Friday, March 25, 2011

Le paradis perdu des Kalash 1 sur 3

Le paradis perdu des Kalash 1 sur 3


Dans une vallée reculée de la frontière pakistano-afghane, les 3000 derniers païens Kalashs vivent encerclés par la communauté musulmane et les réfugiés afghans. À l’annonce du solstice d’hiver, ils prient, chantent et dansent pour la renaissance des saisons et de leur culture. Parmi eux, la jeune Najiba se découvre femme et prend conscience des périls croissants qui menacent sa communauté. Ce printemps, les talibans ont passé les portes de son village.
En quittant l’insouciance de l’enfance, Najiba est au tournant de l’histoire Kalash. Elle doit choisir entre se convertir à l’Islam, rejoindre la modernité ou permettre à sa tradition de perdurer. C’est avec le choix de sa génération que l’éternel retour des saisons sanctifiées par les Kalash peut s’arrêter.

Wednesday, February 23, 2011

Giornata pagana della memoria, intervista a Manuela Simeoni: "Ma non siamo neopagani"

Era il 27 febbraio del 380 dopo Cristo, quando l’imperatore Teodosio promulgò l’editto di Tessalonica che sanciva il Cristianesimo come religione di stato romana, soppiantando così il paganesimo. Undici anni dopo arrivarono anche quelli che oggi chiameremmo “decreti attuativi”, che impedivano di fatto ai pagani di professare la loro religione. Il più noto fu quello del 24 febbraio 391 dopo Cristo, che sanciva il divieto di ingresso nei templi pagani, proibiva l’atto di avvicinarsi ai loro santuari e l’adorazione di statue o manufatti. Esattamente 1620 anni dopo quell’editto, domani si terranno delle celebrazioni per ricordare quei giorni drammatici per i pagani, che nei secoli successivi furono i primi “perseguitati” della neonata Chiesa dell’Amore. Sulla giornata, giunta ormai alla quinta edizione, ci parla Manuela Simeoni, della Federazione Pagana. (...)


Giornata pagana della memoria, intervista a Manuela Simeoni: "Ma non siamo neopagani"

Monday, January 24, 2011

La sopravvivenza degli antichi dei

La sopravvivenza degli antichi dei.
Jean Seznec, Jean
Bollati Boringhieri, 2008.

Alterati nel loro aspetto tradizionale e spesso costretti a servire da involucro di idee morali o speculative, gli antichi dei del politeismo greco hanno continuato la loro avventura fino al Rinascimento e anzi al XXII secolo, sia barocco sia classico. In quest'opera, pubblicata per la prima volta nel 1940 e divenuta in breve uno dei classici contemporanei della storia delle idee e della civiltà, Jean Seznec indaga le forme specifiche di questa sopravvivenza e gli ambiti particolari in cui essa si è compiuta: i sistemi interpretativi elaborati dagli antichi per spiegare l'origine e la natura delle loro divinità, e assimilati dal pensiero storico ed esegetico medievale; la tradizione iconografica, dalle miniature dei manoscritti astronomici e astrologici illustrati fino ai monumentali cicli pittorici che decorano le volte dei palazzi e le cupole delle cappelle; la tradizione mitografica, dalle enciclopedie medievali fino ai grandi trattati italiani tardocinquecenteschi sugli dei.

Tuesday, January 04, 2011

Dalla Pizia a Trasillo, quelle divinazioni sono parte di noi

Corriere della Sera 4.1.11
Dalla Pizia a Trasillo, quelle divinazioni sono parte di noi
di Eva Cantarella

