Thursday, October 30, 2008

"Halloween è una festa satanica", l'anatema del vescovo di Acerra

La Repubblica, 30 ottobre 2008
"Halloween è una festa satanica", l'anatema del vescovo di Acerra
Il vescovo, inoltre, sostiene che Halloween, "rito consumistico e carnevalesco", ha contaminato "due tra le feste più care al nostro popolo e alla nostra cultura cristiana"
Halloween, una festività tipica del mondo anglosassone, va sempre più di moda anche in Italia. Ma il vescovo di Acerra, monsignor Giovanni Rinaldi, è decisamente controcorrente. In una lunga ed articolata lettera aperta inviata ai cittadini, ha invitato i cristiani a "boicottare Halloween", perché, scrive, "è la punta di un iceberg delle sette sataniche e massoniche", invitando i parroci a tenere le porte delle chiese aperte.

"Nella notte di Halloween del 2007 - rileva il vescovo - alcuni giovani hanno brutalmente assassinato la povera Meredith a Perugia, colpevole di non sottostare al loro gioco satanico". Una lettera dai toni forti e decisi, nella quale monsignor Rinaldi sostiene che "la festa fa parte della magia odinica, con la quale inizia l'anno e l'inverno esoterico celtico", e sottolinea che "anche i gerarchi nazisti praticarono riti celtici".

Il vescovo, inoltre, sostiene che Halloween, "rito consumistico e carnevalesco", ha contaminato "due tra le feste più care al nostro popolo e alla nostra cultura cristiana". Monsignor Rinaldi ha poi invitato i cristiani a boicottare la festa, i giovani e i ragazzi a "testimoniare nella scuola, nelle piazze e nelle strade i valori veri e profondi della Speranza cristiana, che è legata alla festa di tutti i Santi ed alla commemorazione dei defunti".

Halloween, sito islamico la vieta: ''E' una festa pagana''

Lo prevede la Sharia

Halloween, sito islamico la vieta: ''E' una festa pagana''

Il portale 'islam-online.net' risponde ai lettori: ''Rappresenta capodanno per gli adoratori del diavolo e per questo la sua celebrazione è completamente vietata ai musulmani''

Roma, 30 ott. (Aki) - "La festa di Halloween fa parte della tradizione occidentale e ha origini pagane, per questo la Sharia non consente ai musulmani di celebrarla". E' con queste parole che il sito islamico 'islam-online.net' risponde ai suoi lettori che avevano chiesto come comportarsi in occasione della festa che tanti adolescenti, soprattutto in Occidente, celebreranno domani. A rispondere è Idrs Palmer, direttore dell'associazione per il rispetto della Sunna, che spiega: "Halloween è una festa occidentale che si basa su tradizioni pagane e celtiche. Deriva da alcuni rituali per l'adorazione del diavolo e simboleggia l'inizio del nuovo anno per i vecchi druidi secondo i quali il 31 ottobre, giorno in cui si celebra, i morti fanno visita alle loro case".

Oltre a essere una ricorrenza estranea alla tradizione islamica, secondo l'esponente musulmano Halloween è molto più pericolosa per i fedeli islamici del Natale cristiano. Per questo, i ragazzi musulmani non possono in alcun modo partecipare alle feste organizzate per il 31 ottobre. "In sintesi, quindi, Halloween rappresenta capodanno per gli adoratori del diavolo e per questo la sua celebrazione è completamente vietata ai musulmani, avendo al suo interno molti elementi pagani - aggiunge -. E' vietata, quindi, anche la partecipazione a queste feste, che è certamente più grave della partecipazione alla festa di Natale o a quella di Pasqua. Se queste ultime due feste celebrano comunque la nascita e la morte di un profeta, Halloween celebra invece Satana".

L'esponente islamico ricorda infine che è il Corano, nella sura al-Furqan, a sottolineare l'importanza per i musulmani di non prendere parte a questo genere di celebrazioni. "Chi si pente e opera il bene, il suo pentimento è verso Allah. (E sono coloro, ndr) che non rendono falsa testimonianza e quando passano nei pressi della futilità, se ne allontanano con dignità; coloro che, quando vengono ammoniti con i versetti del loro Signore, non sono né sordi, né ciechi". (versetto 71-73). "Secondo uno dei più importanti commentatori del Corano, al-Tabari, - conclude Palmer - non è permesso ai musulmani prendere parte alle feste dei miscredenti perché si prende parte a una sorta di falsa credenza".

Chiesa, allarme Halloween

La Stampa, 30/10/2008
Chiesa, allarme Halloween

Un appello ai cattolici da parte dell'Associazione Giovanni XXIII, e l'accusa del vescovo di Verona: vogliono sostituire due feste cristiane con una pagana e consumistica.

Halloween non piace al mondo cattolico. Di anno in anno si ripetono prese di posizione e messe in guardia. Ve ne riportiamo due, di taglio diverso. Una più incentrata sui possibili legami di questa festa con il mondo della magia e delle sette; l'altra critica si pone sul piano culturale e filosofico. L'associazione "Giovanni XXIII", fondata da don Benzi, ieri ha diffuso una sua dichiarazione, in cui si legge: "Attenzione alla pseudo festa di Halloween esaltata il 31 ottobre come un apparente carnevalata mentre nasconde un grande rituale satanico collettivo". L'associazione rivolge "Un appello al mondo cattolico, ai genitori e a tutti coloro che credono nei valori della vita affinché sappiano che festeggiare Halloween significa adorare satana. Il sistema imposto di Halloween proviene da una cultura esoterico-satanica in cui si porta la collettività a compiere rituali di stregoneria, spiritismo, satanismo che possono anche sfociare in
alcune sette in sacrifici rituali, rapimenti e violenze. Halloween è per i satanisti il giorno più magico dell'anno e in queste notti fomentano i rituali satanici come le messe nere, le iniziazioni magico-esoteriche e l'avvio allo spiritismo e stregoneria. Attenzione agli educatori e responsabili della società affinché scoraggino i ragazzi a partecipare ad incontri sconosciuti, ambigui o addirittura ad alto rischio perché segreti o riservati. Non si può promuovere in nessun modo questa ricorrenza che inneggia al macabro e all'orrore. L'Associazione Papa Giovanni è impegnata da oltre sei anni sul fronte del recupero delle vittime delle sette occulte attraverso il numero verde 800228866 del Servizio Antisette. Si rileva il mese di ottobre come un tempo particolarmente propizio per adescare le nuove leve del satanismo. Il 31 ottobre si compiono riti satanici in molte chiese sconsacrate e in molti cimiteri. Si rubano le ostie consacrate e si
dissacrano i luoghi della nostra tradizione cristiana. Halloween spinge le nuove generazioni ad una mentalità magico-esoterica che ha lo scopo di sovvertire i principi della religione, attaccando il sacro e i valori dello spirito attraverso una subdola iniziazione alle arti e alle immagini dell'occulto. Una cultura di morte viene promossa anche con Halloween dove il mondo dei minorenni è il più a rischio ed esposto. E' alto il pericolo che un tale appuntamento generi sempre più connivenze con il crimine e con sette spietate e senza scrupoli. Proprio ad un anno dalla morte di don Benzi ricordiamo queste parole tra i suoi ultimi appelli: "Vogliamo che i nostri figli festeggino il giorno di Ognissanti con i demoni, il mondo di satana e della morte oppure con gioia e pace vivendo nella luce? Esortate i vostri figli dicendo loro: vuoi giocare e divertirti con i demoni e gli spiriti del male o invece scegli di gioire e far festa con i Santi che sono
gli amici simpatici e meravigliosi di Gesù?". Il secondo intervento è del vescovo di Verona, monsignor Zenti, ma è stato rilanciato dal SIR, il Servizio di Informazione Religiosa vicino alla Conferenza Episcopale Italiana, che gli ha in questo modo offerto una rilevanza nazionale, al di là dei confini della diocesi. "Halloween – scrive mons. Zenti – fa guardare alla morte più con un clima da sagra, o da carnevale, che con la serietà che essa merita. Non è detto che la morte debba essere considerata solo con l'occhio che ne fa intravedere la tragicità. Il cristiano sa bene che la morte viene riscattata dalla fede nel suo superamento, nel mondo dei risorti in Cristo". Tuttavia, prosegue mons. Zenti, "è realtà estremamente seria. Quanto meno, pone fine ad una fase dell'esistenza e impone non pochi interrogativi problematici di carattere esistenziale e culturale". Ora, riflette il vescovo, "se l'obiettivo di Halloween è
ridurre una tale realtà ad una sorta di pura virtualità, chiunque ha senso di responsabilità educativa non può non rendersi conto del rischio a cui espone. La morte infatti non va esorcizzata anche con queste sagre. Essa va affrontata nella crudezza della sua realtà. Assumendone le problematiche, per affrontare le quali conviene mettere insieme gli apporti culturali ispirativi di cui si è attrezzati, non ultimo quelli che attingono dalla fede cristiana". "Fatta questa puntualizzazione di carattere valoriale – scrive il vescovo di Verona – si potrebbe obiettare che nessuno ha il diritto di ostacolare la festa di Halloween in uno spazio di libertà democratica". Ma su questo punto mons. Zenti si appella "ad un'altra motivazione che in ogni caso contraddice la stessa logica democratica: questa festa viene massicciamente introdotta là dove da tradizione si celebrano due feste di carattere cristiano, profondamente radicate (tutti i Santi
e la commemorazione dei defunti). Se proprio non fosse evitabile, la festa di Halloween poteva trovare spazio in altra data. La sovrapposizione smaschera la chiara intenzione di soppiantare la festa di tutti i Santi e quella consecutiva dei defunti". Questa, per mons. Zenti, "è sopraffazione. Che è di altra natura rispetto ai valori della democraticità. Con il fondato timore che la stessa protesta si risolva in un boomerang: potrebbero accusare chi protesta di intolleranza. E anche questa logica iniqua sa di dittatura. Va da sé che anche in nome del solo buon senso le comunità cristiane non si prestano a dare attuazione a tale fenomeno. Che altro non sa se non di paganesimo consumistico. Il cristiano ha ben altro da testimoniare nei riguardi dei defunti che ci hanno preceduto nella realtà del mondo dei risorti nel Risorto, nostra vera speranza".

Saturday, October 25, 2008

Oderzo vieta la festa di Halloween... per motivi religiosi

La Tribuna di Treviso - 25 ottobre 2008
"CONTRARIA ALLE TRADIZIONI"
Oderzo vieta la festa di Halloween
Nessuna festa di Halloween sarà permessa in città, non per lo meno nelle strutture di proprietà pubblica. E’ la decisione del sindaco Pietro Dalla Libera che, in linea con quanto già accaduto negli ultimi due anni, ha deciso di non concedere spazi comunali alle feste del 31 ottobre dedicate alla ricorrenza tipica del mondo anglosassone. Obiettivi: tutelare le tradizioni religiose ed evitare vandalismi.

