Wednesday, December 23, 2009

Macché matriarcato Quelle Veneri sono delle «Veline»

Macché matriarcato Quelle Veneri sono delle «Veline»
Ida Magli
mercoledì 23 dicembre 2009 - IL GIORNALE

In mostra a Milano statuine femminili del 27 mila avanti Cristo. Ma non si direbbero certo divinità...
L a mostra «Dal 27000 a.C. Antenate di Venere», aperta al Castello Sforzesco di Milano fino a tutto il febbraio 2010, è tanto ricca di informazioni scientifiche quanto piena di quelle «suggestioni» che immancabilmente suscitano le immagini femminili.
Notiamo subito che qui prevalgono i reperti di statuine femminili. Per quanto si tratti di una selezione voluta, non si può fare a meno di riflettere su di un fatto ricorrente e che accomuna le conoscenze che abbiamo di qualsiasi civiltà, sia del passato più remoto che di quello recente: le rappresentazioni femminili sono sempre più numerose di quelle maschili, soprattutto più significative, con l’accentuazione sessuata del loro corpo, il segreto del loro volto sotto la meticolosissima pettinatura. Sembra quasi che gli uomini della preistoria abbiano voluto, come nelle odierne guide turistiche, far apprezzare il loro mondo piazzando qua e là soprattutto immagini di donne. Questo fatto ha talmente colpito la fantasia degli studiosi da far nascere a più riprese, durante gli ultimi due secoli, le più ardite teorie su un originario periodo di matriarcato, di potere delle donne, accompagnate da ipotesi sulla Grande Madre come potentissima divinità, dando luogo a dispute accesissime fra storici e archeologi invasi da una specie di febbre femminista ante litteram. (Succederebbe lo stesso, tuttavia, agli eventuali archeologi di un lontanissimo futuro che, trovandosi davanti alle innumerevoli statue della Madonna dell’Europa cristiana e in mancanza di una documentazione scritta, sarebbero autorizzati a credere che è una donna il nostro Dio.)
Soltanto quando nel ’900 sono sopraggiunti gli antropologi, con la loro documentazione sulle società «primitive», dove il potere non è mai nelle mani delle donne, gli entusiasmi a poco a poco sono rientrati e, malgrado il femminismo abbia tentato di farli resuscitare, la ragionevolezza ha preso il sopravvento e il matriarcato è ritornato a essere quel fantasma maschile, piacevole o pauroso secondo i casi, che è sempre stato.
Del resto è evidente che è stata una ferma, sicura mano maschile a forgiare, a scolpire le statuine che ci troviamo di fronte. La nitida chiarezza dell’idea che la guidava era tale che riusciamo a percepirla, a comprenderla immediatamente anche in un solo «pezzo» di un corpo mutilato. Quel corpo è l’oggetto di un pensiero che ha voluto comprendere tutto, il mondo intero, la vita dell’uomo e la propria stessa vita attraverso la donna, attraverso il segreto nascosto nella donna, nascosto nel corpo della donna, un corpo che è tutt’uno con il suo spirito, con la sua anima. È questo capire, nella fisicità, e al di là della fisicità sessuata di quella donna che l’artista ha modellato, ciò che giunge fino a noi. Seni, natiche, vulva, vita, cosce, non sono oggetto né erotico né sessuale; non è né il desiderio maschile, né la fecondità, né la maternità il significato della loro rappresentazione. Il significato è nascosto in quello che il vir teme talmente da non parlarne praticamente mai, anche se è presente e sottinteso in ogni discorso: la propria «potenza» sessuale, quel «fallo» per il quale continuiamo a usare una lingua di rispetto e che, oggi come ieri, il maschio cerca di conoscere attraverso lo strumento-donna. Nelle statuine femminili noi, a nostra volta, dobbiamo cercare il maschio.
Davanti alla straordinaria ricerca di materiali e di tecniche per poter mettere in atto l’arte della «rappresentazione» che i reperti della più antica preistoria ci testimoniano, le abituali interpretazioni di tipo magico, rituale, religioso, misterico, appaiono sempre più povere, inadeguate. Basterebbe, forse, la figurina femminile rappresentata su di un dente di cinghiale a «sorprendere», a scuotere la nostra pigrizia mentale, l’ovvietà delle nostre convinzioni. Può darsi che la fecondità femminile fosse collegata all’agricoltura; può darsi che particolari riti servissero a garantire un buon raccolto: la capacità associativa del pensiero logico sicuramente si è applicata in questo campo come in tutti gli altri bisogni di sopravvivenza.
E d’altra parte, come dice Léroi-Gourhan, se i riti e le preghiere fossero consistiti nel camminare in processione lanciando dei fiori verso il cielo, noi non potremmo saperne nulla. Ma di una cosa dobbiamo essere sicuri: non sono stati questi bisogni a spingere un uomo-creatore, un grandissimo artista del quale purtroppo non abbiamo la firma, a selezionare un dente di cinghiale per «adattarvi» la forma femminile che voleva rappresentare.
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nostra nota. nel disegno, dal nostro archivio, Arianna raffigurazione da Pompei

Thursday, November 26, 2009

Pregiudizi e religione. Le donne e quella sacra violenza

l’Unità 26.11.09
Pregiudizi e religione. Le donne e quella sacra violenza
di Enzo Mazzi

Nella Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne che si è svolta ieri si sono sprecate analisi, denunce, propositi, programmi. Ma la violenza è stata declinata per lo più in termini fisici. Le ferite del corpo sono gravissime ma non sono le sole. Poche le analisi e le denunce e i progetti per eliminare la violenza che si annida negli snodi profondi delle culture, nei modelli consueti di comportamento quotidiani, delle strutture ideologiche rituali simboliche delle religioni compresa quella cristiana e cattolica.
Quasi un tabù è ad esempio la violenza del “sacro” contro le donne. Talvolta viene allo scoperto come quando si accusano le donne che abortiscono di essere assassine e si scomunicano e si torna a chiedere per loro il carcere. Ma più spesso è sottile, pervasiva e strisciante. I roghi delle streghe si sono spenti ma non si è spento il progetto politico che c’era dietro e cioè l’annullamento della soggettività femminile come soluzione finale per il dominio moderno sulla natura e sulle coscienze.
La donna che ha potere sulla vita è in sé una concorrente pericolosa di ogni sistema di dominio, non soltanto di quello religioso.
Non solo l’Inquisizione cattolica ha acceso i roghi. I rappresentanti della nuova scienza medica contribuirono sistematicamente con la loro consulenza specifica al controllo del limite di tollerabilità biologica delle torture delle streghe. Lo fecero per danaro, ma anche per strategia politica: volevano mani libere nella loro sperimentazione e puntavano al monopolio della medicina e al controllo sulla sua organizzazione, sulla teoria e sulla pratica, sui profitti e sul prestigio. Il rapporto con la natura di cui erano portatrici le streghe fu annullato dai roghi e non è stato più recuperato. La modernità ha così percorso la sua strada di divaricazione dal naturalismo femminile fino a giungere all’attuale dominio aggressivo e violento dell’individuo verso il resto del mondo, in una guerra di tutti contro tutti regolata e paradossalmente moderata dal ricatto atomico.
È indispensabile una vera e propria riparazione storica in tutte le culture e religioni, in tutti gli ambiti di vita, per i misfatti compiuti contro le coscienze femminili fin dalla più tenera età, contro la loro dignità, i loro saperi, le loro anime e i loro corpi, la loro capacità generativa e creativa, allora e solo allora sarà possibile una vera pacificazione del mondo.
Sono ancora troppo poche le realtà che come le comunità di base mirano a scoprire, sradicare e combattere la violenza contro le donne che si annida negli snodi profondi della società, della cultura e della vita e in particolare nelle strutture del sacro.

Friday, November 20, 2009

Saturday, October 24, 2009

Se a scuola ci fosse l'ora pagana

Se a scuola ci fosse l'ora pagana

La stampa del 23 ottobre 2009

di Guido Ceronetti

A leggerne sulle cronache, non pare che l’ora di islamismo depurato sia prossima sul quadrante della scuola italiana.
La lentezza dell’Italia ufficiale è Oriente, il suo tempo non conosce orario, tra la frenesia informatico-telematica s’intravvede il beduino che guarda le capre, la mula di mastro Don Gesualdo, la guerra di Troia... Basta pensare ai processi civili: passano generazioni... Però neppure l’Islam ha fretta. L’idea di convertire l’Europa cristiana in dissolvimento religioso, dopo le mura di Vienna e le lance di Poitiers, e il lungo sonno prima di Lawrence e l’apparizione come dal nulla di Israele, è sogno islamico, certamente.

Ma forse nella diaspora delle moschee vecchie e nuove si pensa di arrivarci (Ramadan puntualmente osservato da almeno metà delle famiglie italiane oggi tiepidamente cattoliche) non prima del 2101.
Quel che sarà - sarà.
La prospettiva più vicina impone due verità: a) l’Islam non è assimilabile né modificabile. Quel che è avvenuto nel tremendo dogmatismo cristiano medievale rotto dalla Riforma e inoltre dopo tre secoli di miracolosa filologia critica biblica incessante non ha neppure sfiorato la grande Muraglia coranica, e adesso abbiamo anche il confronto radicale con una guerra santa senza frontiere. b) il moltiplicarsi delle moschee non è segno di integrazione né di estensione della libertà di coscienza (che subordina tutti i dogmi alla legge di ogni vera Repubblica) ma di occupazione, che per noi è politica e data per concessione, per loro si tratta invece di spazi e spazietti urbani assunti dalla fede coranica e sottratti legalmente, in senso religioso illimitato, alla sovranità della maggioranza non mussulmana.
Islam non è buddismo né chiesa evangelica o altro. Islam è Islam. E’ sciocchino chiedergli di essere diverso. All’Opus Dei puoi chiedergli di essere liberale? Bene. A ciascuno il suo.
L’ora scolastica cattolica brucia un tempo dello Stato uguale per tutte le religioni (che in Italia sono, grandi e piccole, circa settecento); l’ora scolastica islamica azzererebbe (o renderebbe relativa) la sovranità statale assoluta su tanti frammentini di territorio pubblico quante sono le aule destinate a ospitarla. Nell’idea coranica di comunità religiosa - se non erro -, la umma, il popolo dei credenti, come ogni asfalto o tappeto di preghiera, a maggior ragione ogni aula dove s’impartiscano a un pezzetto di umma lezioni di Libro Sacro (il Kitàb) diventerebbe dar-al-islam, Casa di Islam (tradotto solitamente terra d’Islam, ma nel fondo rimane sempre il senso primario di casa propria, porzione, porziuncola del popolo credente).
Esaminandola in base al diritto religioso islamico la faccenda potrà, credo, essere chiarita meglio, e suggerisco di consultarlo prima di compiere passi incauti per incantamento dell’inafferrabile fantasma dell’integrazione per tutti e concessa a tutti.
Se l’ora fosse, utopisticamente, catto-mussulmana e addirittura maschile-femminile, la lezione di tolleranza sarebbe esemplare; ma dubito che la Chiesa e gli imam, giubilanti, la riceverebbero dal nostro Stato come una grazia.
La bio-diversità religiosa è una realtà umana come tutto ciò che è vivente, e ne va tenuto conto. L’esistenza delle balene (non esclusa Moby Dick) importa ai condominii della Bovisa o di Mirafiori, dei Parioli o di Firenze, ma per applicare alle religioni questa grande e povera verità non si può dare filosoficamente il mondo alle concezioni monoteiste: ci vuole una filosofia naturale, un pensiero dai monoteismi rigettato e perseguitato.
Un’ora scolastica e extrascolare diversa, allora? Di paganesimo puro e rigoroso? Di pitagorismo? Di stoicismo? Con letture virgiliane? Il sesto dell’Eneide come iniziazione ai regni per dove passerà Dante il cristiano? Dante frater templarius, amico di ebrei e di mussulmani, e grande condor in volo al di sopra di tutti?
Sarebbe una bella finestra, da cui potrebbero apparirci, forse, le luci remote dell’Amore infinito.