Tra i tanti possibili modi di conoscere il futuro, l’astrologia è, a quanto è dato saperne, il più antico, o quantomeno uno tra i più antichi. Sviluppatasi probabilmente in modo indipendente nelle diverse civiltà, nel 3.000 a. C. era già praticata in Mesopotamia e da qui si diffuse sino a raggiungere l’Asia Minore, l’Egitto, e quindi la Grecia e Roma, dove andò ad affiancarsi ai molti sistemi ivi in uso. In Grecia, ad esempio, era praticata l’arte della «capnomanzia» , che leggeva il futuro nella forma delle spire di fumo; la «igroscopia» , che esaminava, interpretando, il corpo delle vittime dei sacrifici; la «catoptromanzia» , che leggeva i segnali per mezzo dello specchio... La varietà non mancava, insomma, anche se la pratica divinatoria più diffusa era quella oracolare, che aveva luogo in un tempio, dove il dio rispondeva alle interrogazioni che gli venivano poste. A volte, per farlo, si serviva di segni naturali, come a Olimpia la fiamma del fuoco in cui si consumavano le vittime, o, nel tempio di Dodona, lo stormire delle fronde della quercia sacra. Altre volte il messaggio giungeva attraverso la voce di una profetessa, che fungeva per così dire da megafono al dio. Il più importante fra tutti gli oracoli di questo tipo era quello di Apollo a Delfi, che continuò a essere frequentato fino al VI secolo d. C, quando tutti i culti pagani vennero vietati da Teodosio. I vaticini A consultare l’oracolo si recavano, oltre ai privati cittadini, molti uomini di stato, che chiedevano un responso sulla opportunità di istituire nuovi culti, di promulgare le leggi, di concludere alleanze politiche, e via dicendo. E a tutti il dio rispondeva con la voce della celebre Pizia, profetessa invasata di furore mistico, che pronunziava parole spesso incomprensibili, successivamente interpretate da un sacerdote (cresmologo), che le traduceva per lo più in versi, in forma così ambigua da far sì che l’oracolo risultasse comunque veritiero. Non diversamente, va detto, di quel che accadeva quando a profetare era la Sibilla cumana, di cui parla Virgilio, che secondo la tradizione avrebbe così risposto a un soldato che la interrogava sull’esito di una spedizione bellica: ibis redibis non morieris in bello, frase che, se si pone una virgola prima di «non» , significa: andrai ritornerai, non morirai in guerra; se invece si mette la virgola dopo «non» , significa: andrai, non ritornerai, morirai in guerra. Infine, in età ellenistica, alle forme più tradizionali della mantica locale si affiancò l’astrologia, che divenne particolarmente popolare a Roma, dove vissero astrologi (teorici e pratici) molto noti, molto ricchi e molto potenti. Alcuni di essi, come ad esempio il grammatico alessandrino Tiberio Claudio Trasillo, avendo pronosticato a Tiberio la futura carica imperiale come successore di Augusto, quando l’evento si verificò andò a vivere ed esercitare la sua arte a corte, ricevendo la cittadinanza romana come ricompensa dei suoi servizi. Il «no» dell’imperatore Ma non tutti gli astrologi erano teorici raffinati come Trasillo: la maggior parte si essi era di livello sociale e culturale assai meno elevato ed era vista con notevole sospetto. Nell’ 11 d. C. Augusto vietò le consultazioni private (il racconto in Dione Cassio). Durante il regno di Tiberio il senatore Libone Druso, posto sotto accusa capitale in quanto mago e astrologo, si suicidò (la storia in Tacito). Ma questo non fu che l'inizio dei problemi. A partire da Diocleziano, l’astrologia venne punita con la pena capitale, e il Codice Teodosiano, nel 367, la incluse tra i reati esclusi da ogni possibilità di grazia. Nel diritto criminale gli astrologi, definiti mathematici, erano ormai equiparati ufficialmente ai maghi. Oggi la situazione è molto diversa. Ci sono astrologi consultati in televisione, che scrivono sui giornali, nelle cui previsioni molte persone credono ciecamente. La credulità popolare, giustamente tenuta dagli antichi, è ancora forte. Comunque la sia pensi in proposito, agli oroscopi dobbiamo riconoscere di essere una parte, pur piccola, della nostra lunga storia.

Thursday, December 30, 2010

The Pagan Norse

The Pagan Norse

Perché il monoteismo biblico si autorappresenta come violento

Dio e gli dèi. Egitto. Israele e la nascita del monoteismo

Perché il monoteismo biblico si autorappresenta come violento

JAN ASSMANN

Il brano che anticipiamo in questa pagina è tratto dal nuovo libro di Jan Assmann «Dio e gli dèi. Egitto. Israele e la nascita del monoteismo», uscito per i tipi del Mulino (pp. 213, euro 15). Settantun anni, professore emerito di egittologia a Heidelberg , Assmann è uno studioso che si muove sul crinale tra archeologia e antropologia culturale, come testimonia la sua ricca bibliografia: La memoria culturale, Potere e salvezza, La morte come tema culturale (tutti tradotti da Einaudi), Mosè l’egizio (Adelphi) e Non avrai altro Dio (il Mulino) in cui ha impostato il tema del monoteismo che riprende nel libro in uscita per chiarirne il senso e la vicenda storica.

Rivolgiamo ora la nostra attenzione alla Bibbia e soffermiamoci, tra circa seicento passaggi in cui si citano episodi di violenza che portano alla morte, su alcune delle tipiche scene di violenza che caratterizzano l’istituzione del monoteismo. \ Non sto accusando o criticando alcunché; voglio semplicemente capire. Mi sembra fuori luogo, inoltre, utilizzare tali brani contro il giudaismo o il cristianesimo, perché in queste religioni essi non giocano un ruolo significativo. Non vengono insegnati nelle yeshivot ebraiche né predicati dai pulpiti cristiani; il loro valore è puramente storico, in quanto testimoniano l’autorappresentazione della nuova religione nelle sue fasi iniziali. Il mio interesse per questi testi, tuttavia, non è storico, ma «mnemo-storico»: la domanda cui voglio dare una risposta non è «Perché il monoteismo si affermò in maniera così violenta?», bensì «Perché la storia della sua affermazione venne rappresentata e ricordata nella Bibbia con un così grande numero di scene di violenza? Perché i testi fondamentali che proclamano l’unicità esclusiva di Dio utilizzano il linguaggio della violenza?». La violenza non fa parte di una visione esterna ostile al monoteismo, ma di un autoritratto del monoteismo visto dall’interno. Ecco il problema che affronta questo capitolo. Perché il monoteismo biblico si autorappresenta come violento?