«La nostra è una scelta ben precisa - sottolinea il primo cittadino - siamo contrari alla celebrazione di feste che nulla hanno a che vedere con la nostra tradizione culturale e religiosa come nel caso specifico. Il nostro è uno spirito che intende tutelare i santi ed i defunti puntando a consolidare le tradizioni locali». La festa del 31 ottobre, tipica del mondo celtico, con i bimbi impegnati a bussare alle abitazioni chiedendo «dolcetto o scherzetto?» e i più grandi mascherati da streghe o fantasmi in locali e discoteche, negli ultimi anni, ha preso piede un poco ovunque. Ma, come spesso accade, è diventata anche occasione per vandalismi di ogni genere. Cassonetti dati alle fiamme da ragazzi vestiti da fantasmi, muri imbrattati e scherzi non certo di buon gusto caratterizzano da anni la notte che precede l’1 novembre.

I teenagers opitergini in genere si davano appuntamento alla sala del Foro Boario, dove si sono svolte diverse feste a tema. In un’o ccasione è stato usato anche il palazzetto dello sport. Da due anni, a questa parte, invece sono state vietate le feste di Halloween. «Abbiamo ricevuto una richiesta verbale da parte di un gruppo di ragazzi - precisa il sindaco - ma ho spiegato loro il motivo per il quale siamo contrari e hanno capito le nostre ragioni». Del resto c’è da aspettarsi che saranno praticamente tutti i locali della città ad essere addobbati a tema e qualcuno certamente proporrà pure delle feste. «Quello che propongono le nostre liste civiche è un cambio di mentalità contro la dilagante perdita di valori - chiude il sindaco Dalla Libera - è essenziale proporre iniziative che rafforzino le nostre tradizioni, soprattutto religiose. Al di là di essere favorevoli alle feste, non crediamo che Halloween sia una ricorrenza che si sposa con la nostra cultura. Come può un giovane festeggiare fino alle 3 o 4 del mattina e poi alzarsi per andare in cimitero a celebrare la festività religiosa dell’ 1 novembre? Abbiamo fatto una scelta ben precisa e finché ci saremo noi non intendiamo cambiare rotta».
(25 ottobre 2008)

Monday, October 20, 2008

Convegno di Axteismo a Apriola di Mulazzo

Convegno di Axteismo a Apriola di Mulazzo
riportiamo dal blog della Federazione Pagana link

Convegno di Axteismo a Apriola di Mulazzo
Ho iniziato a caricare in internet i filmati relativi al convegno di Apriola di Mulazzo.
Ho caricato il primo che riguarda l’intervento di Ennio Montesi “Un cancro di nome religione”.
E' il fondatore di Axteismo e uno degli organizzatori del Convegno. Si, lo so che non è un Pagano, ma è interessante sapere che cosa LUI intende per religione e cosa riesce a comprendere di una religione.
In effetti, noi Pagani, siamo un po' perplessi davanti agli atei. Consideriamo i cristiani degli atei perché non riconoscono l'aspetto divino degli oggetti e del mondo che li circonda. Solo che questo è il nostro modo di considerare. Dobbiamo, però, conoscere anche che cosa una persona che si definisce atea che cosa percepisce e come vede le religioni. Cosa coglie di esse e in che cosa consiste il suo ateismo.

L’intervento dura 41 minuti.
E’ stato caricato tutto sulla Televisione Pagana che trasmette in serie 24 ore su 24.
La trovate all’indirizzo:

http://www.mogulus.com/paganesimo

Per non attendere tutto il ciclo di trasmissioni e vedere subito la conferenza di Ennio è sufficiente ciccare su On-Demande e aprire la cartella relativa al convegno di Apriola di Mulazzo.

Ho aperto anche un canale su YouTube in cui mettere estratti di quelle conferenze che per i loro contenuti sono vicini ai Pagani Politeisti.
In questo ho caricato un estratto della Conferenza di Ennio.

Lo trovate all’indirizzo:

http://it.youtube.com/user/ateipaganesimo

Per ora c’è solo quello, ma sto procedendo a preparare ogni intervento della conferenza per caricarli su internet.
Sulla televisione Pagana gli interventi saranno completi, per quello che sono riuscito a filmare, mentre, su YouTube ci saranno delle presentazioni. Le presentazioni saranno messe nel canale ateipaganesimo con l’eccezione della Conferenza della Di Stefano che la metterò nel canale di YouTube di Stregoneriapagana. La Di Stefano ha trattato le vicende dei Catari in un modo tanto importante che merita una considerazione particolare.
Claudio Simeoni
Meccanico
Apprendista Stregone
Guardiano dell’Anticristo

Stato e Chiesa Lo storico Paul Veyne racconta come cristianesimo e paganesimo convissero a Roma

Corriere della Sera 20.10.08
Stato e Chiesa Lo storico Paul Veyne racconta come cristianesimo e paganesimo convissero a Roma
Costantino si convertì per scelta personale: non fu calcolo politico
di Eva Cantarella

«L'Europa è democratica, laica e libera: tutte cose estranee al cattolicesimo»

È il 28 ottobre 312 d.C. Alla periferia di Roma, lungo il Tevere, le truppe di Costantino affrontano quelle dell'usurpatore Massenzio. Costantino, in quel momento, governa una delle quattro parti in cui è diviso l'impero romano: Gallia, Britannia e Spagna. Dovrebbe governare anche l'Italia, ma Massenzio se ne è impadronito. Sull'elmo di Costantino e sugli scudi dei suoi soldati è inciso il crisma, un segno formato dalle prime due lettere greche del nome di Cristo, una X (chi) e una P (rho), sovrapposte e intrecciate. La notte precedente, gli è stato rivelato in sogno: in hoc signo vinces, «sotto questo segno vincerai ». E Costantino vince: è la celebre vittoria di Ponte Milvio. Due giorni dopo entra a Roma, percorrendo la Via Lata (attuale via del Corso). È questo il giorno, dice Paul Veyne, in cui si può fissare il passaggio dall'antichità all'epoca cristiana, uno degli avvenimenti decisivi della storia non solo occidentale, ma mondiale.
Così, da questo racconto, prende le mosse l'ultimo libro di Paul Veyne, lo storico che ci regala, periodicamente, libri stimolanti, affascinanti e coinvolgenti come pochi altri: Quando l'Europa è diventata cristiana (312-394). Costantino, la conversione, l'Impero. Alla profonda dottrina e alla impressionante padronanza delle fonti Veyne unisce, infatti, la rara capacità di fare della storia un racconto, prospettando tesi originali, anticonformiste, spesso formulate in poche, spiazzanti parole (seguite, beninteso, da una amplissima e documentata motivazione). Un esempio: «Senza Costantino il cristianesimo sarebbe rimasto una setta di avanguardia». Riferita a una religione i cui fedeli, oggi, sparsi in tutto il mondo, ammontano a un miliardo e mezzo di persone, un'affermazione sorprendente.
La convinzione di Veyne mal si accorda con quel che siamo abituati a pensare in materia. Ma come, si chiede il lettore, il cristianesimo non era la sola religione capace di dare una prospettiva alle inquietudini del-l'epoca, di soddisfare esigenze personali e sociali che solo in essa potevano trovare risposta? Non è a questo che sono dovuti il suo successo e la sua diffusione?
Veyne, pur ovviamente attento ai complessi meccanismi della storia, prospetta una risposta inedita: se questo accadde fu grazie alla politica rivoluzionaria di Costantino, destinata ad avere un peso gigantesco nella storia dei secoli a venire. Cominciamo dall'inizio: la sua conversione, dice Veyne, fu assolutamente sincera. La tesi ottocentesca secondo la quale, militare e politico senza scrupoli, Costantino si sarebbe convertito per mero calcolo non ha fondamento: i cristiani, allora, erano solo un decimo della popolazione dell'Impero. Troppo pochi per far pensare a una ragione opportunistica. La conversione fu un fatto interiore, una scelta del tutto personale. Ma Costantino ne fece un uso degno di un grande imperatore. La Chiesa, fondatasi e sviluppatasi al di fuori del potere imperiale, avrebbe potuto essere un rivale di questo. Costantino si pose come interlocutore dei vescovi, sul loro stesso livello, presentandosi come il braccio esecutivo delle loro decisioni. Scrive Veyne: «Costantino non ha messo l'altare al servizio del trono, ha fatto il contrario: ha ritenuto che gli affari e i progressi della Chiesa fossero una missione essenziale dello Stato: la novità è che con il cristianesimo ha inizio a tutti gli effetti l'ingresso del sacro in politica e nel potere, che "la mentalità primitiva" si limitava ad avvolgere con un'infinità di superstizioni ». Egli aveva capito l'incredibile potenziale della nuova religione, che non stava in una morale superiore a quella delle altre. Anche gli ebrei, anche i pagani sapevano che non dovevano uccidere e non dovevano rubare. La novità cristiana stava nell'amore che legava tra loro i fedeli e ciascun fedele personalmente al dio. Fu questo il capolavoro della religione cristiana, dice Veyne. Il secondo fu la Chiesa, che Costantino favorì in ogni modo, senza peraltro mai vietare il paganesimo, e tantomeno perseguitare i pagani.
Con Costantino — e a lungo, dopo di lui — paganesimo e cristianesimo convissero. Fino a quando Teodosio vietò i culti pagani, facendo del cristianesimo la religione ufficiale dell'Impero. Le vicende di quei secoli sono tracciate in capitoli che consentono a Veyne di affrontare problemi ai quali qui è possibile solo accennare: cos'è il sentimento religioso? Quale il rapporto tra cristiani, pagani ed ebrei? Quale l'atteggiamento degli imperatori cristiani nei confronti degli altri culti? Per Costantino, se i pagani sono solo «stupidi », gli ebrei sono una «setta nefasta »: quando nasce l'antisemitismo? Qual è la differenza tra questo e il razzismo?
Superfluo insistere sull'interesse di questi capitoli. Per non parlare di quello intitolato: «L'Europa ha radici cristiane?». La risposta di Veyne è negativa: «La nostra Europa attuale — scrive — è democratica, laica, sostenitrice della libertà religiosa, dei diritti dell'uomo, della libertà di pensare, della libertà sessuale, del femminismo e del socialismo o della riduzione delle disuguaglianze. Tutte cose estranee e talvolta in contrasto con il cattolicesimo di ieri e di oggi. La morale cristiana invece predicava l'ascetismo, che non ci appartiene più, l'amore verso il prossimo (un vasto programma, rimasto imprecisato) e insegnava a non uccidere e non rubare, ma lo sapevamo già tutti... Se non potessimo fare a meno di individuare dei padri spirituali, la nostra modernità potrebbe indicare Kant o Spinoza: quando quest'ultimo scrive nell'Etica che "portare aiuto a coloro che ne hanno bisogno va ben oltre le capacità e l'interesse dei singoli. La cura dei poveri si impone, perciò, alla società intera e riguarda l'interesse comune" è più vicino a noi di quanto non lo sia il Vangelo ».
Le tesi di Paul Veyne si possono condividere o non condividere, i suoi libri si possono amare o criticare, ma è difficile leggerli senza essere affascinati dalla mente libera e brillante di chi li ha scritti, da una scrittura che trasforma una sterminata dottrina in un grande affresco storico nel quale si fondono eventi, persone e idee; e da ultimo — solo nell'elencazione — dalla capacità di un grande accademico (oggi professore onorario del Collège de France, dove ha insegnato per anni) di non essere mai accademico. Di essere se stesso, un grande storico e uno spirito libero.
PAUL VEYNE Quando l'Europa è diventata cristiana (312-394) GARZANTI PP. 204, e 23

