Friday, January 18, 2008

GLI DEI ARTIFICIALI DI A.E. VAN VOGT

GLI DEI ARTIFICIALI DI A.E. VAN VOGT

Lo scrittore canadese A.E. Van Vogt si può dire, a tutti gli effetti, uno scrittore di fantascienza "classica", che cioè cerca di escludere fattori magici, soprannaturali o eccessivamente "irrazionali" nella narrazione. Tuttavia, troppo spesso tocca temi di tipo religioso e parapsicologico, e spesso ci si domanda se non ci si trovi di fronte a sconfinamenti in campi che vanno al di là della scienza.

Il tema della trasformazione dell'uomo in divinità è un suo tema ricorrente, a tal punto che quasi ne sembra ossessionato.

Nel suo romanzo Il libro di Ptath, si narra di un uomo del XX secolo, Peter Holroyd, un soldato americano morto durante la Seconda Guerra Mondiale, che risorge in un remotissimo futuro, lontano duecento milioni di anni, con un corpo e una mente che non sono i suoi, dotato di forza straordinaria e del dono dell'immortalità.

Ben presto, Holroyd scopre di non essere solo la reincarnazione di un uomo, ma addirittura di un Dio: il Dio-Re del continente di Gonwonlane (cioè l'antica Gondwanaland ricostruita dai casi della natura), Ptath. Il suo nome deriva chiaramente dal nome del Dio Creatore egiziano Ptah, e infatti la civiltà a cui appartiene assomiglia agli antichi regni dell'Egitto e della Mesopotamia. Holroyd scopre che il mondo del futuro ha creato una scienza parapsicologica che sconfina con la magia. L'invenzione dei bastoni da preghiera, oggetti rituali di metallo che vengono impiegati da miliardi e miliardi di fedeli di questo mondo sovraffollato, permette di concentrare la forza psichica della preghiera su determinati individui oggetti di adorazione, rendendoli veri e propri Dei.

Tale potere divino consiste, oltre che nell'immortalità e in una forza immensa, anche nella capacità di separare a volontà l'anima dal corpo, spingendo la prima ad occupare temporanei corpi umani o animali (che devono essere dello stesso sesso del possessore divino), assumendone il controllo. Inoltre, questi Dei artificiali hanno il potere di teletrasportarsi attraverso lo spazio ed il tempo.

In origine quindi Ptath era un sovrano mortale divinizzato come gli antichi Faraoni che era stato reso immortale dai suoi sudditi assieme alle due sue mogli: Ineznia e L'onee.

Ad un certo punto però Ptath si era accorto che la sua condizione divina rischiava di fargli perdere i suoi sentimenti umani, rendendolo crudele e spietato, così aveva deciso di viaggiare indietro nel tempo per vivere molte esistenze umane e conquistare la perfetta comprensione dell'umanità e delle sue sofferenze.

Ptath aveva lasciato le sue mogli divine a governare Gonwonlane, controllate da sette incantesimi (in realtà pure suggestioni postipnotiche), che dovevano impedir loro di ribellarsi a lui.

Ineznia non è altro che la reinterpretazione fantascientifica della sumerica Inanna, la Ishtar degli Assiro-Babilonesi, la Dea dell'amore e della guerra, e infatti si dimostra anch'essa legata alla passione erotica e ai grandi conflitti fra nazioni. Infatti ella usa i suoi poteri per entrare nei corpi di tutte le belle donne e fare l'amore con tutti gli uomini che le piacciono. Inoltre, dopo aver imprigionato l'altra moglie di Ptath, prepara la sconfitta di suo marito e una nuova Guerra Mondiale che dovrà unificare l'intero pianeta sotto il suo dominio.

Dopodiché richiama suo marito Ptath dal passato, con dentro la personalità di Peter Holroyd, in modo che Ptath sia troppo confuso per contrastare la terribile Dea.

Quando ritorna nel suo tempo, Ptath scopre di non poter disporre che di un residuo della sua antica potenza, perché astutamente Ineznia ha proibito alle donne del suo impero di pregare con i bastoni di preghiera. Infatti il potere della preghiera è legato al sesso: gli Dei artificiali del futuro ricevono potere solo dalle preghiere dei fedeli di sesso opposto. L'intuizione del legame fra adorazione divina e pulsione sessuale è tipica della cultura psicoanalitica, e certamente Van Vogt l'ha tratta da questo fronte, non certo dalla stessa cultura pagana, dove non c'è bisogno di "intuizioni" di nessun tipo dato che il legame fra sesso e religione nel Paganesimo è sempre stato esplicito ed evidente.

Infatti Van Vogt non approfondisce il tema, e anzi si dimostra piuttosto ingenuo, dato che non si pone minimamente il problema di dove vanno le preghiere dei numerosi maschi omosessuali che esistono a questo mondo e che, in teoria, avrebbero dovuto dare anch'esse potere a Ptath, e non a Ineznia. Ptath-Holroyd dovrà intraprendere una lunga e dura battaglia contro la sua malvagia moglie per riconquistare il trono e liberare la seconda moglie, ma alla fine vincerà e incatenerà Ineznia, ormai impotente, nelle segrete del suo palazzo.

Il romanzo, che apparentemente sembra una sorta di rivalutazione del politeismo, trasformato in religione "scientifica", è in realtà religiosamente "reazionario" per diversi aspetti. Esso rappresenta il conflitto fra le religioni monoteistiche patriarcali e sessualmente repressive, le religioni del Dio Padre, contro le più antiche religioni pagane matriarcali e sessualmente tolleranti, le religioni della Dea Madre, e la vittoria delle prime sulle seconde.

Da un punto di vista morale e ideologico il romanzo è misogino e maschilista, ma il suo valore è nell'idea completamente nuova della religione. L'idea che fossero gli uomini a creare gli Dei e non viceversa non è nuova, ma chi precedentemente aveva affermato questa tesi, voleva intendere che gli Dei sono puramente illusori. Van Vogt invece va più in là e si domanda se, dato che le invenzioni degli uomini, come gli aerei e i computer, sono qualcosa di ben reale e potente, non lo possano essere anche le invenzioni credute "immaginarie". Il politeismo, in pratica, trova il suo possibile collegamento con le scienze parapsicologiche. É un tema che la moderna parapsicologia potrebbe cercare di sviluppare. Può la fede creare materialmente ciò che prima non c'era, e che poi vive e respira, anche se in una dimensione "altra" da quella in cui viviamo?

Questo concetto è essenzialmente magico, e ha una sua tradizione nelle pratiche magiche più arcaiche. Van Vogt non ha fatto altro che razionalizzarlo e universalizzarlo, dandogli una veste quasi "scientifica".

Van Vogt ha inotre scritto un ciclo di romanzi, chiamato Le armi di Isher, che ha alcune somiglianze con Il libro di Ptath.

Gli Isher sono una dinastia imperiale che governa la Terra e tutto il Sistema Solare da quarantotto secoli, e sul cui trono siede una giovane imperatrice, Innelda, la quale sposa un misterioso personaggio, Robert Hedrock, dotato di conoscenze e capacità illimitate, e di origini sconosciute.

Hedrock si rivelerà essere un immortale, reso tale da un esperimento scientifico avvenuto nel XXI secolo. Non solo: in realtà sarebbe lui il primo imperatore di Isher, scomparso misteriosamente prima che venisse scoperta la sua immortalità e ricomparendo poi ad intervalli regolari per combinare i matrimoni dei suoi discendenti maschi e sposando le discendenti femmine che ereditavano il trono, nella speranza di generare altri immortali. Innelda, tredicesima imperatrice e moglie di Hedrock, genera appunto questo figlio immortale, Isher di Isher, il quale si dimostra superiore al padre, perché cresce ad una velocità impressionante, ed inoltre, causa uno strano incidente, si trova ad essere caricato di una parte della misteriosa energia temporale che ha creato il nostro cosmo, trasportata attraverso il tempo da un viaggiatore del XX secolo. Quando il cosmo intero verrà minacciato da una spaventosa esplosione a catena che si propaga fra le galassie, Isher di Isher salverà tutti quanti con un gesto, usando la sua energia cosmica per trasformare in ghiaccio le fiamme dell'esplosione. Solo un Dio potrebbe fare una cosa del genere, e infatti Isher di Isher, da buona divinità che è, si preoccupa della ricostruzione del cosmo parzialmente distrutto dall'esplosione, aiutato dai Kleyai, esseri anch'essi immortali ed evolutissimi, superiori agli esseri umani e unicamente volti al Bene, i quali rivelano che esistono esseri superiori anche a loro, i Demiurghi, i veri costruttori del cosmo, i quali hanno creato delle pietre che contengono delle micro-galassie che sono i modelli perfetti e microscopici di tutte le galassie del nostro cosmo. Con un viaggio nel tempo Isher di Isher riesce a ricuperare la pietra che riproduce la Via Lattea, con la quale i Kleyai potranno cominciare il loro lavoro.

La vicenda s'imterrompe qui, e perciò rimane incomclusa, dato che non si sa quale destino seguirà il giovane Dio-imperatore.

C'è stato chi ha voluto vedere nelle opere di Van Vogt un'influenza dei dogmi cristiani. Hedrock e Holroyd-Ptath somiglierebbero al Cristo, all'Uomo-Dio, in versione fantascientifica. L'idea è discutibile, e anzi direi decisamente errata, perché, come nel caso del personaggio di Gandalf in Tolkien, non tiene conto di troppi fattori.

Per simili interpretazioni, ogni essere umano-divino somiglierebbe a Cristo. Il fatto è che praticamente in ogni religione esistono esseri umani-divini, e allora da qui dovremmo dedurne che ogni religione assomiglia al Cristianesimo? Innanzitutto, bisogna tenere conto che, mentre nel Cristianesimo è il Dio che diventa uomo, nelle due opere di Van Vogt è l'uomo che diventa Dio. La vera concezione religiosa che scaturisce dai romanzi vanvogtiani è l'antropoteismo, l'Uomo come portatore di natura divina che è nascosta in lui, ma che può scaturire ed evolversi tramite la conoscenza scientifica, cioè, in pratica, una forma di Gnosi in forma scientifica.

Avviene un processo esattamente contrario a quello della vicenda del Cristo. Questi passa dalla forza alla debolezza, e all'esaltazione della debolezza e dell'umiltà, mentre invece nei personaggi di Van Vogt si passa dalla debolezza naturale dell'uomo alla forza imbattibile e salvatrice del Superuomo. L'uomo si salva perché non è più uomo, ma diventa Dio, e lo fa da solo.

Ptath è il frutto del potere creatore della mente dell'umanità intera, e Isher di Isher è il risultato di un'esperimento di ingegneria genetica, non c'è nessun intervento soprannaturale: l'uomo ha creato da solo i suoi Dei e li ha resi garanti della sua salvezza fisica e morale, ma non ultraterrena.

Ciò che muove le immaginazioni di Van Vogt è l'ideologia della signoria assoluta dell'universo da parte dell'umanità tramite la scienza, non certo il Cristianesimo. E gli Dei di Van Vogt sono destinati a vivere in questo mondo in compagnia degli uomini, non certo in un'altra dimensione.

Piero Trevisan

IL PAGANESIMO IN H.P.LOVECRAFT

IL PAGANESIMO IN H.P.LOVECRAFT

Continuando nella storia dei rapporti fra Paganesimo e letteratura fantastica, non poteva non spiccare il nome dell'americano Howard Philip Lovecraft (1890-1937). Questi è, per certi aspetti, su una linea di continuità con Arthur Machen, al quale spesso si è ispirato nei temi dei suoi racconti dell'orrore, con la differenza che mentre Machen si considerava ancora cristiano, Lovecraft aderì completamente al Paganesimo fin dalla giovinezza. Per citare un aneddoto ad hoc, basterà ricordare che, da ragazzo, nel suo paese natale, il Rhode Island, Lovecraft aveva consacrato un piccolo santuario a Pan sulla riva di un fiume.

In particolare, sentiva tutto il fascino delle antiche civiltà mediterranee, come dimostrano alcuni dei suoi racconti. Ma si sentiva molto legato anche alle sue antiche origini britanniche e, di conseguenza, alle antiche tradizioni celtiche che hanno contribuito a formare l'atmosfera di magia e di mistero di tante sue opere.

L'originalità e la particolarità dei suoi racconti a tema politeistico, non stanno però nel suo interesse per le tradizioni antiche, quanto piuttosto nell'idea, assolutamente nuova e dovuta al suo interesse per le vastità cosmiche che la scienza cominciava allora ad esplorare, che oltre agli Dei delle antiche mitologie, cioè gli Dei più vicini all'uomo e alla vita della Terra, esistessero altre divinità che risiedevano nell'Altrove, negli abissi cosmici che circondano il nostro pianeta, e di cui noi non sappiamo nulla, perché sono per noi inimmaginabili e totalmente estranei alla condizione umana, e che potrebbero esserci ostili.