Tuesday, October 13, 2009

A lezione dagli sciamani d´Africa

La Repubblica 6.10.09
A lezione dagli sciamani d´Africa
di Filippo Tosatto

Corpo e psiche. Demoni e ombre Da Senegal e Mali guaritori in tour Per confrontarsi su un nemico comune: il male
"La malattia spezza l´armonia non solo dell´organismo ma dell´intera comunità"

PADOVA. Entrano nell´aula magna dell´università sfoggiando lunghe vesti colorate: nove uomini e una donna, tutti guaritori africani arrivati dal Mali e dal Senegal. Nessun intento folcloristico, però, da parte dell´ateneo di Padova che li ha invitati: «Un´occasione di incontro e dialogo tra medicina tradizionale africana e medicina convenzionale occidentale», la definisce la psicologa Silvia Failli coordinatrice del progetto ImmaginAfrica, e un riconoscimento istituzionale a operatori collaudati che lavorano, con successo, nell´ambito della fitoterapia e della psichiatria.
Rivolto un corale «aga poo» (bentrovati) agli ospiti veneti, gli sciamani d´Africa hanno illustrato metodi, limiti e obiettivi del loro sapere antico. Che coltiva un approccio "olistico" al paziente e alla malattia, mirato più che a curare il sintomo a prendersi cura dell´individuo sia nel suo male fisico o psichico che nell´equilibrio - o nella disarmonia - all´interno del villaggio, della comunità tribale e della famiglia. Insomma, la presa in carico del malato in quanto «membro del corpo sociale esteso».
Se le definizioni della patologia sono immaginifiche - dall´epilessia attribuita ai «demoni seduti sul cuore», alla crisi psicotica dovuta «all´ombra che si avvinghia alla persona» -, i rimedi attingono alla conoscenza sperimentata di erbe e piante terapeutiche, somministrate spesso d´intesa con il medico curante "ortodosso". I campi d´applicazione? L´ambito materno-infantile (gravidanza, parto e puerperio) per cominciare; e poi il diabete, le malattie tropicali, i problemi oculistici e i disturbi della psiche.
A colpire la platea - composta da medici, psicologi, infermieri e studenti - è stata la meticolosità del "protocollo" adottato dai guaritori: la manipolazione del corpo, la capacità di calibrare i dosaggi delle erbe, la ricerca e l´individuazione di nuove sostanze naturali benefiche. Un esempio? «Gli estratti vegetali impiegati nella prevenzione della malaria», osserva Ogobra Kodio, il medico maliano a capo della delegazione, «provengono da piante officinali autoctone».
In Africa, spiega un anziano guaritore, alla malattia viene sempre attribuito un significato e il suo insorgere spezza sia l´equilibrio interno all´organismo che quello esistente tra l´uomo e il sistema sociale. La cura e la guarigione, perciò, assumono anche il significato di un legame sociale ritrovato. Ma come distinguere i portatori di sapere dai ciarlatani? A denunciare questi ultimi sono in primo luogo i guaritori riconosciuti. Che - qualora la patologia lo consenta - operano in parallelo, e in collaborazione, con il medico e con l´ospedale. Non stupiscono, allora, le consultazioni miste già avviate tra un gruppo di medici della facoltà di Padova e la delegazione africana, né la tappa successiva che li ha visti relatori all´università romana La Sapienza.

Thursday, September 17, 2009

Così la musica vinse la sfida con la parola

La Repubblica 16.9.09
Così la musica vinse la sfida con la parola
I neurologi: fu la prima forma di linguaggio
"I segreti della comunicazione svelati da un´area del cervello e dal Boléro di Ravel"
di Carlo Brambilla

MILANO - Il linguaggio verbale, fatto di parole e il linguaggio musicale, fatto di suoni, hanno un antenato comune, il "musilinguaggio". I primi uomini avrebbero comunicato tra loro le emozioni con versi musicali. Solo successivamente le due forme di espressione si sarebbero evolute, separandosi e sviluppando diverse e autonome sintassi. Di questa tesi affascinante e più in generale del rapporto tra pensiero musicale, emozioni, cervello e linguaggio, alla luce delle più recenti scoperte nel campo delle neuroscienze, discuteranno oggi neurologi, neurochirurghi, psicologi e musicologi, all´interno di una giornata di studi che si apre all´Università Bocconi di Milano, in collaborazione l´istituto Neurologico Carlo Besta, nell´ambito del festival Mito, Settembre-musica.
Spiega Giuliano Avanzini, neurologo del Besta, docente di neurofisiologia, tra i principali relatori del convegno: «Esistono strumenti musicali a fiato, dei flauti, che risalgono a più di 45 mila anni fa, quando il linguaggio verbale doveva essere estremamente limitato. L´ipotesi che il nostro linguaggio derivi in qualche modo da un linguaggio musicale precedente o che entrambi abbiano un antenato comune mi sembra particolarmente interessante. Le ultime scoperte nel campo delle neuroscienze sembrano avvalorare l´ipotesi. Le due forme di espressione hanno il loro centro privilegiato nella medesima area cerebrale, la cosiddetta area di Broca (dal nome del neurologo francese che l´ha scoperta) poco dietro la fronte. Un´area di convergenza che presenta un elevato numero di neuroni a specchio, particolari cellule cerebrali importantissime per la comprensione dei meccanismi di apprendimento».
Pur avendo un´origine comune musica e linguaggio verbale hanno finito per differenziarsi e seguire percorsi autonomi. Un caso emblematico, che verrà discusso oggi, è quello del grande musicista Maurice Ravel. E della sua grave malattia neurologica, descritta con precisione dai medici curanti, che lo portò alla perdita della parola, ma gli consentì di comporre ugualmente il suo massimo capolavoro, il celebre Bolero. Racconta Giovanni Broggi, neurochirurgo del Besta: «Ravel era gravemente ammalato. Venne anche operato perché si sospettò avesse un tumore al cervello. Ma si trattava di una malattia degenerativa, forse una encefalite. Proprio mentre aveva difficoltà nella parola scrisse il Bolero. Una musica straordinaria, ripetitiva, nella quale un´interpretazione psicoanalitica ha voluto leggere la configurazione musicale di un atto erotico. La prima volta che venne eseguito una dama svenne e Ravel commentò che quella donna aveva veramente capito la sua musica. Ma il neurologo che lo seguiva aveva annotato che nello stesso momento il paziente non riusciva a riconoscere molti accordi musicali. Possibile che abbia composto il suo capolavoro come lo ha composto proprio perché aveva una sensazione distorta della musica»?
Linguaggio verbale e linguaggio musicale. Aree cerebrali in parte sovrapposte, ma in parte autonome. Una caratteristica che viene sempre maggiormente sfruttata nei procedimenti di riabilitazione nei soggetti che hanno perso la parola. È una delle frontiere della musicoterapia che utilizza proprio la musica come strumento di comunicazione non verbale. La musica dà infatti alla persona malata la possibilità di esprimere le proprie emozioni e di comunicare i propri sentimenti. Ottimi risultati si ottengono, per esempio, con i pazienti affetti da autismo, ma anche con i malati di morbo di Alzheimer, demenza, disturbi dell´umore e del comportamento alimentare.

Monday, September 07, 2009

Gran parte delle risorse cognitive impiegate per impressionare e piacere

La Repubblica 7.9.09
Così una bella donna manda in tilt il cervello di un uomo
Ecco il perché di rossori e imbarazzi
Gran parte delle risorse cognitive impiegate per impressionare e piacere
di Enrico Franceschini

LONDRA - Se in presenza di una bella donna vi capita di balbettare, confondervi, dimenticare cosa stavate facendo o dove stavate andando, consolatevi: non siete i soli. E, per di più, è madre natura che ha programmato noi uomini in maniera da comportarci in questo modo.
Una ricerca pubblicata in Gran Bretagna conferma infatti il vecchio luogo comune secondo cui il maschio, davanti alla bellezza femminile, perde la testa. Ebbene, sembra proprio così: basta un incontro fugace con una donna attraente e il cervello maschile smette di funzionare, perde colpi, non fa più il suo mestiere. "La donna più sciocca può manovrare a suo piacimento un uomo intelligente", diceva Kipling: se poi è carina, non c´è genio che possa resisterle.
"Il sex appeal fa andare l´uomo giù di testa" è il titolo con cui il quotidiano Daily Telegraph di Londra riassume la ricerca, apparsa sull´autorevole Journal of Experimental and Social Psychology. Si tratta di uno studio condotto da psicologi della Radbouds University, in Olanda, che hanno sottoposto a una serie di test un campione di studenti maschi eterosessuali.
A tutti è stato chiesto per esempio di ricordare una successione di lettere dell´alfabeto. Quindi ciascuno degli studenti ha trascorso sette minuti in compagnia di una donna attraente. Poi il test è stato ripetuto. La seconda volta, tutti gli studenti hanno ottenuto risultati decisamente peggiori della prima.
Gli studiosi pensano che la ragione sia questa: quando incontrano una donna che a loro piace, gli uomini usano istintivamente gran parte delle loro funzioni cerebrali, ossia delle risorse cognitive, per fare buona impressione su di lei, insomma per far colpo, e nel cervello rimangono dunque scarse risorse per altre funzioni.
Gli psicologi olandesi hanno avuto l´idea di condurre un simile esperimento quando uno di loro si è accorto che, dopo aver avuto una conversazione con una donna che lo aveva colpito per la sua bellezza e che non aveva mai incontrato prima, lui non riusciva a ricordare l´indirizzo di casa propria, in risposta a una domanda della sua interlocutrice per sapere dove vivesse. Il professor George Fieldman, membro della British Psychological Society, commenta sul Telegraph che i risultati riflettono il fatto che gli uomini sono programmati dall´evoluzione per pensare a come trasmettere i propri geni. «Quando un uomo incontra una donna», afferma lo studioso, «è concentrato sulla riproduzione. Ma una donna cerca anche altri attributi, come la gentilezza, la sincerità, la stabilità economica».
E in effetti la ricerca suggerisce che le donne non perdono la testa allo stesso modo, quando incontrano un uomo bello e affascinante.
Il test, secondo gli esperti, potrà essere utile per valutare le prestazioni di uomini che flirtano con le colleghe sul posto di lavoro o i risultati accademici nelle scuole miste. Senza contare che d´ora in poi l´uomo avrà una scusa in più, se si rende ridicolo di fronte a una bella donna: potrà sempre dare la colpa ai cavernicoli nostri antenati e all´evoluzione delle specie.

Tuesday, August 25, 2009

Viaggio con Detienne nelle terre del mito. "Campi Flegrei, effervescenza di acque e rocce, dove Poseidone incontra Dioniso"

Viaggio con Detienne nelle terre del mito. "Campi Flegrei, effervescenza di acque e rocce, dove Poseidone incontra Dioniso"
STELLA CERVASIO
DOMENICA, 23 AGOSTO 2009 la Repubblica, Napoli

«In realtà volevo parlare del politeismo. Apollo lo troviamo adorato nel tempio di Delfi, nel centro sociale e politico della Grecia: lui parla per mezzo dell´oracolo, ma c´è anche quello che potremmo dire è suo fratello, Dioniso, che non parla e si limita a dormire. Ho cercato di spiegare perché questi due vengono associati, e per farlo bisognava andare al cuore del politeismo. Da Plutarco a Nietzsche e Heidegger la visione del mondo è tutta improntata all´esistenza dei due poli, quello apollineo e quello dionisiaco. Assolutamente falso. Quei due poli non credo esistessero per i greci». Qui interviene il metodo di Detienne, il comparativismo unito all´antropologia di matrice strutturalista di Lèvi-Strauss. «In Anatolia Apollo non sembra più lui, ma Dioniso: beve vino, vive nei boschi e se ne sta buono e tranquillo come fa Dioniso a Delfi. Questo dimostra che il politeismo da più o meno dodici secoli, si fa e si rifà tutti i giorni. Un dio si può "impastare" con tanti ingredienti, si ritrovano aspetti diversi del divino nel sapere, nell´attività intellettuale, nel lavoro. Il politeismo è intriso della vita sociale della gente e questo non vale solo per i greci, ma anche per le altre culture politeiste, come l´africana, la giapponese, la oceanica. Il monoteismo è l´idea che c´è un dio solo che non ne ama altri e una chiesa che definisce la religione come verità. Nel politeismo la verità è aperta, è dappertutto. In Giappone, com´era in Grecia, un grano di riso o un amico che arriva è un dio».
Qual è la sopravvivenza più forte del mondo greco da noi?
«C´è una lunga tradizione che attribuisce alla Grecia l´invenzione della filosofia. In realtà l´hanno deciso alcuni professori universitari. Meglio guardare dalla giusta distanza i greci e metterli in comunicazione con altre culture. Nel mondo ce ne sono almeno 6000. Prendiamo la democrazia: sembra un´invenzione della Grecia. Ma che cos´è lì la democrazia se non quelle 1500 città che hanno fatto vari esperimenti, ottenendone diverse configurazioni, proprio come nel politeismo?».
Nel suo libro dell´89 "La scrittura di Orfeo" ci guidava in un viaggio mitico nei Campi Flegrei.
«Li visitai negli anni Ottanta, durante un convegno organizzato dall´archeologo Georges Vallet. In quelle terre ci sono le tracce di Poseidone e di Dioniso, accomunati dallo "sprizzare", delle acque del mare per il primo, e del vino ribollente, che fermenta ed eccita, per il secondo, così come ci appare raffigurato in una pittura della Casa del Centenario di Pompei. Quegli dei in alcuni luoghi della Grecia sono collegati, e nei Campi Flegrei si capisce perché. Sono varie le sfaccettature: un dio è sempre plurale. La terra dei Campi Flegrei è fatta di particolari concrezioni: lì ho trovato il riscontro delle mie teorie, che le invenzioni sul mito vengono concepite a partire dal paesaggio, fatto di animali, alberi, pietre. Sono appena tornato da Villa Fersen: si capisce subito che qui abita la bellezza. Conservarla ci dà la possibilità di raccontare nuove storie».

