scavo. In particolare il sogno è quello di sondare la zona ad est del tempio di Iside, dove secondo gli studi dovrebbe trovarsi il foro dell' insediamento romano. Che corrisponde appunto al luogo dove c' è il capannone della famiglia Delmastro. È dal 1991 che il ministero sta cercando di espropriare il terreno, ma prima il capofamiglia, l' ingegner Franco, poi dopo la sua morte la figlia Raffaella, adesso eletta consigliera comunale di Monteu, si oppongono. Assistiti dagli avvocati Claudio Dal Piaz e Cristina Roggia, hanno presentato diversi ricorsi e adesso il Tar ha dato loro ragione perché la pratica di esproprio non era stata eseguita in modo corretto. «Dopo vent' anni, lo ammettiamo, è diventata una questione di principio - racconta la vedova Paola Delmastro - Sappiamo che la nostra casa è su un terreno vincolato, ma lo Stato ci vuole prendere per due soldi ventimila metri quadrati pagando per terreno agricolo uno spazio dove ci sono alberi secolari e un' attività imprenditoriale. Noi eravamo disposti a vendere una parte del giardino a prezzi di mercato, ma loro non hanno soldi. E allora noi non vogliamo cedere». D' altro canto, il ministero li avrebbe privati di ogni filo d' erba fino al gradino della porta, costringendoli addirittura a cambiare ingresso. Ora il ministero ricorrerà in appello o avvierà una nuova pratica di esproprio. In ogni caso i tempi per esplorare il sottosuolo di quell' area slitteranno di parecchio. Quello dei Delmastro è rimasto l' unico terreno attorno al sito non espropriato. Per questo se i forestieri non conoscono Industria, nemmeno i suoi concittadini la amano troppo. I terreni attorno all' area sono vincolati dalla Soprintendenza archeologica: non si può arare, non si possono costruire nuovi edifici, non si trovano compratori disponibili a pagarlia prezzo di mercato. Alcuni abitanti sono stati anche denunciati dai carabinieri perché per piantare il granoturco nei campi attorno al sito archeologico hanno divelto settanta centimetri di resti di mura romane. «E sono stati condannati», gridano ancora allo scandalo alcuni montuesi. «Da un po' di tempo siamo riusciti a portare le scuole a visitare i resti e ci aspettiamo che siano i bambini a portare a Industria i loro genitori - spiega il sindaco Maria Elisa Ghion - E organizziamo anche qualche evento, ma non c' è nessuno che veda questo sito come un' occasione di sviluppo e di turismo. Una volta la popolazione era addirittura ostile, oggi pare rassegnata ad avere in casa un patrimonio».

Wednesday, December 23, 2009

Macché matriarcato Quelle Veneri sono delle «Veline»

Macché matriarcato Quelle Veneri sono delle «Veline»
Ida Magli
mercoledì 23 dicembre 2009 - IL GIORNALE

In mostra a Milano statuine femminili del 27 mila avanti Cristo. Ma non si direbbero certo divinità...
L a mostra «Dal 27000 a.C. Antenate di Venere», aperta al Castello Sforzesco di Milano fino a tutto il febbraio 2010, è tanto ricca di informazioni scientifiche quanto piena di quelle «suggestioni» che immancabilmente suscitano le immagini femminili.
Notiamo subito che qui prevalgono i reperti di statuine femminili. Per quanto si tratti di una selezione voluta, non si può fare a meno di riflettere su di un fatto ricorrente e che accomuna le conoscenze che abbiamo di qualsiasi civiltà, sia del passato più remoto che di quello recente: le rappresentazioni femminili sono sempre più numerose di quelle maschili, soprattutto più significative, con l’accentuazione sessuata del loro corpo, il segreto del loro volto sotto la meticolosissima pettinatura. Sembra quasi che gli uomini della preistoria abbiano voluto, come nelle odierne guide turistiche, far apprezzare il loro mondo piazzando qua e là soprattutto immagini di donne. Questo fatto ha talmente colpito la fantasia degli studiosi da far nascere a più riprese, durante gli ultimi due secoli, le più ardite teorie su un originario periodo di matriarcato, di potere delle donne, accompagnate da ipotesi sulla Grande Madre come potentissima divinità, dando luogo a dispute accesissime fra storici e archeologi invasi da una specie di febbre femminista ante litteram. (Succederebbe lo stesso, tuttavia, agli eventuali archeologi di un lontanissimo futuro che, trovandosi davanti alle innumerevoli statue della Madonna dell’Europa cristiana e in mancanza di una documentazione scritta, sarebbero autorizzati a credere che è una donna il nostro Dio.)
Soltanto quando nel ’900 sono sopraggiunti gli antropologi, con la loro documentazione sulle società «primitive», dove il potere non è mai nelle mani delle donne, gli entusiasmi a poco a poco sono rientrati e, malgrado il femminismo abbia tentato di farli resuscitare, la ragionevolezza ha preso il sopravvento e il matriarcato è ritornato a essere quel fantasma maschile, piacevole o pauroso secondo i casi, che è sempre stato.
Del resto è evidente che è stata una ferma, sicura mano maschile a forgiare, a scolpire le statuine che ci troviamo di fronte. La nitida chiarezza dell’idea che la guidava era tale che riusciamo a percepirla, a comprenderla immediatamente anche in un solo «pezzo» di un corpo mutilato. Quel corpo è l’oggetto di un pensiero che ha voluto comprendere tutto, il mondo intero, la vita dell’uomo e la propria stessa vita attraverso la donna, attraverso il segreto nascosto nella donna, nascosto nel corpo della donna, un corpo che è tutt’uno con il suo spirito, con la sua anima. È questo capire, nella fisicità, e al di là della fisicità sessuata di quella donna che l’artista ha modellato, ciò che giunge fino a noi. Seni, natiche, vulva, vita, cosce, non sono oggetto né erotico né sessuale; non è né il desiderio maschile, né la fecondità, né la maternità il significato della loro rappresentazione. Il significato è nascosto in quello che il vir teme talmente da non parlarne praticamente mai, anche se è presente e sottinteso in ogni discorso: la propria «potenza» sessuale, quel «fallo» per il quale continuiamo a usare una lingua di rispetto e che, oggi come ieri, il maschio cerca di conoscere attraverso lo strumento-donna. Nelle statuine femminili noi, a nostra volta, dobbiamo cercare il maschio.
Davanti alla straordinaria ricerca di materiali e di tecniche per poter mettere in atto l’arte della «rappresentazione» che i reperti della più antica preistoria ci testimoniano, le abituali interpretazioni di tipo magico, rituale, religioso, misterico, appaiono sempre più povere, inadeguate. Basterebbe, forse, la figurina femminile rappresentata su di un dente di cinghiale a «sorprendere», a scuotere la nostra pigrizia mentale, l’ovvietà delle nostre convinzioni. Può darsi che la fecondità femminile fosse collegata all’agricoltura; può darsi che particolari riti servissero a garantire un buon raccolto: la capacità associativa del pensiero logico sicuramente si è applicata in questo campo come in tutti gli altri bisogni di sopravvivenza.
E d’altra parte, come dice Léroi-Gourhan, se i riti e le preghiere fossero consistiti nel camminare in processione lanciando dei fiori verso il cielo, noi non potremmo saperne nulla. Ma di una cosa dobbiamo essere sicuri: non sono stati questi bisogni a spingere un uomo-creatore, un grandissimo artista del quale purtroppo non abbiamo la firma, a selezionare un dente di cinghiale per «adattarvi» la forma femminile che voleva rappresentare.
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nostra nota. nel disegno, dal nostro archivio, Arianna raffigurazione da Pompei