Nei racconti di Lovecraft è trasfusa tutta l'angoscia ed il terrore per questa possibilità, descritta e riaffermata quasi ossessivamente, e di fronte a cui spesso non viene data nessuna via di scampo. Infatti, per Lovecraft sono gli abissi cosmici la vera realtà suprema, non il nostro piccolo e debole pianeta, e gli orribili Dei cosmici con cui non è possibile nessun contatto e nessuna tregua, sono i Signori assoluti di tutto. Per Lovecraft è l'Oscurità cosmica il vero senso di tutto, e la Luce è solo la maschera pietosa che gli uomini sovrappongono alla realtà per non impazzire d'orrore e di solitudine.

Il politeismo di Lovecraft è quindi, potremmo dire, un politeismo negativo, demoniaco, nichilistico, anche se, a una lettura attenta, vi si possono trovare degli sprazzi di luce, la possibilità di una "salvezza" data all'uomo ispirato, tra l'altro proprio attraverso qualcuna di queste oscure divinità che, a volte, si possono dimostrare amiche dell'uomo, per quanto aliene e incomprensibili possano essere.

Le notti di Lovecraft, fin dalla sua tormentata infanzia, furono popolate da sogni meravigliosi su regni incantati e magici e da incubi spaventosi su antiche e colossali rovine in altipiani deserti e su mostruose creature dell'Altrove.

Tali sogni influenzarono poi profondamente la sua produzione letteraria. Sembra che lo scrittore vivesse con tale intensità queste visioni notturne, da considerarle delle esperienze reali in una dimensione parallela a quella della veglia. Infatti molti personaggi lovecraftiani vivono le loro avventure sognandole.

Emblematico è a questo proposito uno dei suoi primi racconti: Oltre il muro del sonno, dove si parla di un povero contadino psicopatico delle montagne americane, il quale, durante i suoi sogni, diventa una sorta di spirito celeste, una divinità cosmica che è stata esiliata e imprigionata nel corpo di un essere umano. In questo racconto, Lovecraft riafferma le antiche dottrine orfiche: ognuno ha dentro di sé un daimon, un Dio di ordine minore, che in origine è stato esiliato sulla Terra per una colpa, che deve scontare attraverso successive reincarnazioni, e che gode di libertà solo nel momento del sonno, quando il corpo è inerte.

Lovecraft immagina invece che il misterioso Dio umano sia stato esiliato da un suo ancor più misterioso nemico, che risiederebbe dalle parti di Algol, stella il cui nome, che deriva dall'arabo, ha un significato demoniaco: al ghul, "il Demone" o "l'Orco". Alla fine l'essere divino riuscirà a liberarsi dalla sua prigione corporea e a vendicarsi: una supernova brillerà nei cieli della Terra vicino ad Algol, pochi giorni dopo, segno della compiuta vendetta celeste.

Molti dei racconti di Lovecraft sono collegati fra di loro, anche se si possono leggere singolarmente, nel senso che sono ambientati in un solo universo immaginario, con una sua precisa storia, geografia e cultura. Essi sono stati denominati Il ciclo di Cthulhu, prendendo nome da una delle divinità oscure inventate da Lovecraft.

Le divinità cosmiche descritte da Lovecraft sembrano a volte essere la reinterpretazione di Dei di culture più antiche di quella classica greco-romana, e sembrano ispirarsi a quelle egizie e del Medio Oriente.

Per esempio, Tiamat, la Dea Madre dei miti babilonesi, informe e mostruosa divinità primigenia dell'Abisso di acque da cui è nato l'universo, selvaggia e crudele, è il miglior archetipo degli oscuri Dei cosmici inventati da Lovecraft.

Forse anche le divinità precolombiane, con le loro figure mostruose e con i loro riti sanguinari, sono stati un buon materiale d'ispirazione per Lovecraft, come dimostrerebbero certi racconti come Xinaian, di cui parlerò più avanti, e Il boia elettrico, in cui si parla di uno strano personaggio, Fendon, inventore di un tipo particolare di sedia elettrica, il "boia elettrico" appunto, e che è dedito al culto degli antichi Dei aztechi come Uitzilopotchli e Quetzalcoatl, a cui dedica sacrifici umani.

Il pantheon di Lovecraft è quasi del tutto inventato, a parte il Dio-pesce dei Cananei, Dagon, ed il Dio britannico delle acque, Nodens. Tuttavia, come in Tolkien, le divinità inventate da Lovecraft possono avere una parentela con figure mitologiche tradizionali.

Questi Dei vengono genericamente denominati Antichi, perché hanno governato sulla Terra prima della comparsa dell'uomo, penetrando dallo spazio esterno. Il loro aspetto, a parte quello di Cthulhu, non viene mai descritto appieno, in quanto la loro natura è così aliena da essere indescrivibile con parole umane.

Il più antico di tutti gli Dei è Azathoth, il demone-sultano, il Signore di tutte le cose, di cui si parla nel racconto L'abitatore del buio. Azathoth risiede al centro dell'universo fin dalle sue origini, è «il dio cieco e idiota che gorgoglia blasfemità al centro dell'universo», eternamente cullato da una danza di Dei-demoni altrettanto stupidi, che girano attorno a lui mossi da una musica primordiale, in un girotondo meccanico e insensato. Azathoth è, in pratica, il simbolo dell'insensatezza dell'universo, vero simbolo dell'estremo pessimismo di Lovecraft.

Il nome di Azathoth sembra derivare dall'unione di quello di Azazel, il principe degli Angeli ribelli di cui si parla nel Libro di Enoch, testo apocrifo della tradizione antica ebraica, e quello di Thoth, Dio egiziano del calendario, l'Ermete Trismegisto della tradizione gnostica antica, guardiano della porta dell'Aldilà.

Al nome di Thoth richiama un'altra divinità lovecraftiana, di cui si parla o si accenna in parecchi racconti: Yog-Sothoth, "l'Uno-in-Tutto" e "il Tutto-in Uno", così chiamato perché ha il potere di essere contiguo a ogni tempo e ogni spazio. Lo si può definire l'opposto di Azathoth, perchè mentre questi è la personificazione del Caos e dell'insensatezza, Yog-Sothoth è l'amministratore ed il garante eterno di un Ordine universale misterioso e incomprensibile per l'uomo, e non meno spaventoso del Caos di Azathoth. Egli è il Guardiano della Soglia che permette di accedere ai misteri di tutto l'universo, visibile e invisibile. La sua importanza è superiore a quella di tutti gli altri nell'universo di Lovecraft, il suo nome è quello che più di tutti gli altri Dei sembra avere un potere magico, risolutivo.

Nel racconto L'orrore di Dunwich Yog-Sothoth non compare direttamente, ma la sua terribile presenza, che rimane dietro le quinte, verrà rivelata alla fine del racconto. In esso si narra di uno squallido e miserabile villaggio americano, Dunwich, presso cui si trovano dei misteriosi megaliti, in un luogo chiamato Sentinel Hill, straordinariamente simili a quelli che si trovano in Europa, tanto che si sospetta che siano antichi templi di Druidi emigrati in America.

Vicino a Sentinel Hill vive una strana famiglia, gli Watheley, composta da un vecchio stregone, e dalla sua unica figlia, una minorata mentale di nome Lavinia, la quale dà alla luce un bambino di padre sconosciuto, Wilbur, nato la notte della Candelora, che, come si sa, in origine era una festa pagana.

Paurosi eventi segnano la sua nascita e la sua crescita, che avviene in modo inumano, rapidissimo, mentre il suo volto assume sempre più tratti caprini, da fauno.

In seguito il vecchio stregone muore lasciando i suoi poteri in eredità al nipote, per poter compiere una misteriosa missione legata alla sua nascita. Le sue ultime parole sul letto sono un ammonimento e una minaccia: afferma che Yog-Sothoth è il Guardiano della Soglia e solo lui sa come e quando gli Antichi potranno tornare sulla Terra dal loro regno invisibile, perciò è Lui che il nipote Wilbur deve evocare con un rito magico.

Wilbur cerca così d'impossessarsi del Necronomicon, un libro di magia che contiene le formule d'evocazione degli antichi Dei cosmici che dominavano la Terra prima della nascita dell'uomo, custodito nella biblioteca universitaria di Arkham, ma viene ucciso dal cane messo a guardia della biblioteca.

Di fronte alla gente accorsa a vedere l'accaduto, si presenta una scena incredibile: il corpo di Wilbur giace sul pavimento, agonizzante, con gli abiti lacerati dal cane, che rivelano il suo vero aspetto, prima sempre accuratamente nascosto; mentre la parte superiore del giovane è umana, quella inferiore è un caos di forme assurde che sfidano ogni legge naturale, e che fanno pensare vagamente all'aspetto di un fauno, mescolato alle forme di tutti gli stadi evolutivi: molluschi, rettili e mammiferi.

Lovecraft fa capire che dietro i miti di Pan, dei Satiri, dei Fauni e dei Sileni si nasconde una realtà molto più terrificante, indescrivibile per gli antichi Greci, e che solo noi moderni possiamo sperare di comprendere nella sua cosmica vastità.

Dopo la morte di Wilbur, un mostro invisibile comincia ad aggirarsi per le campagne di Dunwich, fino a quando non viene fermato, con gli stessi incantesimi degli Whateley, da alcuni dei professori dell'università di Arkham, i quali avevano scoperto tutta la verità sulla famiglia di stregoni: essi volevano evocare gli Dei Antichi per ripristinarne il dominio; Wilbur aveva avuto un fratello gemello che però assomigliava quasi completamente al padre, e che prima era sempre stato tenuto a bada dai familiari, che ora erano tutti morti.

Alla fine, i professori riescono, con la magia, a respingere il mostro nella dimensione dove vivono i Grandi Antichi, ma prima di andarsene l'essere diventa visibile per un attimo, mentre invoca il nome di suo padre: Yog-Sothoth.

Il suo corpo è gorgonico, primordiale, una sorta di ovoide gelatinoso con enormi zampe e pieno di tentacoli a ventosa e occhi che guardano in tutte le direzioni, simbolo di conoscenza illimitata. E in cima, un'enorme testa umana: forse una paurosa parodia orrorifica di un centauro?

In questo racconto si notano parecchie somiglianze, e persino espliciti riferimenti, con Il Gran Dio Pan di Arthur Machen. Il personaggio di Wilbur Whateley è fratello di quello di Helen Vaughan, la terribile figlia di Pan di cui Machen narra nel suo racconto. Si ricordi poi che Yog-Sothoth porta il titolo di "Uno-in-Tutto", ed in greco il nome Pan vuol dire appunto "Tutto".

Ma il racconto che rivela la vera natura di Yog-Sothoth, il suo significato metafisico, è Attraverso la porta delle chiavi d'argento, dove il protagonista Randolph Carter, che adombra la figura dello stesso Lovecraft, intraprende un viaggio spaziotemporale per incontrare gli Antichi, e dapprima incontra un'entità di nome Umr-at-Tawil, che regna nel remoto passato della Terra, quando ancora vi vivevano gli Antichi, e che diventa la sua guida iniziale nel suo viaggio, per poi essere sostituito dal più grande Yog-Sothoth.

In questo racconto gli Antichi vengono descritti in modo più positivo, essi non sono crudeli né spietati, sono semplicemente indifferenti, persi nei loro cosmici sogni e in una divina serenità che considera irrilevante l'umanità esattamente come noi considereremmo irrilevante un formicaio.

In questo racconto dell'ultimo periodo letterario di Lovecraft, il mistero cosmico si fa meno indefinito, e viene parzialmente rivelato. Quando Randolph Carter si trova al cospetto di Yog-Sothoth, questi gli chiede di superare i suoi limiti umani, e gli concede di varcare l'ultima Soglia, quella che dà l'accesso alla verità ultima, eterna, e in essa Randolph Carter scopre che il mondo come noi lo conosciamo è un'illusione: il tempo non esiste e tutto è eterno, poiché presente, passato e futuro coesistono eternamente insieme, e anche gli esseri umani e tutti gli altri esseri viventi non sono ciò che sembrano essere. Ogni creatura fa parte di un essere più grande, di cui non è generalmente consapevole perché fa parte di un piano dimensionale più alto.

Esattamente come un quadrato, se avesse coscienza, non potrebbe rendersi conto di essere il lato di un cubo e sarebbe convinto di essere un individuo autonomo.

Ogni essere è quindi parte di un Archetipo multidimensionale che si estende all'infinito nel tempo e nello spazio. Quella che noi chiamiamo dimensione "spirituale" dell'Essere è in realtà qualcosa di più fisico e concreto dello stesso mondo fisico, e perciò praticamente incomprensibile agli esseri a sole quattro dimensioni come noi.

Questa geniale concezione filosofica, che unisce il Neoplatonismo alla cosmologia moderna, in cui Lovecraft riesce a risolvere e superare l'eccessivo spiritualismo delle dottrine platoniche, e arrivando persino ad anticipare la filosofia di Severino sull'eternità del Tutto, nel contesto della narrazione di un viaggio iniziatico, appare come il prodotto di una mente che segue i binari del pensiero esoterico, senza però volersi legare ad alcuna tradizione specifica, sembra.