Monday, August 17, 2009

Scoperta a Parma la dea madre più antica

Scoperta a Parma la dea madre più antica
la PADANlA 20-APR-2006

Un'eccezionale scoperta archeologica ha permesso di portare alla luce una statuinafemminile raffigurante la "dea madre" nella sepoltura di una donna vissuta 7.000 anni fa nel nord Italia. Lo straordinario ritrovamento è avvenuto di recente in un cantiere edile a Vico/ertile (Parma): gli archeologi vi hanno identificato sei sepolture neolitiche, datata alla metà del V millennio a,C. Una delle sepolture conteneva una statuinafeinminQe in ceramica, lunga quasi 20 centimetri che raffigura la "dea madre", ovvero la dea della fertilità, che incarna la religiosità delle più antiche comunità agricole. Statuette, generalmente frammentarie, che riproducono la dea madre sono state ritrovate in diversi insediamenti neolitici E' però la prima volta, in Italia settentrionale, che una statuina di questo tipo, tra l'altro intera, viene rinvenuta all'interno di una sepoltura Questa scoperta, afferma Anna Maria Bietti Sestieri presidente dell'Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria, è una clamorosa conferma alla connotazione della grande dea quale signora della vita, della morte e della rinascila, coerentemente con la sua identificazione con la "madre terra", dal grembo della quale la natura rinasce ogni anno.
Le caratteristiche della necropoli di Vicofertile, inolire, suggeriscono una lettura nuova delle comunità neolitiche italiane ancìie dal punto di vista sociale: la statuina era infatti posta nella tomba di una donna di età matura, affiancata dalle sepolture di un bambino e di tre giovani uomini R ritrovamento si inquadra nell'importante studio sulle necropoli neolitiche emiliane che è stato avviato, in collaborazione tra arcÌTeologi e aniropologi raccogliendo il frutto dei molti dati messi in luce negli ultimi 20 anni in Emilia grazie alle indagini preventive condotte dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici dell'Emilia Romagna. L'annuncio ufficiale del ritrovamento dell'importante statuetta del V millennio a. C. sarà dato da Maria Loretana Salvadei della Sezione di Antropologia del Museo Preistorico Etnografico L. Pigorini di Roma durante una conferenza che si terrà a Firenze presso l'Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria mercoledì 26 aprile, alle ore 15.30.
La statuetta è stata trovata nella tomba di una donna morta 7mila anni fa

Saturday, July 04, 2009

La saggezza e la politica. Quella frattura tra l’antico e il moderno

La Repubblica 3.7.09
La saggezza e la politica. Quella frattura tra l’antico e il moderno
di Pierre Hodot

Massime che dovevano spiegare agli uomini la distanza che li separa dagli dei
L´uomo inserito perfettamente nella vita quotidiana e tuttavia anche immerso nel cosmo
Il nostro presente visto alla luce della tradizione della polis greca dove l´azione pubblica era importante quanto la riflessione

Viviamo in una civiltà in cui l´ordine della scienza è del tutto autonomo, del tutto indipendente dai valori etici ed esistenziali. Ed è proprio questo il problema, se non il dramma della nostra epoca. Come potrà il mondo moderno ritrovare una saggezza, e cioè una forma di sapere, di coscienza, che non verta solo sugli oggetti del conoscere, ma sulla vita stessa intesa nel suo vissuto quotidiano, sul modo di vivere e di esistere?
Questa separazione tra scienza e saggezza non esisteva nell´antichità greco-latina. I termini sophos e sophia, che traduciamo rispettivamente con "saggio" e "saggezza", quando fanno la loro precoce comparsa nella letteratura poetica o filosofica della Grecia antica, designano tanto l´abilità tecnica quanto l´eccellenza nell´arte musicale o poetica, e alludono a una competenza che è, al tempo stesso, il risultato dell´educazione impartita da un maestro, il frutto di una lunga esperienza, e il dono ricevuto grazie a un´ispirazione divina. È ai consigli di Atena che il carpentiere deve la sua sophia, l´abilità e il sapere nell´arte del costruire (Iliade XV, v. 411), ed è grazie alle Muse che il poeta sa cosa e come deve cantare (Esiodo, Teogonia, vv. 35-115). Troviamo qui quello che sarà un tratto costante della dottrina antica della saggezza: essa è anzitutto appannaggio degli dèi, il segno stesso della distanza che separa gli dèi dagli uomini.
I termini sophos e sophia si applicano anche alla competenza politica. Così è, in particolare, quando gli antichi parlano dei Sette Sapienti, figure storiche del VII e VI secolo a. C. divenute presto leggendarie, che possiedono a un tempo la competenza tecnica e quella politica. Sono legislatori ed educatori, come Solone. Le massime attribuite alla loro saggezza erano incise vicino al tempio di Delfi su una stele fatta incidere, con ogni probabilità nel III secolo, dal discepolo di Aristotele Clearco. Tra queste massime figurano formule celebri: «Conosci te stesso», «Nulla di troppo», «Riconosci il momento favorevole», «La misura è la cosa migliore», «L´esercizio è tutto».
Le massime delfiche erano destinate, tra l´altro, a rendere gli uomini consapevoli della distanza che li separa dagli dèi e dell´inferiorità del loro sapere, dunque della loro saggezza. La massima saggezza dell´uomo consiste nel riconoscimento dei propri limiti. O, più precisamente, come dirà Socrate citando proprio un oracolo di Delfi: «Il più sapiente tra voi (sophotatos) è colui che, come Socrate, si sia reso conto che, in quanto a sapienza (sophia) non val nulla» (Platone, Apologia di Socrate, 23b).
Con il IV secolo, per l´esattezza con Socrate e Platone, e con la riflessione sull´uso del termine philosophia (amore per la saggezza), si manifesta una svolta decisiva nella rappresentazione che ci si fa del saggio. Si diventa infatti consapevoli del carattere sovrumano della saggezza, stato trascendente e divino, rispetto al quale l´uomo non può che riconoscere di essere separato da una distanza immensa. Allo stesso tempo, la saggezza si identifica sempre più con l´episteme, ossia con un sapere certo e rigoroso, che non è mai concepito, del resto, come il nostro sapere scientifico moderno, perché coincide sempre con un saper fare, un saper vivere, insomma un certo modo di vivere. Dopo Platone, infatti, i Greci diventano profondamente consapevoli del fatto che non esiste vero sapere che non sia un sapere di tutta l´anima, che trasformi dunque la totalità dell´essere di colui che lo esercita. (...)
Contrariamente a un´opinione assai diffusa e tenace, il saggio antico non rinuncia all´azione politica. In nessuna scuola filosofica dell´antichità, infatti, il saggio abbandona il desiderio e la speranza di esercitare un´azione sugli altri uomini. E se la portata che egli vuol conferire alla propria azione varia a seconda delle scuole, il fine è sempre lo stesso: convertire, liberare, salvare gli uomini. Epicuro si sforza di farlo creando delle piccole comunità ferventi, in cui regna una serena amicizia. Platonici, aristotelici e stoici, da parte loro, non esitano a cercare di convertire intere città, agendo sulle costituzioni o sul re. Inoltre, diciamolo di sfuggita, in tutte le scuole si trovano descrizioni del re ideale più o meno ispirate al modello del saggio ideale. Quanto ai cinici, essi cercano di agire attraverso l´esempio impressionante del loro genere di vita.
Sarebbe comunque un errore pensare che la figura del saggio, descritta e imitata dal filosofo, autorizzi la fuga e l´evasione lontano dalla realtà quotidiana e dalle lotte della vita sociale e politica. Innanzitutto, la figura del saggio invita il filosofo all´azione, non solo interiore ma esteriore: agire secondo giustizia al servizio della comunità umana, dice Marco Aurelio. Ma soprattutto, la figura del saggio sembra in un certo senso ineluttabile. Essa è l´espressione necessaria della tensione, della polarità, della dualità inerente alla condizione umana. Da un lato, infatti, per sopportare la propria condizione, l´uomo ha bisogno di inserirsi nel tessuto dell´organizzazione sociale e politica, e nel mondo rassicurante, familiare e comodo del quotidiano. Questa sfera del quotidiano, però, non lo protegge interamente: egli si confronta inevitabilmente con ciò che si potrebbe chiamare l´indicibile, l´enigma terrificante del suo esserci, qui e ora, condannato a morte, nell´immensità del cosmo: diventare cosciente di sé e dell´esistenza del mondo è una rivelazione che rompe la sicurezza dell´abitudine e della quotidianità. L´uomo quotidiano cerca di eludere quest´esperienza dell´indicibile, che gli sembra vuota, assurda o terrificante. Certi uomini osano affrontarla: per loro, al contrario, è la vita quotidiana a sembrare vuota e anormale. La figura del saggio risponde dunque a un bisogno indispensabile: quello di unificare la vita interiore dell´uomo. Il saggio sarebbe così l´uomo capace di vivere su entrambi i piani: perfettamente inserito nella vita quotidiana, come Pirrone, e tuttavia immerso nel cosmo; votato al servizio degli uomini, eppure perfettamente libero nella vita interiore; consapevole eppure sereno; sempre memore di ciò che è essenziale; e, infine e soprattutto, fedele fino all´eroismo alla purezza della coscienza morale, senza la quale la vita non meriterebbe più di essere vissuta. Questo è quanto il filosofo deve cercare di realizzare.
(Traduzione di Barbara Carnevali)

Thursday, June 25, 2009

40mila anni fa l’uomo scoprì la melodia

La Repubblica 25.6.09
40mila anni fa l’uomo scoprì la melodia
Scoperto il flauto dell’uomo di Neanderthal
di Elena Dusi

Uno studio degli archeologi dell´università di Tubinga sui reperti trovati in una grotta nella Germania del Sud Lo strumento, il più antico finora disponibile, fu ricavato dall´osso di un´ala di grifone e era lungo 34 centimetri
Quando l´Europa fu colonizzata nel Paleolitico esisteva già una tradizione musicale