Tuesday, October 14, 2008

Segnalazione Convegno Laico

Salve,
vi inoltro una comunicazione relativa ad un interessante Convegno Laico.
Il fenomeno dell'invadenza delle religioni monoteiste in ogni campo della società è sotto gli occhi di tutti.
Ogni giorno che passa vediamo le religione monoteiste impegnate a produrre e concretizzare nuove sofferenze.
La violenza del monoteismo viene applicata con metodo.
In Italia stiamo assistento all'impegno costante dei cristiani nell'imporre la loro visione del mondo.
I peccati, inventati e generati dalla follia cristiana, rischiano di diventare legge dello stato.
Le persone rischiano di perdere ogni diritto, anche quello sulla loro esistenza.
La sofferenza viene esalta ed imposta, il caso Welby e quello di Eulana sono la dimostrazione di come i cristiani applichino il loro gusto sadico.
La legge sulla fecondazione assistina ci fornisce un'ulteriore prova della considerazione che i cristiani nutrono nei confronti delle donne.
I politici italiani fanno a gara per dimostrarsi i più sottomessi alle richieste vaticane.
AL momento non esiste un nessun "fronte" che rivendichi in maniera costante e pressante i diritti civile delle persone.
C'è da sperare che questo convegno possa rivelarsi com un mutamento della situazione del campo laico.
Come pagano sono ben conscio che nel paganesimo i problemi creati dalle religioni monoteiste non esisterebbero. Il paganesimo non è una visione "religiosa" che ha solo cambiato nome. Nel paganesimo non esistono verità assolute, non vi è rivelazione, non vi sono detentori del sacro. Il paganesimo non ha fede e neanche dogmi.
Relativismo è una parola che non gode di molta simpatia da parte dei figli di Abramo, relativismo è una di quelle parole che posso definire il paganesimo.
Il paganesimo non distinge e non pone pone differenze tra il sacro e il profano. Questa sua caratteristica porta i pagani ad essere sempre attenti alle condizioni politiche e culturali delle società in cui si trovano a vivere. Per un politeista mediterraneo l'esempio del comportamento dei cittadini, di due grandi città cone Roma ed Atene, è il modello della partecipazione del cittadino alla vita della società.
Quanto scritto serve a far comprendere il perchè la Federazione Pagana abbia deciso di essere presente, con una sua delegazione, a questo Convegno.
Io, Claudio Simeoni e Ferdinando ci siamo presi l'incario di essere presenti a tutte e due le giornate di convegno.
Invitiamo tutti i pagani e politeisti ad essere presenti a questo convegno e ad impegnarsi a far conoscere questo incontro. Non è difficile immaginare come un simile convegno non goda di "buona stampa".
Non conosco tutti i relatori del convegno. Solo di alcuni dei relatori ho avuto la possibiltà di ascoltarli.
Alcuni di loro, nel tempo, hanno maturato una interessante critica al monoteismo e/o alla sua variante cristiana.
Ci vediamo al convegno.
Francesco Scanagatta
cell. 349 7554994

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Primo Convegno Laico Promosso da Axteismo
PRIMO CONVEGNO LAICO
PROMOSSO DA AXTEISMO

Sabato 18 e Domenica 19 Ottobre 2008 inizio ore 9:00
Arpiola di Mulazzo (Massa Carrara) Palestra Comunale
a disposizione ampio parcheggio gratuito
Ingresso libero

Sabato 18 Ottobre mattina:
A causa delle distanze dei paesi da cui provengono i relatori
la scaletta del programma potrebbe subire variazioni negli orari

Giuseppe Carbotti
assistente sanitario
Contraddizioni nei Testi Sacri

Emilio Salsi
cristologo e autore del libro
"Giovanni il Nazireo detto Gesù Cristo e i suoi fratelli"
Analisi storico-critica dei vangeli
www.vangeliestoria.eu

Francis Sgambelluri
professore di lettere autore del libro
"L'Indifferenza divina - Il Testamento di Orazio Guglielmini"
Possiamo, oggi, ancora credere all'esistenza di Dio?
www.francis-sgambelluri.it

Gianni Marucelli
professore e presidente Federazione Nazionale Quadri
della formazione scientifica e della ricerca
L'ambiente nell'ottica di una crescita demografica incontrollata

Segue:
Proiezione diapositive su
"Il nostro regno la Terra"

Pausa Pranzo
Sabato 18 Ottobre pomeriggio:

Nunzio Miccoli
professore e autore dei libri "Il metabolismo cristiano"
e "I fratelli siamesi"
Le repubbliche romane del medioevo
www.clerofobia.it

Giorgio Vitali
professore
La corruzione in Italia

Biagio Catalano
professore, autore del libro "Il Dio ignoto"
Storia dell'Inquisizione
www.alexamenos.it

Attilio Vanini
professore, discendente di Giulio Cesare Vanini
Giulio Cesare Vanini (Lucilio)

Segue:
Proiezione sulle torture praticate
dalla Santa Inquisizione

Domenica 19 Ottobre mattina:

Alessio De Angelis
studente di 14 anni, autore del libro "Giovanni il Galileo"
Origine delle religioni
www.ilritornodigesu.it

Ennio Montesi
scrittore e fondatore di Axteismo,
movimento internazionale di libero pensiero
Un cancro di nome religione
http://nochiesa.blogspot.com

Fiorella Di Stefano
dottore in lettere e studiosa in Storia delle religioni
I Catari

Giancarlo Tranfo
avvocato, cristologo, autore di
"La Croce di Spine
Gesù: la storia che non vi è ancora stata raccontata"
I due Messia
www.yeshua.it

Pausa Pranzo
Domenica 19 Ottobre pomeriggio:

Sergio Martella
psicoterapeuta e scrittore, autore di
"Pinocchio Eroe Anticristiano"
"Il furore di Nietzsche - La nascita dell'eroe e della differenza sessuale"
Psicologia o religione.
Una aporia non una convivenza
www.arte-e-psiche.com

Luigi Cascioli
cristologo e autore dei libri denuncia
"La favola di Cristo" e "La morte di Cristo"
La Chiesa, un gigante dai piedi d'argilla
www.luigicascioli.it

Roberto Romanella
Maria Spagna
attori teatrali di Roma
Lettura scenica: "La favola di Cristo"

Come arrivare al congresso
Ferrovia: da Stazione di Pontremoli ad Arpiola di Mulazzo, 6 km
Con mezzo proprio
per raggiungere Arpiola autostrada Parma-La Spezia uscita a Pontremoli

Pausa pranzo presso Ristorante Manhattan tel. 0187439900
adiacente alla Palestra Comunale di Arpiola di Mulazzo
convenzionato a 10 euro a pasto col seguente menù:
primo: pasta asciutta o lasagne, secondo: fettina o cinghiale, contorni vari

Per eventuale pernottamento segnaliamo gli alberghi:
El Caracol - Via Pineta, Mulazzo tel. 0187539707
La Gerla d'Oro - Loc. Montereggio tel. 0187839318
Il Rustichello - Loc. Crocetta tel. 0187439759
Park Hotel La Pineta - Loc. Gravilla di Groppoli tel. 0187850220

Informazioni sul Convegno:
Luigi Cascioli, tel. 0761910283 - info@luigicascioli.it
Axteismo, mobile 3393188116 - axteismo@yahoo.it

Monday, October 13, 2008

Bali, la rivolta dell'isola in nome del bikini

Bali, la rivolta dell'isola in nome del bikini

La Repubblica del 13 ottobre 2008, pag. 28

Raimondo Bultrini

Un abito discinto, un muovere di anche, il ritmo della musica che sembra il presagio di una notte magica e sensuale. Le balinesi nei giorni di festa danzano con il proprio uomo che ha la forma del Dio, Ganesh con la proboscide, Krishna con il suo flauto per far accorrere a sé le pastorelle, Shiva col suo tridente. Ma ieri hanno danzato per impedire che la loro arte appresa dagli antenati possa subire un colpo mortale. Una manifestazione politica contro il governo della capitale indonesiana Giakarta che si appresta a condannare come "pornografiche" le loro esibizioni ancestrali.

"Pornografiche" saranno però - se passa la legge in cantiere sollecitata dai fondamentalisti islamici - anche le natiche delle signore stese al sole sulla sabbia davanti all'Oceano. Con tutto quello che potrebbe significare significare in termini di presenze turistiche.

Anche ieri, a poche centinaia di metri dal cuore della festosa manifestazione, lungo una delle spiagge dove il mare arriva con onde eccitate e fragorose, uomini e donne occidentali ignari della minaccia prendevano il sole in slip e bikini, godendosi uno dei paradisi tropicali più rischiosi del mondo. Sono state le bombe del 2002 - di cui proprio ieri ricorreva l'anniversario - con le centinaia di australiani e indonesiani massacrati in un locale serale, a sconvolgere questo paradiso dove la natura è Dio e Dio è la natura. Ma se martedì prossimo passerà la legge, l'evento potrebbe ricreare un clima di paura e tensione dagli esiti imprevedibili.

Il rischio è di turbare del tutto l'armonia già messa a dura prova dalle stragi, in uno dei più antichi insediamenti hindu dell'immenso Arcipelago. E non solo qui, ma anche a Giava e in altre isole di tradizione hindu e animista. I gruppi fondamentalisti promotori della legge non sono tutti violenti come i membri della Jemaah Islamiyah, ma molti lo sono abbastanza da essersi già esibiti in assalti a chiese cattoliche e cristiane. Non era mai successo finora che il loro peso giungesse a questo punto, dopo secoli di relativa tolleranza nel crogiolo di razze e religioni che si è formato nei millenni in questo importante angolo del Pacifico. Non solo uomini e donne discinti in foglie di cocco e collane di fiori, ma chiunque "generi desiderio sessuale con atti o immagini" sarà punito. La pena dipenderà dal tipo di "tribunale" che processerà i presunti colpevoli di "pornografia". I più fortunati potrebbero essere coloro che incapperanno in una regolare pattuglia di polizia. Se malauguratamente dovessero invece imbattersi nelle milizie dei gruppi fondamentalisti - che si sentiranno autorizzati a far rispettare le leggi - il rischio aumenterà.