Thursday, November 26, 2009

Pregiudizi e religione. Le donne e quella sacra violenza

l’Unità 26.11.09
Pregiudizi e religione. Le donne e quella sacra violenza
di Enzo Mazzi

Nella Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne che si è svolta ieri si sono sprecate analisi, denunce, propositi, programmi. Ma la violenza è stata declinata per lo più in termini fisici. Le ferite del corpo sono gravissime ma non sono le sole. Poche le analisi e le denunce e i progetti per eliminare la violenza che si annida negli snodi profondi delle culture, nei modelli consueti di comportamento quotidiani, delle strutture ideologiche rituali simboliche delle religioni compresa quella cristiana e cattolica.
Quasi un tabù è ad esempio la violenza del “sacro” contro le donne. Talvolta viene allo scoperto come quando si accusano le donne che abortiscono di essere assassine e si scomunicano e si torna a chiedere per loro il carcere. Ma più spesso è sottile, pervasiva e strisciante. I roghi delle streghe si sono spenti ma non si è spento il progetto politico che c’era dietro e cioè l’annullamento della soggettività femminile come soluzione finale per il dominio moderno sulla natura e sulle coscienze.
La donna che ha potere sulla vita è in sé una concorrente pericolosa di ogni sistema di dominio, non soltanto di quello religioso.
Non solo l’Inquisizione cattolica ha acceso i roghi. I rappresentanti della nuova scienza medica contribuirono sistematicamente con la loro consulenza specifica al controllo del limite di tollerabilità biologica delle torture delle streghe. Lo fecero per danaro, ma anche per strategia politica: volevano mani libere nella loro sperimentazione e puntavano al monopolio della medicina e al controllo sulla sua organizzazione, sulla teoria e sulla pratica, sui profitti e sul prestigio. Il rapporto con la natura di cui erano portatrici le streghe fu annullato dai roghi e non è stato più recuperato. La modernità ha così percorso la sua strada di divaricazione dal naturalismo femminile fino a giungere all’attuale dominio aggressivo e violento dell’individuo verso il resto del mondo, in una guerra di tutti contro tutti regolata e paradossalmente moderata dal ricatto atomico.
È indispensabile una vera e propria riparazione storica in tutte le culture e religioni, in tutti gli ambiti di vita, per i misfatti compiuti contro le coscienze femminili fin dalla più tenera età, contro la loro dignità, i loro saperi, le loro anime e i loro corpi, la loro capacità generativa e creativa, allora e solo allora sarà possibile una vera pacificazione del mondo.
Sono ancora troppo poche le realtà che come le comunità di base mirano a scoprire, sradicare e combattere la violenza contro le donne che si annida negli snodi profondi della società, della cultura e della vita e in particolare nelle strutture del sacro.

Saturday, October 24, 2009

Se a scuola ci fosse l'ora pagana

Se a scuola ci fosse l'ora pagana

La stampa del 23 ottobre 2009

di Guido Ceronetti

A leggerne sulle cronache, non pare che l’ora di islamismo depurato sia prossima sul quadrante della scuola italiana.
La lentezza dell’Italia ufficiale è Oriente, il suo tempo non conosce orario, tra la frenesia informatico-telematica s’intravvede il beduino che guarda le capre, la mula di mastro Don Gesualdo, la guerra di Troia... Basta pensare ai processi civili: passano generazioni... Però neppure l’Islam ha fretta. L’idea di convertire l’Europa cristiana in dissolvimento religioso, dopo le mura di Vienna e le lance di Poitiers, e il lungo sonno prima di Lawrence e l’apparizione come dal nulla di Israele, è sogno islamico, certamente.

Ma forse nella diaspora delle moschee vecchie e nuove si pensa di arrivarci (Ramadan puntualmente osservato da almeno metà delle famiglie italiane oggi tiepidamente cattoliche) non prima del 2101.
Quel che sarà - sarà.
La prospettiva più vicina impone due verità: a) l’Islam non è assimilabile né modificabile. Quel che è avvenuto nel tremendo dogmatismo cristiano medievale rotto dalla Riforma e inoltre dopo tre secoli di miracolosa filologia critica biblica incessante non ha neppure sfiorato la grande Muraglia coranica, e adesso abbiamo anche il confronto radicale con una guerra santa senza frontiere. b) il moltiplicarsi delle moschee non è segno di integrazione né di estensione della libertà di coscienza (che subordina tutti i dogmi alla legge di ogni vera Repubblica) ma di occupazione, che per noi è politica e data per concessione, per loro si tratta invece di spazi e spazietti urbani assunti dalla fede coranica e sottratti legalmente, in senso religioso illimitato, alla sovranità della maggioranza non mussulmana.
Islam non è buddismo né chiesa evangelica o altro. Islam è Islam. E’ sciocchino chiedergli di essere diverso. All’Opus Dei puoi chiedergli di essere liberale? Bene. A ciascuno il suo.
L’ora scolastica cattolica brucia un tempo dello Stato uguale per tutte le religioni (che in Italia sono, grandi e piccole, circa settecento); l’ora scolastica islamica azzererebbe (o renderebbe relativa) la sovranità statale assoluta su tanti frammentini di territorio pubblico quante sono le aule destinate a ospitarla. Nell’idea coranica di comunità religiosa - se non erro -, la umma, il popolo dei credenti, come ogni asfalto o tappeto di preghiera, a maggior ragione ogni aula dove s’impartiscano a un pezzetto di umma lezioni di Libro Sacro (il Kitàb) diventerebbe dar-al-islam, Casa di Islam (tradotto solitamente terra d’Islam, ma nel fondo rimane sempre il senso primario di casa propria, porzione, porziuncola del popolo credente).
Esaminandola in base al diritto religioso islamico la faccenda potrà, credo, essere chiarita meglio, e suggerisco di consultarlo prima di compiere passi incauti per incantamento dell’inafferrabile fantasma dell’integrazione per tutti e concessa a tutti.
Se l’ora fosse, utopisticamente, catto-mussulmana e addirittura maschile-femminile, la lezione di tolleranza sarebbe esemplare; ma dubito che la Chiesa e gli imam, giubilanti, la riceverebbero dal nostro Stato come una grazia.
La bio-diversità religiosa è una realtà umana come tutto ciò che è vivente, e ne va tenuto conto. L’esistenza delle balene (non esclusa Moby Dick) importa ai condominii della Bovisa o di Mirafiori, dei Parioli o di Firenze, ma per applicare alle religioni questa grande e povera verità non si può dare filosoficamente il mondo alle concezioni monoteiste: ci vuole una filosofia naturale, un pensiero dai monoteismi rigettato e perseguitato.
Un’ora scolastica e extrascolare diversa, allora? Di paganesimo puro e rigoroso? Di pitagorismo? Di stoicismo? Con letture virgiliane? Il sesto dell’Eneide come iniziazione ai regni per dove passerà Dante il cristiano? Dante frater templarius, amico di ebrei e di mussulmani, e grande condor in volo al di sopra di tutti?
Sarebbe una bella finestra, da cui potrebbero apparirci, forse, le luci remote dell’Amore infinito.