Quattro flauti, la statuina di una donna dalle forme generose, i resti di una cena sontuosa a base di carne. A Hohle Fels, nella Germania del sud, tra i 35 e i 40mila anni fa dev´essersi svolta una serata squisita. Una festa, o più probabilmente un rito legato alla fecondità. Ma sono stati soprattutto i flauti a impressionare gli archeologi dell´università di Tubinga, che la scorsa estate hanno scavato nella grotta 20 chilometri a ovest di Ulm ritrovando i resti di quella cena del paleolitico superiore.
Uno dei quattro flauti, ricavato dall´osso di un´ala di grifone, lungo 22 centimetri (ma prima di spezzarsi arrivava a 34) e con un diametro di 8 millimetri, capace di suonare 5 note (tanti sono i fori sul suo fusto) è lo strumento musicale più antico mai trovato finora. Un oggetto simile, scoperto nel 1995 sempre in Germania tra le montagne del Giura è infatti stato declassato a semplice osso intaccato dai denti di un animale selvatico. Il flauto di Hohle Fels invece è inconfondibile, con la sua imboccatura intagliata a "V" e le scanalature laddove le dita dovevano essere appoggiate.
«Il grifone, con un´apertura alare di due metri e mezzo, aveva ossa perfette» spiegano Nicholas Conard e Susanne Munzel, autori del ritrovamento. A poca distanza, per fugare ogni dubbio, sono stati trovati altri tre esemplari simili (ma ridotti in frammenti più piccoli) scavati nell´avorio delle zanne di mammuth con una procedura che presuppone una grande abilità manuale (bisognava sezionare la zanna in due, scavare un solco lungo le due metà e poi ricongiungerle) e fa presupporre l´esistenza di strumenti musicali ancora più antichi. A 70 centimetri dal flauto più grande nella grotta di Hohle Fels è riemersa anche una statuina di 35mila anni d´età, la più antica rappresentazione scultorea di un corpo femminile. Molti altri resti di flauto, datati intorno a 30mila anni fa, furono trovati in passato nei siti di Francia e Austria, ricavati dalle ossa delle ali di uccelli (fra cui i cigni) privati del midollo al loro interno.
La musica nel Paleolitico doveva essere un piacere diffuso, concludono gli archeologi che oggi raccontano la scoperta su Nature: «Esisteva già una tradizione musicale consolidata nel momento in cui i primi umani iniziavano a colonizzare l´Europa. E la scoperta è ancora più importante se pensiamo che a suono e canto non sono legati un aumento delle chance di sopravvivenza o della capacità riproduttiva. Almeno non in modo diretto».
Ma quali fossero i ritmi dei primi Homo sapiens, se al suono si accompagnasse una danza o particolari riti religiosi, rimane oggetto di speculazione. La mancanza di indizi non ha impedito l´anno scorso al jazzista britannico Simon Thorne di organizzare a Cardiff un concerto intitolato "La musica dei Neanderthal", una specie che ha convissuto per un periodo con i sapiens ma si è estinta intorno ai 30mila anni fa. Thorne si è basato sulla teoria che parte dalla forma delle vertebre del collo di questi primitivi per dedurre che la loro voce doveva essere acuta e ritmata, e i loro "discorsi" non troppo dissimili da una canzone rap.
Anche se la sua ricostruzione della musica della preistoria ha valore più che altro come curiosità, è chiaro che già 35-40mila anni fa in nostri antenati non si accontentavano di mangiare, dormire e riprodursi. I primi barlumi di arte e cultura si stavano affacciando all´orizzonte della specie umana (a quest´epoca risalgono anche i primi monili) e la musica, fra le varie arti, non era seconda a pittura e scultura.

Sunday, June 14, 2009

Scoperta in Germania la più antica (35 mila anni) figura di donna

Corriere della Sera 6.6.09
Scoperta in Germania la più antica (35 mila anni) figura di donna
La Venere degli antenati è una statuetta a luci rosse
Ha grandi forme. Prima l’arte preferiva l’animale
di Viviano Domenici

Una statuetta femminile d’avorio trovata dagli archeo­logi in una grotta della Ger­mania sud-occidentale s’è ag­giudicata in questi giorni un paio di primati assoluti: si tratta del più antico esempio di arte figurativa datato con certezza (circa 35.000 anni); è la prima donna della storia dell’arte a mostrarsi tutta nu­da. E infatti ha suscitato un certo scandalo. Le sue forme presentano caratteri sessuali molto accentuati e gli archeo­logi riconoscono che l’opera «è letteralmente carica di energia sessuale e le sue for­me focalizzano l’attenzione sulla sua sessualità esplicita, quasi aggressiva».

La stessa rivista Nature, che ha pubblicato l’annuncio della scoperta, ha azzardato l’espressione pin-up nella di­dascalia della foto del reper­to. Autori del ritrovamento sono gli archeologi dell’Uni­versità di Tubinga, diretti dal professor Nicholas Conard, che da anni scavano nella grotta di Hohle Fels, vicino a Ulm, località della Germania sud-occidentale, non lontano dalla frontiera francese.

La scultura è caratterizzata da seni così esagerati da sem­brare caricaturali, e da una vulva particolarmente volu­minosa e vistosamente esibi­ta. Le mani, incise con linee sottili, sono appoggiate sul ventre, mentre quasi tutta la superficie del corpo è solcata da linee geometriche che po­trebbero indicare una pittura corporale o un esteso tatuag­gio. Al posto della testa c’è una protuberanza forata attra­verso la quale doveva passare un laccio per appenderla, for­se come pendente di una col­lana.

La figura è stata ricompo­sta con sei frammenti ritrova­ti a circa venti metri dall’in­gresso della grotta, e a tre me­tri di profondità, all’interno di uno strato di terreno ricco di ceneri e carboni che indica il luogo di bivacco del grup­po di cacciatori paleolitici.

Alla piccola scultura man­cano parte della spalla e della gamba sinistra, che gli arche­ologi sperano di recuperare proseguendo le ricerche.

La Venere di Hohle Fels, che ben ventotto datazioni del radiocarbonio effettuate su campioni prelevati nello strato in cui era inglobata hanno datato nel periodo che va dai 31.000 ai 40.000 anni fa, precede di almeno 5000 anni le celebri statuette fem­minili conosciute come «Ve­neri paleolitiche» rinvenute dai Pirenei alla Russia.

Questa datazione e i cano­ni stilistici del reperto indica­no che fu realizzato da un cac­ciatore appartenente ai primi gruppi di Homo Sapiens che colonizzarono l’Europa, pro­venendo dall’Africa, quando nel nostro continente viveva ancora l’Uomo di Neandertal. Secondo lo scopritore, «questo oggetto cambia radi­calmente la nostra visione delle origini dell’arte paleoliti­ca che, finora, era incentrata su immagini di animali o di ibridi uomo-animale».

La scoperta di Hohle Fels ha anche un’altra valenza: raf­forza l’ipotesi che all’origine delle piccole Veneri preistori­che, oltre alle più sottili moti­vazioni simboliche collegabi­li all’idea della fecondità, vi si­ano inequivocabili pulsioni sessuali.

La tradizionale ritrosia de­gli archeologi a vedere in que­ste opere l’espressione dei più profondi istinti dell’uo­mo, è comunque destinata a capitolare, almeno di fronte ai reperti della grotta tedesca che, oltre alla Venere, a picco­li flauti fatti con ossa di uccel­li e un’elegante figuretta in avorio che rappresenta un uc­cello in volo, ha restituito an­che un pene di pietra di circa 19 centimetri.

L’oggetto è scolpito in ma­niera naturalistica e presenta una superficie perfettamente levigata e lucida che, secondo l’archeologo Nicholas Co­nard, fa ipotizzare uno specifi­co utilizzo in ambito sessua­le, forse correlato a rituali atti a stimolare la fecondità della natura.

Al posto della testa c'è una protuberanza forata: forse veniva usata come pendente di una collana In avorio di mammut

E’ stata scolpita in avorio di mammut, è alta solo 6 centimetri e presenta caratteri femminili molto sviluppati: il ritrovamento nella caverna di Hohle Fels. L’opera precede di almeno 5000 anni le celebri statuette di donna conosciute come le «Veneri paleolitiche», rinvenute dai Pirenei alla Russia

Orazio, Saffo, Virgilio Perché i poeti dell’antichità ci educano a forgiare i sentimenti e le emozioni

Corriere della Sera 13.6.09
ParmaPoesia Festival
Ci sono autori considerati lontani dalla nostra vita. Ma un verso del passato è un miracolo della fortuna
Il cuore delle parole
Orazio, Saffo, Virgilio Perché i poeti dell’antichità ci educano a forgiare i sentimenti e le emozioni
di Nicola Gardini

Nicola Gardini è nato a Petacciato (Campobasso) nel 1965. Si laurea a Milano in Lettere Classiche, nel 1990 si trasferisce a New York, dove consegue il Dottorato in Letteratura Comparata. Dal 2007 vive in Inghilterra e insegna Letteratura Italiana all’Università di Oxford.

Questo testo è un ampio stralcio della lectio magistralis che Nicola Gardini terrà martedì 23 giugno alle 16.30 nell’Aula dei Filosofi dell’Università degli Studi di Parma nell’ambito di ParmaPoesia Festival.