Da dove possiamo iniziare? I racconti della fuga dall’Egitto, indotta con la violenza delle piaghe inviate da Dio, ma ancor più la conquista della terra di Canaan, dipingono l’etnogenesi israelita e l’introduzione del monoteismo – di fatto due aspetti di un unico processo – a tinte estremamente violente. La questione del loro significato si pone poi in maniera ancora più pressante se questi episodi non vengono ritenuti storici ma simbolici, e quindi considerati saghe e leggende con le quali una società si costruisce o ricostruisce un passato in grado di dare senso e prospettiva alle finalità e ai problemi attuali. Apparentemente queste scene presentano una violenza esterna, una violenza diretta contro altri popoli, come gli egizi e i cananei. Una lettura più attenta dei testi biblici, tuttavia, rivela che la violenza interna, la violenza diretta contro il proprio gruppo e persino contro se stessi, gioca un ruolo di gran lunga più importante. Sotto molti aspetti (anche se non tutti) «Canaan» può essere visto come una rappresentazione simbolica del passato pagano di Israele e delle sue persistenti tradizioni pagane o sincretistiche. Il monoteismo, stando al suo autoritratto biblico, è una religione che tende alla violenza interna anziché esterna. È proprio questo a rendere lo studio dei testi di riferimento così stimolante, anche se essi hanno perduto ogni interesse nel contesto dell’esegesi giudaica e cristiana.

L’inizio è costituito dalla storia del vitello d’oro. Gli israeliti ricadono nell’idolatria: non riescono a sopportare la lunga assenza del loro capo Mosè sul Monte Sinai e lo credono morto; chiedono allora ad Aronne di fornire loro un’immagine che sostituisca Mosè, rappresentante di Dio, e che cammini davanti a loro guidandoli nel deserto. In segno di espiazione e castigo, Mosè avvia un’azione punitiva che viene descritta nei seguenti termini nel libro dell’Esodo (Es 32, 26-28): «Mosè si pose alla porta dell’accampamento e disse: “Chi sta con il Signore, venga da me!”. Gli si raccolsero intorno tutti i figli di Levi. Gridò loro: “Dice il Signore, il Dio d’Israele: Ciascuno di voi tenga la spada al fianco. Passate e ripassate nell’accampamento da una porta all’altra: uccida ognuno il proprio fratello, ognuno il proprio amico, ognuno il proprio parente”. I figli di Levi agirono secondo il comando di Mosè e in quel giorno perirono circa tremila uomini del popolo».

Decisive sono le parole: «ognuno il proprio fratello, ognuno il proprio amico, ognuno il proprio parente». Qui la violenza è rivolta esplicitamente all’interno, allo scopo di infrangere i vincoli umani più stretti e intimi. La dedizione richiesta da Dio a ciascun individuo, come pure l’alleanza da lui offerta, superano e spezzano tutti i legami e doveri umani. A questo passo se ne può accostare un altro, non meno celebre, tratto dal Deuteronomio: «Qualora il tuo fratello, figlio di tuo padre o figlio di tua madre, o il figlio o la figlia o la moglie che riposa sul tuo petto o l’amico che è come te stesso, t’istighi in segreto, dicendo: Andiamo, serviamo altri dèi, dèi che né tu né i tuoi padri avete conosciuti, divinità dei popoli che vi circondano, vicini a te o da te lontani da una estremità all’altra della terra, tu non dargli retta, non ascoltarlo; il tuo occhio non lo compianga; non risparmiarlo, non coprire la sua colpa. Anzi devi ucciderlo: la tua mano sia la prima contro di lui per metterlo a morte; poi la mano di tutto il popolo; lapidalo e muoia, perché ha cercato di trascinarti lontano dal Signore tuo Dio».

In questo caso è possibile sapere con certezza da dove proviene questo linguaggio della violenza: dai giuramenti di fedeltà assiri. L’impero assiro richiedeva una lealtà assoluta ai suoi vassalli, che dovevano essere disposti ad attuare forme di controllo come spiare amici e vicini denunciandoli e perseguendoli inesorabilmente nel caso in cui esprimessero pensieri sleali. Ma come è possibile, si chiede in un articolo recente Othmar Keel, studioso dell’Antico Testamento, collegare un simile linguaggio all’idea biblica di Dio? Come possono gli uomini immaginare che Dio pretenda la denuncia e l’uccisione dei propri amici, compagni e vicini? È facile capire come i testi e i concetti assiri vennero tradotti in ebraico ed entrarono nella Bibbia: alcuni re giudei dovevano utilizzare a loro volta questo linguaggio per giurare fedeltà al re assiro. Non è facile, invece, comprendere come questi concetti politici vennero tradotti in concetti teologici, e come Dio iniziò a ricoprire il ruolo di un despota assiro. Forse l’idea era quella di liberarsi dagli assiri e da qualunque altra forma di dipendenza entrando in un’analoga forma di dipendenza da Dio per mezzo dello stesso trattato che il re assiro aveva imposto. Forse, trasformando la politica assira in teologia biblica, gli ebrei speravano di trasformare la politica in religione e di liberarsi completamente della politica, di diventare indipendenti o almeno indifferenti a qualsiasi altra forma di oppressione politica. Ma essi non pagarono un prezzo troppo alto considerando l’idea assira di esclusività politica – non avrai altri signori al di fuori di me – come un modello di esclusività religiosa, e quindi politicizzando sia il concetto di divinità sia la nuova idea di religione?