Tuesday, October 13, 2009

A lezione dagli sciamani d´Africa

La Repubblica 6.10.09
A lezione dagli sciamani d´Africa
di Filippo Tosatto

Corpo e psiche. Demoni e ombre Da Senegal e Mali guaritori in tour Per confrontarsi su un nemico comune: il male
"La malattia spezza l´armonia non solo dell´organismo ma dell´intera comunità"

PADOVA. Entrano nell´aula magna dell´università sfoggiando lunghe vesti colorate: nove uomini e una donna, tutti guaritori africani arrivati dal Mali e dal Senegal. Nessun intento folcloristico, però, da parte dell´ateneo di Padova che li ha invitati: «Un´occasione di incontro e dialogo tra medicina tradizionale africana e medicina convenzionale occidentale», la definisce la psicologa Silvia Failli coordinatrice del progetto ImmaginAfrica, e un riconoscimento istituzionale a operatori collaudati che lavorano, con successo, nell´ambito della fitoterapia e della psichiatria.
Rivolto un corale «aga poo» (bentrovati) agli ospiti veneti, gli sciamani d´Africa hanno illustrato metodi, limiti e obiettivi del loro sapere antico. Che coltiva un approccio "olistico" al paziente e alla malattia, mirato più che a curare il sintomo a prendersi cura dell´individuo sia nel suo male fisico o psichico che nell´equilibrio - o nella disarmonia - all´interno del villaggio, della comunità tribale e della famiglia. Insomma, la presa in carico del malato in quanto «membro del corpo sociale esteso».
Se le definizioni della patologia sono immaginifiche - dall´epilessia attribuita ai «demoni seduti sul cuore», alla crisi psicotica dovuta «all´ombra che si avvinghia alla persona» -, i rimedi attingono alla conoscenza sperimentata di erbe e piante terapeutiche, somministrate spesso d´intesa con il medico curante "ortodosso". I campi d´applicazione? L´ambito materno-infantile (gravidanza, parto e puerperio) per cominciare; e poi il diabete, le malattie tropicali, i problemi oculistici e i disturbi della psiche.
A colpire la platea - composta da medici, psicologi, infermieri e studenti - è stata la meticolosità del "protocollo" adottato dai guaritori: la manipolazione del corpo, la capacità di calibrare i dosaggi delle erbe, la ricerca e l´individuazione di nuove sostanze naturali benefiche. Un esempio? «Gli estratti vegetali impiegati nella prevenzione della malaria», osserva Ogobra Kodio, il medico maliano a capo della delegazione, «provengono da piante officinali autoctone».
In Africa, spiega un anziano guaritore, alla malattia viene sempre attribuito un significato e il suo insorgere spezza sia l´equilibrio interno all´organismo che quello esistente tra l´uomo e il sistema sociale. La cura e la guarigione, perciò, assumono anche il significato di un legame sociale ritrovato. Ma come distinguere i portatori di sapere dai ciarlatani? A denunciare questi ultimi sono in primo luogo i guaritori riconosciuti. Che - qualora la patologia lo consenta - operano in parallelo, e in collaborazione, con il medico e con l´ospedale. Non stupiscono, allora, le consultazioni miste già avviate tra un gruppo di medici della facoltà di Padova e la delegazione africana, né la tappa successiva che li ha visti relatori all´università romana La Sapienza.

Thursday, September 17, 2009

Così la musica vinse la sfida con la parola

La Repubblica 16.9.09
Così la musica vinse la sfida con la parola
I neurologi: fu la prima forma di linguaggio
"I segreti della comunicazione svelati da un´area del cervello e dal Boléro di Ravel"
di Carlo Brambilla

MILANO - Il linguaggio verbale, fatto di parole e il linguaggio musicale, fatto di suoni, hanno un antenato comune, il "musilinguaggio". I primi uomini avrebbero comunicato tra loro le emozioni con versi musicali. Solo successivamente le due forme di espressione si sarebbero evolute, separandosi e sviluppando diverse e autonome sintassi. Di questa tesi affascinante e più in generale del rapporto tra pensiero musicale, emozioni, cervello e linguaggio, alla luce delle più recenti scoperte nel campo delle neuroscienze, discuteranno oggi neurologi, neurochirurghi, psicologi e musicologi, all´interno di una giornata di studi che si apre all´Università Bocconi di Milano, in collaborazione l´istituto Neurologico Carlo Besta, nell´ambito del festival Mito, Settembre-musica.
Spiega Giuliano Avanzini, neurologo del Besta, docente di neurofisiologia, tra i principali relatori del convegno: «Esistono strumenti musicali a fiato, dei flauti, che risalgono a più di 45 mila anni fa, quando il linguaggio verbale doveva essere estremamente limitato. L´ipotesi che il nostro linguaggio derivi in qualche modo da un linguaggio musicale precedente o che entrambi abbiano un antenato comune mi sembra particolarmente interessante. Le ultime scoperte nel campo delle neuroscienze sembrano avvalorare l´ipotesi. Le due forme di espressione hanno il loro centro privilegiato nella medesima area cerebrale, la cosiddetta area di Broca (dal nome del neurologo francese che l´ha scoperta) poco dietro la fronte. Un´area di convergenza che presenta un elevato numero di neuroni a specchio, particolari cellule cerebrali importantissime per la comprensione dei meccanismi di apprendimento».
Pur avendo un´origine comune musica e linguaggio verbale hanno finito per differenziarsi e seguire percorsi autonomi. Un caso emblematico, che verrà discusso oggi, è quello del grande musicista Maurice Ravel. E della sua grave malattia neurologica, descritta con precisione dai medici curanti, che lo portò alla perdita della parola, ma gli consentì di comporre ugualmente il suo massimo capolavoro, il celebre Bolero. Racconta Giovanni Broggi, neurochirurgo del Besta: «Ravel era gravemente ammalato. Venne anche operato perché si sospettò avesse un tumore al cervello. Ma si trattava di una malattia degenerativa, forse una encefalite. Proprio mentre aveva difficoltà nella parola scrisse il Bolero. Una musica straordinaria, ripetitiva, nella quale un´interpretazione psicoanalitica ha voluto leggere la configurazione musicale di un atto erotico. La prima volta che venne eseguito una dama svenne e Ravel commentò che quella donna aveva veramente capito la sua musica. Ma il neurologo che lo seguiva aveva annotato che nello stesso momento il paziente non riusciva a riconoscere molti accordi musicali. Possibile che abbia composto il suo capolavoro come lo ha composto proprio perché aveva una sensazione distorta della musica»?
Linguaggio verbale e linguaggio musicale. Aree cerebrali in parte sovrapposte, ma in parte autonome. Una caratteristica che viene sempre maggiormente sfruttata nei procedimenti di riabilitazione nei soggetti che hanno perso la parola. È una delle frontiere della musicoterapia che utilizza proprio la musica come strumento di comunicazione non verbale. La musica dà infatti alla persona malata la possibilità di esprimere le proprie emozioni e di comunicare i propri sentimenti. Ottimi risultati si ottengono, per esempio, con i pazienti affetti da autismo, ma anche con i malati di morbo di Alzheimer, demenza, disturbi dell´umore e del comportamento alimentare.