Quando prendiamo in mano il libro di un poeta antico, noi facciamo anzitutto scoperta della lontananza. Quelle paro­le mitiche che ci parlano anche da una qualunque edizione economica o sco­lastica e non sembrano di primo acchi­to dire niente di straordinario e ri­schiano di confondersi subito tra i di­scorsi del nostro mondo audiovisuale, quelle parole hanno viaggiato per se­coli prima di arrivare a noi e hanno af­frontato ogni sorta di aggressione. Molte sono sparite strada facendo. La maggior parte. Molte sono state ferite e menomate e non hanno più l’aspet­to originario. Ma l’importante è che si­ano arrivate fino a noi. Noi, aprendo una qualunque edizione moderna di Virgilio o di Orazio, non apriamo sem­plicemente un libro: noi apriamo le braccia a un sopravvissuto. E, leggen­do Virgilio o Orazio, compiamo il ge­sto più civile che un essere umano possa compiere: diamo ospitalità allo straniero, cioè gli offriamo la nostra casa e ci mettiamo ad ascoltarlo. Lo di­mentichiamo con troppa facilità: un verso, anche un solo verso di Omero è un miracolo della fortuna. Se ci viene incontro, abbiamo il dovere di ricever­lo. Negargli l’ascolto sarebbe favoreg­giare quella violenza irrazionale ma spesso intenzionale che ha disperso i quattro quinti della letteratura antica e che, in un modo o nell’altro, conti­nua ad agire tra noi e nullificherà an­che molte delle nostre cose migliori. Noi dobbiamo opporci alla violenza. Accogliendo l’antico, faremo simboli­camente resistenza a qualunque so­pruso.
I beni che provengono dal dare ospi­talità sono meravigliosi. Non solo lo straniero è soccorso e salvato e, dun­que, molto probabilmente ci resterà amico, ma noi, con lui, diventiamo nuovi. Attraverso lo straniero, nella nostra stessa casa, entriamo in contat­to con un mondo che non conosceva­mo. E la scoperta di una realtà diver­sa, oltre a produrre piacere di per sé, ci rende forti. Chi conosce — diceva Lucrezio — non ha paura.
Gli antichi ci insegnano ad ascolta­re, perché per prima cosa ci chiedono che li ascoltiamo. La distanza che han­no attraversato ci obbliga a fare silen­zio, a districare le loro voci dalla rete di suoni e rumori che ci riempiono le orecchie e la testa, a smettere perfino di ricordare e di stabilire paragoni. Gli antichi ci spingono a rinunciare al già noto, a ricevere l’irriconoscibile. Or­mai è raro che riusciamo a godere del­le cose nuove, perché per noi non c’è più novità. Anche ciò che la nostra ci­viltà tecnologica propone come nuo­vo contiene pur sempre qualcosa di abituale. Questa stessa civiltà tecnolo­gica e consumistica, anzi, ci addestra ad accogliere il «nuovo» con una certa familiarità, pretende che lo riceviamo come dovuto e necessario. Noi abbia­mo bisogno di novità ma alla fine, at­traverso i prodotti della cultura con­temporanea, perfino attraverso certa buona letteratura, non è novità quel che ci viene dato, ma un modo sem­pre variato di soddisfare la nostra sem­pre uguale esigenza di intrattenimen­to. Il nuovo, insomma, nel nostro mondo è scontato fin dall’ora del suo primo apparire.
La parola dei poeti antichi, nella sua totale diversità, non è necessaria: noi non la aspettavamo. Ci è completa­mente donata. Non soddisfa un biso­gno che c’era. È la risposta a quesiti che non avevamo formulato, come la soluzione a un enigma di cui non si sa­peva l’esistenza. Allora, mentre leggia­mo Orazio, Virgilio, Saffo, ogni sapere preconcetto smette di funzionare, per­ché non serve più a niente. Siamo completamente disponibili alla voce che viene dal passato. La nostra men­te ricomincia a pensare, a immaginare e si impegna a capire. L’inattualità o l’assurdità che può suggerire una pri­ma lettura distratta si dissolve e ogni vocabolo (ogni suono — se il lettore ha la fortuna di conoscere un po’ le lin­gue antiche) acquista un’importanza primigenia.
La scrittura, per gli antichi, è eserci­zio etico; impegno a vivere bene. Non c’è riga di Saffo o di Orazio che non proponga un programma di educazio­ne sentimentale ed emotiva. Attraver­so la poesia l’individuo impara a defi­nire i suoi sentimenti e a comprender­li in rapporto ai loro oggetti. La poesia circoscrive lo spazio della soggettivi­tà, che questa si esprima in un com­portamento o in una reazione psicolo­gica. Dalla poesia sono fissati o alme­no riconosciuti i limiti dell’umano e sono indicate le conseguenze degli ec­cessi. Ogni cosa al suo posto e al suo tempo: la felicità si raggiunge se si tie­ne a mente questa semplice verità. Ma gli antichi sanno bene che gli indivi­dui sono continuamente tentati da im­magini di sé che non possono adattar­si alla realtà. Il culto della misura, tra gli antichi, non è separabile dal fasci­no della follia e dell’autodistruzione e proprio per questo va considerato un’altissima conquista.
La poesia antica è lo specchio di una cultura che crede nel potere delle paro­le. Gli antichi conoscono perfino la pa­rola che vince la morte e ha il governo della natura. Mi sto riferendo al ben noto mito di Orfeo, il poeta che com­muoveva le stesse pietre con la bellez­za del suo canto e che in virtù del suo dono godette del raro privilegio di ri­portare la moglie prematuramente morta sulla terra. D’altra parte, il mito di Orfeo ci insegna che la potenza del­la parola non è onnipotenza. La parola vince se rispetta le regole del mondo in cui si manifesta. Orfeo aveva stretto un patto con il dio dei morti — di non voltarsi mai, prima di riuscire alla lu­ce, per accertarsi che la moglie lo se­guisse. Invece si girò ed Euridice fu persa una seconda e definitiva volta. La parola, insomma, ha un ambito di azione, che può essere anche vastissi­mo, può anche scendere agli inferi e lì esercitare la sua forza. Ma alle parole devono anche corrispondere azioni adeguate. Per di più, perduta Euridice per sempre, Orfeo continuerà a infran­gere le regole. Se ne andrà in giro solo per il mondo, poetando, e respingerà le altre donne. La sua fine è orribile, ma in fondo inevitabile. Sarà squarta­to proprio dalle donne e disperso. Di sole parole, infatti, non si vive. Ci vuo­le anche il resto. Ci vuole l’amore.
I poeti antichi si preoccuparono, co­me nessun poeta moderno si è mai preoccupato, di durare. Noi moderni tendiamo a concentrare la nostra men­te su chi siamo stati, pensiamo all’in­fanzia, a quel che non c’è più. Gli anti­chi pensano ai posteri, a quel che non c’è ancora. Per questo la poesia antica è così essenzialmente diversa dalla no­stra: perché non si abbandona ai ricor­di personali, nemmeno quando espri­me il massimo della soggettività, co­me vediamo in Catullo. Il pensiero dei posteri non nasce solo da sete di glo­ria. O meglio: la sete di gloria, che c’è ed è innegabile, esprime un bisogno profondo di autoconservazione e attra­verso questo un rispetto della vita che a noi moderni manca. La scarsità di ri­cordi, se da una parte può essere al­l’origine di molta della nostra indiffe­renza alla poesia antica, dall’altra do­vrebbe insegnarci a sviluppare qualco­sa di cui noi moderni siamo anche troppo carenti: il pensiero di chi verrà dopo di noi. Il poeta antico si sforza di trovare i modi per diventare contem­poraneo dei suoi discendenti. Il suo la­voro letterario è tutto un modo di me­ritarsi l’ascolto di chi verrà, di diventa­re degno, di essere un modello. Que­sto apparente narcisismo, in verità, è rispetto di chi ancora non c’è. Il poeta antico non rifugge dalla responsabili­tà di farsi padre. Solo così ritiene di po­tersi perpetuare. Ogni poeta antico si rivolge idealmente a un figlio.

Monday, May 18, 2009

Trovata in Germania. Scolpita nell’avorio, è alta solo 60 millimetri

l'Unità 18.5.09
Trovata in Germania. Scolpita nell’avorio, è alta solo 60 millimetri
Simboli. L’organo sessuale estremamente grande esalta la fertilità
La statua più antica. Una donna dai seni enormi
di Pietro Greco

La statua più antica del mondo è stata trovata l’anno scorso in Germania: scolpita nell’avorio di un mammut, è alta 60 millimetri e raffigura una donna con seni prominenti e una vulva enorme.

È alta appena 60 millimetri. Ha una testa piccolissima, le braccia e le gambe accorciate, ma in compenso ha seni prominenti e una vulva enorme. È scolpita nell’avorio, prelevato dalla zanna di un mammut. È stata trovata nei mesi scorsi, in una cava della Hohle Fels, nella parte sudoccidentale della Germania. E da la più antica rappresentazione di un corpo umano mai rinvenuta. È stata scolpita 37.000 anni fa (misurati con estrema precisione con le nuove tecniche al radiocarbonio) dai primi sapiens giunti in quelle regioni d’Europa. Ed è stata ritrovata il 9 settembre 2008. Ne dà notizia su Nature Nicholas Conard, un archeologo dell’università di Tubinga.
La statua è la più antica mai ritrovata e anticipa di alcune migliaia di anni la capacità, provata di Homo sapiens, di esprimersi mediante sofisticate capacità artistiche.
La statua è quella di una donna. Anzi, di una donna-simbolo. Anche se non sappiamo esattamente cosa simboleggino quelle forme così enfatizzate dei caratteri sessuali. Da questo punto di vista la statuetta di Hohle Fels non rappresenta un’eccezione. Ma, anzi, una costante. Altri ritrovamenti risalenti al medesimo periodo (circa 35.000 anni fa), effettuati in altre parti d’Europa (per esempio a Le Ferrassie, in Francia) mostrano che non appena l’uomo ha inventato l’arte figurativa e con essa la capacità di raffigurare se stesso, ha puntato molto sulla rappresentazione dei caratteri sessuali. Soprattutto femminili. Ma non solo: in Francia è stato trovato per esempio un fallo in avorio di poco più recente, risalente a 36.000 anni fa.
Una scelta ossessiva
Perché questa scelta, quasi ossessiva del sesso? Cosa vogliono rappresentare quelle figure simboliche che agli occhi di un osservatore oggi appaiono quasi pornografiche? Non lo sappiamo. Le ipotesi principali sono tre. La prima è che esaltando i caratteri sessuali umani e animali i nostri progenitori volessero esaltare la fertilità e la vita stessa. La seconda è che quelle statuine volessero rappresentare l’opposizione dei sessi. La terza è che fossero utilizzate in riti e celebrazioni.
Sia come sia, un fatto è certo: questa «corrente artistica» è stata egemone a lungo in Europa, per almeno 25.000 anni. E sì, perché quel modo di raffigurare la donna si è conservato. Celeberrima, per esempio, è la Venere di Willendorf: che ha «solo» 28.000 anni, ma ha una raffinatezza artistica stupefacente.
Tuttavia la statua in avorio di Hohle Fels ci dice qualcosa in più. Essa è stata scolpita dai primi Homo sapiens giunti in quella regione d’Europa, dove abitavano i Neandertal: la specie che ci ha preceduti nel Vecchio Continente. Anche i Neandertal conoscevano l’arte. E anche i Neandertal possedevano un pensiero simbolico. Ma la loro arte si esprimeva attraverso figure astratte. I sapiens hanno inventato l’arte figurativa. Segno, probabilmente, che possedevano non solo una diversa cultura, ma più estese capacità cognitive.

Monday, May 04, 2009

Antichità Un ciclo d’incontri sui secoli della Magna Grecia

La Corriere della Sera 4.5.09
Antichità Un ciclo d’incontri sui secoli della Magna Grecia
Taranto, la prima democrazia
di Antonio Carioti

A volte la democrazia è fi­glia della sconfitta. È ac­caduto all’Italia con la Secon­da guerra mondiale, ma ac­cadde anche alla colonia gre­ca di Taranto, fra il 470 e il 460 avanti Cristo. «Fu dopo una grave disfatta subita ad opera dei popoli circostanti, Iapigi e Messapi, che i taranti­ni — spiega lo storico Mario Lombardo — riformarono i propri ordinamenti in senso democratico: il fior fiore del­l’aristocrazia era perito in bat­taglia e si decise di estendere il raggio della cittadinanza per rafforzare le basi della po­lis.
Al fine di accogliere i nuo­vi cittadini, che confluivano nel centro urbano dal territo­rio contiguo, fu ampliato il pe­rimetro dell’abitato, fortifican­dolo con una cinta muraria di 11 chilometri. Quindi Taranto divenne la prima democrazia creata sul territorio italiano: non ha fondamento la tesi, avanzata di recente, che sia stata preceduta dall’altra colo­nia greca di Metaponto. Ari­stotele la definì 'democrazia di pescatori', perché a Taran­to il porto era il fulcro della vi­ta economica e sociale».
Su quelle vicende Lombar­do, docente di Storia greca al­l’Università del Salento, terrà una conferenza in program­ma giovedì 7 maggio nella cit­tà pugliese, terzo appunta­mento del ciclo «I giorni di Taranto». Si tratta di un’inizia­tiva ideata da un altro studio­so, Emanuele Greco, che diri­ge la Scuola archeologica ita­liana di Atene, ispirandosi al­le manifestazioni analoghe promosse a Roma, Firenze e Milano. «Taranto — dichiara Greco — attraversa una fase difficile e ho pensato di rilan­ciarne la vita culturale rievo­cando l’epoca della Magna Grecia, quando fu per un cer­to periodo la più importante città d’Italia».
Gli incontri, organizzati dal­la Fondazione Taranto e la Ma­gna Grecia, coprono un arco di cinque secoli, dal 706 al 209 a.C., e si tengono sempre alle 18,30 del giovedì, nella sa­la «Resta» della Cittadella del­le Imprese. Lombardo si occu­perà del V secolo, compresa la guerra del Peloponneso: al­l’epoca Taranto, pur essendo una democrazia come Atene, si schierò sull’altro fronte, poi­ché era nata come colonia di Sparta. Poi toccherà a due no­ti archeologi: il 14 maggio ci sarà la conferenza di Paolo Moreno, che si soffermerà sul IV secolo, autentica età del­l’oro di Taranto, e il 21 l’incon­tro finale con Filippo Coarelli, che tratterà le tragiche vicen­de della Seconda guerra puni­ca, con il saccheggio della cit­tà da parte dei romani.