Per questo ieri, come era avvenuto con meno partecipazione a settembre, 5mila balinesi di ogni casta e grado sociale sono scesi lungo le strade con gli abiti indossati per millenni. C'erano anche alcuni con l'astuccio penico e la sola pelle di madre natura addosso, e qualche intellettuale isolano ha sottolineato uno degli aspetti più ironici e amari della legge: "Cosa gli faranno, li arresteranno tutti?". E un altro ha incalzato: "Non oso pensare a ciò che potrebbe succedere ai nostri templi con le immagini delle leggendarie dee apsara danzanti".

Monday, October 06, 2008

"La psicologia e la filosofia cristianizzata hanno messo in trappola la Dea della bellezza"

LA STAMPA 25-09-08 :
IL LIBRO
25/9/2008 - ANTICIPAZIONE
Hillman, dalla parte di Afrodite

"La psicologia e la filosofia cristianizzata hanno messo in trappola la Dea della bellezza"

SILVIA RONCHEY

La verità, vi prego, sull’amore», invocava un grande poeta inglese, Auden. Chi può dire di conoscerlo, l’amore? Eros stesso, come diceva Platone, è l’unico dio a non essere né sapiente né ignorante. Una sola cosa sappiamo di lui: che, come lamentava la Sulamita, «è forte come la morte».

Non parliamo di sua madre, Afrodite. James Hillman, nell’invocazione che apre il suo nuovo libro, La giustizia di Afrodite (ed. La Conchiglia, pp. 83, euro 12), ricorda che rivolgersi alla Dea porta spesso alla catastrofe: «Pensa a Paride, che Ti preferì a Atena e Era, pensiamo alle conseguenze: Troia in macerie, le morti degli eroi. Pensa a Didone, regina di Cartagine, una delle Tue favorite. O a Fedra, resa folle dal suo amore illecito. E pensa alle nostre vite, a come ci riduciamo quando ci visita la Tua ispirazione: diventiamo bugiardi, impostori, pazzi di gelosia».

In questo saggio complesso quanto fulmineo il grande pensatore americano vuole «invitare Afrodite nella psicologia», che non è stata generosa con la Dea, riconoscendola per lo più in astrazioni come «il principio del piacere», e «degradando questo principio al rango di opposto, o perfino di minaccia, al cosiddetto principio di realtà».

Se la scienza psicologica «cerca di quantificare l’universo di Venere producendo statistiche sui suoi picchi libidici, sulle sue occorrenze nei vari stadi della vita e sulle conseguenze del desiderio nei vari tipi di personalità», sono ancora più grandi, nel trattare Afrodite e suo figlio Eros, gli errori della filosofia. Dell’amore si parla in genere o nello studio delle emozioni o nella morale. Il che fa sì che lo si riduca «o alla sfera della fisiologia o a quella della teologia, dove a fare da maestro è Gesù - che personalmente teneva Venere a distanza».

«La lunga storia della filosofia cristianizzata ha separato l’etica dall’estetica, la Giustizia dalla Bellezza, così che generalmente non crediamo si possa essere insieme buoni e belli, morali e attraenti; né che i piaceri dei sensi possano essere una via verso la verità». La scissione cristiana non ammette che la moralità dell’opera stia proprio, o anzi unicamente, nella sua bellezza. Hillman cita Saul Bellow: «La banalità è peggiore dell’oscenità. Un libro piatto è anche malvagio. Può essere allettante e dolce come una torta, ma se è banale e noioso è male puro».

A sua volta la trappola del razionalismo filosofico, segmentando la vasta sfera di Afrodite, imprigiona le nostre menti occidentali, che hanno abbandonato le loro radici mitiche, nei compartimenti stagni del letteralismo: «Le menti che si alimentano di distinzioni finiscono col chiudersi sempre più in un groviglio di scismi». Non è vero che Afrodite sia, come la vede la mente collettiva, immorale o amorale. Al contrario, la sua essenza mitica è profondamente legata alla Giustizia. La combinazione di bellezza e giustizia si coglie già, leggendo bene la Teogonia di Esiodo, «nel momento mitico dell’arrivo di Afrodite nel mondo».

Le «complessità mitiche» che circondano la nascita di Afrodite ci portano al concetto romantico di «confusione»: «Non è forse questo il primo segno della presenza della Dea, una dolce confusione dei sensi, la confusione tra impulso e trepidazione, tra alti ideali e bassi espedienti?». E insieme ci portano a quella «terribile profondità» che riaffiora nell’estetica filosofica del tardo ’700 ed è il tema già greco del sublime. «La sfera della bellezza», scrive Hillman, «comprende il terrore, il timore reverenziale, la vastità, la devastante intensità e l’indeterminata, incomprensibile oscurità senza forma». Quindi «il sublime integra l’idea di bellezza con la profondità psichica».

E la «bellezza resa oscura dal sublime» ci riconduce alla favola di Amore e Psiche, che fa da filo conduttore al libro. E da cui emerge, nella lettura di Hillman, non solo e non tanto una verità sull’amore, ma anche e soprattutto una definizione della psiche. La protagonista della parabola di Apuleio è definita proprio dalla sua vulnerabilità al terrore e dalla sua affinità con la morte. Per questo fin dall’inizio la Dea le è ostile, gelosa della sua possibilità di attingere «alla sola bellezza che Afrodite non possiede»: la bellezza di Persefone, regina del Regno dei Morti. In quanto divinità immortale, athnetos, come i greci chiamavano i loro dèi, la sfera della morte le resta estranea tanto quanto la dimensione del sogno.

Come viene punita da Venere la psiche umana? Quali sono i modi della punizione afroditica? Lo strumento che usa di più, e che è il più vicino alla sua natura, è la punizione attraverso l’amore. Venere si serve di suo figlio Eros, «perché con la sua freccia colpisca la carne dell’anima, così che soffra i terribili, implacabili spasmi del desiderio. Un desiderio così appassionato da somigliare a una sofferenza. Ed è davvero una sofferenza terribile, mostruosa!».

Che è però, nello stesso tempo, il nostro privilegio. «Il fatto che la bellezza muoia dona a ciascuno dei momenti in cui la viviamo uno squisito dolore. Tutti gli eventi, gli amori, gli oggetti stessi diventano come una musica che finirà; e nel momento in cui li percepiamo nella loro vulnerabilità alla morte, acquistano una nuova dolcezza, perfetta».

Ciò che la psiche umana porta alla bellezza è la mortalità. «È questa continua capacità di essere feriti che ci mantiene mortali, fertili e umani».

Autore: James Hillman
Titolo: La giustizia di Afrodite
Edizioni: La Conchiglia
Pagine: 83
Prezzo: 12 euro

James Hillman: la crisi della storia produce un risveglio delle coscienze, soprattutto sui temi ambientali

Corriere della Sera 6.10.08
Incontri Il famoso psicoanalista e filosofo racconta il crollo dei poteri tradizionali (economico e militare) e il fascino duraturo dello stile di vita
Pop e hamburger salveranno l'America
James Hillman: la crisi della storia produce un risveglio delle coscienze, soprattutto sui temi ambientali
di Ranieri Polese