Monday, September 07, 2009

Gran parte delle risorse cognitive impiegate per impressionare e piacere

La Repubblica 7.9.09
Così una bella donna manda in tilt il cervello di un uomo
Ecco il perché di rossori e imbarazzi
Gran parte delle risorse cognitive impiegate per impressionare e piacere
di Enrico Franceschini

LONDRA - Se in presenza di una bella donna vi capita di balbettare, confondervi, dimenticare cosa stavate facendo o dove stavate andando, consolatevi: non siete i soli. E, per di più, è madre natura che ha programmato noi uomini in maniera da comportarci in questo modo.
Una ricerca pubblicata in Gran Bretagna conferma infatti il vecchio luogo comune secondo cui il maschio, davanti alla bellezza femminile, perde la testa. Ebbene, sembra proprio così: basta un incontro fugace con una donna attraente e il cervello maschile smette di funzionare, perde colpi, non fa più il suo mestiere. "La donna più sciocca può manovrare a suo piacimento un uomo intelligente", diceva Kipling: se poi è carina, non c´è genio che possa resisterle.
"Il sex appeal fa andare l´uomo giù di testa" è il titolo con cui il quotidiano Daily Telegraph di Londra riassume la ricerca, apparsa sull´autorevole Journal of Experimental and Social Psychology. Si tratta di uno studio condotto da psicologi della Radbouds University, in Olanda, che hanno sottoposto a una serie di test un campione di studenti maschi eterosessuali.
A tutti è stato chiesto per esempio di ricordare una successione di lettere dell´alfabeto. Quindi ciascuno degli studenti ha trascorso sette minuti in compagnia di una donna attraente. Poi il test è stato ripetuto. La seconda volta, tutti gli studenti hanno ottenuto risultati decisamente peggiori della prima.
Gli studiosi pensano che la ragione sia questa: quando incontrano una donna che a loro piace, gli uomini usano istintivamente gran parte delle loro funzioni cerebrali, ossia delle risorse cognitive, per fare buona impressione su di lei, insomma per far colpo, e nel cervello rimangono dunque scarse risorse per altre funzioni.
Gli psicologi olandesi hanno avuto l´idea di condurre un simile esperimento quando uno di loro si è accorto che, dopo aver avuto una conversazione con una donna che lo aveva colpito per la sua bellezza e che non aveva mai incontrato prima, lui non riusciva a ricordare l´indirizzo di casa propria, in risposta a una domanda della sua interlocutrice per sapere dove vivesse. Il professor George Fieldman, membro della British Psychological Society, commenta sul Telegraph che i risultati riflettono il fatto che gli uomini sono programmati dall´evoluzione per pensare a come trasmettere i propri geni. «Quando un uomo incontra una donna», afferma lo studioso, «è concentrato sulla riproduzione. Ma una donna cerca anche altri attributi, come la gentilezza, la sincerità, la stabilità economica».
E in effetti la ricerca suggerisce che le donne non perdono la testa allo stesso modo, quando incontrano un uomo bello e affascinante.
Il test, secondo gli esperti, potrà essere utile per valutare le prestazioni di uomini che flirtano con le colleghe sul posto di lavoro o i risultati accademici nelle scuole miste. Senza contare che d´ora in poi l´uomo avrà una scusa in più, se si rende ridicolo di fronte a una bella donna: potrà sempre dare la colpa ai cavernicoli nostri antenati e all´evoluzione delle specie.

Tuesday, August 25, 2009

Viaggio con Detienne nelle terre del mito. "Campi Flegrei, effervescenza di acque e rocce, dove Poseidone incontra Dioniso"

Viaggio con Detienne nelle terre del mito. "Campi Flegrei, effervescenza di acque e rocce, dove Poseidone incontra Dioniso"
STELLA CERVASIO
DOMENICA, 23 AGOSTO 2009 la Repubblica, Napoli

«In realtà volevo parlare del politeismo. Apollo lo troviamo adorato nel tempio di Delfi, nel centro sociale e politico della Grecia: lui parla per mezzo dell´oracolo, ma c´è anche quello che potremmo dire è suo fratello, Dioniso, che non parla e si limita a dormire. Ho cercato di spiegare perché questi due vengono associati, e per farlo bisognava andare al cuore del politeismo. Da Plutarco a Nietzsche e Heidegger la visione del mondo è tutta improntata all´esistenza dei due poli, quello apollineo e quello dionisiaco. Assolutamente falso. Quei due poli non credo esistessero per i greci». Qui interviene il metodo di Detienne, il comparativismo unito all´antropologia di matrice strutturalista di Lèvi-Strauss. «In Anatolia Apollo non sembra più lui, ma Dioniso: beve vino, vive nei boschi e se ne sta buono e tranquillo come fa Dioniso a Delfi. Questo dimostra che il politeismo da più o meno dodici secoli, si fa e si rifà tutti i giorni. Un dio si può "impastare" con tanti ingredienti, si ritrovano aspetti diversi del divino nel sapere, nell´attività intellettuale, nel lavoro. Il politeismo è intriso della vita sociale della gente e questo non vale solo per i greci, ma anche per le altre culture politeiste, come l´africana, la giapponese, la oceanica. Il monoteismo è l´idea che c´è un dio solo che non ne ama altri e una chiesa che definisce la religione come verità. Nel politeismo la verità è aperta, è dappertutto. In Giappone, com´era in Grecia, un grano di riso o un amico che arriva è un dio».
Qual è la sopravvivenza più forte del mondo greco da noi?
«C´è una lunga tradizione che attribuisce alla Grecia l´invenzione della filosofia. In realtà l´hanno deciso alcuni professori universitari. Meglio guardare dalla giusta distanza i greci e metterli in comunicazione con altre culture. Nel mondo ce ne sono almeno 6000. Prendiamo la democrazia: sembra un´invenzione della Grecia. Ma che cos´è lì la democrazia se non quelle 1500 città che hanno fatto vari esperimenti, ottenendone diverse configurazioni, proprio come nel politeismo?».
Nel suo libro dell´89 "La scrittura di Orfeo" ci guidava in un viaggio mitico nei Campi Flegrei.
«Li visitai negli anni Ottanta, durante un convegno organizzato dall´archeologo Georges Vallet. In quelle terre ci sono le tracce di Poseidone e di Dioniso, accomunati dallo "sprizzare", delle acque del mare per il primo, e del vino ribollente, che fermenta ed eccita, per il secondo, così come ci appare raffigurato in una pittura della Casa del Centenario di Pompei. Quegli dei in alcuni luoghi della Grecia sono collegati, e nei Campi Flegrei si capisce perché. Sono varie le sfaccettature: un dio è sempre plurale. La terra dei Campi Flegrei è fatta di particolari concrezioni: lì ho trovato il riscontro delle mie teorie, che le invenzioni sul mito vengono concepite a partire dal paesaggio, fatto di animali, alberi, pietre. Sono appena tornato da Villa Fersen: si capisce subito che qui abita la bellezza. Conservarla ci dà la possibilità di raccontare nuove storie».