Monday, April 27, 2009

L’Homo floresiensis sapeva modellare pietre. Prima di noi

l’Unità 27.4.09
L’Homo floresiensis sapeva modellare pietre. Prima di noi
Il luogo I ritrovamenti dei paleontologi sull’isola di Flores, in Indonesia
Un piccoletto insegnò al Sapiens a lavorare la pietra
di Pietro Greco

L’Homo sapiens imparò a lavorare la pietra dall’Homo florensiesis, una sorta di ominide alto un metro e dal cervello grande come una pera? Dei ritrovamenti nell’isola di Flores, Indonesia, suggeriscono di sì.
E se il piccolo hobbit, l’ultimo degli erectus, avesse insegnato direttamente al grande ed encefalizzato Homo sapiens come si lavora la pietra, nell’isola di Flores almeno ventimila anni fa? L’ipotesi - avanzata di recente da Mark Moore della University of New England, in Australia - è tutta da confermare. Ma racchiude in sé due novità per molti versi sorprendenti.
Si fonda su quattro fatti. Il primo è che nel sito di Liang Bua sull’isola di Flores, in Indonesia, frequentato per circa 80.000 anni - da 100.000 fino a 17.000 anni fa - da Homo floresiensis, un omino alto non più di un metro e col cervello grande come una pera, Mark Moore ha trovato pietre di origine vulcanica sapientemente lavorate. Il secondo fatto è che nello stesso sito il paleontologo australiano ha rinvenuto pietre lavorate molto più di recente, ma con la medesima tecnica. L’archeologo le ha studiate tutte, le più antiche e le più recenti. Ne ha prelevate 11.667 in cinque diversi livelli dello scavo. Osservandole a fondo, con le più moderne tecniche, una per una, per verificare come sono state lavorate. Il terzo fatto è che Liang Bua è stata frequentata, a partire almeno da 11.000 anni fa, da gruppi di Homo sapiens. Il quarto fatto è che i sapiens sono giunti in Indonesia 45.000 anni fa.
TECNICHE ELABORATE
Mark Moore ha provato a dare un’interpretazione coerente a questi quattro fatti. Le pietre ben lavorate non possono essere state realizzate tutte dai sapiens. Le più antiche, almeno, sono state lavorate certamente da Homo floresiensis, perché risalgono a un periodo in cui i sapiens in tutta l’Indonesia e persino in Asia non erano ancora arrivati. Di qui il primo rovello: come faceva quell’omino dal fisico e soprattutto dal cervello così piccolo ad aver sviluppato una cultura litica così avanzata? Domanda davvero intrigante. Cui Moore risponde chiedendo aiuto a Nicholas Toth e a Kathy Shick, due antropologi americani della Indiana University, che hanno insegnato ai bonobo (i piccoli scimpanzé che sono stati gli ultimi primati ad aver avuto un antenato comune con l’uomo) a lavorare la pietra in maniera abbastanza sofisticata.
La seconda domanda non è meno intrigante. Le pietre più recenti e quelle più antiche sembrano essere state lavorate se non dalla stessa mano, certo allo stesso modo: perché i sapiens hanno lavorato la pietra con la stessa tecnica dei floresiensis? E qui Moore avanza la sua ipotesi innovativa: semplice, perché l’hanno appresa direttamente dagli «hobbit», con cui hanno evidentemente convissuto occupando la medesima area. Non è l’unica risposta possibile: potrebbe trattarsi di semplice convergenza evolutiva (nel medesimo ambiente, con la medesima materia, entrambe le specie umane hanno trovato il modo migliore per intagliare). Per saperne di più Moore sta per pubblicare il suo report sul prossimo numero del Journal of Human Evolution.

Saturday, April 11, 2009

Le ultime scoperte della neuro-economia: il denaro è come una droga psicoattiva

Corriere della Sera 11.4.09
Le ultime scoperte della neuro-economia: il denaro è come una droga psicoattiva
La mente ai tempi della crisi
di Massimo Piattelli Palmarini

Effetti anche sul cervello: attivate le aree del disgusto
Le perdite monetarie innescano le stesse reazioni dei cibi guasti. I guadagni quelle legate ai piaceri sessuali

In senso stretto, non ave­va torto l’imperatore Vespa­siano, quando se ne uscì con il famoso motto «pecu­nia non olet» (il denaro non ha odore), espressione oggi tradotta e corrente in molte lingue. Eppure Freud aveva ipotizzato un’origine infanti­le fecale dell’attaccamento al denaro, assimilando gli spendaccioni ai diarroici e gli avari agli stitici. Adesso la nuova scienza chiamata neuro-economia ha confer­mato che le perdite moneta­rie attivano alcune zone ce­rebrali normalmente attiva­te da stimoli letteralmente, corposamente penosi o di­sgustosi (cibi guasti, feci, cattivi odori, shock elettrici e simili).
All’opposto, un guadagno monetario e perfino la pro­spettiva certa di un premio monetario attivano centri nervosi normalmente depu­tati a registrare piacevoli stimo­li corporei, per esempio la sa­zietà nel cibo o il piacere ses­suale. Gli psico­logi inglesi Ste­p hen Lea e Paul Webley (Università di Exeter), in un recente artico­lo pubblicato in Behavioral and Brain Sciences non esitano a consi­derare il dena­ro, letteralmen­te, come una droga psicoat­tiva, al pari dell’alcol la nico­tina, la cocaina e, loro ag­giungono, la pornografia. Le reazioni al contatto con il danaro vanno ben oltre, lo­ro affermano, il suo valore di scambio e la sua utilità pratica. E’ un contatto che vellica i più bassi istinti e, per esempio, annebbia an­che la vista, come vecchi stu­di di Jerome Bruner sulla psicologia del denaro aveva­no già rivelato. Secondo Bruner, i ragazzini di fami­glie povere ricordano e per­cepiscono le dimensioni del­le monete di uso corrente come più grandi di quanto non facciano i loro coetanei di famiglie ricche.
Una lunga serie di studi psicologici hanno poi mes­so in evidenza la cosiddetta «money illusion», cioè l’im­pressione sog­gettiva, fortissi­ma, di possede­re, guadagnare e spendere in termini di nu­meri tondi, espliciti, istan­tanei, non in termini del rea­le potere di ac­quisto della moneta.
Il divario tra valore nomina­le, il solo che conta psicologi­camente, e va­lore effettivo, il solo che do­vrebbe contare realmente, diventa drammatico soprat­tutto in caso di inflazione galoppante. Molti, infatti, preferirebbero un aumento di stipendio del 15 per cen­to in un’economia che ha il 10 per cento di inflazione a un aumento del 5 per cento in un’economia senza infla­zione. Inoltre, per la gente comune è arduo stimare il valore monetario di quanto non trova una verifica nu­merica immediata, pubblica ed obbiettiva, per esempio è arduo stimare il costo di un figlio, di una malattia prolungata e perfino del­l’uso di un’automobile.
Lo studioso Richard Tha­ler, dell’Università di Chica­go, un pioniere della psi­co- economia, adesso assai celebrato anche sulla gran­de stampa negli Stati Uniti, e Eldar Shafir di Princeton, in uno studio pubblicato al­cuni anni or sono, scopriro­no che siamo incapaci di da­re un valore monetario a svariati oggetti da noi posse­duti, per esempio una botti­glia di ottimo vino acquista­ta anni addietro.
Supponiamo di averla comprata, allora, per 20 Eu­ro, e che oggi ne valga 100. Quanto vale per noi moneta­riamente il consumo di quel­la bottiglia, questa sera, tra amici? Ciascuno ha un’opi­nione solidissima, ma, su cento soggetti, si equivalgo­no i numeri di coloro che sti­mano il suo valore 100, colo­ro che lo stimano 20, coloro che lo stimano quanto vale­vano 20 Euro anni addietro, coloro che dicono che non ha valore monetario, per­ché già la possiedono, colo­ro che pensano rappresenti un «guadagno» (proprio co­sì) di 80 Euro e coloro che si rifiutano di fare il calcolo, ri­tenuto volgare. Però, strana­mente, se inve­ce pensiamo di farne omaggio a un collega, non a un ami­co, allora tutti siamo d’accor­do per stimare il suo valore 100 Euro, quel­lo del mercato corrente. La psi­cologia del de­naro non cessa di stupirci. Negli Stati Uniti, in questi tempi di crollo dei valori immobiliari, i prezzi di case e appartamen­ti non calano veramente, manifestamente. Se appena appena possono permetter­selo, dopo qualche mese, i proprietari preferiscono riti­rarle dal mercato, piuttosto che accettare un prezzo più basso. L’idea di vendere la propria casa a un prezzo in­feriore a quello pagato è psi­cologicamente intollerabile. Si cancella la vendita, si aspettano tempi migliori, e avvenga che può. Svariati recenti esperi­menti, alcuni anche piutto­sto ingegnosi, sondano fin dentro le latebre del cervel­lo le radici primarie dei no­stri comportamenti econo­mici, delle scelte monetarie, delle preferenze tra ricever­ne pochi maledetti e subito (centri cerebrali emotivi), o piuttosto molti probabil­mente in futuro (centri «ese­cutivi » della corteccia ante­riore).
Numerosi protocolli speri­mentali e tabelle di dati si accompagnano a immagini colorate dei centri cerebrali attivati. Però, passati i primi entusiasmi per le tecniche e le immagini, vie­ne ormai vo­glia di contro­battere: diteci qualcosa che non sapevamo già!
Il filosofo e cognitivista americano Jer­ry Fodor ha emesso pro­prio questo gri­do di insoddi­sfazione, affine al recentissimo libro «Neuromania» degli psicologi italiani Carlo Umil­tà e Paolo Legrenzi, i quali ci mettono in guardia con­tro gli abusi scientifici, so­ciali e culturali della mistica delle cosiddette verifiche neuro-scientifiche (Il Muli­no 2009).
Restiamo attenti ai nuovi sviluppi, ma consentiamoci di albergare il recondito pen­siero che la psicologia del de­naro è forse cosa troppo im­portante e complessa per af­fidarla ai neurobiologi.

Wednesday, April 08, 2009

Venerdì "santo" - "Cena del Musso" (cena a base di carne di asino)

Venerdì "santo" - "Cena del Musso" (cena a base di carne di asino)
Organizzatore il gruppo di Facebook:
Mangio carne il Venerdì Santo perchè la mia religione me lo consente!
Tipo: Festa - Cena
Data: venerdì 10 aprile 2009
Ora: 20.00 - 23.55
Luogo: Ritrovo a Marostica (vi)
Indirizzo: Viale della Stazione, vicino all'edicola.

In internet è possibile trovare la storia di questo evento che si tiene ogni anno a partire dagli inizi degli anni 90.
Dal 1993 la cena del musso è in memoria dell'amico Bruno. Bruno è stato uno dei fondatori di questo evento.

Scrive "la repubblica" del 25 febbraio 2009:
"
Scuole, fino a Pasqua in mensa niente carne
(…)
Per i cattolici, si sa, la quaresima è tempo di astinenza: rinunciare alla carne ogni venerdì sino a Pasqua è penitenza cui tutti i fedeli sono tenuti, tranne se malati, anziani o minori di 14 anni. Dettaglio evidentemente sconosciuto all´assessore capitolino alle Politiche educative, Laura Marsilio. Che ieri, quando s´è accorta che il giorno dopo, mercoledì delle ceneri, sarebbe iniziata la quaresima, ha ordinato in fretta e furia - tramite fax - la variazione dal menu in tutte le scuole elementari e medie di Roma: via la carne dalle mense, oggi e per i prossimi sei venerdì, sino al 3 aprile.
"
riportiamo la Dichiarazione di Demetrio Bacaro, Segretario di Radicali Roma

"Con un fax urgente a tutte le scuole di Roma l'Assessore Marsilio ha comunicato "d'imperio" un cambiamento urgente nella composizione dei pasti dei venerdì quaresimali per i bambini dai 5 ai 13 anni: dall'asilo alle medie. Niente carne quindi di venerdì per i piccoli romani, per un omaggio sfacciato ed evidente alla prossima visita in Campidoglio del Capo di Stato del Vaticano. Il nostro Assessore Capitolino non è nuovo a queste "perle" di sensibilità sociologica e culturale, avendo già imposto a Natale la "riscoperta" del valore del presepe (ovviamente cristiano cattolico) sempre nelle scuole romane. Ci permettiamo di suggerire all'Onorevole Marsilio, alcune pratiche future per le scuole romane, per proseguire in questo filone di integrazione multietnica e rispettoso delle diversità religiose: gita obbligatoria a Lourdes nei mesi primaverili per tutte le terze medie, separando maschi da femmine; abolizione delle palestre
scolastiche e loro sostituzione con cappelle di culto cristiano, con obbligo di frequenza annotata sul voto di condotta; distribuzione gratuita in tutte le scuole della nuova versione del catechismo cattolico, al posto della vetusta e superata Costituzione Italiana. Sono provvedimenti certo un po' onerosi da un punto di vista finanziario, ma siamo sicuri che accelererebbero quel processo di annessione della nostra città alla Città del Vaticano, disegno che appare esplicito nelle decisioni francamente sempre più imbarazzanti del nostro Assessore. Al quale peraltro ricordiamo sommessamente che la dottrina Cattolica esenta i minori di 14 anni dall'osservanza del precetto sulla astensione dalla carne. Carnevale è finito signori, è cominciata la Quaresima e credo che da un punto di vista del diritto nel nostro Comune durerà qualche anno."