Randolph Carter contempla con sconcerto ed orrore la vera natura di se stesso in una visione donatagli da Yog-Sothoth: esistono, sparsi nell'infinito e nell'eternità, innumerevoli alter ego di Randolph Carter, che tutti insieme fanno parte di un grande Archetipo divino ed eterno, lui solo consapevole di queste sue innumerevoli esistenze parziali. E alla fine, arriva la rivelazione suprema, sconcertante: l'Archetipo di Randolph Carter, che è anche quello supremo fra tutti gli Dei-Archetipi, è lo stesso Yog-Sothoth, che è l'Archetipo

di tutti i poeti, i maghi, i mistici e gli artisti di tutta la storia dell'universo intero. Yog-Sothoth, in pratica, è il Dio di tutti coloro che sono stati capaci di guardare al di là del proprio mondo, di varcare la Soglia dell'ignoto.

Un'altra divinità, parente prossima di Yog-Sothoth, ma decisamente negativa, è il Grande Cthulhu, il cui nome forse deriva da quello del Dio egiziano Khnumu, creatore dell'umanità.

Il racconto in cui compare per la prima volta è Il richiamo di Cthulhu, ma di lui si parlerà in molti altri racconti, anche se non come protagonista. Cthulhu è un essere gigantesco a forma di piovra, giunto sulla Terra nella più lontana preistoria, assieme alla sua mostruosa progenie, provenienti da un altro cosmo, governato da leggi naturali diverse da quelle del nostro. Cthulhu avrebbe creato l'umanità o, secondo versioni narrate in altri racconti, l'avrebbe portata da un altro pianeta, e sarebbe perciò la prima divinità adorata dagli uomini. Egli dorme, immortale, sul fondo del Pacifico, fra le rovine della città sommersa di R'lyeh, da quando il suo regno sprofondò nell'oceano.

Dopo la sua scomparsa, l'umanità continua a ricordarlo e a comunicare con lui attraverso sogni telepatici, e alcuni di questi visionari praticano un culto segreto che attende il giorno del risveglio di Cthulhu e della restaurazione del suo regno, un regno di malvagità, in cui l'uomo diventerà come i Grandi Antichi, privo di ogni norma morale e assetato solo di piacere e violenza.

Cthulhu è quindi un Dio messaggero di una dottrina di violenza e di caos. Ne Il risveglio di Cthulhu il culto di questo Dio viene descritto come costituito da riti orgiastici e folli, che richiedono sacrifici umani.

Cthulhu e la sua progenie però, anche se inizialmente vengono classificati come facenti parte degli Antichi, non ne sono che dei lontani parenti, come viene poi affermato in altri racconti. Infatti gli Antichi rimangono invisibili e non vengono mai pienamente descritti da Lovecraft, a differenza di Cthulhu, che forse è stato ispirato dai malvagi Marziani della Guerra dei Mondi di H.G.Wells, gigantesche piovre crudeli ma intelligentissime e telepatiche.

C'è poi Nyarlathotep, soprannominato "il caos strisciante", il cui vero aspetto è totalmente sconosciuto, ma che un tempo si manifestò in forma umana nell'antico Egitto. E' il più malvagio di tutti: in esso, a differenza che in altri Dei di Lovecraft, spesso ambigui, non brilla nessun aspetto positivo, e inoltre si dimostra particolarmente crudele e ingannatore. Sarà infatti lui che, in un lontano futuro, segnerà forse la fine dell'umanità sulla Terra, come viene descritto nel racconto onirico Nyarlathotep.

Nyarlathotep compare anche nel romanzo breve Alla ricerca del misterioso Kadath, opera altrettanto onirica e favolistica, il cui protagonista è ancora Randolph Carter, il quale parte per un viaggio nella terra dei sogni, precedentemente al suo incontro con Yog-Sothoth.

La terra dei sogni, come già accennato, viene descritta da Lovecraft come una dimensione reale, esistente accanto alla nostra e che noi possiamo visitare solo durante il sonno, o nella quale possiamo entrare definitivamente dopo la morte del corpo terreno, come capita al re Kuranes, protagonista del racconto Celephaïs.

Randolph Carter cerca nel sogno "la città del tramonto", regno da lui creato nel sogno e poi perduto, poiché la via verso di essa è ostacolata dagli Dei della Terra, detti anche "i Signori", che abitano sul misterioso monte polare Kadath. Gli Dei della Terra sono esseri antropomorfi, ben diversi da divinità come Cthulhu e Azathoth; essi non compaiono mai direttamente nel romanzo, rimangono misteriosi e sfuggenti come un sogno, ma Lovecraft ce ne descrive l'aspetto attraverso l'immagine del loro volto scolpito nella roccia di una montagna, con toni decisamente mistici.

Essi sono la rappresentazione onirica degli Dei olimpici che tanto avevano affascinato Lovecraft da giovane e che avevano ispirato i suoi primi racconti.

Questi Dei della Terra sono contrapposti agli Altri Dei, divinità più potenti di loro, non antropomorfe e che vivono nello spazio esterno. Non è ben chiaro se gli Altri Dei debbano essere identificati o meno con gli Antichi, ma nel romanzo viene rivelato che essi sono i danzatori amorfi e stupidi che circondano Azathoth, il demone-sultano, nel vuoto centrale.

Gli Dei della Terra, per quanto potenti e magnifici, sono solo marionette in mano a terribili divinità cosmiche affini a Cthulhu, e il cui luogotenente sulla Terra è il perfido Nyarlathotep, "messaggero degli Altri Dei e loro anima", che alla fine del romanzo appare a Randolph Carter sulla cima del monte Kadath, sotto forma di principe egizio, per cercare di ingannarlo e farlo perdere nel vuoto con l'orribile visione degli Altri Dei.

Carter verrà salvato all'ultimo momento da Nodens, il Dio del Grande Abisso che protegge i sognatori, e potrà risvegliarsi nella sua casa, sano e salvo.

Non altrettanto fortunato è il personaggio di Barzai, nel racconto Gli Altri Dei, sacerdote-mago che nei tempi remoti aveva scalato il monte Hatheg-Kla per poter vedere gli Dei della Terra - che detestano farsi vedere dai mortali - danzare alla luna piena. Barzai riesce a vederli, ma ne viene punito, perché appaiono gli Altri Dei che lo fanno precipitare nell'Abisso cosmico per la sua presunzione.

Lovecraft sembrava molto attratto dagli abissi marini e infatti molti suoi racconti parlano di divinità che vivono nel mare. Nodens, per esempio, è un Dio acqueo, signore dell'Abisso, pare che in Britannia fosse un Dio delle fonti termali, e quindi legato anche al sottosuolo, e compare assieme a Poseidone, Dio di Atlantide, nel racconto La casa misteriosa lassù nella nebbia, nel ruolo di guida magica verso regni ignoti, al pari di Yog-Sothoth.

Dagon, il Dio-pesce dei Filistei, compare direttamente una sola volta nel racconto che porta il suo nome: Dagon, appunto, dove viene descritto come immenso mostro marino che adora a sua volta un misterioso monolito sorto dalle acque del Pacifico, mentre la sua mostruosa progenie marina è protagonista nel racconto La maschera di Innsmouth, dove un giovane alla ricerca delle proprie origini scopre l'esistenza di un popolo di esseri umanoidi anfibi immortali, sorta di mostruosi uomini-rana che vivono in tutti i mari del mondo, i figli divini di Dagon, che hanno l'abitudine di unirsi a quegli esseri umani che sono diventati loro adoratori, organizzati in una vasta setta, chiamata "Ordine Esoterico di Dagon", che ha la sua sede nella cittadina di Innsmouth. Essi generano così degli ibridi che nascono in forma umana, ma che, una volta adulti, diventano anch'essi uomini-rana immortali. Il protagonista scoprirà con orrore di essere anch'egli uno di questi ibridi, ma alla fine accetterà il proprio destino, e si unirà ai suoi fratelli in fondo all'oceano.

É un racconto apparentemente paradossale: l'acquisizione della divinità passa attraverso una mostruosa metamorfosi e la totale perdita della propria umanità, conseguenza più logica dell'"antiantropomorfismo" divino che pervade tanti racconti di Lovecraft.

Nel racconto Il Tempio, invece, si nota l'attrazione di Lovecraft per l'antico mondo greco-romano, la sua religione ed i suoi miti. Nel racconto, l'equipaggio di un sottomarino tedesco della Prima Guerra Mondiale, comandata da un ufficiale fanatico, scopre un piccolo busto di una misteriosa divinità solare greca, stretta nella mano di un marinaio annegato. Il misterioso amuleto spinge alla follia e al terrore l'equipaggio, che viene poi sterminato dal suo comandante, il quale rifiuta di cedere alla malìa del Dio sconosciuto, fino a quando il sottomarino s'incaglia fra le gigantesche rovine di una città sommersa nell'Atlantico, di fronte ad un tempio-caverna da cui promana una luce spettrale, mentre si ode un coro che canta: è il Dio del sole di Atlantide che, come una sirena invisibile, chiama il comandante tedesco come ha chiamato tanti altri naviganti prima di lui. Prima di cedere al canto ed entrare nel tempio, il comandante affida il resoconto della vicenda ad una bottiglia lanciata all'esterno.

Il Dio Yig invece è un Dio legato alla terra, infatti è il Dio Serpente di certe tribù di pellerossa nei deserti americani, ma non sono riuscito a sapere se si tratta di una pura invenzione di Lovecraft o se corrisponde a credenze realmente esistenti fra gli Amerindi.

Esso comunque viene associato da Lovecraft al precolombiano Quetzalcoatl, il mitico Serpente Piumato, il quale però è una divinità celeste.

Nel lungo racconto Xinaian, uno dei più orrorifici racconti di Lovecraft, Yig è adorato assieme a Cthulhu da un popolo di esseri umani semidivini che vivono nel mondo sotterraneo di Xinaian o K'Nyan, eternamente illuminato da una misteriosa luce azzurra, creature immortali e telepatiche in grado di smaterializzarsi a piacimento e di proiettare a distanza i propri pensieri. I semidei di Xinaian sembrano essere stati ispirati dalle leggende sui mondi sotterranei di Agarthi e Shambala che a quel tempo circolavano soprattutto in America, e che hanno poi creato una vastissima mitologia esoterico-fantascientifica.

In un altro racconto, invece, il Dio Serpente fa cadere la propria maledizione su di una donna che aveva ucciso una cucciolata di serpenti a sonagli, facendole uccidere il marito e generando in lei una progenie di uomini-serpenti.

Un'altra divinità di cui si accenna nei racconti lovecraftiani, è il Dio Tsathoggua, che viene descritto come "nero e informe" o con una forma di rospo.

Esso appare come Dio oscuro del regno di N'Kai, regno sotterraneo immerso nelle tenebre eterne, al di sotto di Xinaian, e sembra collegato al regno di Dagon e della sua progenie immortale.

Nel racconto Dagli abissi del tempo si parla invece di un Dio che pare ispirato al mito della Gorgone. Una nave trova un'isola sconosciuta nel Pacifico, che pare essere appena emersa dall'oceano, ma in cui i marinai scoprono un tempio sotterraneo antichissimo, sul cui pavimento c'è una grande botola sigillata che non riescono ad aprire. In un angolo della sala del tempio trovano anche qualcosa che sembra una mummia, il corpo di un uomo preistorico misteriosamente pietrificato, il volto ed il corpo contratti in un'espressione di paura e sofferenza estreme.

La nave porta con sé la mummia, che viene esposta in un museo americano, mentre l'isola misteriosa scompare nuovamente fra i flutti. Attorno alla mummia cominciano a formarsi strane leggende, maghi ed esoteristi vengono da tutti i paesi della Terra per poterla vedere.

Tali leggende, tramandate da sette esoteriche, affermano che la mummia proviene dal continente di Mu, scomparso nel Pacifico nella preistoria, e che il tempio subacqueo appartiene al Dio Ghatanothoa, venuto sulla Terra assieme agli Antichi, il quale era un essere che viveva nel sottosuolo, così orribile che qualsiasi uomo l'avesse visto in faccia sarebbe stato trasformato in pietra, senza però morire, ma rimanendo in una sorta di animazione sospesa, in cui il cervello rimaneva cosciente, fissato per sempre sull'orribile immagine di Ghatanothoa.

La mummia sarebbe in realtà il corpo del mitico T'yog, sacerdote-mago della Dea Madre Shub-Niggurath, che aveva cercato di vincere con un incantesimo lo spaventoso potere del Dio-mostro, fallendo miseramente. Una setta di maghi esoteristi vuole però risvegliare T'yog per poter acquisire la sua conoscenza magica, e alcuni maghi penetrano nel museo di notte. T'yog, sotto l'influenza dell'incantesimo che deve risvegliarlo, riapre gli occhi, ma nelle sue pupille è rimasta incisa l'ultima immagine che ha visto prima di chiuderli, e i maghi vengono a loro volta pietrificati dal suo sguardo.

Più di tutti gli altri, questo racconto mostra come Lovecraft fosse pervaso da una sorta di horror sacri, sentimento comune agli antichi Romani: la divinità è qualcosa da cui tenersi lontani, da non guardare. Non c'è nulla di beatifico nella visione degli Dei, ma solo di disumanizzante. Vedere gli Dei cosmici, entrare in contatto con loro, per Lovecraft significa inevitabilmente diventare un po' come loro, e ciò è male, perché gli uomini devono rimanere uomini e non avventurarsi troppo lontano dal loro mondo mortale. Eppure, è proprio questo viaggio verso l'Ignoto in compagnia degli Antichi, che Lovecraft desidera, per quanto ne sia spaventato, e il racconto Attraverso la porta delle chiavi d'argento ne è la dimostrazione.