(Fonte: www.lastampa.it)

Tuesday, December 21, 2010

Natale nel Kashmir ecco le origini pagane di Gesù Bambino

La Repubblica 20.12.10
Natale nel Kashmir ecco le origini pagane di Gesù Bambino
di Marino Niola

La festa del solstizio d´inverno della tribù dei Kalasha ha molte somiglianze con quella della natività di Cristo L´antropologo Augusto Cacopardo ha studiato il significato dell´antico rituale, che dura dodici giorni
La popolazione, che vive tra Pakistan e Afghanistan, custodisce le sue radici indoeuropee
L´attesa del dio Indr è associata ad abbuffate di lenticchie e doni per i più piccoli

Per ritrovare l´origine del Natale bisogna andare sugli altipiani dell´Hindu Kush, tra Afghanistan e Kashmir. Dove vivono gli ultimi pagani. Sono i fieri Kalasha, gelosi custodi delle loro remotissime tradizioni indoeuropee. Questi uomini che sapevano d´antico già nel 330 avanti Cristo, quando Alessandro Magno li incontrò durante la sua marcia verso Jelalabad, ci rivelano le radici della nostra storia e della nostra religione. Il loro grandioso rito solstiziale d´inverno, dodici giorni che iniziano con la discesa del dio tra gli uomini e si concludono con l´inizio del nuovo anno, è infatti l´archeologia vivente della natività. A dirlo è l´antropologo Augusto Cacopardo in un libro appena uscito per l´editore Sellerio. Il titolo, più che eloquente, è Natale pagano (Sellerio, pp. 476, euro 20). Argomento è la millenaria gestazione di una festa che non sarebbe stata inventata dal cristianesimo ma comincia molto prima.
In realtà sono stati in molti a sostenere che la madre di tutte le festività dell´Occidente nasce da antichi riti agrari e astronomici precristiani. Come quelli dell´Atene di Pericle, culla della democrazia occidentale, dove nell´ultima decade di dicembre si addobbava un albero sempreverde con coppe e otri in onore di Dioniso, il dio del vino che offre in pasto il suo corpo e il suo sangue. Mentre a Roma, sempre in dicembre, durante i Saturnali si ornavano le case con abeti e altri alberi perenni, simboli della vita che continua. Il tutto culminava nella festa di Mitra, il dio solare nato in una grotta e rappresentato come un bambino risplendente di luce. La sua nascita coincideva con il solstizio d´inverno, quando le giornate cominciano ad allungarsi e il sole ha il sopravvento sulle tenebre. Stessa cosa facevano i Celti dell´Europa del Nord che nello stesso periodo offrivano alle divinità della luce composizioni di vischio e rami di abete.
Il libro di Cacopardo aggiunge a queste ipotesi storiche una prova vivente. I Kalasha, che hanno resistito a ogni tentativo di cristianizzazione e di islamizzazione, continuano infatti a professare una religione sorprendentemente simile a quella dell´antichità. Questi montanari variopinti che Fosco Maraini trovava più antichi che esotici, appaiono come l´eco presente di un tempo lontanissimo, il riverbero di un passato remoto miracolosamente conservato in una bolla della storia. Sospesa a duemila metri sulle alture rarefatte di Birir, a due passi dai teatri di guerra dell´Afghanistan. Questi portatori sani di un´origine altrove scomparsa ci fanno toccare con mano lo spirito della religione prima dell´arrivo dei monoteismi. E soprattutto ritrovare il politeismo degli antichi popoli indoeuropei, spesso ancora presente sotto traccia nel nostro folklore. E perfino nelle nostre grandi solennità religiose.
La grandiosa festa del solstizio d´inverno, che i Kalasha chiamano Chaumos, è a tutti gli effetti un natale prima del Natale. È la matrice ideale della nostra notte incantata. Con il dio luminoso Indr - parente stretto di Indro, nome locale dell´arcobaleno, nonché di Indra, signore della folgore nel pantheon induista - che discende a visitare gli uomini nel periodo più buio dell´anno e dispensa loro la sua energia come un dono benefico. Se si aggiungono i rami di vischio, le abbuffate rituali di lenticchie di montagna, la notte di vigilia in attesa dell´avvento del dio, i doni ai bambini e i fuochi che rischiarano la notte innevata, gli ingredienti del nostro Natale ci sono tutti. A parte "Jingle Bells". Ma non è poi così grave.
Non sarebbe Gesù bambino a fare il Natale, dunque, ma il natale a fare Gesù bambino. Sembra questo il messaggio degli ultimi pagani. Che pare fatto apposta per dar ragione a Sant´Agostino il quale diffidava i cristiani dal celebrare il sole a dicembre perché era roba da idolatri. O a quei sacerdoti francesi che, alla fine degli anni Cinquanta, bruciarono il fantoccio di Babbo Natale sul sagrato della cattedrale di Digione considerandolo un simbolo perverso di paganesimo e al tempo stesso di consumismo. Che sono, a pensarci bene, il prima e il dopo della modernità. Due estremi della storia mescolati insieme. A conclusione di un cammino millenario di cui gli ultimi pagani continuano ancora oggi a celebrare l´inizio.