Monday, August 17, 2009

Scoperta a Parma la dea madre più antica

Scoperta a Parma la dea madre più antica
la PADANlA 20-APR-2006

Un'eccezionale scoperta archeologica ha permesso di portare alla luce una statuinafemminile raffigurante la "dea madre" nella sepoltura di una donna vissuta 7.000 anni fa nel nord Italia. Lo straordinario ritrovamento è avvenuto di recente in un cantiere edile a Vico/ertile (Parma): gli archeologi vi hanno identificato sei sepolture neolitiche, datata alla metà del V millennio a,C. Una delle sepolture conteneva una statuinafeinminQe in ceramica, lunga quasi 20 centimetri che raffigura la "dea madre", ovvero la dea della fertilità, che incarna la religiosità delle più antiche comunità agricole. Statuette, generalmente frammentarie, che riproducono la dea madre sono state ritrovate in diversi insediamenti neolitici E' però la prima volta, in Italia settentrionale, che una statuina di questo tipo, tra l'altro intera, viene rinvenuta all'interno di una sepoltura Questa scoperta, afferma Anna Maria Bietti Sestieri presidente dell'Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria, è una clamorosa conferma alla connotazione della grande dea quale signora della vita, della morte e della rinascila, coerentemente con la sua identificazione con la "madre terra", dal grembo della quale la natura rinasce ogni anno.
Le caratteristiche della necropoli di Vicofertile, inolire, suggeriscono una lettura nuova delle comunità neolitiche italiane ancìie dal punto di vista sociale: la statuina era infatti posta nella tomba di una donna di età matura, affiancata dalle sepolture di un bambino e di tre giovani uomini R ritrovamento si inquadra nell'importante studio sulle necropoli neolitiche emiliane che è stato avviato, in collaborazione tra arcÌTeologi e aniropologi raccogliendo il frutto dei molti dati messi in luce negli ultimi 20 anni in Emilia grazie alle indagini preventive condotte dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici dell'Emilia Romagna. L'annuncio ufficiale del ritrovamento dell'importante statuetta del V millennio a. C. sarà dato da Maria Loretana Salvadei della Sezione di Antropologia del Museo Preistorico Etnografico L. Pigorini di Roma durante una conferenza che si terrà a Firenze presso l'Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria mercoledì 26 aprile, alle ore 15.30.
La statuetta è stata trovata nella tomba di una donna morta 7mila anni fa

Saturday, July 04, 2009

La saggezza e la politica. Quella frattura tra l’antico e il moderno

La Repubblica 3.7.09
La saggezza e la politica. Quella frattura tra l’antico e il moderno
di Pierre Hodot

Massime che dovevano spiegare agli uomini la distanza che li separa dagli dei
L´uomo inserito perfettamente nella vita quotidiana e tuttavia anche immerso nel cosmo
Il nostro presente visto alla luce della tradizione della polis greca dove l´azione pubblica era importante quanto la riflessione

Viviamo in una civiltà in cui l´ordine della scienza è del tutto autonomo, del tutto indipendente dai valori etici ed esistenziali. Ed è proprio questo il problema, se non il dramma della nostra epoca. Come potrà il mondo moderno ritrovare una saggezza, e cioè una forma di sapere, di coscienza, che non verta solo sugli oggetti del conoscere, ma sulla vita stessa intesa nel suo vissuto quotidiano, sul modo di vivere e di esistere?
Questa separazione tra scienza e saggezza non esisteva nell´antichità greco-latina. I termini sophos e sophia, che traduciamo rispettivamente con "saggio" e "saggezza", quando fanno la loro precoce comparsa nella letteratura poetica o filosofica della Grecia antica, designano tanto l´abilità tecnica quanto l´eccellenza nell´arte musicale o poetica, e alludono a una competenza che è, al tempo stesso, il risultato dell´educazione impartita da un maestro, il frutto di una lunga esperienza, e il dono ricevuto grazie a un´ispirazione divina. È ai consigli di Atena che il carpentiere deve la sua sophia, l´abilità e il sapere nell´arte del costruire (Iliade XV, v. 411), ed è grazie alle Muse che il poeta sa cosa e come deve cantare (Esiodo, Teogonia, vv. 35-115). Troviamo qui quello che sarà un tratto costante della dottrina antica della saggezza: essa è anzitutto appannaggio degli dèi, il segno stesso della distanza che separa gli dèi dagli uomini.
I termini sophos e sophia si applicano anche alla competenza politica. Così è, in particolare, quando gli antichi parlano dei Sette Sapienti, figure storiche del VII e VI secolo a. C. divenute presto leggendarie, che possiedono a un tempo la competenza tecnica e quella politica. Sono legislatori ed educatori, come Solone. Le massime attribuite alla loro saggezza erano incise vicino al tempio di Delfi su una stele fatta incidere, con ogni probabilità nel III secolo, dal discepolo di Aristotele Clearco. Tra queste massime figurano formule celebri: «Conosci te stesso», «Nulla di troppo», «Riconosci il momento favorevole», «La misura è la cosa migliore», «L´esercizio è tutto».
Le massime delfiche erano destinate, tra l´altro, a rendere gli uomini consapevoli della distanza che li separa dagli dèi e dell´inferiorità del loro sapere, dunque della loro saggezza. La massima saggezza dell´uomo consiste nel riconoscimento dei propri limiti. O, più precisamente, come dirà Socrate citando proprio un oracolo di Delfi: «Il più sapiente tra voi (sophotatos) è colui che, come Socrate, si sia reso conto che, in quanto a sapienza (sophia) non val nulla» (Platone, Apologia di Socrate, 23b).
Con il IV secolo, per l´esattezza con Socrate e Platone, e con la riflessione sull´uso del termine philosophia (amore per la saggezza), si manifesta una svolta decisiva nella rappresentazione che ci si fa del saggio. Si diventa infatti consapevoli del carattere sovrumano della saggezza, stato trascendente e divino, rispetto al quale l´uomo non può che riconoscere di essere separato da una distanza immensa. Allo stesso tempo, la saggezza si identifica sempre più con l´episteme, ossia con un sapere certo e rigoroso, che non è mai concepito, del resto, come il nostro sapere scientifico moderno, perché coincide sempre con un saper fare, un saper vivere, insomma un certo modo di vivere. Dopo Platone, infatti, i Greci diventano profondamente consapevoli del fatto che non esiste vero sapere che non sia un sapere di tutta l´anima, che trasformi dunque la totalità dell´essere di colui che lo esercita. (...)
Contrariamente a un´opinione assai diffusa e tenace, il saggio antico non rinuncia all´azione politica. In nessuna scuola filosofica dell´antichità, infatti, il saggio abbandona il desiderio e la speranza di esercitare un´azione sugli altri uomini. E se la portata che egli vuol conferire alla propria azione varia a seconda delle scuole, il fine è sempre lo stesso: convertire, liberare, salvare gli uomini. Epicuro si sforza di farlo creando delle piccole comunità ferventi, in cui regna una serena amicizia. Platonici, aristotelici e stoici, da parte loro, non esitano a cercare di convertire intere città, agendo sulle costituzioni o sul re. Inoltre, diciamolo di sfuggita, in tutte le scuole si trovano descrizioni del re ideale più o meno ispirate al modello del saggio ideale. Quanto ai cinici, essi cercano di agire attraverso l´esempio impressionante del loro genere di vita.
Sarebbe comunque un errore pensare che la figura del saggio, descritta e imitata dal filosofo, autorizzi la fuga e l´evasione lontano dalla realtà quotidiana e dalle lotte della vita sociale e politica. Innanzitutto, la figura del saggio invita il filosofo all´azione, non solo interiore ma esteriore: agire secondo giustizia al servizio della comunità umana, dice Marco Aurelio. Ma soprattutto, la figura del saggio sembra in un certo senso ineluttabile. Essa è l´espressione necessaria della tensione, della polarità, della dualità inerente alla condizione umana. Da un lato, infatti, per sopportare la propria condizione, l´uomo ha bisogno di inserirsi nel tessuto dell´organizzazione sociale e politica, e nel mondo rassicurante, familiare e comodo del quotidiano. Questa sfera del quotidiano, però, non lo protegge interamente: egli si confronta inevitabilmente con ciò che si potrebbe chiamare l´indicibile, l´enigma terrificante del suo esserci, qui e ora, condannato a morte, nell´immensità del cosmo: diventare cosciente di sé e dell´esistenza del mondo è una rivelazione che rompe la sicurezza dell´abitudine e della quotidianità. L´uomo quotidiano cerca di eludere quest´esperienza dell´indicibile, che gli sembra vuota, assurda o terrificante. Certi uomini osano affrontarla: per loro, al contrario, è la vita quotidiana a sembrare vuota e anormale. La figura del saggio risponde dunque a un bisogno indispensabile: quello di unificare la vita interiore dell´uomo. Il saggio sarebbe così l´uomo capace di vivere su entrambi i piani: perfettamente inserito nella vita quotidiana, come Pirrone, e tuttavia immerso nel cosmo; votato al servizio degli uomini, eppure perfettamente libero nella vita interiore; consapevole eppure sereno; sempre memore di ciò che è essenziale; e, infine e soprattutto, fedele fino all´eroismo alla purezza della coscienza morale, senza la quale la vita non meriterebbe più di essere vissuta. Questo è quanto il filosofo deve cercare di realizzare.
(Traduzione di Barbara Carnevali)