SIRACUSA — Quante volte è stato a Siracusa, professore? «Con questa, sono quattro volte ». Una in più di Platone. «Sì, in effetti una volta in più, ma — James Hillman ride — Platone era venuto qui con grandi ambizioni, voleva creare in questa città il governo perfetto. Pensava che i tiranni di Siracusa fossero pronti a realizzare il suo ideale di Stato. Le cose andarono diversamente, e ogni volta il grande filosofo dovette scappare dalla città, tremendamente deluso. Io no. Sono qui per una lezione sull'architettura ("L'anima dei luoghi. Il corpo nello spazio", con il professor Carlo Truppi, oggi a Palazzo Vermexio, ndr), non sono qui per imporre un modo di governare, per cambiare il mondo. Certo, vedo il mondo come va, dico quello che penso su quanto sta succedendo, suggerisco un modo di pensare a quello che accade.
Insomma, chiedo a tutti di non sottovalutare certi segnali. Che oggi mi sembrano talmente forti, difficili da ignorare… ».
E Siracusa? «C'ero venuto l'ultima volta sei anni fa (da quella conferenza-incontro, sempre con il professor Truppi della Facoltà di Architettura, è nato il libro L'anima dei luoghi, uscito da Rizzoli nel 2004, ndr). È una città mirabile, per questo mescolarsi di epoche, l'antica Grecia, il cristianesimo, il Barocco: l'isola di Ortigia è un posto unico al mondo. Purtroppo, arrivando, mi è sembrato che le raffinerie lungo la costa siano aumentate. Danno occupazione e lavoro, certo, ma mettono anche in pericolo la bellezza del luogo». E di questo Hillman ha parlato all'ex sindaco della città Titti Bonfardici, ora vicepresidente e assessore al turismo della Regione Sicilia.
Ottantadue anni, con sempre una inesauribile voglia di viaggiare, lo psicoanalista e filosofo James Hillman è uno degli autori più amati e più letti in Italia. Libri come Saggio su Pan
o Il codice dell'anima (entrambi Adelphi) sono dei longseller; ogni sua apparizione in pubblico (Mantova, la Milanesiana ecc.) registra il tutto esaurito. Della sua conferenza tenuta a Capri, nel settembre 2007, l'editore La Conchiglia ha appena pubblicato il testo col titolo La giustizia di Afrodite, traduzione a fronte di Silvia Ronchey.
Lei parla di segnali. Nel suo Codice dell'anima
diceva che il daimon invia dei segnali a ciascuno di noi per farci capire cosa non fare. Poi noi decidiamo come agire. È una teoria che vale non solo per gli individui e le loro scelte private, ma anche per le collettività e i grandi problemi? «Certo. Guardiamo un po' il crollo del capitalismo finanziario che si è consumato in questi giorni in America. Da tempo c'erano segnali. Cominciando dagli anni Novanta, con le bubbles
giapponesi e il crac della borsa di Tokyo. A seguire ci sono stati i disastri delle economie asiatiche, del Brasile eccetera.
Ma sembra che nessuno ne abbia tenuto conto… Nemmeno Ben Bernanke, il presidente della Federal Reserve, uno che pure ha studiato le grandi crisi economiche del Novecento».
Vuol dire che la storia si ripete, nonostante tutto? «È un'idea radicata e diffusa, uno dei modi con cui si guarda al futuro. Certi avvenimenti ricordano fatti precedenti, la crisi di oggi non può non richiamare quella del 1929. Anche se poi ci sono molte differenze, per esempio il nuovo sistema globale, o la rapidità con cui oggi, con un clic sul computer, possiamo trasferire miliardi di dollari. Un grande pensatore americano del Novecento, Georges Santayana, diceva che solo chi non conosce la storia è condannato a ripeterla. Ma poi, oggi, anche chi conosce la storia — Bernanke, per esempio — ripete gli stessi errori. Non solo nella politica economica. Prendiamo per esempio John McCain e la guerra in Iraq».
Anche lui ripete qualcosa di già visto? «Assolutamente sì. Quando il candidato repubblicano alla Casa Bianca ci dice che questa guerra dobbiamo vincerla perché non possiamo perderla; che, se ci ritirassimo ora, lasceremmo Al Qaeda libera di impadronirsi di tutto il Medio Oriente fino all'Afghanistan e al Pakistan, ecco quando dice queste cose ripete quello che diceva il presidente Lyndon Johnson sulla guerra del Vietnam. Usava, Johnson, la stessa teoria del domino: se molli una pedina, tutte le altre cadono. Allora si diceva in mano ai comunisti, oggi si parla di Al Qaeda. Ma il ragionamento è lo stesso». Qualcuno dice che il crac finanziario segna il crollo dell'America. «Ci sono due idee dell'America da considerare, come ho scritto in un articolo apparso mesi fa su Liberal, scritto dunque prima della caduta di Wall Street. C'è l'America della forza, dell'impero, l'America secondo Bush; e c'è l'America dell'immaginario, dell'American way of life, della cultura. La prima, sì, è crollata. La seconda invece resiste nonostante la crisi, ed è ancora forte. Se 300 milioni di cinesi studiano l'inglese, se tutto il mondo consuma hamburger, se i giovani giapponesi rifiutano il riso per mangiare il pane americano (che è terribile); se tutti gli emigranti del mondo sognano solo di venire a vivere in America, se la cultura pop è, insieme alla lingua, la cultura universale, tutto ciò vuol dire che questa idea d'America non è morta. Anzi, continua a prosperare. Forte com'è del fatto — prenda il pop americano, musica, cinema eccetera — che ha saputo inglobare, mischiare contributi del mondo intero, dal Brasile al Giappone, e formare un qualcosa che tutto il mondo consuma e apprezza. Il problema è che oggi l'America, arroccata com'è nella sua idea di potenza, non sa, non vuole cooperare con il resto del mondo, per esempio con la Russia».
C'è scontro, in effetti, tra Washington e Mosca. «Anche se, nella questione dei pirati in Somalia, Stati Uniti e Russia stanno collaborando. Ma poi, sulla crisi del Kosovo, sulla Georgia, torna a predominare la logica della contrapposizione ». Banche che falliscono, miliardi di dollari bruciati, il rischio della catastrofe: qual è il suo stato d'animo? «Non si scandalizzi, ma io, politicamente parlando, le dico che sono felice. Certo, vedo la gente che teme per i propri risparmi, non ce la fa a pagare i mutui eccetera. Però, per me, questo è un allarme salutare. Una sveglia per tutti, non solo per i padroni della finanza o gli uomini di Stato. Ci vuol dire, questo segnale, che bisogna ripensare tutto, vedere che il capitalismo avanzato non genera solo utili ma anche grandi problemi, che il cosiddetto mercato libero in realtà libero non è. Insomma, per me oggi siamo come nel novembre 1989, quando la caduta del Muro di Berlino ci fece aprire gli occhi sul comunismo. E la crisi del comunismo, a ben vedere, ha molti tratti simili con la crisi odierna del capitalismo».
In che senso? «Entrambi cadono per collasso, per implosione, insomma per fattori interni e non per l'azione di nemici esterni. Per il regime sovietico la minaccia veniva sempre da fuori. Non voleva vedere il sistema di corruzione, avidità, intrighi che lo minavano internamente; era un sistema che dichiarava anche con i suoi capi, Brezhnev per esempio, la sua senilità, l'impossibilità di un ricambio. Mi pare che questa diagnosi si possa ripetere per il capitalismo americano. Che non ha voluto vedere i giochi speculativi, le avidità degli uomini della finanza. Poi, anche in America, c'è la propensione a pensare che il pericolo viene sempre dagli altri, da fuori. Siamo, noi americani, convinti che i nemici ci minacciano sempre, siano essi i comunisti, Al Qaeda, i neri, i messicani che premono per entrare. È un tratto paranoico del nostro carattere nazionale. Come la convinzione che noi e solo noi siamo depositari del bene e della verità».
Un segnale d'allarme, un risveglio per la coscienza della common people, la gente comune, dunque. «Certo, non come gli attentati dell' 11 settembre, che generarono solo paura con le conseguenze che tutti conosciamo, guerre e tutto il resto. Oggi, questa crisi ci spinge a ripensare il modo di vivere generale, a cominciare dall'uso delle risorse energetiche. Ci spinge a pensare "verde", a non rischiare più la salute di questo pianeta».
Tra poche settimane, ci saranno le elezioni in America. James Hillman, per chi voterà? «Obama».

Sunday, September 28, 2008

Il rapporto con gli altri modifica materialmente gli individui

Corriere della Sera 28.9.08
Identità. Aristotele definì l'uomo un «animale politico». Oggi le neuroscienze spiegano perché si realizza pienamente solo nella collettività
Così la società cambia la struttura del cervello
Il rapporto con gli altri modifica materialmente gli individui
di Edoardo Boncinelli

Le potenzialità genetiche degli analfabeti di diecimila anni fa sono analoghe a quelle degli individui alfabetizzati di oggi

Nel cercare di definire e mettere a fuoco l'essenza della natura umana è opportuno, secondo me, distinguere fin dall'inizio la natura dell'individuo singolo da quella del collettivo umano, vale a dire di ciò che si è come parte di una società che possiede una cultura e una storia. In estrema sintesi: come singoli siamo animali — con caratteristiche tutt'affatto peculiari, ma sempre animali — prodotto di un'evoluzione biologica millenaria di natura fondamentalmente erratica; mentre il collettivo umano, e con lui l'individuo che vi appartiene, mostra un carattere storico ed è figlio di una continuità culturale, longitudinale e trasversale al tempo, che non ha l'eguale in nessun'altra realtà.
Le moderne neuroscienze hanno, in particolare, definito sempre meglio le caratteristiche della nostra mente e del nostro comportamento come singoli e hanno fornito e stanno fornendo una lezione interessantissima e tutt'altro che da trascurare. Non possiamo però dilungarci qui su questi aspetti, che vanno dalla natura del nostro apparato percettivo a quella della nostra facoltà del linguaggio e della nostra razionalità. Ma l'uomo è caratterizzato soprattutto dalla sua dimensione collettiva. Nel collettivo l'uomo trova la sua cifra più vera e letteralmente unica. Nessuno da solo può raggiungere una qualsiasi conclusione che sia diversa da quanto gli fanno credere i suoi sensi, ma un collettivo sì. Le conclusioni dei singoli possono essere avallate, contraddette o corrette da un collettivo di uomini operanti in un sufficiente lasso di tempo. Da soli non avremmo una logica, che è una costruzione eminentemente collettiva, visto che nessuno di noi è perfettamente logico. Da soli non avremmo una scienza, prodotto di una continua interazione fra uomini e fra uomini e cose. Da soli non avremmo una storia né la capacità di conoscere fatti di terre lontane. Anche se ci impegnassimo allo spasimo, ciascuno di noi non vive abbastanza per raggiungere da solo tali obiettivi.
Aristotele definì a suo tempo l'uomo un «animale politico» cogliendo così allo stesso tempo l'aspetto della sua socialità e della sua interattività. L'uomo è in effetti un animale sociale, anche se meno perfetto dei membri di altre specie, come ad esempio gli insetti sociali, ma il punto è che l'uomo deve assolutamente essere sociale per essere uomo. Non tanto e non solo perché vivere in comunità è utile per condurre una vita migliore, ma perché è il vivere in un collettivo, almeno per un lungo periodo iniziale, che fa di un essere umano un essere umano. Si direbbe piuttosto un animale sociale obbligato o meglio ancora un animale culturale obbligato, animale della famiglia, del gruppo e della polis.
Se accettiamo la dicotomia, che è al tempo stesso anche una complementarietà, tra individui singoli e collettivo umano, sembra inevitabile una domanda: come può la dimensione culturale collettiva retroagire così profondamente sulla natura di ciascuno individuo da rendere tutti noi uomini quelle creature tanto uniche che siamo? Alla nascita nessuno di noi è un figlio del suo tempo e forse neppure un uomo come ci piace intenderlo. A tre anni è certamente un essere umano a pieno titolo e a cinque-sei è generalmente un figlio del suo tempo, anche se ha ancora tante cose da imparare. Che cosa è successo in questo periodo? È successo qualcosa di molto particolare e veramente unico. L'interazione continua con le persone che lo circondano e la comunicazione verbale e non verbale che ha animato il suo piccolo mondo hanno materialmente cambiato il suo cervello e contribuito giorno per giorno a proteggere e rinsaldare i risultati di tale cambiamento.
Non conosciamo tutti i dettagli dei processi che hanno luogo in ciascuno di noi durante questo periodo, ma sappiamo che alla nascita il cervello dell'essere umano non è ancora completamente sviluppato. Noi nasciamo con un cervello ancora piuttosto piccolo, rispetto a quello che sarà poi, e che ha bisogno di anni per raggiungere il suo pieno sviluppo. Come conseguenza di questa nostra particolarità, il nostro cervello finisce di svilupparsi mentre si trova già in contatto con il mondo esterno tramite gli occhi, gli orecchi, l'epidermide e tutti i terminali sensoriali.
Quanto è potente quest'azione? E soprattutto che tipo di realtà instaura, che non ha l'eguale in nessun'altra? La trasformazione dell'animale uomo in un essere fondamentalmente culturale non è un prodotto diretto dei suoi geni, ma accade per ogni essere umano dalla notte dei tempi. È un evento necessario ma non geneticamente codificato e con uno sbocco necessariamente un po' diverso da epoca a epoca, da luogo a luogo, da individuo a individuo. Ha tutta l'aria di un corto circuito che s'innesca ogni volta partendo da zero e non lascia traccia. Un fenomeno nuovo, non facile da inquadrare, ma non impossibile da immaginare. Si consideri la scrittura. Diecimila anni fa nessuno scriveva e anche oggi c'è gente che non sa né leggere né scrivere. Le potenzialità genetiche sono le stesse negli analfabeti di ieri e di oggi come in chi al presente legge e scrive quotidianamente. La differenza è fatta dall'ambiente umano nel quale ci si trova a crescere e poi a vivere. Quando nessuno sapeva scrivere era normale vivere una vita che prescindesse da tale attività. Tutto era organizzato in modo da funzionare anche senza la notazione scritta.
Nelle regioni dov'è stata inventata la scrittura, però, è cominciata un'opera d'informazione e di formazione che ha portato i ragazzi ad apprendere molto presto gli elementi del leggere e dello scrivere. Questa pratica, che coinvolge tanto un apprendimento cognitivo esplicito quanto uno procedurale e irriflesso, si è così diffusa, mantenuta e propagata. Una volta inventata, la scrittura ha interessato e interessa un numero enorme di persone perché queste sono state precocemente immerse in un flusso di informazione che non si arresta. È utile che uno sappia scrivere, ma non è tuttavia necessario, né biologicamente né a volte purtroppo socialmente. C'è bisogno, per così dire, di un «innesco»; mentre una volta innescato, il processo si mantiene da solo, anche se a costo di un notevole sforzo organizzativo collettivo. Potrebbe anche darsi che pure il linguaggio parlato sia stato un processo che ha avuto bisogno originariamente di un innesco e che si mantenga attraverso il suo uso continuato.
Ogni individuo di ogni generazione diviene quindi un individuo umano grazie alla sua precoce immersione in un ambiente di esseri umani che, nonostante le loro peculiarità e le loro tradizioni, condividono alcuni tratti cognitivi e comportamentali comuni inconfondibilmente umani. Quest'immersione ha luogo quando ancora il cervello di ogni individuo è immaturo e capace di andare incontro ad un complesso di micromodificazioni di un certo tipo piuttosto che a quelle di un altro. Il mondo umano circostante si stampa in sostanza nel corpo e nel cervello di ciascuno di noi.