Monday, December 13, 2010

"Sono gli studiosi a sbagliarsi: il cranio di Grotta Guattari è la prova di riti primitivi"

La Repubblica 13.12.10
Antonio Pennacchi replica al paleontologo Giorgio Manzi
“Perché difendo il mio Neandertal”
"Sono gli studiosi a sbagliarsi: il cranio di Grotta Guattari è la prova di riti primitivi"
intervista di Dario Pappalardo

«Ma quali iene? In quella grotta, sono entrati per ultimi gli uomini». Antonio Pennacchi non ci sta. E replica al paleontologo Giorgio Manzi che, intervistato da Repubblica, ha "attaccato" Le iene del Circeo (Laterza), il libro in cui lo scrittore ricostruisce la storia del cranio neandertaliano di Grotta Guattari, rinvenuto al Circeo nel 1939.
Per l´autore, che si rifà alle tesi dell´archeologo Alberto Carlo Blanc, scomparso nel 1960, quel reperto testimonierebbe la cerebrofagia rituale degli uomini di Neandertal (sempre e solo senz´acca). Per Manzi e per altri illustri colleghi (tra cui Tim White, uno dei maggiori paleontologi viventi) non è così: il teschio sarebbe stato portato da una iena in quella grotta, poi sigillata da una frana per 55 mila anni.
«Con tutta onestà – racconta l´autore, quest´anno vincitore del premio Strega per Canale Mussolini (Mondadori) – sono un tipo ansioso: prima di cominciare a leggere l´intervista a Manzi, pensavo mi avessero fatto tana. Invece poi, alla fine della lettura, mi sono tranquillizzato».
Come mai, Pennacchi? Gli studiosi non le danno certo ragione.
«Intanto è curioso che mi rispondano solo ora che ho vinto il premio Strega. Sono vent´anni che porto avanti questa battaglia e non mi hanno mai preso sul serio».
La tesi che sostiene nel libro è stata smentita da tempo. La paleosuperficie dove fu rinvenuto il cranio non contiene tracce umane, ma solo di iena…
«Non è vero. Chi depositò il cranio nella grotta perse un raschiatoio, che fu ritrovato nel 1989. È come se ci avesse lasciato un rolex… non è una prova da poco. Insomma, in quel sito gli strumenti litici umani c´erano ed è stato scritto negli studi pubblicati in passato. Se ora quegli strumenti sono spariti, qualcuno dovrebbe spiegare perché. Per quale motivo si sono incaponiti sulla iena? Lo chieda a loro».
Gli studiosi escludono la cerebrofagia. Il cranio ha un foro praticato alla base.
«Ma chi l´ha detto che se voglio mangiare un cervello devo rompere il cranio dall´alto? I saggi di antropologia sostengono il contrario. E lo dimostra anche la collezione di crani della Melanesia conservata alla Sapienza di Roma. Chiunque pratichi la cerebrofagia rituale lo fa dal basso, utilizzando il cranio come coppa. Da cui "Bevi, Rosmunda dal teschio di tuo padre!". Un´altra prova del rito è il cerchio di pietre…».
I paleontologi mettono in dubbio anche quello.
«Io stesso lo chiesi a White: "Ma il cerchio di pietre? Insinuate che l´abbia costruito a bella posta Blanc, lo scopritore del cranio?". Lui mi fece capire di sì. Io invece non ci credo. Quel cerchio col cranio era isolato da tutto il resto. In quella grotta si celebrava un rito. E non è escluso che sia stata sigillata dagli uomini e non da una frana».
Ma come si è appassionato alla paleontologia?
«Ero più interessato alla storia romana, in realtà. Prevedendo di scrivere sulle bonifiche dell´agro pontino, mi sono messo a studiarla. Poi mi sono imbattuto nei cocci, mi sono iscritto all´università: ho preso 30 e lode a "Metodologia e tecnica dello scavo". Gli scienziati credono che non ne sappia niente di tutto questo, eppure ho all´attivo due campagne archeologiche. Non pensavo di risalire al Neandertal, ma quando ho scoperto questa storia ci ho visto poco chiaro e ho voluto approfondire».
Ha approfondito pure il Neandertal senz´acca.
«Se permette, sulla lingua almeno, l´autorità scientifica sono io. Anche in Germania, Neandertal si scrive senz´acca. Comunque, i nemici fanno bene. Un po´ di provocazione serve sempre. Mannaggia, quando ho vinto il premio Strega, i paleontologi devono essere sbiancati…».

Con la forza del pensiero si sposta il cursore del pc

Corriere della Sera 30.11.10
Con la forza del pensiero si sposta il cursore del pc
di Minnie Luongo

D'ora in poi i cursori si potranno controllare con dei semplici pensieri: questo l'annuncio della Society for Neuroscience di San Diego (Usa). «Un nutrito gruppo di volontari ha imparato in soli sei minuti come spostare un cursore sullo schermo grazie alla forza del pensiero» dice l'autrice della ricerca, Anna Rose Childress della University of Pennsylvania School of Medicine. Lo studio consisteva di due parti: la formazione informatica e l'effettivo controllo del cursore. Durante l'addestramento, i computer hanno riconosciuto due distinti schemi cerebrali: nel primo, i partecipanti sono stati invitati a pensare di colpire una palla da tennis; nel secondo, hanno immaginato di spostarsi da una stanza all'altra. Ogni insieme di pensieri veniva collocato, in corrispondenza con l'attività immaginata, in una specifica parte del cervello. I volontari hanno quindi ripetuto i medesimi modelli di pensiero, spostando un cursore sullo schermo. Conclusione: «Tutti sono stati capaci di spostare il cursore, alternando i pensieri e creando veri schemi cerebrali, subito riconosciuti dal computer».