Thursday, June 25, 2009

40mila anni fa l’uomo scoprì la melodia

La Repubblica 25.6.09
40mila anni fa l’uomo scoprì la melodia
Scoperto il flauto dell’uomo di Neanderthal
di Elena Dusi

Uno studio degli archeologi dell´università di Tubinga sui reperti trovati in una grotta nella Germania del Sud Lo strumento, il più antico finora disponibile, fu ricavato dall´osso di un´ala di grifone e era lungo 34 centimetri
Quando l´Europa fu colonizzata nel Paleolitico esisteva già una tradizione musicale

Quattro flauti, la statuina di una donna dalle forme generose, i resti di una cena sontuosa a base di carne. A Hohle Fels, nella Germania del sud, tra i 35 e i 40mila anni fa dev´essersi svolta una serata squisita. Una festa, o più probabilmente un rito legato alla fecondità. Ma sono stati soprattutto i flauti a impressionare gli archeologi dell´università di Tubinga, che la scorsa estate hanno scavato nella grotta 20 chilometri a ovest di Ulm ritrovando i resti di quella cena del paleolitico superiore.
Uno dei quattro flauti, ricavato dall´osso di un´ala di grifone, lungo 22 centimetri (ma prima di spezzarsi arrivava a 34) e con un diametro di 8 millimetri, capace di suonare 5 note (tanti sono i fori sul suo fusto) è lo strumento musicale più antico mai trovato finora. Un oggetto simile, scoperto nel 1995 sempre in Germania tra le montagne del Giura è infatti stato declassato a semplice osso intaccato dai denti di un animale selvatico. Il flauto di Hohle Fels invece è inconfondibile, con la sua imboccatura intagliata a "V" e le scanalature laddove le dita dovevano essere appoggiate.
«Il grifone, con un´apertura alare di due metri e mezzo, aveva ossa perfette» spiegano Nicholas Conard e Susanne Munzel, autori del ritrovamento. A poca distanza, per fugare ogni dubbio, sono stati trovati altri tre esemplari simili (ma ridotti in frammenti più piccoli) scavati nell´avorio delle zanne di mammuth con una procedura che presuppone una grande abilità manuale (bisognava sezionare la zanna in due, scavare un solco lungo le due metà e poi ricongiungerle) e fa presupporre l´esistenza di strumenti musicali ancora più antichi. A 70 centimetri dal flauto più grande nella grotta di Hohle Fels è riemersa anche una statuina di 35mila anni d´età, la più antica rappresentazione scultorea di un corpo femminile. Molti altri resti di flauto, datati intorno a 30mila anni fa, furono trovati in passato nei siti di Francia e Austria, ricavati dalle ossa delle ali di uccelli (fra cui i cigni) privati del midollo al loro interno.
La musica nel Paleolitico doveva essere un piacere diffuso, concludono gli archeologi che oggi raccontano la scoperta su Nature: «Esisteva già una tradizione musicale consolidata nel momento in cui i primi umani iniziavano a colonizzare l´Europa. E la scoperta è ancora più importante se pensiamo che a suono e canto non sono legati un aumento delle chance di sopravvivenza o della capacità riproduttiva. Almeno non in modo diretto».
Ma quali fossero i ritmi dei primi Homo sapiens, se al suono si accompagnasse una danza o particolari riti religiosi, rimane oggetto di speculazione. La mancanza di indizi non ha impedito l´anno scorso al jazzista britannico Simon Thorne di organizzare a Cardiff un concerto intitolato "La musica dei Neanderthal", una specie che ha convissuto per un periodo con i sapiens ma si è estinta intorno ai 30mila anni fa. Thorne si è basato sulla teoria che parte dalla forma delle vertebre del collo di questi primitivi per dedurre che la loro voce doveva essere acuta e ritmata, e i loro "discorsi" non troppo dissimili da una canzone rap.
Anche se la sua ricostruzione della musica della preistoria ha valore più che altro come curiosità, è chiaro che già 35-40mila anni fa in nostri antenati non si accontentavano di mangiare, dormire e riprodursi. I primi barlumi di arte e cultura si stavano affacciando all´orizzonte della specie umana (a quest´epoca risalgono anche i primi monili) e la musica, fra le varie arti, non era seconda a pittura e scultura.