Friday, September 26, 2008

Artemide

Tetradramma della Macedonia con testa di Artemide nello scudo Macedone sul diritto, mazza e leggenda in corona di quercia sul rovescio. coniato dopo la costituzione della provincia romana.

"Pericle insegnami che cos'è la legge". La legge e le sue ragioni

La Repubblica 26.9.08
"Pericle insegnami che cos'è la legge". La legge e le sue ragioni
di Gustavo Zagrebelsky

«DIMMI, Pericle, mi sapresti insegnare che cosa è la legge?» chiede Alcibiade a Pericle. Pericle risponde: «Tutto ciò che chi comanda, dopo aver deliberato, fa mettere per iscritto, stabilendo ciò che si debba e non si debba fare, si chiama legge». E prosegue: «Tutto ciò che si costringe qualcuno a fare, senza persuasione, facendolo mettere per iscritto oppure in altro modo, è sopraffazione piuttosto che legge». Se non ci si parla, non ci si può comprendere e, a maggior ragione, non è possibile la persuasione.
Questa è un´ovvietà. Per intendere però l´importanza del contesto comunicativo, cioè della possibilità che alle deliberazioni legislative concorra un elevato numero di voci che si ascoltano le une con le altre, in un concorso che, ovviamente, non è affatto detto che si concluda con una concordanza generale, si può ricorrere a un´immagine aristotelica, l´immagine della preparazione del banchetto. In questa immagine c´è anche una risposta all´eterna questione, del perché l´opinione dei più deve prevalere su quella dei meno.
Il principio maggioritario è una semplice formula giuridica, un espediente pratico di cui non si può fare a meno per uscire dallo stallo di posizioni contrapposte (E. Ruffini)? È forse solo una «regoletta discutibile» (P. Grossi) che trascura il fatto che spesso la storia deve prendere atto, a posteriori, che la ragione stava dalla parte delle minoranze, le minoranze illuminate (e inascoltate)?
Quali principi sono alla base di una norma? Quanto vale il criterio maggioritario e quanto la necessità del dialogo? Un tema dibattuto dai tempi di Pericle e rimbalzato fino all´attualità
Una richiesta confessionale che dovrebbe valere anche per i non credenti
La formula di Ugo Grozio per la legislazione era "Come se Dio non ci fosse"
Si deve essere disposti, nel confronto con gli altri, a difendere i propri principi
Oppure, si tratta forse non di una regoletta ma di un principio che racchiude un valore? Non diremo certo che la maggioranza ha sempre ragione (vox populi, vox dei: massima della democrazia totalitaria), ma forse, a favore dell´opinione dei più, c´è un motivo pragmatico che la fa preferire all´opinione dei meno. A condizione, però, che «i più» siano capaci di dialogo e si aggreghino in un contesto comunicativo, e non siano un´armata che non sente ragioni.
In un passo della Politica di Aristotele (1281b 1-35), che sembra precorrere la sofisticata «democrazia deliberativa» di Jürgen Habermas e che meriterebbe un esame analitico come quello di Senofonte al quale ci siamo dedicati, leggiamo: «Che i più debbano essere sovrani nello Stato, a preferenza dei migliori, che pur sono pochi, sembra che si possa sostenere: implica sì delle difficoltà, ma forse anche la verità. Può darsi, in effetti, che i molti, pur se singolarmente non eccellenti, qualora si raccolgano insieme, siano superiori a ciascuno di loro, in quanto presi non singolarmente, ma nella loro totalità, come lo sono i pranzi comuni rispetto a quelli allestiti a spese di uno solo. In realtà, essendo molti, ciascuno ha una parte di virtù e di saggezza e quando si raccolgono e uniscono insieme, diventano un uomo con molti piedi, con molte mani, con molti sensi, così diventano un uomo con molte eccellenti doti di carattere e d´intelligenza».
Dunque, inferiori presi uno per uno, diventano superiori agli uomini migliori, quando è consentito loro di contribuire all´opera comune, dando il meglio che c´è in loro. Più numeroso il contributo, migliore il risultato.
Naturalmente, quest´immagine del pranzo allestito da un «uomo in grande» non supera questa obiezione: che nulla esclude che ciò che si mette in comune sia non il meglio, ma il peggio, cioè, nell´immagine del pranzo, che le pietanze propinate siano indigeste. Ma questa è un´obiezione, per così dire, esterna. Dal punto di vista interno, il punto di vista dei partecipanti, è chiaro che nessuno di loro ammetterebbe mai che il proprio contributo all´opera comune è rivolta al peggio, non al meglio.
Ognuno ritiene di poter contribuire positivamente alle decisioni collettive; l´esclusione è percepita come arbitrio e sopraffazione proprio nei riguardi della propria parte migliore.
Ora, accade, e sembra normale, che il partito o la coalizione che dispone della maggioranza dei voti, sufficiente per deliberare, consideri superfluo il contributo della minoranza: se c´è, bene; se non c´è, bene lo stesso, anzi, qualche volta, meglio, perché si risparmia tempo. Le procedure parlamentari, la logica delle coalizioni, la divisione delle forze in maggioranza e opposizione, il diritto della maggioranza di trasformare il proprio programma in leggi e il dovere delle minoranze, in quanto minoranze, di non agire solo per impedire o boicottare, rendono comprensibile, sotto un certo punto di vista, che si dica: abbiamo i voti e quindi tiriamo innanzi senza curarci di loro, la minoranza. Ma è un errore. Davvero la regola della maggioranza si riduce così «a una regoletta». Una regoletta, aggiungiamo, pericolosa. Noi conosciamo, forse anche per esperienza diretta, il senso di frustrazione e di umiliazione che deriva dalla percezione della propria inutilità. Si parla, e nessuno ascolta. Si propone, e nessuno recepisce. Quando la frustrazione si consolida presso coloro che prendono sul serio la loro funzione di legislatori, si determinano reazioni di auto-esclusione e desideri di rivincita con uguale e contrario atteggiamento di chiusura, non appena se ne presenterà l´occasione. Ogni confronto si trasformerà in affronto e così lo spazio deliberativo comune sarà lacerato. La legge apparirà essere, a chi non ha partecipato, una prevaricazione.
La «ragione pubblica» - concetto oggi particolarmente studiato in relazione ai problemi della convivenza in società segnate dalla compresenza di plurime visioni del mondo - è una sfera ideale alla quale accedono le singole ragioni particolari, le quali si confrontano tramite argomenti generalmente considerati ragionevoli e quindi suscettibili di confronti, verifiche e confutazione; argomenti che, in breve, si prestino a essere discussi. Le decisioni fondate nella ragione pubblica sono quelle sostenute con argomenti non necessariamente da tutti condivisi, ma almeno da tutti accettabili come ragionevoli, in quanto appartenenti a un comune quadro di senso e di valore. Contraddicono invece la ragione pubblica e distruggono il contesto comunicativo le ragioni appartenenti a «visioni del mondo chiuse» (nella terminologia di John Rawls, che particolarmente ha elaborato queste nozioni, le «dottrine comprensive»). Solo nella sfera della «ragione pubblica» possono attivarsi procedure deliberative e si può lavorare in vista di accordi sulla gestione delle questioni politiche che possano apparire ragionevoli ai cittadini, in quanto cittadini, non in quanto appartenenti a particolari comunità di fede religiosa o di fede politica.
Un sistema di governo in cui le decisioni legislative siano la traduzione immediata e diretta - cioè senza il filtro e senza l´esame della ragione pubblica - di precetti e norme derivanti da una fede (fede in una verità religiosa o mondana, comunque in una verità), sarebbe inevitabilmente violenza nei confronti del non credente («l´infedele»), indipendentemente dall´ampiezza del consenso di cui potessero godere. Anzi, si potrebbe perfino stabilire la proporzione inversa: tanto più largo il consenso, tanto più grande la violenza che la verità è capace di contenere.
Sotto questo aspetto, dire legge non violenta equivale a dire legge laica; al contrario, dire legge confessionale equivale a dire legge violenta. La verità non è di per sé incompatibile con la democrazia, ma è funzionale a quella democrazia totalitaria cui già sì è fatto cenno.
L´esigenza di potersi appellare alla ragione pubblica nella legislazione, un quanto si voglia sconfiggere la violenza che sempre sta in agguato nel fatto stesso di porre la legge, spiega la fortuna attuale dell´etsi Deus non daretur, la formula con la quale, quattro secoli fa, Ugo Grozio invitava i legislatori a liberarsi dall´ipoteca confessionale e a fondare il diritto su ragioni razionali; invitava cioè a lasciar da parte, nella legislazione civile, le verità assolute. Mettere da parte Dio e i suoi argomenti era necessario per far posto alle ragioni degli uomini; noi diremmo: per costruire una sfera pubblica in cui vi fosse posto per tutti. Naturalmente, da parte confessionale un simile invito ad agire indipendentemente dall´esistenza di Dio non poteva non essere respinto. Per ogni credente, Dio non si presta a essere messo tra parentesi, come se non ci fosse. Ma l´esigenza che ha mosso alla ri-proposizione di quell´antica espressione (G. E. Rusconi) non è affatto peregrina. È l´esigenza della «ragione pubblica». A questa stessa esigenza corrisponde l´invito opposto, di parte confessionale, rivolto ai non credenti affinché siano loro ad agire veluti si Deus daretur (J. Ratzinger). Altrettanto naturalmente, anche questo invito è stato respinto.
Per un non credente in Dio, affidarsi a Dio (cioè all´autorità che ne pretende la rappresentanza in terra) significa contraddire se stessi. Ma questa proposta-al-contrario coincide con la prima, nel sottolineare l´imprescindibilità di un contesto comune, con Dio per nessuno o con Dio per tutti, nel quale la legge possa essere accettata generalmente in base alla persuasione comune.
Entrambe le formule non hanno dunque aiutato a fare passi avanti. Sono apparse anzi delle provocazioni, ciascuna per la sua parte, alla libertà, autenticità e responsabilità della coscienza. In effetti, non si tratta affatto di esigere rinunce e conversioni di quella natura, né, ancor meno, di chiedere di agire come se, contraddicendo se stessi. Non è questa la via che conduce a espungere la violenza dalla legislazione.
Un punto deve essere tenuto fermo: la legge deve essere aperta a tutti gli apporti, compresi quelli basati su determinate assunzioni di verità. La verità può trovare posto nella democrazia e può esprimersi in «legislazione che persuade», perché la democrazia non è nichilista. Ma solo a patto però - questo è il punto decisivo - che si sia disposti, al momento opportuno, quando cioè ci si confronta con gli altri, a difendere i principi e le politiche che la nostra concezione della verità a nostro dire sostiene, portando ragioni appropriatamente pubbliche (J. Rawls).
Così, i sistemi religiosi, filosofici, ideologici e morali non sono esclusi dalla legislazione, ma vi possono entrare solo se hanno dalla propria parte anche buone ragioni «comuni», su cui si possa dissentire o acconsentire, per pervenire a decisioni accettate, pur a partire da visioni del mondo diverse, come tali non conciliabili. La legislazione civile, in quanto si intenda spogliarla, per quanto è possibile, del suo contenuto di prevaricazione, non può intendersi che come strumento di convivenza, non di salvezza delle anime e nemmeno di rigenerazione del mondo secondo un´idea etica chiusa in sé medesima.
Il divieto dell´eutanasia può essere argomentato con una ragione di fede religiosa: l´essere la vita proprietà divina («Dio dà e Dio toglie»); l´indissolubilità del matrimonio può essere sostenuta per ragioni sacramentali («non separare quel che Dio ha unito»). Argomenti di tal genere non appartengono alla «ragione pubblica», non possono essere ragionevolmente discussi. Su di essi ci si può solo contare. La «conta», in questi casi, varrà come potenziale sopraffazione. Ma si può anche argomentare diversamente. Nel primo caso, ponendo il problema di come garantire la genuinità della manifestazione di volontà circa la fine della propria esistenza; di come accertare ch´essa permanga tale fino all´ultimo e non sia revocata in extremis; di come evitare che la vita, nel momento della sua massima debolezza, cada nelle mani di terzi, eventualmente mossi da intenti egoistici; di come evitare che si apra uno scivolamento verso politiche pubbliche di soppressione di esseri umani, come dicevano i nazisti, la cui vita è «priva di valore vitale». Alla fine, se ne potrà anche concludere che, tutto considerato, difficoltà insormontabili e rischi inevitabili o molto probabili consigliano di far prevalere il divieto sul pur molto ragionevole argomento dell´esistenza di condizioni di esistenza divenute umanamente insostenibili. Oppure, viceversa. Nel secondo caso, si potrà argomentare sull´importanza della stabilità familiare, nella vita e nella riproduzione della vita delle persone e delle società; a ciò si potrà contrapporre il valore della genuinità delle relazioni interpersonali e la devastazione ch´esse possono subire in conseguenza di vincoli imposti. Su questo genere di argomenti si può discutere, le carte possono mescolarsi rispetto alle fedi e alle ideologie, le soluzioni di oggi potranno essere riviste domani. Chi, per il momento, è stato minoranza non si sentirà per questo oggetto di prevaricazione.
Qualora poi le posizioni di fede non trovino argomenti, o argomenti convincenti di ragione pubblica per farsi valere in generale come legge, esse devono disporsi alla rinuncia. Potranno tuttavia richiedere ragionevolmente di essere riconosciute per sé, come sfere di autonomia a favore della libertà di coscienza dei propri aderenti, sempre che ciò non contraddica esigenze collettive irrinunciabili (questione a sua volta da affrontare nell´ambito della ragione pubblica). Tra le leggi che impongono e quelle che vietano vi sono quelle che permettono (in certi casi, a certe condizioni). Le leggi permissive, cioè le leggi di libertà (nessuno oggi pensa - in altri momenti si è pensato anche questo - che l´eutanasia o il divorzio possano essere imposti) sono quelle alle quali ci si rivolge per superare lo stallo, il «punto morto» delle visioni del mondo incompatibili che si confrontano, senza che sia possibile una «uscita» nella ragione pubblica. Anzi, una «ragione pubblica» che incorpori, tra i suoi principi, il rigetto della legge come violenza porta necessariamente a dire così: nell´assenza di argomenti idonei a «persuadere», la libertà deve prevalere. Questa è la massima della legge di Pericle.