Wednesday, December 08, 2010

Nel nome di Ipazia immagini e simboli di una vita d´artista

Nel nome di Ipazia immagini e simboli di una vita d´artista
RENATA CARAGLIANO
DOMENICA, 28 NOVEMBRE 2010 LA REPUBBLICA - - Napoli

Un percorso espositivo sulle tracce della scienziata assassinata nel IV secolo dopo Cristo

Antico e contemporaneo si incontrano al Museo archeologico. Oggi alle 11, nella sala conferenze del servizio educativo, "Ipazia secondo Mathelda Balatresi". Un appuntamento, realizzato in collaborazione con l´associazione culturale "A voce alta", che rientra nel programma di "Incontri di archeologia" organizzati dal servizio educativo della Soprintendenza speciale per i beni archeologici di Napoli e Pompei. Con l´artista Mathelda Balatresi, che presenta il suo recente lavoro espositivo su Ipazia, si confronteranno Mariantonietta Picone Petrusa, Angela Tecce e Marco De Gemmis. Mentre Patrizia De Martino e Nico Ciliberti, introdotti da Marinella Pomarici, leggeranno alcune pagine da "Ipazia - Poemetto drammatico" di Mario Luzi.
E´ un mondo che si divide tra il bene e il male quello raffigurato da Mathelda Balatresi, che da anni si racconta attraverso Ipazia, l´astronoma e filosofa di Alessandria del quarto secolo dopo Cristo che ha di recente ispirato il film "Agorà", con Rachel Weisz. Un´eroina ante litteram, forse meno conosciuta di quanto meriti. Una martire del paganesimo e del libero pensiero, punita per le sue idee e i suo comportamenti poco "cristiani". Una vita conclusasi tragicamente. Ipazia fu torturata e assassinata dalla guardia armata del vescovo Cirillo: tra storia e leggenda, si tramanda che il suo corpo fu straziato prima di essere disperso.
«Nella figura e nella vicenda di Ipazia - scrive Marco De Gemmis - la Balatresi vuol forse leggere di sé e di tutto il femminile: cervello, capacità, fierezza e tenacia, fragilità e bellezza. In molti dei disegni ci sono soltanto Ipazia e la conchiglia, secondo alcuni l´arma del delitto dei cristiani che la fecero fuori».
Fino al 16 dicembre la Balatresi, autrice tra l´altro di "Mine in fiore", esposto nella fermata di Materdei delle Stazioni dell´arte della linea 1 della metropolitana, presenta al Museo archeologico alcuni dei lavori ispirati alla donna-scienziata: disegni a china, dipinti in gessetti colorati e due grandi teli a olio. Un lavoro quasi inedito che l´artista vede come emblema dell´intelligenza negata alla donna. Ipazia viene evocata in mantelli, come quelli che indossavano i filosofi greci, tuniche dai colori tenui e diafani, privi di figura. Sono abiti senza corpo. Nel disegnarla a china i capelli s´intrecciano a conchiglie, le armi causa della sua morte crudele.
Ipazia, uno dei simboli di forza, intelligenza e coraggio, ma anche fragilità, di parte della cultura femminista, diventa un tutt´uno con Mathelda. L´artista, che nel 1977 aveva disegnato polemicamente una donna con un capo diviso in sezioni, per opporsi all´idea che «ha la testa troppo piccola per l´intelletto, ma sufficiente per l´amore», parla questa volta attraverso Ipazia dipingendo pagine di letteratura visiva tentando di restituire dignità al personaggio. «Ho deciso di dedicarle una costellazione - racconta la Balatresi - perché Ipazia studiava le stelle e così ho dipinto delle mantelle da filosofa con le stelle comete, il sole e la luna». In mostra anche due lunghi teli che accolgono il corpo nudo di Ipazia/Mathelda, frontalmente e di schiena. «Ho pensato di fare un sudario di Ipazia che è anche il mio - conclude l´artista - Un miscuglio del suo sangue con il mio».

L´oroscopo della scienza "Carattere deciso dal sole"

La Repubblica 6.12.10
L´oroscopo della scienza "Carattere deciso dal sole"
di Elena Dusi

E la scienza ammise: la data di nascita influenza il carattere
I test americani sui topolini di laboratorio svolti in diversi mesi dell´anno