Possiamo dunque capire che questa cena del musso, con passare degli anni, diventa sempre più significativa.

Questo è il brano di Nietzsche che viene letto all'inizio della cena:
"
E ancora una volta Zarathustra riprese a parlare. O miei nuovi amici - esclamò – voi straordinari, voi Uomini Superiori, come mi piacete ora, da che siete ridiventati allegri! Proprio siete tutti rifioriti: mi sembra che a tali fiori quali voi siete occorrono nuove feste, una qualche coraggiosa sciocchezza, qualcosa, come un rito sacro o una festa dell'asino, qualche gaio pazzo Zarathustra, un vento impetuoso , che soffi e rischiari le vostre anime.
Non dimenticate questa notte e questa festa dell'asino, voi Uomini Superiori! E ciò che voi avete inventato qui, presso di me, e io lo prendo come un buon augurio, cose di questo genere le inventano soltanto coloro che stanno guarendo!
E festeggiatela ancora questa festa dell'asino, fatelo per voi, e fatelo anche per me! E in memoria di me!
F. Nietzsche. Così parlò Zarathustra.
"

Veneto Pagan Moot - 9 APRILE 2009 Incontro Pagani del Veneto

Veneto Pagan Moot - Incontro mensile per i Pagani del Veneto
paganesimo incontri veneto moot
Tipo: Incontri - Incontro del club/gruppo
Data: giovedì 9 APRILE 2009
Ora: 19.45 - 23.45
Luogo: Lady Sir Pub
Indirizzo: Via Risorgimento, 19 - Noventa Padovana (pd)

Telefono: 3497554994
Descrizione
Un Moot è semplicemente un incontro tenuto in un locale pubblico (solitamente un pub o simile) ad intervalli fissi in cui le persone si possono incontrare per conoscersi, discutere, consigliarsi e quant' altro. Il fatto che l' incontro si tenga sempre con la stessa periodicità facilita l' organizzazione per tutti, visto che non si deve cercare di contattare tutti ogni volta per mettersi d' accordo, e che le persone hanno la possibilità di organizzare i propri impegni per tempo sapendo quando c'è il Moot. Inoltre tutte le persone nuove nella comunità possono andare ad un Moot per prendere contatto con altri pagani, anche se sono appena arrivati in città.

Friday, March 20, 2009

Jesolo 21 Marzo 2009 Rito Pagano dell'Equinozio di Primavera

Rito Pagano dell'Equinozio di Primavera
Celebrazione dell'uscita di Persefone dall'Ade
Data: sabato 21 marzo 2009
Ora: 17.00 - 22.30
Luogo: Bosco Sacro
Indirizzo: Ca' Gamba, settima traversa civico 2B
Città/Paese: Jesolo, Italy

Telefono: 3277862784

Il rito celebra la nascita

Wednesday, March 18, 2009

Giallo sulla scoperta del frammento di Dioniso

Giallo sulla scoperta del frammento di Dioniso
STELLA CERVASIO
LA REPUBBLICA - 18 MARZO 2009 - NAPOLI

La direttrice degli Scavi
Il soprintendente


Fiaccola, pugnale o strumento la cosa più certa è l´atmosfera dei rituali con menade danzante e divinità. Un mistero da risolvere le figure in abiti femminili

Nelle nostre aree archeologiche c´è un contrasto tra l´efficienza dimostrata anche con questi scavi e l´emergenza dichiarata nominando i commissari Forse tra qualche anno si chiarirà tutto



Una fiaccola tenuta in una strana posizione, o uno strumento da scalpellino a due facce, martello da una parte e punta per incidere dall´altra? È l´interrogativo che tormenterà per i prossimi anni gli archeologi e gli studiosi di iconografia antica di fronte all´ultima scoperta di Ercolano. Il magnifico rilievo marmoreo venuto alla luce il 18 febbraio scorso nell´insula nord-occidentale nell´area dei nuovi scavi ed esposto da oggi fino al 13 aprile al Museo Archeologico Nazionale, nell´ambito della mostra "Ercolano. Tre secoli di scoperte", che si è aperta lo scorso ottobre. Era un frammento di quelli eseguiti su richiesta per decorare una sala di pitture murarie in IV stile. Nelle dimore, dal I secolo a.C. andava di moda inserire rilievi originali o copie delle opere d´arte greca. E qui la Soprintendenza cita un brano di Cicerone, che scrive ad Attico nel 67 a.C.: "Procurami frammenti adatti a una palestra" per la sua villa di Tuscolo.
Non è il primo dei "typoi" trovati a Ercolano: ce n´è un altro dalla parete ortogonale a quella dell´ultimo ritrovamento, che raffigura un satiro con un satirello e ninfe; un secondo conservato nello stesso museo che raffigura cariti e ninfe, scavato in epoca borbonica, un rilievo di Telefo ritrovato da Maiuri nella omonima Casa. Tra gli altri, un tondo con Achille che interroga l´oracolo, che si può vedere in un altro angolo della mostra ercolanese, e ancora vari frammenti venuti alla luce nella Casa dello Scheletro e lungo il cardo V. Ai Musei Capitolini di Roma sono conservati anche alcuni frammenti provenienti dagli Horti Tauriani di una villa sull´Esquilino: la comparazione fa pensare a un proprietario possidente e di rango anche per Ercolano.
Il problema è iconografico. Nella bottega neoattica dove presumibilmente eseguirono su commissione l´altorilievo, divisero la scena in due riquadri: in quello di destra si guardano una menade dai capelli scomposti in posa molto simile a quella della danzatrice delle pitture di Villa dei Misteri, e un uomo dall´aria ieratica e barbuto che nella didascalia che il museo ha accompagnato alla prima esposizione del frammento, viene identificato in Dioniso. Nella sezione di sinistra del typos c´è invece una statuetta arcaistica di Dioniso, riconoscibile dal cantharos, il vaso che tiene tra le mani. Due figure sono rivolte verso la scultura: stranamente in abiti femminili, ma dalle sembianze maschili. Di queste figure, una tiene la mano sulla spalla dell´altra. E quest´ultima impugna quello che sembrerebbe un arnese da scultore, con il quale ha appena finito di dare forma al vaso e al piccolo dio che poggia su un piedistallo ad altezza d´uomo. Nella didascalia del museo si parla di "un arnese o una fiaccola".
A presentare la recente scoperta ercolanese che si è aggiunta al patrimonio raccolto nella mostra in corso al MANN, il soprintendente archeologo di Pompei e Napoli, Pier Giovanni Guzzo: «A Pompei la situazione viene definita d´emergenza, ma l´attività sfociata anche in questo rinvenimento, e l´emergenza sono due elementi contrastanti che forse solo tra qualche anno, quando saranno esaminate tutte le categorie di questa difformità, potranno essere chiariti». Una frecciatina a chi mette in discussione la gestione dell´area archeologica, dove i commissari si succedono, e sono già a quota due. Ma la giornata di festa è stata rispettata anche con la proiezione di un bel video che testimonia il ritrovamento dell´altorilievo marmoreo. Non era murato nell´intonaco, ma tenuto sospeso da alcune grappe metalliche: è la prima volta che si riesce a osservare il metodo usato dagli antichi in un frammento "congelato" nella posizione originaria dalla pioggia di cenere e fango di Ercolano.
«L´elemento dionisiaco e l´atmosfera che l´accompagna è la principale certezza di queste scene», ha spiegato Maria Paola Guidobaldi, direttore degli scavi di Ercolano, che ipotizza saggiamente anche un "pastiche" con combinazione di motivi diversi, provenienti dall´antichità greca e romana, riproposti insieme. La caccia alla spiegazione dell´enigmatica scena è aperta.

Friday, March 13, 2009

Miti e storia La dea Ishtar, l'eroe Gilgamesh, la torre di Babele: simboli (non sempre autentici) della terra dove fiorì la prima società multicultura

Corriere della Sera 13.3.09
Miti e storia La dea Ishtar, l'eroe Gilgamesh, la torre di Babele: simboli (non sempre autentici) della terra dove fiorì la prima società multiculturale
La vera Semiramide regina femminista cancellata dall'Islam
Sensualità e potere nell'antica Mesopotamia
di Giulio Giorello

«Ishtar, che si delizia con mele e melagrane, ha creato il desiderio», recita una tipica invocazione «per la buona riuscita dell'amore» (per dirla con l'assirologo Jean Bottéro) a quella che è la Grande Dea che unisce gli attributi di Venere e di Marte: «la sua felicità è combattere », ma anche «far danzare le spighe del grano».
L'antica Mesopotamia — situata tra i fiumi Eufrate e Tigri, un territorio che corrisponde all'odierno Iraq e a parte della Siria nord-orientale — vide la nascita dei primi centri urbani, l'accoppiamento di controllo delle acque e di pianificazione agricola, l'invenzione della scrittura e il potenziamento dell'arte del contare e del misurare, cioè di aritmetica e di geometria. La decifrazione dei testi cuneiformi in Europa nell'Ottocento ha fornito una miriade d'informazioni sulle civiltà mesopotamiche, sorte ben più di quattro millenni fa. Il plurale è d'obbligo. I decifratori della scrittura cuneiforme hanno inizialmente chiamato la lingua «assiro », anche se c'erano state una variante dialettale assira e una babilonese, che oggi designiamo insieme come «accadico » — e l'etichetta «assirologia» è stata mantenuta per indicare la disciplina che si occupa della lingua scritta con segni cuneiformi su tavolette d'argilla. Ma le genti accadiche, che il Vecchio Testamento definisce «fiere e spaventevoli come un vento orientale», non furono le sole ad abitare il Paese dei due fiumi.
Nel corso dei millenni a quei «terribili Semiti» (come li chiamava Bottéro) si affianca e talvolta si contrappone il popolo dei Sumeri, forse ancora più antico, cui si deve la creazione della potente Uruk, di cui nel mito fu signore Gilgamesh, l'eroe che dopo tante imprese andò alla ricerca del segreto dell'immortalità — ovviamente senza trovarlo! Proprio nell'Epopea che porta il suo nome ci imbattiamo in una delle più potenti raffigurazioni della funzione del sesso. Nato e cresciuto nella steppa, con belve selvagge come uniche amiche, un tipo dotato di forza bestiale, tale Enkidu, viene ammansito da una prostituta che lo inizia al piacere erotico dopo averlo «sfacciatamente baciato sulla bocca e privato dei suoi indumenti»; la donna, con le sue labbra, «gli ha preso il soffio», ma l'ha reso davvero uomo, capace di vivere in città tra i propri simili. Enkidu diventerà l'alleato più fedele di Gilgamesh, suo sovrano, e il più temibile difensore delle mura di Uruk. Potremmo dire che l'amore al tempo dei Sumeri e degli Accadi ha costituito una passione civilizzatrice, anche e soprattutto nei suoi aspetti più anarchici e apparentemente distruttivi: grazie alle prestazioni di una mercenaria Enkidu ha spezzato le proprie radici, ha lasciato l'originaria «famiglia», fatta degli animali con cui aveva convissuto, e non esiterà a combattere persino contro gli dei.
Gli aspetti di società a un tempo laiche e profondamente religiose, intrise di magia ma anche capaci di impressionanti conquiste scientifiche e tecnologiche, sono ora analizzati nello stimolante volume La Mesopotamia prima dell'Islam (Bruno Mondadori) di Paolo Brusasco, attualmente all'Università di Genova e supervisore di importanti scavi archeologici in Iraq e in Siria. Sostenitore di una «archeologia riflessiva», che mira a ricostruire «le mappe cognitive» che davano significato alla parola scritta come al manufatto, Brusasco insiste sulla valenza sociale della cultura materiale, sulla posizione attiva delle minoranze entro istituzioni complesse e sul ruolo del «femminile» in realtà che abitualmente vengono prospettate come modellate pressoché esclusivamente dalla mano maschile. In particolare, questo tipo di indagine gli permette di apprezzare il ruolo della donna non solo entro la casa, come pilastro della famiglia, ma anche all'esterno, come protagonista dell'economia e della politica. I dati disponibili, scrive, «dimostrano che, sebbene gli uomini fossero in generale privilegiati rispetto alle donne della loro stessa classe sociale, durante l'intero arco della storia della Mesopotamia un gran numero di rappresentanti del sesso femminile aveva accesso alla ricchezza e a responsabilità che conferivano loro una posizione sociale di rilievo. I testi legali indicano dei cambiamenti solo a partire dal I millennio a.C., nel Nord del Paese, allorché venne prescritto il velo e venne esercitata una più stretta sorveglianza per le donne maritate, con atteggiamenti negativi nei confronti dell'erotismo femminile».
Nemmeno questo fermò le figlie di Ishtar. La più celebre di tutte resta quella Shammuramat di origine babilonese che, vedova del re assiro Shamshi-Adad V (823-811 a.C.), assunse il titolo di reggente non solo durante la minore età del figlio Adad-Nirari III, ma anche dopo l'ascesa di costui al trono. L'Occidente la conosce come Semiramide, della quale Dante, nel V Canto dell'Inferno, fa l'emblema della lussuria. Mi piace qui ricordare un bel volume di Giovanni Pettinato, dedicato appunto a Semiramide tra leggenda e storia (Rusconi, Milano 1985, oggi praticamente introvabile: non sarebbe possibile ristamparlo?), da cui emerge la figura di una sovrana capace non solo di garantire con le armi la sicurezza del suo regno, ma anche di portare a termine opere d'ingegneria civile: il tutto finalizzato alla pacifica coesistenza delle genti «di molte favelle» (per dirla proprio con Dante) che componevano ormai il suo impero. Il quale fu, pur tra mille contraddizioni, uno straordinario esperimento multiculturale, in cui la compresenza di lingue e tradizioni differenti era intesa dagli stessi individui che ne erano coinvolti come un fattore di crescita e di libertà. Tutto il contrario, si noti, della «confusione delle lingue» con cui il Signore avrebbe punito i Mesopotamici per aver progettato una torre «la cui sommità toccasse il Cielo » ( Genesi, 11,1-9).
Brusasco ricorda come Sumeri e Accadi valutassero «l'altro» sostanzialmente sulla base dei vantaggi o dei rischi che conseguivano dal suo comportamento, senza alcun discrimine razziale o religioso per il diverso — al contrario di quello che è capitato coi tre grandi monoteismi dell'Occidente: Ebraismo, Cristianesimo e Islam. Opportunamente sottolinea quali siano i debiti che la civiltà islamica ha contratto con le preesistenti culture del Tigri e dell'Eufrate; ma non nasconde le profonde differenze — a cominciare dalla condizione femminile. Troppo spesso, infine, quando si parla delle conseguenze del conflitto in Iraq, si tende a dimenticare che il saccheggio di musei e siti archeologici non solo costituisce un enorme danno per chi oggi abita il Paese dei due fiumi, ma rappresenta uno sfregio a tutti noi, che siamo così lontani e al tempo stesso così vicini agli indomiti «assiri» e alle figlie di Ishtar.