Nel romanzo Le montagne della follia, non si parla esplicitamente di alcuna divinità, se non qualche accenno a Cthulhu, eppure tutto il romanzo ruota attorno ad un mistero cosmico che è direttamente legato al senso ultimo del pantheon pauroso inventato da Lovercraft.

L'opera, ispirata dal romanzo di Poe, Il viaggio di Arthur Gordon Pym, di cui ne è in certo modo la continuazione, narra della scoperta di un favoloso regno perduto nell'Antartide, dove sorge una città abbandonata costruita dagli Antichi, qui descritti come creature aliene, completamente diverse dall'uomo, e che pure hanno un'anima che si avvicina all'uomo, e che hanno portato la vita sulla Terra in origine, guidandone l'evoluzione.

Poiché si tratta di esseri mortali, fatti della nostra stessa sostanza fisica, si può supporre che non si tratti degli stessi Antichi si cui si parla in altri racconti. Anzi, è probabile che "Antichi" fosse un termine generico che usava Lovecraft per indicare, di volta in volta, esseri molto diversi fra di loro.

C'è da notare però che questi Antichi antartici avevano una testa a forma di stella a cinque punte, forma che ripetevano ossessivamente in tutta la loro arte e architettura. Il loro simbolo quindi era il Pentacolo, il simbolo magico per eccellenza. Essi sono comunque delle creature "magiche".

Oltre quella città sorge una misteriosa, altissima catena di montagne, che gli esploratori si convincono essere il mitico Kadath, la Montagna Polare sede degli Dei della Terra. Ma su di esse risiede un mistero così spaventoso, che persino gli Antichi non avevano osato avvicinarsi e si erano limitati a rivolgere loro delle preghiere a distanza.

Gli esploratori però non potranno svelare tutto il mistero perché dovranno fuggire dagli orrendi Shoggoth, che popolano un mondo sotterraneo sotto la città (il tenebroso N'Kai, sembra), creature metamorfiche frutto degli esperimenti d'ingegneria genetica degli Antichi, prima loro schiavi e ora alleati degli Dei Tsathoggua, Dagon e della sua progenie.

Fuggendo dalla città maledetta, uno di loro avrà una visione, una specie di miraggio a distanza, che gli rivela cosa alberga sulle Montagne della Follia, il vero Kadath, impazzendo. Nel delirio, pronuncerà il nome di Yog-Sothoth, il Guardiano della Soglia, assieme ad altri nomi esoterici, ma il mistero rimane totale, insvelato, lo stesso mistero finale che neanche Poe aveva voluto svelare nel finale del suo romanzo, e che ha lo stesso fascino esoterico dei misteri lovecraftiani.

Il terrore che pervade i racconti di Lovecraft, ormai è dimostrato dalla critica, è il terrore di perdere la propria identità, e il terrore massimo è che l'universo sia dominato da Dei ignoti che rifiutano e annientano l'identità umana. Nei racconti di Lovecraft non è quasi mai la sopravvivenza fisica dell'umanità ad essere in pericolo, gli Dei Antichi non vogliono sterminarci, ma vogliono toglierci la nostra natura di uomini, renderci simili a loro, ugualmente "mostruosi", secondo il metro umano.

Tuttavia lo stesso Lovecraft sembra essere arrivato a considerare gli aspetti positivi di una possibile trasformazione dell'uomo, come dimostrerebbe

Attraverso la porta delle chiavi d'argento, che è uno dei suoi ultimi racconti, in cui Randolph Carter è inizialmente inorridito dalla perdita d'identità che prova nello scoprire i suoi alter-ego, ma poi arriva ad accettare questa verità quando si rende conto di essere parte di un essere divino che è l'Uno-in-Tutto ed il Tutto-in-Uno.

Simili incubi sono stati suggeriti dal carattere disumanizzante della moderna civiltà tecnologica e dallo stravolgimento dei modi di vita tradizionali americani, che Lovecraft disapprovava profondamente. Non bisogna pensare però che lo scrittore, per quanto tradizionalista e decisamente xenofobo, fosse semplicemente un reazionario: il tipo di amicizie, che aveva, fra cui si contano ebrei e omosessuali, smentisce un giudizio così sbrigativo.

Semplicemente, Lovecraft intuiva che la progressiva meccanizzazione della vita umana, le conquiste scientifiche ed il caos delle megalopoli moderne, che Lovecraft odiava, avrebbero portato solo infelicità e alienazione all'umanità, eliminando il lato poetico ed estetico della vita.

C'è però un racconto in cui questo orrore per la vita delle grandi città assume toni razzistici, e in cui il pagano Lovecraft arriva ad assumere toni cristiani nel giudicare certi culti politeistici importati dall'Asia, esso è Orrore a Red Hook, dove si narra di un poliziotto, Malone, che investiga sulla diffusione delle sette pagane in un quartiere di New York pieno d'immigrati asiatici, Red Hook, appunto. La religione di questi immigrati, viene descritta negativamente, come "culti demoniaci", con alcuni dei peggiori pregiudizi dell'epoca sugli Yezidi dell'Asia Centrale, definiti ancora "adoratori del diavolo", e con l'idea, tipica degli Inquisitori, che i culti della Grande Madre e del Dio Cornuto praticati dalle streghe europee coincidano con la magia nera. Il racconto avrebbe potuto essere stato scritto da un membro di un'associazione di lotta alle sette religiose, e, in effetti, non è uno dei suoi racconti migliori.

Probabilmente anche Lovecraft aveva i suoi dubbi e le sue ambiguità. Forse il suo paganesimo non riusciva ad essere pieno, perché la sua personalità era ancora troppo legata alle tradizioni puritane del suo paese, così che non riusciva a superare i modelli classici delle divinità olimpiche, fin troppo serene e luminose. In pratica, gli andavano bene Zeus, Apollo e le Muse, ma aveva paura di abbandonarsi a Dioniso, Ecate e Pan.

Se si leggono cronologicamente le sue opere, si può notare l'evoluzione di Lovecraft: mentre i primi racconti sono immersi in un'atmosfera sognante e incantata, e parlano degli Dei antropomorfi della Terra, gli Dei della classicità, e di vicende che hanno unicamente a che fare con la sfera del sogno, della magia e del mito, in seguito i suoi temi diventano sempre più razionalizzati, sempre più legati al mondo della fantascienza, anche se non c'è mai un distacco completo dall'originale atmosfera magico-mitica.

Sotto questo aspetto è importante un racconto come La poesia e gli Dei, che appartiene al primo periodo di Lovecraft, e che è una sorta di "manifesto" del ritorno al Paganesimo. In esso una giovane sognatrice giunge nel regno degli Dei dell'Olimpo, e riceve da Hermes la rivelazione che gli antichi Dei non sono morti ma si sono solo addormentati, in attesa del loro ritorno, che arriverà con la comparsa nel mondo di un grande poeta che ne rievocherà le presenze nello spirito umano. Lovecraft quindi sembra avvicinarsi a concezioni simili a quelle di H"lderlin e di Robert Graves, per i quali la poesia era essenzialmente evocazione del Divino, nel senso pagano del termine, cioè come Divino presente nella Natura.

In Attraverso la porta delle chiavi d'argento, invece, che è uno degli ultimi racconti, Yog-Sothoth invita Randolph Carter, cioè Lovecraft stesso, a trascendere il mondo dei suoi sogni giovanili e guardare oltre essi, e per far questo deve trascendere il culto degli Dei della Terra, gli Dei antropomorfi che sono ancora troppo legati ai sentimenti umani e che opprimono l'uomo con la tirannia del culto, mentre gli Dei Cosmici gli chiedono di guardare oltre la bellezza dei sogni terreni e a conquistare la libertà dell'intelletto.

Nel pantheon di Lovecraft non sembrano esserci figure femminili vere e proprie, a parte alcuni accenni alla Magna Mater, la Grande Madre mediterranea, che Lovecraft chiama Shub-Niggurath. Di questa Dea si accenna in alcuni racconti, come per esempio in Xinaian, dove appartiene al pantheon degli abitanti del sottosuolo, e viene descritta come "una specie di Astarte, i cui riti erano particolarmente disgustosi". S'intuisce che qui Lovecraft allude a riti di tipo sessuale, ma il suo fortissimo puritanesimo gl'impedisce di essere esplicito. Se ne parla inoltre ne I topi nel muro, considerato uno dei migliori racconti di Lovecraft, che narra di un americano che, andando a vivere nel castello inglese che era appartenuto ai suoi antenati, vi scopre un gigantesco tempio sotterraneo, dedicato alla Magna Mater, dove si erano svolti riti cannibaleschi fin dalla preistoria, a cui avevano partecipato i suoi stessi antenati, fino al XVII secolo.

La natura ed il significato di questo culto, che prevedeva anche l'allevamento di "ominidi da macello" in recinti sotterranei, e che era legato a grossi ratti che venivano nutriti anch'essi con carne umana, rimane però completamente oscuro.

Tuttavia Shub-Niggurath sembra essere anche una divinità maschile perché in altri racconti, come in Colui che sussurrava nelle tenebre, ella viene definita invece come "il Capro Nero dai Mille Cuccioli" e "Il Signore delle Foreste", facendo quindi pensare a una manifestazione del Dio Cornuto delle foreste europee e in particolar modo a Pan.

D'altra parte anche gli altri Dei oscuri non hanno una precisa caratterizzazione sessuale, e non si è mai sicuri che siano maschili o femminili o, più semplicemente, neutri, dato che non sono antropomorfi.

É difficile dare un quadro completo di tutti gli aspetti della complessa opera di Lovecraft. Questo scrittore viene ricordato soprattutto per aver saputo esprimere certi sentimenti di orrore cosmico che caratterizzano certi aspetti della vita moderna, dove il progresso tecnologico e il senso di mistero che avvolge l'universo rivelato dalla scienza spingono l'uomo al terrore del vuoto cosmico e dell'alienazione totale dell'identità umana.

Il carattere di forte religiosità magico-pagana della sua opera, con forti sfumature esoteriche, passa generalmente in secondo piano nella critica, eppure non è possibile capire la sua opera senza capire i simboli magico-religiosi di cui è piena, e che sono una delle sue costanti maggiori.

Il mondo degli Dei oscuri o ambigui di Lovecraft appare tanto più sconcertante se pensiamo che "Il Solitario di Providence", come è stato soprannominato, non credeva nel soprannaturale nel senso comune del termine, ed era fortemente legato ad una visione scientifica ed empirica del mondo. Infatti, gli Dei di Lovecraft non sono mai esseri "spirituali" anche se spesso non sono esseri in carne ed ossa come lo siamo noi. Essi a volte vengono da altri pianeti oppure da altre dimensioni, dove le leggi naturali sono molto diverse da quelle terrestri, ma sono sempre esseri fisici, corporei, per quanto potenti ed immortali. Religiosità e spiritualismo quindi non sono sinonimi.

Ma Lovecraft credeva nei suoi Dei? E se sì, in che forma e in che misura?

Finora non ho mai visto nessuno porsi seriamente il problema, forse ritenuto irrilevante, considerando il generale disinteresse della cultura contemporanea per temi di tipo religioso, di qualsiasi religione si tratti.

Qualcuno ha ipotizzato che Lovecraft appartenesse a qualche gruppo esoterico neopagano, ma non si sono trovate prove di questo. É certo invece che i suoi Dei hanno avuto un successo enorme, e non solo altri scrittori, suoi seguaci, hanno continuato il Ciclo di Cthulhu dopo la sua morte, ma si è costituito davvero un Culto di Cthulhu, sul quale però non ho alcun dato preciso.

Si può ritenere che, se davvero Lovecraft credeva che i propri sogni gli venissero da un'altra dimensione e non le considerasse un puro effetto dell'inconscio - Lovecraft avversava la psicoanalisi anche per questo - doveva ritenere i suoi Dei come qualcosa di reale e non dei puri simboli di forze della natura.

In lui c'era un profondo conflitto fra l'uomo pessimista, disincantato, scientifico, e l'uomo legato alle meravigliose visioni e agli incubi della giovinezza, all'aspetto poetico ed estetico della vita, un conflitto che pare gli rese difficile lo scrivere negli ultimi anni di vita, quando appunto l'aspetto scientifico-filosofico dei suoi racconti aveva cominciato a prevalere su quello magico-onirico.

Certo, nel leggere il brano seguente, tratto da Alla ricerca del misterioso Kadath, non si può rimanere colpiti dall'afflato mistico con cui Lovecraft descrive l'incontro di Randolph Carter, il suo alter ego letterario, con la visione del vero volto degli Dei della Terra scolpito nella roccia di un monte: «Severo e terribile splendeva il sembiante che il tramonto accendeva di fuoco.

La mente umana non poteva misurarne la vastità, ma Carter sapeva che non era opera dell'uomo: era un dio forgiato dalle mani di dei e posava gli occhi alteri e maestosi su chi veniva a cercarlo. Secondo la leggenda nel volto vi era qualcosa di strano e inconfondibile, e Carter si rese conto che era proprio così: gli stretti occhi obliqui e le orecchie dai lobi allungati, il naso sottile e il mento a punta tradivano una razza non umana, ma di immortali.