IL MESE di nascita influenza il carattere. Era ovvio per l´astrologia, ora lo è anche per la scienza. Ma lungi dal dare il suo avallo alla lettura degli astri, la ricerca della Vanderbilt University ottiene l´effetto contrario. In uno studio su Nature Neuroscience i ricercatori dimostrano che la quantità di luce assorbita nelle prime settimane di vita produce effetti indelebili sui neuroni ancora vergini dei bebè.
La lunghezza delle giornate che è diversa in estate e in inverno si imprime sul cervello dei bambini appena nati, influenzando per sempre il loro ritmo circadiano e producendo effetti futuri - deboli ma misurabili - su umore, propensione alla depressione e alla schizofrenia.
Gli esperimenti americani sono stati condotti sui topolini in laboratorio, regolando la durata dell´illuminazione artificiale. Ma il fatto che le prove siano state ripetute in diversi mesi dell´anno, e che test simili sull´uomo in passato si siano svolti contemporaneamente nell´emisfero nord e in quello sud (dove agli stessi mesi corrisponde un livello di illuminazione capovolto), dimostrano che è la quantità di luce, non la data di nascita a influenzare il carattere. E che l´unico astro la cui posizione in cielo conti per il nostro futuro è il Sole.
«Ci teniamo a dirlo, anche se il nostro lavoro assomiglia all´astrologia, non lo è affatto. Si tratta di biologia stagionale» precisa Doug McMahon che ha condotto lo studio. La ricerca Usa si è concentrata sugli effetti della luce su una piccola area del cervello ribattezzata "orologio biologico". È questo grappolo di neuroni situato dietro agli occhi a dettare all´organismo i ritmi circadiani, regolando sonno, veglia, appetito, pressione sanguigna, voglia di quiete, movimento e molto altro. Nei topolini vissuti per le prime 4 settimane a un ritmo di 16 ore di luce per 8 di buio, l´orologio biologico si è tarato sul regime estivo, e su questo è rimasto tutta la vita. Il contrario è accaduto ai topolini tenuti al buio per 16 ore al giorno. «Questi ultimi - spiega McMahon - hanno dimostrato di risentire molto dei cambiamenti stagionali. Questo spiega come mai gli uomini nati in inverno siano più spesso affetti da depressione invernale», causata dalla riduzione delle ore di luce.
Gli effetti di questo imprinting riguardano ritmi circadiani e tono dell´umore, ma non solo. «Il mese di nascita influenza anche la tendenza a diventare gufi o allodole» spiega Vincenzo Natale, docente di ritmi del comportamento e ciclo veglia-sonno all´università di Bologna, che da anni si dedica a questo campo di studi. «Per chi è nato in estate le giornate non finirebbero mai. Ecco da dove nasce la tendenza a diventare gufi. I nati in inverno sono invece mattutini doc. Ovviamente si tratta di statistiche e all´interno dei vari gruppi le differenze sono grandi». Nessun risultato invece è stato mai ottenuto dai ricercatori che si sono sforzati di legare data di nascita a tratti della personalità più complessi, come estroversione, socievolezza o addirittura livello di intelligenza.

Sunday, November 14, 2010

Non solo dea dell’amore, anche genitrice e portatrice di pace

Corriere della Sera 11.11.10
Poeti, condottieri, prostitute Ognuno aveva la sua Venere
Non solo dea dell’amore, anche genitrice e portatrice di pace
di Eva Cantarella

I festeggiamenti in onore di Venere, a Roma, avevano inizio il primo aprile. Quel giorno, raccontano Plutarco e Ovidio, le matrone usavano inghirlandarsi di mirto, per ricordare un episodio legato alla nascita della dea, nata — si raccontava — dalla schiuma del mare. Identificata a partire dal II secolo a. C. con la greca Afrodite, infatti, Venere aveva preso la personalità e le leggende di questa: tra le quali, appunto, quella della nascita, legata alla lotta tra il dio Crono e suo figlio Urano. Temendo che il figlio lo detronizzasse, Crono lo aveva castrato, gettando i suoi organi genitali nel mare, dalle cui acque un ben giorno era nata la bellissima Afrodite. Ovviamente nuda, e quindi costretta, appena emersa dai flutti, a nascondersi dietro il mirto per sottrarsi allo sguardo di una turba di satiri. Ma torniamo alla festa in suo onore: coronate di mirto, le matrone libavano alla dea con un liquore fatto di succo di papaveri, latte e miele, che Venere — si diceva — aveva gustato il giorno in cui era andata sposa. Dopo di che — è Ovidio a dircelo — spogliavano il simulacro della dea da collane e ornamenti, la lavavano, la asciugavano e, dopo averla di nuovo agghindata, le offrivano fiori e rose fresche.
Ma i culti in onore di Venere non si limitavano a quei riti, né a quel giorno. Le feste in suo onore erano tante, perché i romani non onoravano una sola Venere. Ne onoravano tante, diverse, ciascuna delle quali aveva una sua personalità e, per così dire, una sua competenza.
Prima di essere identificata con la dea dell’amore, infatti, la Venere latina veniva già celebrata il 1° aprile come Fortuna ed era, per i romani, la personificazione del momento generativo. Era la dea alla quale si doveva la vita, Venere genitrice: «Alma Venus, genitrix, hominum divomque voluptas», scrive Lucrezio: «Alma Venere, genitrice degli Eneidi (secondo una delle leggende sulle origini della città, i romani discendevano da Enea, figlio di Venere) delizia degli uomini e degli dei, tu che sotto gli astri erranti nel cielo fecondi il mare che porta le navi e la terra carica di messi, per te tutti gli esseri viventi sono concepiti e, nascendo, vedono la luce del sole; quando tu appari, o dea, fuggono i venti, fuggono le nubi del cielo, sotto i tuoi piedi la terra fertile produce fiori soavi, a te sorride la distesa del mare e il cielo, placato, versa un torrente di luce…» ( De rerum natura, incipit).
Ma Venere non dava solo la vita, dava anche pace e gioia: quando Marte, il dio della guerra, si abbandonava fra le sue braccia «vinto da eterna ferita d’amore», il mondo poteva godere, finalmente, di un periodo di pace. Attenzione, però: Marte, non era il marito di Venere, era il suo amante. Non a caso, dunque, Venere non proteggeva solo l’amore coniugale. Scrive Agostino ( De civitate dei, 4, 10) che a Roma c’erano due Veneri, quella onesta e quella disonesta: la prima, quella onesta, onorata da vergini e donne sposate, era onorata il 1° aprile; la seconda, quella disonesta, veniva celebrata dalle prostitute il 23 aprile, in un tempio che doveva essere eretto al di fuori delle mura cittadine. Ecco perché a Roma esisteva un tempio dedicato a Venere Obsequens, vale a dire obbediente, rispettosa, costruito nel 295 a. C. con le multe inflitte ad alcune matrone condannate per comportamento licenzioso. Venere era la protettrice di tutti gli amori. Era la madre di tutti, Venere Genitrice. Ma di qualcuno era genitrice in modo del tutto speciale. A un certo punto della storia di Roma, Venere si trovò a essere oggetto di una contesa politica. Al ritorno dalla guerra contro Mitridate, Pompeo aveva fatto costruire un teatro (il primo teatro romano in marmo), e in mezzo della cavea, alla sommità dei gradini, aveva fatto erigere un tempio dedicato a Venere Victrix (vincitrice), alla quale riconosceva così il merito della sua vittoria. In questo modo, aveva dichiarato Venere sua speciale protettrice. Ma non era il solo ad aspirare a un simile privilegio. Cesare, per non essere da meno, la celebrava come progenitrice della gens Iulia, alla quale apparteneva: lui non era solo protetto da Venere, discendeva da lei. E a lei promise un nuovo tempio, quello a Venere Genitrix, che fu poi eretto nel Foro al quale Cesare diede il nome, affidato a un collegio di sacerdoti incaricato di continuare i giochi e le feste indette per la consacrazione. E quando, dopo essere state interrotte alla morte di Cesare, le celebrazioni vennero riprese per iniziativa di Augusto, nel cielo apparve una grande cometa: l’anima di Cesare, dissero i romani.