Sunday, June 14, 2009

Scoperta in Germania la più antica (35 mila anni) figura di donna

Corriere della Sera 6.6.09
Scoperta in Germania la più antica (35 mila anni) figura di donna
La Venere degli antenati è una statuetta a luci rosse
Ha grandi forme. Prima l’arte preferiva l’animale
di Viviano Domenici

Una statuetta femminile d’avorio trovata dagli archeo­logi in una grotta della Ger­mania sud-occidentale s’è ag­giudicata in questi giorni un paio di primati assoluti: si tratta del più antico esempio di arte figurativa datato con certezza (circa 35.000 anni); è la prima donna della storia dell’arte a mostrarsi tutta nu­da. E infatti ha suscitato un certo scandalo. Le sue forme presentano caratteri sessuali molto accentuati e gli archeo­logi riconoscono che l’opera «è letteralmente carica di energia sessuale e le sue for­me focalizzano l’attenzione sulla sua sessualità esplicita, quasi aggressiva».

La stessa rivista Nature, che ha pubblicato l’annuncio della scoperta, ha azzardato l’espressione pin-up nella di­dascalia della foto del reper­to. Autori del ritrovamento sono gli archeologi dell’Uni­versità di Tubinga, diretti dal professor Nicholas Conard, che da anni scavano nella grotta di Hohle Fels, vicino a Ulm, località della Germania sud-occidentale, non lontano dalla frontiera francese.

La scultura è caratterizzata da seni così esagerati da sem­brare caricaturali, e da una vulva particolarmente volu­minosa e vistosamente esibi­ta. Le mani, incise con linee sottili, sono appoggiate sul ventre, mentre quasi tutta la superficie del corpo è solcata da linee geometriche che po­trebbero indicare una pittura corporale o un esteso tatuag­gio. Al posto della testa c’è una protuberanza forata attra­verso la quale doveva passare un laccio per appenderla, for­se come pendente di una col­lana.

La figura è stata ricompo­sta con sei frammenti ritrova­ti a circa venti metri dall’in­gresso della grotta, e a tre me­tri di profondità, all’interno di uno strato di terreno ricco di ceneri e carboni che indica il luogo di bivacco del grup­po di cacciatori paleolitici.

Alla piccola scultura man­cano parte della spalla e della gamba sinistra, che gli arche­ologi sperano di recuperare proseguendo le ricerche.

La Venere di Hohle Fels, che ben ventotto datazioni del radiocarbonio effettuate su campioni prelevati nello strato in cui era inglobata hanno datato nel periodo che va dai 31.000 ai 40.000 anni fa, precede di almeno 5000 anni le celebri statuette fem­minili conosciute come «Ve­neri paleolitiche» rinvenute dai Pirenei alla Russia.

Questa datazione e i cano­ni stilistici del reperto indica­no che fu realizzato da un cac­ciatore appartenente ai primi gruppi di Homo Sapiens che colonizzarono l’Europa, pro­venendo dall’Africa, quando nel nostro continente viveva ancora l’Uomo di Neandertal. Secondo lo scopritore, «questo oggetto cambia radi­calmente la nostra visione delle origini dell’arte paleoliti­ca che, finora, era incentrata su immagini di animali o di ibridi uomo-animale».

La scoperta di Hohle Fels ha anche un’altra valenza: raf­forza l’ipotesi che all’origine delle piccole Veneri preistori­che, oltre alle più sottili moti­vazioni simboliche collegabi­li all’idea della fecondità, vi si­ano inequivocabili pulsioni sessuali.

La tradizionale ritrosia de­gli archeologi a vedere in que­ste opere l’espressione dei più profondi istinti dell’uo­mo, è comunque destinata a capitolare, almeno di fronte ai reperti della grotta tedesca che, oltre alla Venere, a picco­li flauti fatti con ossa di uccel­li e un’elegante figuretta in avorio che rappresenta un uc­cello in volo, ha restituito an­che un pene di pietra di circa 19 centimetri.

L’oggetto è scolpito in ma­niera naturalistica e presenta una superficie perfettamente levigata e lucida che, secondo l’archeologo Nicholas Co­nard, fa ipotizzare uno specifi­co utilizzo in ambito sessua­le, forse correlato a rituali atti a stimolare la fecondità della natura.

Al posto della testa c'è una protuberanza forata: forse veniva usata come pendente di una collana In avorio di mammut

E’ stata scolpita in avorio di mammut, è alta solo 6 centimetri e presenta caratteri femminili molto sviluppati: il ritrovamento nella caverna di Hohle Fels. L’opera precede di almeno 5000 anni le celebri statuette di donna conosciute come le «Veneri paleolitiche», rinvenute dai Pirenei alla Russia

Orazio, Saffo, Virgilio Perché i poeti dell’antichità ci educano a forgiare i sentimenti e le emozioni

Corriere della Sera 13.6.09
ParmaPoesia Festival
Ci sono autori considerati lontani dalla nostra vita. Ma un verso del passato è un miracolo della fortuna
Il cuore delle parole
Orazio, Saffo, Virgilio Perché i poeti dell’antichità ci educano a forgiare i sentimenti e le emozioni
di Nicola Gardini

Nicola Gardini è nato a Petacciato (Campobasso) nel 1965. Si laurea a Milano in Lettere Classiche, nel 1990 si trasferisce a New York, dove consegue il Dottorato in Letteratura Comparata. Dal 2007 vive in Inghilterra e insegna Letteratura Italiana all’Università di Oxford.

Questo testo è un ampio stralcio della lectio magistralis che Nicola Gardini terrà martedì 23 giugno alle 16.30 nell’Aula dei Filosofi dell’Università degli Studi di Parma nell’ambito di ParmaPoesia Festival.