Carter rimase abbarbicato all'alto e pericoloso spuntone, pur avendo finalmente trovato ciò che era venuto a cercare: perché nel volto di un dio c'è qualcosa che trascende tutte le aspettative, e se è più grande di un tempio e appare, al tramonto, nel silenzio sconfinato di un mondo superiore, modellato per mano divina nella lava nera di tempi antichissimi, lo stupore è troppo grande perché l'uomo possa sfuggirvi.»

É difficile negare che queste parole non abbiano voluto descrivere una visione interiore profondamente sentita, e che in esse parlava quel Lovecraft che voleva ancora credere nel mondo dei sogni della sua gioventù, quello che poteva essere raggiunto da una porta dalle chiavi d'argento e che poteva portare all'incanto degli antichi Dei olimpici e celtici, che tanto lo affascinavano, oltre che verso i terrori del Totalmente Altro che si stende fra le galassie.

Forse Lovecraft è l'immagine del politeista moderno: profondamente legato ai miti del passato, ma proiettato verso i misteri scientifici del Terzo Millennio, in un continuo ma vivificante conflitto interiore fra razionalismo e mitologia. In questo autore potrebbero esserci alcuni germi del futuro pensiero politeistico, o meglio della futura politeologia, la quale non si può limitare a nutrirsi solo di contestazione alle dottrine monoteistiche o di rivendicazioni ecologiste, per quanto importanti possano essere queste posizioni. Il pensiero politeistico deve potersi avventurare anche nella teoresi, per fornire una sua immagine che siA coerente e convincente per la cultura contemporanea.

Pietro Trevisan

Wednesday, January 16, 2008

Anticlericalismo

dal dizionario pagano di Pietro Trevisan
Anticlericalismo

I pagani moderni sono spesso decisamente anticlericali. Né potrebbe essere altrimenti. Essi non sono contrari al ruolo sacerdotale, poiché anche nel Paganesimo antico, in ogni sua forma, sono sempre stati presenti dei sacerdoti. L’anticlericalismo pagano si fonda solo sull’idea dell’illiceità che il clero cristiano di voglia imporre le sue convinzioni morali e religiose al contesto sociale.

Il pagano moderno avversa ogni ingerenza della Chiesa Cattolica e di ogni chiesa nel pluralismo della società moderna. Sotto un certo punto di vista, non c’è alcuna sostanziale differenza fra l’ateo militante e il pagano: entrambi vogliono che la società moderna si liberi dall’ingerenza dei preti cristiani. Ma la somiglianza si ferma là. Le motivazioni che li spingono sono completamente diverse.

Nella moderna società italiana l’anticlericalismo viene guardato con sospetto e avversione, quasi come se non fosse una lecita espressione della propria libertà di pensiero. Tale e tanta è ancora l’influenza del clero cattolico sulla società italiana, da far considerare come "proibito" qualsiasi atto di aperta e diretta contestazione nei confronti della Chiesa Cattolica e della mentalità che ha diffuso nel paese e nel mondo.

Si può supporre che il Paganesimo moderno continuerà ad essere fortemente anticlericale almeno finché la Chiesa Cattolica continuerà ad esercitare tanta influenza in Italia, a tal punto da far intimidire i politici non appena si presenta la possibilità di mitigare il potere della morale cattolica sul paese.

Solo allora il Paganesimo moderno potrà permettersi di essere meno anticlericale.

Tuesday, January 15, 2008

La dea Minerva sconfigge Ratzinger

E' notiza di oggi è che il cittadino Ratzinger ha
trovato sulla sua strada persone determinate a non
farsi sottomettere.
La data di oggi è importante per la storia d'Italia,
una bella e grande vittoria: si è dimostrato che il
fondamentalismo cristiano può essere battuto.
In tutto il mondo ci sono persone che combattono
affinchè il monoteismo, in tutte le sue varianti, non
imponga le sue regole di violenza.
Un grazie di cuore a chi all'Università La Sapienza
non si è dato per vinto e per sconfitto, ma ha avuto
il coraggio di affrontare il nemico e sconfiggerlo. Il
loro esempio ci dimostra che con un pò di volontà si
può cambiare la direzione degli avvenimenti.
Come politeista e pagano non posso fare a meno di
evidenziare degli elementi simbolici presenti in
questo avvenimento.
Il luogo della battaglia odierna si chiama "La
Sapienza", il sapere da sempre si oppone all'ignoranza
della fede, fede intesa nel senso cristiano del
termine.
L'università che ha visto la sconfitta del cittadino
ratzinger è "dominata" dalla statua della Dea Minerva,
una Dea non disarmata e pronta alla battaglia.
La presenza del cittadino Ratzinger non era certo una
presenza di poco conto, anzi la sua non gradita visita
rivestiva un significato ben preciso. Cito al riguardo
quanto ha scritto il professor Marcello Cini nella sua
lettera di protesta contro l'invasione di Ratzinger
dell'università, e che ben ci illustra il significato
di tale missione:
"
Ha tuttavia cambiato strategia. Non potendo più usare
roghi e pene corporali ha imparato da Ulisse. Ha
utilizzato l'effige della Dea Ragione degli
illuministi come cavallo di Troia per entrare nella
cittadella della conoscenza scientifica e metterla in
riga. Non esagero.
"
I monoteisti tenteranno di farsi passare per delle
vittimine. Il vittimismo è una delle loro modalità di
camuffamento. Lo hanno sempre fatto, ci basti
ricordare le inventate persecuzioni dei cristiani
nell'antica Roma.
Oggi si è avuta una grande vittoria, facciamo in modo
che questa vittoria si ripeta, come minimo, ogni
giorno.
Per la precisone, quando parlo di Vaticano non intendo
il Dio Vaticano, ma quel quartiere di Roma che si è
appropriato di questo nome, e ove si svolge un culto
del tutto ostile al Dio Vaticano.
Francesco Scanagatta
http://ilghibellino.blogspot.com
http://paganesimo.blogspot.com

Monday, January 14, 2008

A Berlino aprirà una nuova mostra sul celebre papiro attribuito al geografo di Efeso

Corriere della Sera 14.1.08
A Berlino aprirà una nuova mostra sul celebre papiro attribuito al geografo di Efeso
Duello finale su Artemidoro
Pronta l'edizione critica, ma Canfora insiste in due libri: è un falso
di Dino Messina

Il reperto potrebbe provenire da un gruppo di manufatti di Simonidis custoditi a Liverpool

Con il nuovo anno sta giungendo al suo epilogo uno dei casi culturali più clamorosi degli ultimi tempi: la discussione sull'autenticità del papiro di Artemidoro, il prezioso reperto acquistato dalla Fondazione per l'Arte della Compagnia di San Paolo per la ragguardevole somma di 2.750.000 euro ed esposto nel 2006 nelle sale di palazzo Bricherasio a Torino in una mostra di grande successo. Mentre i sostenitori dell'autenticità preparano un'altra esposizione che sarà inaugurata a Berlino il 12 marzo e annunciano la contemporanea presentazione dell'edizione critica, il professor Luciano Canfora, filologo dell'università di Bari, leader del gruppo di grecisti che con sempre maggiore convinzione sostengono l'ipotesi che il papiro sia un falso, manda in libreria due volumi. Il primo, in inglese, «The True History of the So-called Artemidorus Papyrus», uscito nelle edizioni di pagina (pagine 200, e 16), già recensito dalla Frankfurter Allgemeine Zeitung, raccoglie articoli pubblicati sulla rivista «Quaderni di storia» e un'edizione del papiro. Il secondo e più imponente volume, «Il papiro di Artemidoro », con contributi anche di Luciano Bossina, Livia Capponi, Giuseppe Carlucci, Vanna Maraglino, Stefano Micunco, Rosa Otranto e Claudio Schiano (Laterza, pagine 524, e 28) sarà mandato in libreria giovedì 17.
Tutto cominciò una sera del dicembre 2005 quando il professor Tullio Gregory commissionò a Luciano Canfora la voce «Papiri» per l'appendice settima dell'Enciclopedia italiana. Una richiesta seguita da una raccomandazione: parlare del Papiro di Artemidoro, una delle più importanti scoperte del secolo. Così Canfora, con la migliore disposizione d'animo, nel marzo 2006 andò a Torino dove era allestita la grandiosa mostra intitolata «Le tre vite del Papiro di Artemidoro». Un titolo che si riferiva alle stratificazioni di testi e disegni accumulatisi sul papiro in due secoli di vita, dal primo avanti Cristo al primo dopo Cristo. Pur impressionato dalla sontuosa presentazione, il filologo Canfora venne subito assalito da un dubbio: nel papiro non si trovava quella lingua classica e tecnicizzante in cui doveva scrivere Artemidoro di Efeso. Da questo dubbio, foriero di approfondite ricerche, scaturirono una serie di scoperte che come in un disvelamento di scatole cinesi portarono all'ipotesi che il papiro fosse comunque un prodotto tardo e probabilmente un falso.
Innanzitutto, spiega Canfora, «il brano non era costituito dal secondo libro della Geografia di Artemidoro, che operò tra il secondo e il primo secolo avanti Cristo, ma piuttosto un testo di Marciano, che nel IV secolo dopo Cristo aveva riassunto alcuni brani di Artemidoro. Ma anche l'ipotesi Marciano non reggeva. Perché il testo sembra riprendere pedissequamente l'edizione ottocentesca di August Meinecke. E ancora nella quinta e ultima colonna del testo figura il nome di un fiume, Oblevion, introdotto dagli studiosi umanisti e non la versione Belion, come compare in Strabone».
È vero, a seguire il filo vengono le vertigini. Ma tutti i passaggi portano, secondo Canfora, a un personaggio ottocentesco, a suo modo di grande levatura, il falsario Costantino Simonidis, per anni apprendista di greco antico nei monasteri del monte Athos e del Sinai, quindi frequentatore delle capitali europee, Londra, Berlino, Parigi, dove era diventato l'incubo degli accademici. Simonidis, esperto disegnatore per aver seguito i corsi del francese Vidal, un allievo di David, aveva tratto in inganno più di un professore con i suoi falsi che andavano dal Vangelo di Matteo a Tucidide. Ma la sua specializzazione erano le Geografie: ne aveva confezionate su Cefalonia, su Simi e aveva proposto un falso Periplo di Annone che altro non era che il periplo del Marocco, idealmente il capitolo precedente del Papiro di Artemidoro, presentato come il Periplo della Spagna. Un reperto unico, perché, a differenza di quanto avveniva nell'antichità, la carta geografica era accompagnata dal testo.
In un volume che spazia dalla filologia all'inchiesta, troviamo anche il saggio di Livia Capponi che ha potuto analizzare una raccolta di falsi confezionati da Simonidis, custoditi nella collezione Joseph Mayer di Liverpool. «Simonidis — ipotizza Canfora — non lavorava da solo. Aveva una rete di collaboratori ed estimatori che lo aiutavano a vendere la sua merce. E a confondere le acque della papirologia. Non è escluso che il Papiro di Artemidoro arrivi dalla collezione Mayer, sia uno di quei tre rotoli scomparsi e mai più ritrovati di cui parla la Capponi».

Corriere della Sera 14.1.08
La filologa. La Kramer contrattacca «Autentico, c'è la prova»
di D. M.

«Un falso?» Così il 9 gennaio titolava la «Frankfurter Allgemeine Zeitung» il servizio sul Papiro di Artemidoro

Barbara Kramer, filologa e papirologa all'università di Treviri, fa parte con Salvatore Settis e Claudio Gallazzi del gruppo di esperti che ha certificato l'autenticità del papiro di Artemidoro e che ora si accinge a pubblicare l'edizione critica. «Presenteremo il volume a Berlino — ci dice — in occasione della mostra che si aprirà il 12 marzo al Museo egizio. Ho sentito voci di un convegno, ma non credo proprio che ci siano le condizioni per una discussione scientifica seria. La materia deve essere prima studiata e poi discussa».
Non ci sarà un convegno, ma una discussione informale?
«Per quanto mi riguarda so con certezza che non parlerò. A me e ai miei colleghi basta aver realizzato l'edizione critica del papiro, l'unica autorizzata».
L'«editio princeps» prenderà in considerazione le obiezioni di Luciano Canfora?
«Noi non abbiamo alcun dubbio sull'autenticità del papiro né abbiamo intenzione di reagire alla campagna di Canfora. Un atteggiamento, il suo, dettato da motivi personali, non certo scientifici».
Canfora non è stato l'unico grecista a esprimere dubbi sull'autenticità del papiro di Artemidoro, altri studiosi come Luciano Bossina sottolineano che la lingua in esso usata non è certo un greco classico, ma tardo-bizantino.
«Noi prendiamo in considerazione il fatto che autori della tarda antichità hanno citato il testo anteriore, che è la cosa più naturale del mondo».
Che cosa si evince dalle analisi chimiche condotte sul papiro?
«Tutte le analisi ci dicono che il papiro è autentico».
Stefano Micunco ha sostenuto che alcune parole usate nel papiro non siano altro che la tarda traduzione in greco di termini latini: per esempio «kenalòpex» sarebbe la traduzione della parola latina usata per la prima volta nel XVII secolo per indicare una costellazione, «anser cum vulpecula», cioè anatra-volpe.
«Non è affatto vero. Quella parola esisteva ed è la combinazione di due termini greci».
Molti dubbi sono stati espressi anche sulla parte iconografica del papiro.
«Su essi non voglio esprimermi, questa materia compete allo storico dell'arte antica Salvatore Settis».
Che cosa pensa, infine, dell'attribuzione del papiro al falsario greco Costantino Simonidis?
«È un'ipotesi davvero assurda».