Thursday, October 21, 2010

Santo Spirito in Sassia. Il "membro" della discordia, coperta la statua del dio Pan

Santo Spirito in Sassia. Il "membro" della discordia, coperta la statua del dio Pan
Chiara Pellegrini
Libero Roma 20/10/2010

In un mondo in cui, per dirla alla Christian De Sica, "se tolgono le mutande e te le tirano in faccia" stupisce la pudicizia di qualche buontempone che, da diversi giorni, copre il membro troppo vistoso di una statua. Il curioso episodio accade a Santo Spirito in Sassia dove, fino a domenica 24, si svolge la mostra "Antiquari nella Roma rinascimentale". Qui, tra busti e bassorilievi, spicca una statua del dio Pan, figura mitologica mezzo uomo e mezzo caprone. Pan, flauto alla mano, del caprone non ha solo le cosce irsute. Alto due metri, Pan, ha un po' "tutto" proporzionato. Sarà dunque per lo spirito realistico dell'opera o per un eccessivo senso della decenza che un novello Catone censura, ogni mattina, il fallo del dio greco. In quattro giorni di mostra già quattro diverse coperture. Prima una benda bianca attorcigliata proprio "lì", poi un berretto, anch'esso bianco, infine due bandane rossa ed un'altra azzurra. È mistero sull'autore del gesto. Intanto i galleristi si sono divisi in due fazioni, chi è perla visione integrale delle abbondanti nudità della statua, chi invece, protende per la copertura. «Certo, in un'edizione passata abbiamo avuto una mostra collaterale di arte erotica», conferma l'organizzatore Paolo Rufini, «ma era allestita in un percorso a parte, vietato ai minori di 14 anni». Morale: mentre si cerca di capire chi quotidianamente copre il "membro della discordia", la statua di "Antichità Grand Tour" di Guido Martini è stata posizionata un po' più indietro rispetto al corridoio centrale. Pan è soltanto una delle tremila opere di "Antiquari nella Roma rinascimentale". Un'esposizione che conserva pezzi italiani ed europei di alto antiquariato, mobili francesi, inglesi ed italiani, tappeti orientali, dipinti e ogni altra opera ricercata da professionisti del settore. Un nitidi antico e moderno, basti pensare alla presenza di opere di Andy Warhol e Giorgio De Chirico. Quest'anno l'evento si arricchisce di una grossa novità: l'alta gastronomia. Mercoledì 20 ottobre, ad esempio, si terrà l'anteprima di "Mete Divine", con una vetrina dei migliori agriturismi di Italia scelti in collaborazione con Agriturist. Poi, dal 21 al 24 sarà la volta di "Gourmet Hotel Collection", un evento di respiro nazionale volto a valorizzare la formula del "Bed&Dinner". Le strutture che saranno presenti, tra le migliori d'Italia, potranno a rotazione offrire al pubblico un saggio-assaggio delle loro capacità culinarie (www.witaly.it - www.porzionicremona.it).