Quando prendiamo in mano il libro di un poeta antico, noi facciamo anzitutto scoperta della lontananza. Quelle paro­le mitiche che ci parlano anche da una qualunque edizione economica o sco­lastica e non sembrano di primo acchi­to dire niente di straordinario e ri­schiano di confondersi subito tra i di­scorsi del nostro mondo audiovisuale, quelle parole hanno viaggiato per se­coli prima di arrivare a noi e hanno af­frontato ogni sorta di aggressione. Molte sono sparite strada facendo. La maggior parte. Molte sono state ferite e menomate e non hanno più l’aspet­to originario. Ma l’importante è che si­ano arrivate fino a noi. Noi, aprendo una qualunque edizione moderna di Virgilio o di Orazio, non apriamo sem­plicemente un libro: noi apriamo le braccia a un sopravvissuto. E, leggen­do Virgilio o Orazio, compiamo il ge­sto più civile che un essere umano possa compiere: diamo ospitalità allo straniero, cioè gli offriamo la nostra casa e ci mettiamo ad ascoltarlo. Lo di­mentichiamo con troppa facilità: un verso, anche un solo verso di Omero è un miracolo della fortuna. Se ci viene incontro, abbiamo il dovere di ricever­lo. Negargli l’ascolto sarebbe favoreg­giare quella violenza irrazionale ma spesso intenzionale che ha disperso i quattro quinti della letteratura antica e che, in un modo o nell’altro, conti­nua ad agire tra noi e nullificherà an­che molte delle nostre cose migliori. Noi dobbiamo opporci alla violenza. Accogliendo l’antico, faremo simboli­camente resistenza a qualunque so­pruso.
I beni che provengono dal dare ospi­talità sono meravigliosi. Non solo lo straniero è soccorso e salvato e, dun­que, molto probabilmente ci resterà amico, ma noi, con lui, diventiamo nuovi. Attraverso lo straniero, nella nostra stessa casa, entriamo in contat­to con un mondo che non conosceva­mo. E la scoperta di una realtà diver­sa, oltre a produrre piacere di per sé, ci rende forti. Chi conosce — diceva Lucrezio — non ha paura.
Gli antichi ci insegnano ad ascolta­re, perché per prima cosa ci chiedono che li ascoltiamo. La distanza che han­no attraversato ci obbliga a fare silen­zio, a districare le loro voci dalla rete di suoni e rumori che ci riempiono le orecchie e la testa, a smettere perfino di ricordare e di stabilire paragoni. Gli antichi ci spingono a rinunciare al già noto, a ricevere l’irriconoscibile. Or­mai è raro che riusciamo a godere del­le cose nuove, perché per noi non c’è più novità. Anche ciò che la nostra ci­viltà tecnologica propone come nuo­vo contiene pur sempre qualcosa di abituale. Questa stessa civiltà tecnolo­gica e consumistica, anzi, ci addestra ad accogliere il «nuovo» con una certa familiarità, pretende che lo riceviamo come dovuto e necessario. Noi abbia­mo bisogno di novità ma alla fine, at­traverso i prodotti della cultura con­temporanea, perfino attraverso certa buona letteratura, non è novità quel che ci viene dato, ma un modo sem­pre variato di soddisfare la nostra sem­pre uguale esigenza di intrattenimen­to. Il nuovo, insomma, nel nostro mondo è scontato fin dall’ora del suo primo apparire.
La parola dei poeti antichi, nella sua totale diversità, non è necessaria: noi non la aspettavamo. Ci è completa­mente donata. Non soddisfa un biso­gno che c’era. È la risposta a quesiti che non avevamo formulato, come la soluzione a un enigma di cui non si sa­peva l’esistenza. Allora, mentre leggia­mo Orazio, Virgilio, Saffo, ogni sapere preconcetto smette di funzionare, per­ché non serve più a niente. Siamo completamente disponibili alla voce che viene dal passato. La nostra men­te ricomincia a pensare, a immaginare e si impegna a capire. L’inattualità o l’assurdità che può suggerire una pri­ma lettura distratta si dissolve e ogni vocabolo (ogni suono — se il lettore ha la fortuna di conoscere un po’ le lin­gue antiche) acquista un’importanza primigenia.
La scrittura, per gli antichi, è eserci­zio etico; impegno a vivere bene. Non c’è riga di Saffo o di Orazio che non proponga un programma di educazio­ne sentimentale ed emotiva. Attraver­so la poesia l’individuo impara a defi­nire i suoi sentimenti e a comprender­li in rapporto ai loro oggetti. La poesia circoscrive lo spazio della soggettivi­tà, che questa si esprima in un com­portamento o in una reazione psicolo­gica. Dalla poesia sono fissati o alme­no riconosciuti i limiti dell’umano e sono indicate le conseguenze degli ec­cessi. Ogni cosa al suo posto e al suo tempo: la felicità si raggiunge se si tie­ne a mente questa semplice verità. Ma gli antichi sanno bene che gli indivi­dui sono continuamente tentati da im­magini di sé che non possono adattar­si alla realtà. Il culto della misura, tra gli antichi, non è separabile dal fasci­no della follia e dell’autodistruzione e proprio per questo va considerato un’altissima conquista.
La poesia antica è lo specchio di una cultura che crede nel potere delle paro­le. Gli antichi conoscono perfino la pa­rola che vince la morte e ha il governo della natura. Mi sto riferendo al ben noto mito di Orfeo, il poeta che com­muoveva le stesse pietre con la bellez­za del suo canto e che in virtù del suo dono godette del raro privilegio di ri­portare la moglie prematuramente morta sulla terra. D’altra parte, il mito di Orfeo ci insegna che la potenza del­la parola non è onnipotenza. La parola vince se rispetta le regole del mondo in cui si manifesta. Orfeo aveva stretto un patto con il dio dei morti — di non voltarsi mai, prima di riuscire alla lu­ce, per accertarsi che la moglie lo se­guisse. Invece si girò ed Euridice fu persa una seconda e definitiva volta. La parola, insomma, ha un ambito di azione, che può essere anche vastissi­mo, può anche scendere agli inferi e lì esercitare la sua forza. Ma alle parole devono anche corrispondere azioni adeguate. Per di più, perduta Euridice per sempre, Orfeo continuerà a infran­gere le regole. Se ne andrà in giro solo per il mondo, poetando, e respingerà le altre donne. La sua fine è orribile, ma in fondo inevitabile. Sarà squarta­to proprio dalle donne e disperso. Di sole parole, infatti, non si vive. Ci vuo­le anche il resto. Ci vuole l’amore.
I poeti antichi si preoccuparono, co­me nessun poeta moderno si è mai preoccupato, di durare. Noi moderni tendiamo a concentrare la nostra men­te su chi siamo stati, pensiamo all’in­fanzia, a quel che non c’è più. Gli anti­chi pensano ai posteri, a quel che non c’è ancora. Per questo la poesia antica è così essenzialmente diversa dalla no­stra: perché non si abbandona ai ricor­di personali, nemmeno quando espri­me il massimo della soggettività, co­me vediamo in Catullo. Il pensiero dei posteri non nasce solo da sete di glo­ria. O meglio: la sete di gloria, che c’è ed è innegabile, esprime un bisogno profondo di autoconservazione e attra­verso questo un rispetto della vita che a noi moderni manca. La scarsità di ri­cordi, se da una parte può essere al­l’origine di molta della nostra indiffe­renza alla poesia antica, dall’altra do­vrebbe insegnarci a sviluppare qualco­sa di cui noi moderni siamo anche troppo carenti: il pensiero di chi verrà dopo di noi. Il poeta antico si sforza di trovare i modi per diventare contem­poraneo dei suoi discendenti. Il suo la­voro letterario è tutto un modo di me­ritarsi l’ascolto di chi verrà, di diventa­re degno, di essere un modello. Que­sto apparente narcisismo, in verità, è rispetto di chi ancora non c’è. Il poeta antico non rifugge dalla responsabili­tà di farsi padre. Solo così ritiene di po­tersi perpetuare. Ogni poeta antico si rivolge idealmente a un figlio.