Monday, February 08, 2010

La battaglia del tempio di Iside

La battaglia del tempio di Iside
FEDERICA CRAVERO
La Repubblica 07-02-10, TORINO

VENT' ANNI saranno anche un' inezia di fronte alla storia. Ma possono essere un' enormità se si tratta di vent' anni di liti e contese tra una famiglia di Monteu da Po e il ministero per i Beni e le Attività culturali, a colpi di carte bollate e ricorsi al Tar. Motivo dell' astio è l' esproprio di un terreno «per motivi di pubblica utilità», a cui si oppone la famiglia Delmastro, che su quell' appezzamento ha il giardino di casa e un capannone dove ricovera gli attrezzi di un' attività edile. Il motivo per cui il ministero vorrebbe alienare quel terreno è che il capannone è letteralmente incuneato - nelle foto aeree la vicinanza è impressionante- nell' area di uno dei principali siti archeologici piemontesi, quello della città romana di Industria. Non l' avete mai sentita nominare? Purtroppo non siete i soli. Sebbene sia a una trentina di chilometri da Torino, nel comune di Monteu da Po, Industria non rientra nei circuiti battuti dai turisti, non c' è nessuna pubblicità, nessun cartello stradale che ne segnali la presenza. E questo nonostante qui si trovino gli unici resti trovati nel nord Italia di un tempio dedicato al culto egizio della dea Iside. L' area archeologica portata finora alla luce dalle campagne di scavi che si sono succedute nel tempo - le prime tra Settecento e Ottocento su impulso del conte Bernardino di Lauriano, proprietario di diversi latifondi - ha infatti scrutato solo un decimo dell' antica città, che doveva avere una forma quadrata e misurare circa 400 metri di lato. Il resto è ancora sepolto nel sottosuolo e gli archeologi - fondi permettendo - vorrebbe proseguire nell' opera di scavo. In particolare il sogno è quello di sondare la zona ad est del tempio di Iside, dove secondo gli studi dovrebbe trovarsi il foro dell' insediamento romano. Che corrisponde appunto al luogo dove c' è il capannone della famiglia Delmastro. È dal 1991 che il ministero sta cercando di espropriare il terreno, ma prima il capofamiglia, l' ingegner Franco, poi dopo la sua morte la figlia Raffaella, adesso eletta consigliera comunale di Monteu, si oppongono. Assistiti dagli avvocati Claudio Dal Piaz e Cristina Roggia, hanno presentato diversi ricorsi e adesso il Tar ha dato loro ragione perché la pratica di esproprio non era stata eseguita in modo corretto. «Dopo vent' anni, lo ammettiamo, è diventata una questione di principio - racconta la vedova Paola Delmastro - Sappiamo che la nostra casa è su un terreno vincolato, ma lo Stato ci vuole prendere per due soldi ventimila metri quadrati pagando per terreno agricolo uno spazio dove ci sono alberi secolari e un' attività imprenditoriale. Noi eravamo disposti a vendere una parte del giardino a prezzi di mercato, ma loro non hanno soldi. E allora noi non vogliamo cedere». D' altro canto, il ministero li avrebbe privati di ogni filo d' erba fino al gradino della porta, costringendoli addirittura a cambiare ingresso. Ora il ministero ricorrerà in appello o avvierà una nuova pratica di esproprio. In ogni caso i tempi per esplorare il sottosuolo di quell' area slitteranno di parecchio. Quello dei Delmastro è rimasto l' unico terreno attorno al sito non espropriato. Per questo se i forestieri non conoscono Industria, nemmeno i suoi concittadini la amano troppo. I terreni attorno all' area sono vincolati dalla Soprintendenza archeologica: non si può arare, non si possono costruire nuovi edifici, non si trovano compratori disponibili a pagarlia prezzo di mercato. Alcuni abitanti sono stati anche denunciati dai carabinieri perché per piantare il granoturco nei campi attorno al sito archeologico hanno divelto settanta centimetri di resti di mura romane. «E sono stati condannati», gridano ancora allo scandalo alcuni montuesi. «Da un po' di tempo siamo riusciti a portare le scuole a visitare i resti e ci aspettiamo che siano i bambini a portare a Industria i loro genitori - spiega il sindaco Maria Elisa Ghion - E organizziamo anche qualche evento, ma non c' è nessuno che veda questo sito come un' occasione di sviluppo e di turismo. Una volta la popolazione era addirittura ostile, oggi pare rassegnata ad avere in casa un patrimonio».

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