Sunday, January 13, 2008

Spetta a tutti voi vendicare quegli uomini

Lisia XIII, 92-97:

Spetta a tutti voi, giudici, vendicare quegli uomini, così come a ciascuno di noi. In punto di morte essi hanno raccomandato a noi e a tutti i loro amici di far vendetta per loro su quest’uomo, Agorato, come assassino, e di fargli, in breve, tutto il male che ognuno può. … Assolvere Agorato per voi non sarebbe certamente conforme né alla legge divina né a quella umana. Allora, Ateniesi, poiché al tempo in cui quegli uomini sono morti non potevate aiutarli per la difficile situazione politica, ora che ne avete la possibilità punite il loro assassino! Badate, Ateniesi, di non commettere l’azione più sciagurata di tutte. Assolvere Agorato, infatti, non significa solo questo: con lo stesso voto, condannate a morte quegli uomini, di cui pure riconoscete la lealtà alla democrazia; lasciando andare l’uomo che è responsabile della loro morte non fate altro che riconoscere che sono morti giustamente per mano sua. E così essi patirebbero l’affronto più terribile, se proprio le persone a cui essi hanno affidato il compito di far vendetta a loro nome, considerandole amiche, esprimeranno contro di loro lo stesso voto dei Trenta. Per gli dei dell’Olimpo, giudici, non lasciatevi trascinare in nessun modo a condannare a morte quegli uomini che sono periti per mano dei Trenta e di Agorato proprio per aver reso a voi molti buoni servigi! Ricordandovi di tutte le terribili vicende, quelle pubbliche della città e le vostre private, che sono toccate a ciascuno dopo la morte di quegli uomini, fate vendetta sull’uomo che ne è stato la causa. … Dunque, se voterete in modo opposto ai Trenta, per prima cosa il vostro voto non sarà uguale a quello dei vostri peggiori nemici; inoltre avrete vendicato i vostri amici e infine tutti penseranno che avete dato un giudizio giusto e conforme alle leggi sacre.

Sofocle, Antigone


Sofocle, Antigone 332 ss.



Molti sono i prodigi

e nulla è più prodigioso

dell’uomo,

che varca il mare canuto

sospinto dal vento tempestoso del sud,

fra le ondate penetrando

che infuriano d’attorno,

e la più eccelsa fra gli dei,

la Terra imperitura infaticabile,

consuma volgendo l’aratro

anno dopo anno

e con l’equina prole rivolta.



Degl’ilari uccelli la specie

e le stirpi delle bestie selvagge

e la prole del mare

accerchia e cattura

nelle spire attorte delle reti

astutamente l’uomo; e doma

con le sue arti

la fiera che ha silvestre covile fra i monti

e piega al giogo il collo

del cavallo d’irsuta criniera

e dell’infaticabile toro montano.



E apprese la parola

e l’aereo pensiero

e impulsi civili

e come fuggire i dardi

degli aperti geli e delle piogge.

D’ogni risorsa è armato, né inerme

mai verso il futuro si avvia:

solo dall’Ade

scampo non troverà;

ma rimedi ha escogitato

a morbi immedicabili.

Scopritore mirabile

d’ingegnose risorse,

ora al bene

ora al male s’incammina:

in alto nella città

se conserverà le leggi della sua terra

con la giustizia che ha giurato;

fuori della città,

se per audacia si macchierà d’infamie.

Non condivida il mio focolare,

non amico mi sia

chi agisce così.

Figure, idoli, maschere. Il racconto mitico, da simbolo religioso a immagine artistica

dal sito: http://www.studioantropologico.it/public/new/recensioni.asp?id=9
Figure, idoli, maschere. Il racconto mitico, da simbolo religioso a immagine artistica
di Jean-Pierre Vernant

Con questo originale (come sempre) libro Jean-Pierre Vernant riflette sulla mitologia e sulle forme di figurazione formatesi nell’immaginario greco, arrivando fino a riflettere sull’arte in senso moderno.
Nei paragrafi incipitari J.P. Vernant critica la tendenza a porre il problema del simbolismo nei termini del linguaggio e ad affrontarlo secondo i modelli linguistici. Nell’ambito dell’applicazione di rigidi schematismi sintattici, una volta entrata in crisi la validità degli schemi della linguistica strutturale nello spiegare i processi e gli effetti simbolici, si è tentato di indagare ciò che la sintassi e la semantica non sembrava potessero fornire quali strumenti interpretativi. Il problema, sottolinea Vernant, consiste nella specificità dei diversi linguaggi, in particolare del linguaggio plastico e “dell’eterogeneità dei molteplici tipi di simbolismo”. Anche una volta definito, per così dire, una sorta di glossario simbolico interpretativo, non esistono forse, si chiede Vernant, “piani del simbolismo che sfuggono a quella che potremmo definire la «logica proposizionale»? Sotteso a questa domanda retorica sembra aleggiare l’insegnamento del maestro di Vernant, Louis Gernet, il quale metteva in guardia di fronte agli eventuali elementi “fuori serie” nell’utilizzo del materiale mitico (la leggenda greca) come documento di protostoria sociale della Grecia antica.
Vernant individua nella figura di Frédéric Creuzer, uno dei fondatori della scuola simbolista in ambito di religioni dell’antichità, un approccio al simbolismo meno “artificiale” rispetto al metodo struttural-linguista. Per Creuzer l’unica forma autentica del simbolo religioso o “divino” è la rappresentazione figurata del dio, la sua immagine plastica. Soltanto un’immagine unica, sensibile permette uno intuito (“con un solo sguardo”) di afferrare la presenza di ciò che, in quanto divino, sfugge alle limitazioni del concreto, del sensibile, del finito. Il simbolo è l’Idea, forma mediata sensibile attraverso cui la divinità si rivela. Questa concezione della preminenza simbolica dell’immagine figurata rispetto al linguaggio trova sostegno anche in Ernst Cassirer, il quale osserva che “la rappresentazione di un dio contiene due sentimenti distinti; essa non vuole assolutamente essere presa per una volgare copia,intende invece cogliere il dio nella sua presenza vivente immediata”. Tuttavia questa presenza sensibile del divino appare essere inevitabilmente una limitazione, una forma oggettivata hinc et nunc, pertanto vincolata a coordinate storicamente definite.
Vernant sottolinea in Cassirer come in Creuzer il comune principio secondo cui il simbolismo religioso ha fra le sue priorità la volontà di “porre” piuttosto che di “rappresentare” nel mondo sensibile, visibile.
Al di là di ogni prospettiva evolutiva rispetto ai metodi di figurazione simbolica (basata ad esempio sulla linea che va dalla pietra grezza alla rappresentazione teriomorfa e mostruosa fino alla figurazione umana del dio), Vernant si discosta dalla concezione creuzeriana e conferma la volontà di seguire un metodo storico e diacronico nel passaggio da una forma di espressione simbolica del divino ad un’altra, investigando il legame fra forma simbolica e metodo di figurazione.
Nell’individuazione dell’esempio greco come modello privilegiato, Vernant fa notare come, in seno alla cultura greca, si possa intuire “qualcosa come la genesi di una simbolica figurativa”. All’interno di questo processo Vernant riconosce due distinti momenti: creazione di un repertorio di immagini sotto l’influenza orientale; elaborazione di un linguaggio plastico da una situazione di tabula rasa a partire dall’VIII secolo (i Greci, come nota E. Benveniste, non avevano alcun nome per parlare della statua).
Attraverso l’esame del primo stàsimon dell’Agamennone di Eschilo, Vernant indaga la nozione di kolossòs, la cui funzione si capisce in un gioco di assenza nella presenza sensibile: pòthos, desiderio verso colui che è altrove, assente, e hímeros, sentimento proiettato verso un oggetto presente. Il kolossòs, nella finalità delle pratiche funerarie, assurge ad una materialità che è esattamente l’opposto di una vaga immagine verso cui protendere. La pietra fredda, compatta, materiale è la sostituzione di un’ineffabile immagine, la psychÄ“, che è già un doppio, un eídÅ?lon, che si rivela nel momento estremo. L’approccio di Vernant a questa complessa categoria figurativa istituisce un rapporto di prossimità, in origine, con lo mnêma e la stele funeraria e tende a definire questa categoria del doppio come evocazione di ciò che è assente, allo stesso modo di un sostituto, tramite la forma sensibile della pietra. Questa evocazione tuttavia non avviene per somiglianza identitaria, ogni processo imitativo è escluso; per evocare la non-presenza la pietra deve mostrare gli scarti, “la distanza rispetto alla forma della persona vivente” rimarcando così un cambio di statuto.
Il saggio testimonia di una continuità diacronica esplicita quanto voluta passando attraverso l’indagine sistematica del campo semantico dell’eídÅ?lon da Omero a Platone, analizzando poi (sempre in chiave semantica) i vari sentimenti che legano il gruppo alla figura del morto, le forme di evocazione e di elaborazione del lutto nel delicato procedimento di “sostituzione” del morto che vedrà l’istituzione, in tre distinti momenti, di un doppio, un sostituto, un equivalente.
Infine, dopo aver trattato la figura dei morti e le loro diverse forme simboliche di rappresentazione, Vernant passa alla trattazione degli dèi. Nell’indagine sulla figurazione delle Potenze divine egli isola la maschera come espressione simbolica privilegiata di alcuni aspetti del soprannaturale, al punto da considerarla come uno dei problemi generali del pensiero religioso dei Greci. Nella seconda parte del saggio, secondo un criterio d’ordine, l’indagine si snoda su tre diversi piani che identificano, nella loro connotazione, altrettante figurazioni: la Potenza che opera attraverso la maschera e non possiede altra forma che la maschera, Gorgo; la divinità che, pur non stabilendo un legame identitario con la maschera, conferisce, negli aspetti particolari del suo culto,un ruolo privilegiato alla maschera e ai portatori di questa, Artemide; infine la Potenza sacra, la cui particolarità è appunto quella di essere definito, nel pantheon greco, il «dio della maschera», Dioniso.
L’originalità e il rigore filologico di questo saggio, che consiste in una raccolta di lezioni seminariali al Collège de France, fanno sì che questo costituisca un apporto prezioso e originale nel difficile processo di comprensione della vita degli antichi Greci e delle loro forme di pensiero.


Joel De Petris

Le tentazioni di Francesco Furini

l’Unità 13.1.08
Le tentazioni di Francesco Furini
di Renato Barilli

PALAZZO PITTI apre le porte ai dipinti sensuali dell’artista fiorentino che contribuì allo stile che dominò l’arte seicentesca: nudi di donne con carni dal candore lunare, seni morbidi e gonfi e gambe flessuose