Statere con Zeus

Statere d'argento dell'Elide riproducente la testa del Zeus di Fidia.

Moneta con Artemide

Tetradamma della Macedona coniato dopo la conquista Romana della regione e prima della sua trasformazione in provincia: buso di Artemide su scudo, mazza e leggenda in corona di quercia.

Saturday, September 13, 2008

Topi che ridono e maiali che provano nostalgia

Topi che ridono e maiali che provano nostalgia

Liberazione del 11 settembre 2008, pag. 17

di Annamaria Manzoni

Chiunque abbia un animale sa perfettamente a cosa ci si riferisce quando si parla dei loro sentimenti e delle loro emozioni; conosce l'imbarazzante capacità del proprio cane di immensamente gioire per ogni ritorno quotidiano del suo compagno umano rimasto lontano solo per poche ore come quella di farsi invadere dall'angoscia con crisi di inappetenza al solo vedere ricomparire valigie che risvegliano il ricordo di separazioni inaccettabilmente prolungate; distingue il miagolio di protesta da quello di pigra soddisfazione del micio di famiglia; addirittura si accorge quando gli scatti del suo pesce nell'acquario testimoniano inquietudine e nervosismo o invece, sinuosi e lenti, lo rivelano appagato e tranquillo.
Insomma, la conoscenza e la familiarità, mediati dall'affetto, consentono di prendere atto dell'esistenza articolata di un mondo interiore degli altri animali, fatto per altro già evidenziato alla metà del 1800 da Darwin, che aveva riconosciuto che essi provano emozioni di tutti i tipi: sono gelosi e nostalgici, sentono simpatie ed antipatie, sanno divertirsi e desiderano giocare.
Altri studiosi più recentemente hanno evidenziato che tali caratteristiche non sono tipiche solo dei nostri animali di affezione, ai quali siamo orgogliosi di riconoscerle, ma appartengono anche a specie insospettate. E' stato dimostrato, per esempio, che giovani porcellini d'India subiscono una forma di stress collegabile ad un vissuto di tristezza se vengono separati dalla madre; che gli orango manifestano gioia di vivere quando per esempio giocosamente agitano le mani nell'acqua, che i bufali talvolta si lasciano scivolare sul ghiaccio con muggiti di piacere e i macachi che si divertono a tirarsi palle di neve.
Non tutti sanno poi, e forse preferiscono ignorare, che persino i topi, sì proprio loro, sono in grado di provare solidarietà di specie e addirittura di ridere, quando per gioco si azzuffano con i loro simili, o quando qualche "ricercatore" si prende la briga di accarezzarli sulla nuca.
Insomma, a ben guardare e a metterli tutti insieme, sembra di essere all'interno di uno di quei cartoon destinati ai bambini, in cui ogni animale mette in circolo l'intera gamma dei comportamenti umani davanti ai piccoli spettatori che approvano e assentono senza stupore. E forse non è un caso: perché gli adulti, se non si sono mai posti prima il problema, arrivano ad accettare l'idea della vita emotiva degli animali superando lo scetticismo iniziale attraverso un percorso di conoscenza. I bambini, invece, nella loro naturalezza e con il loro spontaneo sentire, capiscono istintivamente il mondo degli animali, perché, come dice Jeffrey Moussaief ( Nel regno dell'armonia ), «sembrano percepire qualcosa di fondamentale riguardo agli animali e alla loro vita emotiva che gli adulti tendono a dimenticare; avvertono la loro somiglianza al proprio giovane essere».
Quindi, è accertato, gli animali non umani condividono con quelli umani un mondo interno animato da affetti, desideri, nostalgie, emozioni.
Ma purtroppo una gigantesca opera di negazione collettiva ci ha indotto a divulgare ed accettare di molti di loro solo caratteristiche negative e repellenti: non è un caso, perché solo svalutando la loro natura e svilendoli con rappresentazioni sfavorevoli riteniamo di legittimare l'orrendo uso che siamo soliti fare delle loro vite, quando li riduciamo a puri oggetti d'uso segregati nei raccapriccianti allevamenti intensivi, quando li sottoponiamo a dolorosissime amputazioni funzionali al nostro esclusivo benessere, e quando li obblighiamo ad una morte precoce e spaventevole.
Ancora prima degli studiosi, sono stati poeti e scrittori a guardare oltre l'immagine reificata che abbiamo appiccicato addosso a tante specie e a vedere in esse potenzialità che travalicano quelle umane: la compassione di scimmie capaci di lasciarsi morire di fame pur di non nuocere ad un loro simile, la sensibilità degli elefanti che piangono i loro morti con lacrime che solo la limitatezza umana scambia per pura secrezione organica, la giocosità dei maiali che sognano guardando la luna, la paura del vitello condotto al macello che inutilmente muggisce all'uomo il suo strazio.
Credo sia davvero venuto il momento di prendere atto di tutto questo e di vedere il grande errore che è alla base dell'organizzazione che abbiamo dato al mondo, a questo mondo che il premio Nobel per la letteratura Josè Saramago senza eufemismi, definisce sbagliato, non imperfetto: sbagliato. E si augura che «ne venga un altro» che percorra le strade del rispetto e della compassione per ogni essere vivente.
E' un progetto realizzabile? Siamo ancora in tempo per cambiare direzione e risalire dall'abisso di indifferenza e crudeltà in cui siamo precipitati? Ognuno darà la propria risposta e deciderà se ancora ergersi arrogante sopra le altre specie o umilmente mettersi in terra in mezzo agli animali, come diceva Kafka, e solo da lì poter vedere il cielo con le stelle.

Celle dell´Inquisizione affiorano nuovi graffiti

PALERMO - Celle dell´Inquisizione affiorano nuovi graffiti
SABATO, 13 SETTEMBRE 2008 LA REPUBBLICA - Palermo

Torna "Le vie dei tesori" dell´Università. E si inaugura il carcere

I restauri svelano una crocifissione. Quattro weekend di visite e passeggiate con i prof. Si parte il 26

Si comincerà di notte, sotto le stelle, tra le piante dell´Orto botanico, ma il momento clou arriverà con l´inaugurazione del Carcere dei Penitenziati con i nuovi graffiti appena portati alla luce. Il programma della terza edizione de "Le vie dei tesori" è ricco e prevede oltre settanta appuntamenti nell´arco di quattro weekend tematici (l´ultimo di settembre e i primi tre di ottobre), organizzati dall´Università di Palermo.
All´interno del primo, dedicato alla scienza, si terrà la "Notte della ricerca", un´occasione per familiarizzare con un mondo spesso ostico ma affascinante: venerdì 26 i cancelli del giardino storico di via Lincoln resteranno aperti dalle 21 all´una di notte, e i ricercatori dell´Università coinvolgeranno il pubblico in esperimenti, show didattici, osservazioni stellari e laboratori per bambini. Il sabato e la domenica si potrà viaggiare a bordo della barca-laboratorio Borzì, perdersi nella realtà virtuale o essere guidati da robot alla scoperta dell´Orto botanico.
Le bellezze paesaggistiche e architettoniche della città saranno al centro della scena nel secondo weekend (3-5 ottobre), quando storici, geografi, urbanisti, botanici e agronomi dell´Ateneo condurranno i visitatori tra parchi, monumenti, castelli, rioni storici. Lungo i sedici itinerari d´autore, attraverso gli occhi degli specialisti, sarà possibile apprezzare dettagli che sfuggono a uno sguardo distratto.
Sarà la terza settimana, però, a regalare quello che è probabilmente l´evento più atteso e importante: la riapertura integrale - dopo quattro anni di lavori - del Carcere dei Penitenziati, una testimonianza, più unica che rara, delle pene inflitte dagli uomini di Torquemada agli eretici tra l´inizio del Seicento e la fine del Settecento, con testimonianze inedite quali graffiti, invocazioni sui muri e poesie: intere pareti sono state scoperte negli ultimi mesi.
Tra il 17 e il 19 ottobre, infine, si potrà scoprire lo Steri e i suoi tesori che raccontano sette secoli di storia, con visite al magnifico soffitto trecentesco dell´aula magna.
Non indifferente lo sforzo economico, sostenuto interamente dall´Ateneo: «La stretta finanziaria è pesante, ma ci teniamo a dare il senso della presenza dell´Università in città», dice il rettore Giuseppe Silvestri.
a. t.