Una fortunata circostanza vede l’apertura quasi simultanea di ampie mostre dedicate rispettivamente al fiorentino Francesco Furini (1603-1646) e al romagnolo Guido Cagnacci (S. Arcangelo, 1601-1663), la prima a Pitti, Museo degli Argenti, di cui mi occuperò in queste righe, mentre per l’altra, a Forlì, si dovrà attendere ancora una settimana. Sarebbe bello che un visitatore volonteroso si recasse ad ammirarle entrambe, magari anche chiamato a esprimere una preferenza sull’uno o sull’altro artista. Come si vede dai dati anagrafici, si è trattato quasi di due vite parallele, anche se di fatto non si frequentarono, e scarsa è anche la consapevolezza di questo destino parallelo che emerge, almeno nelle pagine del catalogo sul Furini, dove il nome dell’altro compare un po’ di straforo, secondo il miopismo che purtroppo domina oggi molti di questi cataloghi, in cui si tengono gli occhi troppo fissi sul piatto del giorno. Ovviamente, i dati anagrafici da soli non bastano, conta verificarli sui rispettivi percorsi, ed ecco allora l’inevitabile attrazione esercitata su entrambi da Roma, la capitale imprescindibile dell’arte a cui si accorreva da ogni parte d’Europa. E nell’Urbe scatta per i due la suggestione del caravaggismo da cui tuttavia, e anche questa è una sorte comune, non solo a loro ma a decine di colleghi, si ritraggono subito a partire dal terzo decennio. Entrambi del resto se ne tornano dalle loro parti a svilupparvi il verbo ricevuto a Roma. Questo impallidire delle fortune del caravaggismo dovrebbe essere tenuto più presente, dai commentatori del nostro tempo, che invece eccedono in ammirazione a favore del Merisi e derivati per effetto di una retrospezione in nome del realismo francese di Courbet e compagni. Allora, invece, come d’altronde è ben noto, all’attrazione esercitata dal Caravaggio subentrò ben presto l’altra del polo «bolognese», tra Annibale e Guido Reni, cui i nostri due non furono certo insensibili. Se quindi, venendo al Furini, uno dei primi dipinti in mostra è un Autoritratto ancora provvisto di qualche sodezza di fattura caravaggesca, subentrano poi le mollezze, le sdolcinature «alla Guido». Basti vedere una Aurora e Cefalo, in cui l’artista rivela la sua avida propensione per la carne nuda, di donna soprattutto, attraverso vesti che si dischiudono facendo spuntare seni procaci, gambe flessuose e ben tornite. Accanto al nudo femminile, un posto ugualmente importante lo ha quello di bimbetti anch’essi ben in carne, coi lineamenti atteggiati a sorrisi suadenti e perfino beffardi. Nel breve soggiorno romano, ci avvisano i curatori della mostra, il Furini fece molta attenzione alla statuaria classica, studiando le Veneri sorgenti dal bagno, le Niobi, le Grazie, ma la sensualità che lo dominava lo induceva a colpire con la bacchetta di un mago le fredde nudità marmoree per dar loro un goloso palpito di vita, o forse c’era in lui addirittura un negromante desideroso di resuscitare i corpi morti con qualche ricetta misteriosa. Un procedimento in cui appunto, per suo conto, il dirimpettaio Cagnacci gli fu buon emulo, puntando pure lui su soffici seni, di Cleopatra o di altri personaggi muliebri del mondo antico, ma trasportati nel tepore di alcove, spiati nelle stanze da bagno, circondati da ninfe-inservienti devote e servizievoli. Semmai, al Cagnacci si può attribuire l’attaccamento a carni più sode e plastiche, ma vedremo quando sarà il suo turno. Quanto al Furini, rientrato a Firenze, vi raccoglieva un retaggio dalla grande tradizione locale, seppure nella persona dell’eversore numero uno del culto stretto del disegno, Leonardo, da cui il Nostro trasse la propensione per il morbido e lo sfumato, portandola a vertici estremi, sfiorando perfino una punta di perversione, degna di un altro Toscano illustre, il Pontormo. Un fascio di ombre, densa da tagliar col coltello, cinge come una guaina i busti delle sue eroine, facendone emergere per contrasto il candore lunare delle carni, che ci appaiono quasi madide di sudori; inoltre, simulando disinvoltura di pose, quei nudi spesso e volentieri si girano di spalle ostentando il gonfiore anch’esso lunare delle natiche.
Tutto questo, sia ben chiaro, nel rispetto delle commitenze lecite a quei tempi, che non ammettevano certo il nudo di grandi dame sorprese appunto nei riti domestici, nelle cure estetiche minuziosamente apprestate per tendere reti amatorie ai loro corteggiatori. Lunga è la strada per giungere alle donnine procaci di Renoir, per il momento bisogna accontentarsi di un repertorio folto di Giuditte intente a recidere il capo ad Oloferne, o di Maddalene penitenti, o di Sante Caterine d’Alessandria. In sostanza il Furini praticava una specie di polarizzazione agli estremi, infatti un dato biografico ci dice che nel 1633 si fece prete andando a isolarsi in una remota chiesa del contado. Ma sappiamo che esiste l’ossimoro della coabitazione tra il diavolo e l’acqua santa, due secoli dopo lo avrebbe ben avvertito Gustave Flaubert tormentandosi attorno alle tentazioni di S. Antonio. Il sacerdote che Furini volle essere doveva ricevere in visita notturna quei simulacri colmi di sensualità, per non dire di sex appeal. Ma in tal modo egli recò un consistente contributo, assieme al lontano compagno di strada, il Cagnacci, al clima di fervido naturalismo-sensualismo che dominò il Seicento.

Saturday, January 12, 2008

il ruolo dei «geni architetti», che attivano alcuni «esecutori» e ne inibiscono altri

Corriere della Sera 12.1.08
Anteprima Scienza e etica nel suo nuovo libro:
il ruolo dei «geni architetti», che attivano alcuni «esecutori» e ne inibiscono altri
Boncinelli: ecco quando nasce la vita
Un processo di selezione e tagli. Dopo 14 giorni le cellule cominciano a diversificarsi
di Sandro Modeo

Lo sviluppo
Le sequenze che legano la formazione dell'individuo dall'oggettività del percorso fisiologico e biochimico fino all'emersione soggettiva dell'identità e del linguaggio

Nel volume Le forme della vita (ultima edizione Einaudi 2006), Edoardo Boncinelli ricostruiva l'origine e l'evoluzione della vita sulla terra, dagli esseri monocellulari di quattro miliardi di anni fa all'uomo. Oltre alla teoria darwiniana nell'insieme, spiegava in modo esemplare il processo-chiave della selezione naturale e la sua conferma più spettacolare, la replicazione genetica.
Il nuovo lavoro dello scienziato ( L'etica della vita. Siamo uomini o embrioni?, Rizzoli, pagine 190, e 12) è una lineare prosecuzione di quel racconto. Descrivendo infatti per dettagli spesso emozionanti e spiazzanti le sequenze che legano il formarsi dell'individuo dall'oggettività del percorso fisiologico e biochimico innescato dai gameti (la cellula-uovo e lo spermatozoo) fino all'emersione soggettiva del Sé e del linguaggio nel bambino, Boncinelli dimostra come ogni passaggio obbedisca in larga misura proprio alla selezione naturale e all'attivazione dei geni. L'elemento di profonda continuità — in questo viaggio dalla «terza» alla «prima» persona — è l'idea controintuitiva che il progressivo plasmarsi (la vera e propria «scultura») di un uomo o di una donna dipendano da un processo incessante e simultaneo di costruzione e distruzione (o, in certi frangenti, di eliminazione). Il che vale sia all'interno del ventre materno (nelle varie fasi dell'embrione e del feto) sia all'esterno, nelle fasi di apprendimento dopo la nascita.
All'interno del ventre materno, la cellula fecondata si articola in embrione proprio grazie all'attivarsi dei geni (ciascuno pronto a «rispondere » a situazioni contestuali specifiche, così come ogni anticorpo col «proprio» virus) e al loro funzionamento gerarchico. I geni «architetti », infatti (simili a quelli che Boncinelli ha studiato nel moscerino della frutta, responsabili della diversificazione tra testa, ala e addome) attivano certi geni «esecutori» e ne inibiscono altri, secondo un sincronismo di spazi e tempi attento a ogni dettaglio. Le cellule cominciano così a dividersi e moltiplicarsi (prima due, poi quattro, poi le otto della «morula », simile appunto a una mora), quindi a diversificarsi e specializzarsi (cellule del cuore, del cervello, della pelle), soprattutto a partire dalla «gastrulazione», cioè dopo il 14˚giorno, quando i vincoli biologici si concentrano su un solo embrione (eliminando la possibilità di uno sviluppo gemellare) e ne orientano la triplice simmetria (davanti/dietro, sopra/ sotto, destra/sinistra). Che la scultura proceda anche «per via di levare» lo si vede nell'esempio delle piccole mani: a un certo punto (a differenza che nei palmipedi, come le oche), nell'embrione umano le cellule della membrana palmare ricevono l'ordine di suicidarsi per «apoptòsi» (che in greco significa «caduta delle foglie») cesellando così la forma delle dita. È un esempio, per inciso, che evidenzia bene anche l'operare dell'evoluzione e della selezione.
Dopo aver descritto lo scremarsi progressivo di tutti gli elementi anatomici dell'embrione e del feto, con ulteriori saldature sia rispetto all'evoluzione (gli archi faringei come derivazione del sistema branchiale dei pesci), sia rispetto alla genetica (il gene regolatore OTX2 che incide sia sullo sviluppo della testa che nell'abbozzo cardiaco), Boncinelli si concentra sull'impatto dell'ambiente sul neonato e sul bambino, ovvero sul punto in cui la biologia vira in biografia. Anche qui sono molti i passaggi sorprendenti, come quello sul riconoscimento del viso della madre attraverso una messa a fuoco che passa per il «contorno » e l'attaccatura dei capelli. Ma su tutti (tornando di nuovo allo schema costruzione-eliminazione) impressiona l'acquisizione del linguaggio, perché il bambino procede per i primi 5 mesi a un ascolto indifferenziato del «flusso ininterrotto» di suoni circostanti (potenzialmente ricettivo, quindi, di qualsiasi idioma della terra) e poi discrimina, in rapporto al contesto e in particolare alla modulazione vocale della madre, precise aree fonetiche, scartando tutte le altre. L'approdo finale è una specifica «competenza prosodica» che gli permette di passare dalla lallazione («da da da, ba ba ba») alle prime unità semantiche e sintattiche.
Solo dopo averci accompagnato in questo viaggio — cioè dopo averci dato tutti gli elementi per ragionare senza filtri ideologici o emotivi — Boncinelli affronta da par suo i principali snodi di bioetica. Da un lato, con cautela e misura, prende posizione su tutto: tra le quattro opzioni sul «momento» che sancirebbe l'inizio di un individuo (il concepimento, la «gastrulazione», l'elettroencefalogramma attivo alla 23a settimana, la nascita), mostra per esempio di propendere per la seconda, peraltro sottoscritta dall'autorevole Commissione Warnock. Di conseguenza, non vede obiezioni né alla diagnosi pre-impianto né alla ricerca su cellule staminali embrionali (quali gli otto blastomeri della morula), cogliendo oltretutto una forte contraddizione negli oppositori, dato che l'efficacia terapeutica di tali cellule (nel rigenerare il pancreas di un diabetico, il fegato di un malato di cirrosi, il cuore di un infartuato, il sistema nervoso di un soggetto colpito da sindrome degenerativa) dipende dal loro carattere a-specifico, costitutivo di un «progetto» di embrione, non di un embrione.
Dall'altro lato, cerca di comprendere le ragioni degli oppositori stessi, esaminando le prospettive al di sopra di ogni possibile riserva etico-religiosa (come le staminali adulte, le totipotenti del liquido amniotico, l'impiego di un solo blastomero lasciando gli altri sette allo sviluppo), e sottoponendole, beninteso, allo stesso vaglio di quelle più discutibili e discusse.
Alieno anni-luce da ogni radicalismo (e dal diffuso anticlericalismo vuotamente sarcastico), Boncinelli sembra avere dei sussulti di insofferenza solo su certi pregiudizi, a cominciare da quelli sulla prosaicità del riduzionismo e sull'arroganza della scienza. Sono proprio libri come i suoi, del resto — e quest'ultimo in particolare — a mostrare quanto quei pregiudizi penalizzino soprattutto chi li nutre.

Alla Sapienza fronte anti-Ratzinger: "Nemico di Galileo, qui non parli" (commento pagano)


Alla Sapienza fronte anti-Ratzinger: "Nemico di Galileo, qui non parli"

segnalo la notizia dell'opposizione alla visita di ratzinger ad un'università romana.
Giustamente i docenti che si oppongono a questa visita hanno capito il pericolo che rappresentano le parole e le dichiarazioni dell'usurpatore del titolo di pontefice.
Le persone hanno sempre il diritto di esprimersi, ma il signor ratzinger non si presenta come cittadino, anzi è portatore di principi e di idee che stabiliscono delle differenze tra persone. Ratzinger, come tutti i monoteisti, si sente superiore agli altri. Come tutti i monoteisti divide le persone in fedeli e infedeli, in sottomessi e non sottomessi. I monoteisti hanno dimostrato quali sono i sistemi con cui sanno imporre la loro visione del mondo: violenza e distruzione.
Noi politeisti mediterranei abbiamo sempre come modello di discussione l'Agorà della antica Atene. il signor ratzinger è convinto di essere anche infallibile. Come si può discutere partendo da un simile principio!
E' giusto anche ricordare l'attegiamento assunto nei confronti di un predecessore di ratzinger: paolo di Tarso. Quando questo triste figuro si presentò sull'Areopago i presenti alzando le spalle se ne andarono dicendo: «Ti ascolteremo su questo un'altra volta».
Un ringraziamento a questi docenti che si oppongo alla visita di ratzinger, perchè il loro comportamento è stato da veri insegnanti. Essi hanno dimostrato con l'azione come si debbano difendere i valori di libertà.
Ricordiamoci del nostro grande imperatore Giuliano, che ben comprendendo la nocività dell'insegnamento cristiano, rimosse dalle scuole gli insegnanti cristiani. E fece questo non per una forma di discriminazione religiosa, ma perchè i cristiani con la follia della fede apportavano ignoranza, e perciò impedivano lo sviluppo dell'intelligenza dei bambini.
Come politeista e pagano voglio evidenziare un fatto simbolico di notevole importanza, nell'articolo si scrive: " un sit-in antipapalino all'ombra delle Minerva". Su questo aspetto, dell'università "La Sapienza", su Wikipedia leggiamo: "La prospettiva è sviluppata in modo tale da far emergere la figura della Minerva, uno dei simboli principali della Sapienza, raffigurata da una statua bronzea eretta su una vasca d'acqua posta di fronte al Palazzo del Rettorato.".
Due parole per ricordare la Dea Minerva: "Alla nascita, armata di tutto punto, con elmo, asta e scudo, si presentò già adulta al padre, pronta a mostrargli come fosse disposta ad aiutarlo, sia con le armi, sia con la saggezza che le era propria. Pur col suo armamentario guerriero, era soprattutto la dea della sapienza, della vita tranquilla e operosa, la protettrice dell'intelligenza e di tutte le arti."
L'ennesima dimostrazione che basta anche solo la presenza architettonica di una divinità per richiamare determinati archetipi. Se la presenza dominante fosse stata quella di un crocefisso, bel altri nefasti e tristi risultati si sarebbero ottenuti.
Un particolare di non poco conto. Sul finire del 2006 dal Logo di questa Università è sparita la raffigurazione della Dea Minerva.
Come a dire una volta che si abbandonano gli Dei...
Francesco Scanagatta

da: repubblica.it
Dopo l'appello dei fisici gli studenti preparano la contestazione
Giovedì il Papa terrà un discorso di inaugurazione
dell'anno accademico
Alla Sapienza fronte anti-Ratzinger
"Nemico di Galileo, qui non parli"
Il rettore: al di là delle opinioni, viene tra noi come messagero di pace
di ANNA MARIA LIGUORI

Alla Sapienza fronte anti-Ratzinger
"Nemico di Galileo, qui non parli"

Papa Benedetto XVI
ROMA - "Benedetto XVI non deve entrare all'Università La Sapienza". Il vade retro viene da un nutrito gruppo di docenti e studenti dell'ateneo più antico d'Europa e apre un nuovo fronte laici-cattolici. Il rischio è che giovedì prossimo, quando è in programma un discorso del Papa - terzo pontefice in visita all'ateneo - vada in scena una clamorosa contestazione, un sit-in antipapalino all'ombra delle Minerva. La parola d'ordine è: "Non vogliamo Ratzinger nel tempio della conoscenza perché è troppo reazionario".