Il replay della mente così i ricordi nutrono il cervello

La Repubblica 13.9.08
Una ricerca Israele-Usa pubblicata su Science "La memoria è come un videoregistratore"
Il replay della mente così i ricordi nutrono il cervello
di Elena Dusi

A ogni immagine che si forma nella nostra testa si attiva un mosaico di neuroni

Un neuroscienziato sa cosa pensa un uomo prima ancora che lui se ne renda conto. Quando un´idea o un ricordo iniziano a sbocciare nella testa, dei sensori elettrici possono coglierla prima che raggiunga la superficie della coscienza. Lo hanno dimostrato dei ricercatori americani e israeliani in un esperimento pubblicato su Science. Il risultato in realtà lascia un po´ l´amaro in bocca, perché finisce con il paragonare la nostra mente a una sorta di videoregistratore. Semplificando molto, è come se bastasse attaccare una spina elettrica per "osservare" le immagini che scorrono nella nostra testa, nel momento in cui ricordiamo il volto di una persona incontrata ieri o il film visto la sera prima. E se il sensore elettrico è piazzato al punto giusto in quella "centralina" della memoria chiamata ippocampo, raccogliere il ricordo è questione di un attimo: gli scienziati di fronte al video impiegano addirittura uno o due secondi in meno rispetto a quanto non faccia la coscienza di chi ricorda.
Un esperimento come quello guidato da Hagar Gelbard-Sagiv del Weizmann Institute di Rehovot, in Israele, e da Itzhak Fried dell´università della California a Los Angeles può essere tentato solo su individui gravemente ammalati di epilessia in attesa di un intervento chirurgico. In ogni caso, prima dell´operazione, a questi pazienti va inserita una minuscola sonda che arrivi nelle profondità del cervello, laddove si trova un´area a forma di virgola chiamata ippocampo. È qui che i ricordi vengono immagazzinati alla rinfusa appena arrivano, in attesa di essere scomposti e spediti nelle aree del cervello deputate alla loro conservazione a lungo termine.
Con la sonda posizionata nell´ippocampo di tredici pazienti, i neuroscienziati hanno osservato uno per uno i circa cento neuroni che si attivavano mentre sullo schermo di una tv scorreva una scena dei Simpsons o di un altro telefilm capace di stimolare attenzione e umorismo. Lo stesso esperimento è stato ripetuto mostrando agli individui con l´epilessia delle foto di animali o cartoline con la torre Eiffel o paesaggi diversi. A ogni immagine corrisponde un mosaico di neuroni che si attivano.
L´ippocampo registra questo schema nel momento in cui guarda la foto o la scena del film. Un´ora più tardi, quando ai pazienti viene chiesto di richiamare l´immagine dalla loro memoria, la sonda ha osservate esattamente gli stessi neuroni che si riaccendevano. Ricordare, dunque, è un po´ come rivivere. O più banalmente, come premere il tasto "replay" su un videoregistratore. Ma nonostante il fascino straordinario di riuscire a osservare il nostro cervello mentre lavora con la definizione del singolo neurone, la spiegazione degli scienziati israeliani e americani scatena più domande di quante non ne soddisfi. Dove per esempio viene conservato lo "schema" di accensione dei neuroni relativo a Homer e dove quello che caratterizza Lisa. E come la memoria a breve termine viene processata e trasformata in memoria a lungo termine, in aree lontane dall´ippocampo.

Tuesday, September 09, 2008

Ritorno a Loudun, dove si svolse uno fra i più clamorosi processi di stregoneria di quel secolo

La Stampa Tuttolibri 6.9.08
Ritorno a Loudun, dove si svolse uno fra i più clamorosi processi di stregoneria di quel secolo
Il diavolo al rogo nel Seicento è un curato libertino
Il romanzo di Huxley che ispirò tra l’altro la commedia di Whiling, il film di Ken Russell, l’opera di Penderecki
di Masolino D'Amico

Nel terzo decennio del Seicento Loudun, cittadina del Poitou a una cinquantina di chilometri di Parigi, fu teatro di uno dei più clamorosi processi di stregoneria di quel secolo, semidimenticato in quello successivo, molto indagato dai positivisti ottocenteschi, infine esplorato in tutte le sue sfaccettature da Aldous Huxley in un libro che ispirò tra l’altro una commedia (Whiting), un film (Russell), un’opera lirica (Penderecki).
Suor Jeanne des Anges, giovane priora di un piccolo convento, monacata perché deforme - era quasi nana - e quindi difficile da maritare, si dichiarò improvvisamente posseduta dei demoni inviatile da Urbain Grandier, curato della cittadina; il quale Grandier era aitante, intelligente, eloquente, e notoriamente libertino, avendo un’amante semiufficiale e almeno un figlio illegittimo, sia pure disconosciuto.
Suor Jeanne conosceva Grandier solo per fama, non avendolo mai visto, ma lo aveva invitato per iscritto a diventare confessore della sua comunità ottenendone un rifiuto. Ora l’uomo popolava i suoi sogni; e le sue ossessioni-frustrazioni, condivise con le diciassette tra suore e novizie che dipendevano da lei, esplosero. Le accuse furono avidamente ascoltate sia dalla Chiesa, che prontamente mandò esorcisti, sia dai nemici locali di Grandier.
Gli esorcismi, pubblici e violenti (per prima cosa a suor Jeanne fu somministrato un enorme clistere di acqua benedetta), ebbero l’effetto di esasperare le manifestazioni di squilibrio delle indemoniate, che si svilupparono in veri e propri spettacoli a richiesta, con bestemmie, contorcimenti acrobatici e mostra di nudità. Tenuti a intervalli regolari per alcuni anni, questi diventarono una grande attrazione turistica della cittadina, attirando migliaia di persone anche di alto rango. Alla fine della lunga kermesse, che da Parigi Richelieu non fece nulla per scoraggiare (voleva dare una lezione agli ugonotti di Loudun, non gli dispiaceva saggiare il terreno in vista del restauro di un qualche tipo di Inquisizione, e nutriva rancore verso Grandier, dal quale una volta aveva subito uno sgarbo), l’imputato, mai ascoltato dai giudici, fu atrocemente torturato e bruciato vivo.
Dal canto suo suor Jeanne continuò a lottare coi demoni, dai quali si dichiarò definitivamente liberata solo dopo molto tempo, dando inizio a una carriera di star della santità, prima viaggiando e poi ricevendo in sede, impartendo consigli che venivano dai suoi protettori celesti, infine scrivendo un paio di compiaciute autobiografie.
Unico neo nel complotto dei cacciatori di diavoli, Grandier si rifiutò fino all’ultimo di firmare una confessione di colpevolezza: i tempi non avevano ancora scoperto, commenta Huxley, quei sistemi di fiaccamento della volontà individuale con cui i moderni totalitarismi ottengono invece, sempre, l’autoaccusa delle loro vittime.
Non è questo l’unico raffronto che l’autore promuove tra l’epoca di Luigi XIII e la sua, e qualcuno gli ha rimproverato un eccesso di mentalità scientifica, per esempio di essere stato troppo severo col gesuita Surin, il mistico che tentò di liberare suor Jeanne e che finì semiindemoniato a sua volta, preda di tremendi mali psicosomatici, internato in manicomio e tentato suicida prima di un lento e doloroso recupero. Dopotutto, si obietta, Surin credeva quello che (quasi) tutti credevano ai tempi suoi. Sì, certo: maHuxley fa osservarecome nella propria incrollabile convinzione il gesuita violasse precisi precetti della Chiesa stessa, che ammoniva a non accettare per oro colato niente di provenienza diabolica. Ansiosi di dimostrare il loro teorema, Surin e compagni invece presero per buone le accuse delle suore possedute (se interrogato nel modo giusto, il diavolo non può mentire), e ignorarono le argomentazioni a discarico (il diavolo in questo caso mentiva).
Noi non diamo più credito alla stregoneria, mail punto è che neanche con gli strumenti di allora il processo contro Grandier avrebbe dovuto essere celebrato.
La lezione che Huxley lucidamente ne trae è, guai al fondamentalismo; guai a chi, ritenendosi in possesso della verità, si considera in diritto di calpestare qualsiasi principio o persona. Ma quando nasce il fondamentalismo (religioso, ma anche politico, economico, ecc.)? Secondo Huxley, quando l’uomoperde il contatto con la natura; quando le parole travalicano il rapporto con le cose e si investono di un’autorità propria e dispotica. L’ammonimento appare ancora più attuale oggi di quando il libro fu scritto, più di mezzo secolo fa.

Wednesday, September 03, 2008

Cittadella (pd) - Domenica 7 settembre 2008 - con Reitia

Cittadella (pd) - Domenica 7 settembre 2008 - con Reitia

Cittadella (pd)
Domenica 7 settembre
Con la dea Reitia

Anche quest'anno, per la precisione questa è la quinta sfilata, i pagani e wiccan veneti sfileranno intorno alle mura di Cittadella con gli stendardi della dea Reitia.
Tutti vi posso partecipare, è una festa pubblica.
I pagani e wiccan veneti saranno presenti per tutta la giornata con i loro gazebo in piazza. Durante questa edizione della "Festa dei Veneti", organizzata da "Raixe Venete", vi sarà anche la nostra mostra sui veneti antichi.
"I veneti antichi, alla scoperta della nostra storia antica" e' il tema dell'edizione di quest'anno della festa.
La "Festa dei Veneti" con il passare degli anni si è sempre più affermata, nelle ultime edizioni ha raggiunto le 30.000 presenze. Decine e decine sono i gli espositori.
Per chi vuole partecipare solo alla sfilata, l'orario di partenza degli stendardi è fissato verso le ore 15.00.
Su Youtube si possono trovare i video delle sfilate precedenti.
ciao
francesco scanatta
cell. 349 7554994

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