L'alzata di scudi laica era stata preannunciata giovedì da una lettera ai vertici dell'università che hanno invitato, il 17 gennaio, papa Ratzinger ad inaugurare l'anno accademico 2007-08, il 705° dalla fondazione. Sessantasette docenti, tra cui tutti i più noti fisici dell'ateneo, hanno firmato un appello (pubblicato scorso su Repubblica) perché "quell'invito sconcertante", così lo hanno definito, venga revocato.

Il messaggio anti Ratzinger è stato spedito direttamente al rettore Renato Guarini: "Il 15 marzo
1990, ancora cardinale, in un discorso a Parma, Joseph Ratzinger ha rilanciato un'intollerabile affermazione di Feyerabend: "Il processo della Chiesa contro Galileo fu ragionevole e giusto"". Una frase che ha fatto sobbalzare il gruppo di scienziati che ora fa la fronda alla visita di Benedetto XVI. E che si dicono "indignati in quanto scienziati fedeli alla ragione e in quanto docenti che dedicano la loro vita all'avanzamento e alla diffusione delle conoscenze.
Quelle parole ci offendono e ci umiliano. E in nome della laicità della scienza auspichiamo che l'incongruo evento possa ancora essere annullato".

La risposta del rettore Guarini? Un invito alla tolleranza e nessuna marcia indietro. "Al di là delle divergenze di opinioni - dice - bisogna accogliere Benedetto XVI come un uomo di grande cultura e di profondo pensiero filosofico, come messaggero di pace e di quei valori etici che tutti condividiamo". Così la cerimonia è stata confermata, e sarà divisa in due parti: la lectio magistralis tenuta da Mario Caravale, docente di storia del diritto, che parlerà della pena di morte, poi gli interventi del ministro dell'Università Fabio Mussi e del sindaco di Roma Walter Veltroni. Poi il discorso di Benedetto XVI.
Alla fine, tutti in cappella.

Ma la vigilia potrebbe diventare "pesante". Dopo i professori anche gli studenti promettono che non resteranno a guardare. Annunciano che faranno un sit-in contro "l'oscurantismo" di Benedetto XVI, terzo papa in visita alla Sapienza dopo Paolo VI nel 1964 e Giovanni Paolo II nel 1991. "Non capiamo per quale motivo il Papa debba prendere parte alla cerimonia" sottolinea Michele Iannuzzi della Rete per l'Autoformazione. E centinaia di studenti delle università romane già fanno sapere che nei prossimi giorni si daranno appuntamento sotto la statua della Minerva, simbolo del sapere e della conoscenza. Già mercoledì organizzeranno cortei, campagne di comunicazione e daranno vita a "gesti eclatanti" per coinvolgere il maggior numero di studenti in quella che vuole essere "una vera e propria lotta contro l'ingerenza del pontefice nelle istituzioni italiane".

Clima di mobilitazione anche tra i docenti. Andrea Frova, docente di Fisica generale, è tra coloro che hanno partecipato alla stesura della lettera: "L'invito è una scelta inopportuna e vergognosa e non è sufficiente che il Papa non tenga più la lectio magistralis, come avevano deciso all'inizio. È solo un maquillage fatto anche piuttosto male. Si tratta di un capo di stato straniero ed inoltre il capo della Chiesa cattolica. E noi che abbiamo dedicato tutta la vita alla scienza non ci sentiamo di ascoltare, a casa nostra, una voce autorevole che condanna di nuovo Galileo". Un altro dei firmatari più attivi è Carlo Cosmelli, docente di Fisica: "Le accuse anti-scienza che il Papa ha lanciato da cardinale le ha ribadite anche nella sua ultima enciclica. Lui è convinto che, quando la verità scientifica entra in contrasto con la verità rivelata, la prima deve fermarsi. Una cosa del genere in una comunità scientifica non può essere accettata".

(12 gennaio 2008)

Friday, January 11, 2008

Ecate

31 Gennaio (pridie Kal. Febr.) In Grecia si celebrava la festa
di Hecate, conosciuta dai Romani anche come Diana Lucifera. Diana
aveva 3 manifestazioni, Selene o Luna in cielo, Diana Cacciatrice
sulla terra e Diana Lucifera nell'Ade, il mondo sottoterra (ovvero
agli inferi). Ma il nome Lucifera, apportatrice di luce era dato
anche alla stella del mattino, Venere. I cristiani per screditare
gli dei del politeismo ne fecero un demonio. Il nome Greco di
Diana era Artemide, sorella gemella di Apollo e figlia di Zeus e
Latona nata sul Monte Cinto, a Delo e perciò?² chiamata anche Cynthia
o Cinzia e Delia. Come Dea della caccia portava un arco ed un
turcasso pieno di frecce come talvolta suo fratello Apollo e come lui
era particolarmente attratta da musica e danza.
Ecate, era però più antica di queste tradizioni, Dea preolimpica, aveva tre
teste, di donna di cane e di serpente, girava nelle notti di luna calante,
seguita da una muta di cani, a cui i greci facevano offerte di pane, che
mettevano nei quadrivi, che le erano dedicati. Il pane veniva poi raccolto
dai poveri, o dai cani randagi.
Madre di Demetra, era perciò nonna di Persefone, la vergine rapita da Ade,
fu lei ad informare Demetra su dove si trovasse sua figlia.
Sempre il 31 Gennaio I seguaci della Stregheria o Wicca ( o Neopagani, o
Celti, o Druidi o Streghe e Stregoni ecc.) celebrano annualmente
feste dette Sabba. Oggi ?¨ il primo dell'anno detto Sabba della
vigilia di Febbraio, o, in altri paesi come a Oimelc, Brigida
(o Brigit), Imbolc, Candlemas (= candelora) .

da internet

IL GENOMA NON E' IMMUTABILE

Corriere della Sera - martedì 14 Marzo 2006

Studio Usa: i cambiamenti sarebbero avvenuti tra 15 mila e 5 mila anni fa

IL GENOMA NON E' IMMUTABILE

Alterate dall'ambiente 700 aree della nostra mappa genetica

di EDOARDO BONCINELLI

Ricercatori dell'Universi­tà di Chicago (Stati Uniti) hanno rilevato che in 700 re­gioni del genoma umano i ge­ni sono stati modificati dalla selezione naturale adattando­si alle condizioni ambientali. Questo accadeva in un perio­do collocato tra 15 mila e i 5 mila anni fa. I geni che dimo­strano la loro evoluzione so­no responsabili dei sensi del gusto e dell'olfatto, della dige­stione, della struttura ossea, del colore della pelle e delle funzioni cerebrali.

L'indagi­ne, condotta dal genetista Jonathan Pri­tchard assie­me ai
colle­ghi Benja­min Voight. Sridhar Ku­daravalli e Xiaoquan Wen, ha
ri­guardato tre popolazioni: africana, est asiatica ed europea. Questa, in
sintesi, la notizia, dalla qua­le discendono diverse doman­de importanti.

Mi capita spesso, infatti, di sentirmi chiedere se la nostra specie si sta
ancora evolven­do. È una domanda alla qua­le ne segue in genere un'altra: e
se sì, in che direzione stiamo andando? Io rispondo che non dovrebbero
esserci dub­bi sul fatto che la nostra spe­cie, come tutte le altre, si sta
ancora evolvendo, anche se con tempi piuttosto lunghi. Si tratta di una
facile rispo­sta, basata su considerazioni di carattere teorico, ma alcu­ni
risultati sperimentali mol­to recenti sembrano dimo­strare direttamente che
la no­stra specie è in attiva evolu­zione, anche se non possiamo sapere,
ovviamente, in che di­rezione ci incammineremo.

Negli ultimi 15.000 anni, dicono i risultati di questa in­dagine, c'è stata
selezione e quindi evoluzione in qualche centinaio, almeno, di regioni
diverse del nostro genoma. Ma non si è sostenuto spesso - dirà qual­cuno -
che gli ultimi cambiamenti significativi nei nostri ge­ni hanno avu­to luogo
fra 150.000 e 200.000 anni fa? Il geno­ma della no­stra specie nel suo
complesso sembra ef­fettivamente non essere cam­biato da allora. Siamo
quello che siamo da allora, come in­dicano chiaramente almeno due fatti:
primo, tutti gli esse­ri umani della Terra possono dar luogo a figli normali
ac­coppiandosi fra di loro e, se­condo, tutti gli esseri umani sono in grado
di imparare senza difficoltà una qualsiasi lingua umana. Eppure molti di
loro sono stati fisicamente separati per decine di miglia­ia di anni, così
che i loro ante­nati comuni sono vissuti in un tempo molto remoto: die­cine
e diecine di migliaia di an­ni fa, appunto. Questo non vuol dire che
localmente non ci possano essere stati piccoli cambiamenti genetici, come
quelli che hanno favorito là presenza di forme geniche particolari nelle
popolazioni endemicamente esposte all'in­fezione malarica, come in al­cune
regioni africane o, per venire alle questioni di casa nostra, in Sardegna o
nel Fer­rarese.

Laddove c'è stata una gros­sa pressione selettiva. e la morte per malaria
rappresen­ta senza dubbio una forte pressione selettiva, ci posso­no essere
stati cambiamenti di questo o quel gene. Allo stesso modo, da quando l'uo­mo
ha cominciato ad allevare animali da fattoria c'è stata una certa
convenienza a nu­trirsi di latte e dei derivati del latte anche in età
adulta.

Originariamente la nostra specie aveva la capacità di di­gerire il latte
solo quando si è in tenera età e perdeva questa capacità con il passare
degli anni, ma la pastorizia ha favo­rito quegli individui che man­tenevano
questa capacità an­che in età adulta. Oggi quasi tutti abbiamo geneticamente
tale capacità, anche se esisto­no persone che non digerisco­no il latte da
adulti, e sono per questo designate come af­fette da intolleranza al
latto­sio. La forma genica corri­spondente alla capacità di di­gerire il
latte per tutta la vita è stata quindi selezionata qua­si dappertutto per
darci que­sta opportunità, anche se non da tanto tempo. Che co­sa c'è di
nuovo allora? La no­vità consiste nel fatto che si è sfruttata la nostra
conoscen­za del genoma umano per sco­vare sistematicamente le re­gioni dove
si sono avuti cam­biamenti genetici locali.

Il procedimento è un po' complesso, ma si basa su una semplice osservazione.
Quel­le regioni genomiche che so­no uguali in tutti i membri di una stessa
popolazione ma si presentano diverse in popola­zioni diverse, sono state
pro­babilmente scelte dalla sele­zione naturale operante nella regione
abitata da quella de­terminata popolazione. Non si tratta qui però di
guardare singoli geni, ma interi gruppi di geni presenti, uno vicino
all'altro, in una data regione ge­nomica.

Di che tipo di geni stiamo parlando? Non possediamo tutti i dettagli, ma sembra si tratti di geni che hanno a che fare con il colore della pelle, la qualità dei capelli, la strut­tura ossea e, guarda caso, con le diverse abitudini ali­mentari. Sono coinvolti il gu­sto e l'odorato, verosimilmen­te per permettere l'adatta­mento al consumo di nuove sostanze, la capacità di digeri­re questo o quell'alimento e di neutralizzare questa o quel­la sostanza tossica presente negli alimenti che oggi consi­deriamo naturali. E il cervel­lo? Forse sono state seleziona­te anche nuove forme geni­che che favoriscano capacità intellettuali superiori. (...)