Tuesday, March 10, 2009

12 marzo 2009 Veneto Pagan Moot - Incontro mensile per i Pagani del Veneto

Veneto Pagan Moot - Incontro mensile per i Pagani del Veneto
paganesimo incontri veneto moot
Organizzatore:: Paganesimo
Tipo: Incontri - Incontro del club/gruppo
Data: giovedì 12 marzo 2009
Ora: 19.45 - 23.45
Luogo: Lady Sir Pub
Indirizzo: Via Risorgimento, 19 - Noventa Padovana (pd)

Telefono: 3497554994
Descrizione
Un Moot è semplicemente un incontro tenuto in un locale pubblico (solitamente un pub o simile) ad intervalli fissi in cui le persone si possono incontrare per conoscersi, discutere, consigliarsi e quant' altro. Il fatto che l' incontro si tenga sempre con la stessa periodicità facilita l' organizzazione per tutti, visto che non si deve cercare di contattare tutti ogni volta per mettersi d' accordo, e che le persone hanno la possibilità di organizzare i propri impegni per tempo sapendo quando c'è il Moot. Inoltre tutte le persone nuove nella comunità possono andare ad un Moot per prendere contatto con altri pagani, anche se sono appena arrivati in città.

Monday, March 02, 2009

Senza azione non ci sarebbe immaginazione e linguaggio

l’Unità 2.3.09
Senza azione non ci sarebbe immaginazione e linguaggio
Ascoltando un verbo la corteccia si attiva per compiere movimenti
di Cristiana Pulcinelli

L’azione può aiutarci a capire il mondo e a interagire con i nostri simili? Una ricerca italiana appena pubblicata sulla rivista PlosOne conferma quella che da qualche tempo sembra un’ipotesi realistica. Lo studio, condotto da un’équipe di neuroscienzati della Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati di Trieste, ha analizzato le relazioni tra aree motorie e comprensione del linguaggio.
«Siamo partiti – spiega Raffaella Rumiati che ha guidato il gruppo – dalla teoria secondo cui le aree motorie si attivano in modo necessario e automatico per comprendere il linguaggio. Una teoria, a nostro avviso, troppo generale». I neuroscienziati hanno quindi cercato di chiarire in quali circostanze le aree motorie si attivano durante la comprensione linguistica. Gli scienziati hanno misurato il grado di attivazione delle aree motorie di alcuni volontari posti di fronte a compiti linguistici. Si è visto così che l’attivazione dei neuroni motori in risposta a stimoli linguistici è strategica: non avviene sempre e comunque, ma con parole e compiti specifici. «Le aree motorie si attiverebbero con parole che hanno una qualche relazione con un’azione, verbi o nomi di oggetti di uso quotidiano, quali “prendere” o “bottiglia” - spiega Liuba Papeo, prima autrice dell’articolo – ciò succede, però, solo quando l’informazione motoria contenuta nella parola è necessaria per svolgere un compito». Ad esempio, se qualcuno ci chiede se “accarezzare” descrive un’azione manuale, la strategia cognitiva più efficace per rispondere è quella di immaginare l’azione. Così facendo attiviamo le aree motorie. Se dobbiamo, invece, decidere se la medesima parola ha 4 o 5 sillabe, non è necessario far ricorso a una strategia motoria.
«Le aree motorie - spiega Papeo - non sono al servizio dei processi strettamente linguistici ma di altre operazioni mentali, come l’immaginazione, che rendono la comprensione e quindi l’interazione sociale più fluida ed efficace».

Sunday, March 01, 2009

Le ragioni del crollo: quando vengono sottovalutati i comportamenti emotivi

Corriere della Sera 1.3.09
È già un caso il saggio di George Akerlof e Robert Shiller sugli «Animal spirits»
Il «fattore psycho» della crisi
Le ragioni del crollo: quando vengono sottovalutati i comportamenti emotivi
di Daniele Manc

Sentimenti
Riccardo Viale: «Aspetti come fiducia, correttezza, illusione del guadagno sono stati trascurati a vantaggio di comportamenti razionali o presunti tali»

Tra i banchieri d'affari era stata sempre molto popolare una barzelletta. Raccontava di una merchant bank che dovendo fare un'assunzione aveva incaricato il suo più anziano banchiere di una serie di colloqui. Colloqui che si dimostravano sempre molto brevi e basati su una sola domanda: quanto fa due più due? I candidati si succedevano uno dopo l'altro. Nessuna sembrava soddisfare l'anziano banker. Finché una mattina alla solita domanda un ragazzo ebbe l'ardire invece di rispondere con un immediato: quattro, con un «dipende ». Sorridendo il banchiere chiese come dipende? Due più due fa sempre quattro. No — rispose il giovane uomo — dipende se sono venditore o compratore, nel caso può fare cinque o tre. Eppure una verità così semplice è sembrata svanire in questi lunghi anni prima di euforia irrazionale e oggi di crisi la cui fine non si intraved e: persino un'operazione semplice, numeri così rotondi e pieni possono avere significati diversi secondo il contesto. E solo oggi dopo l'abbuffata di modelli matematici che sembravano includere ogni rischio, di mercati efficienti e razionali in grado di misurare con i loro prezzi qualsiasi merce anche la più incomprensibile, fosse essa un barile di petrolio come un mutuo subprime, ebbene solo oggi improvvisamente ci s'inizia a chiedere se aver sottovalutato gli aspetti psicologi dell'economia non ci abbia condotti qui dove siamo.
A dire il vero una corrente di pensiero dell'economia, quella comportamentale, aveva continuato a studiare e a indicare l'importanza di tutto ciò che non è razionale anche nei comportamenti economici. Ma sembrava predicare in un campo ben poco fertile. Erano gli anni del boom; dove chiedersi come poteva accadere che di fronte a una casa del valore di 100 alcune banche dessero il 120% di prestito, era considerato eccentrico. La storia nella quale si era immersi, la fiducia della quale si era dotati, sembrava potere tutto.
Da qualche mese, improvvisamente, con una crisi che incombe senza sosta sul mondo occidentale e non solo, ecco che quegli studi sono sembrati prendersi una sorta di rivincita sul comportamento razionale dell'agente economico. Una riprova è l'attesa che ha circondato l'uscita del libro di George A. Akerlof e Robert J. Shiller, Animal Spirits.
Il sottotitolo è ancora più esplicativo della citazione da John Maynard Keynes che ha dato il titolo al volume: How Human Psychology Drives The Economy, and Why It Matters for Global Capitalism, come la psicologia umana guida l'economia e perché conta nel capitalismo globale. Si tratta di due tra i più noti studiosi del settore, Akerlof, docente a Berkeley in California nel 2001 ha vinto il Nobel per l'Economia, mentre Shiller oltre ad aver dato il nome all'indice dei prezzi delle case negli Stati Uniti è anche quello che nel 2000 spiegò in dettaglio il rischio dell'«euforia irrazionale» che aveva preso i mercati nel corso della penultima bolla finanziaria, quella di Internet. E proprio
Euforia irrazionale si intitola, tra l'altro, il suo libro del 2000 tradotto e appena arrivato in libreria in Italia per i tipi del Mulino (pagine 344, e 12).
«Certo, nel passaggio da Adam Smith a John Stuart Mills ci siamo persi tutta la parte irrazionale dell'uomo a favore dell'agente economico, l'homo economicus che ha occupato la teoria neoclassica», spiega Riccardo Viale, visiting fellow alla Columbia University di New York e direttore della rivista Mind & Society. Mentre — spiega ancora —, sono proprio gli Animal Spirits di Keynes a illustrare e a rendere più evidenti le instabilità del capitalismo. Così come alla stessa maniera l'invisibile mano del mercato era il punto centrale della teoria classica economica. Con un problema, che negli anni Settanta nella teoria di Keynes, o meglio nella sua rilettura e applicazione, gli Animal Spirits hanno pian piano iniziato a perdere di importanza fino ad avere rilevanza quasi nulla in economia.
E così i pensieri, le idee, i sentimenti delle persone hanno perso peso. Aspetti degli Animal Spirits (così viene sottolineato nel libro di Akerlof e Shiller) come la fiducia, la correttezza, l'illusione del guadagno, la corruzione e la malafede e soprattutto le storie che rendono gli uomini tali, hanno finito per essere sovrastati da comportamenti totalmente razionali o presunti tali. Tanto che la crescita abnorme di oltre il 60% dei prezzi delle case tra il 2000 e il 2006 in America è arrivata a essere completamente ignorata. Come pure il fatto che le banche avessero potuto non inserire nei loro bilanci i mutui super sofisticati, i subprime, sembrava anch'essa questione non importante. Il mantra era che il mercato dovesse essere lasciato libero di agire. Un mantra che aveva iniziato a esplicarsi potentemente dagli anni Settanta, dall'elezione di Margareth Thatcher fino a quella di Ronald Reagan per poi diffondersi in tutto il mondo. Con il risultato che oggi, di fronte alla pesantissima crisi, si assiste a un ingresso potente dei governi in territori dai quali erano stati emarginati. Correndo per questo il rischio opposto: che la creatività insita nei comportamenti irrazionali venga soffocata e il mercato ripudiato a favore dell'onnipotenza dei governi.

Saturday, February 28, 2009

Come si parla? Il cervello lo sa già

Corriere della Sera 28.2.09
Gli studi di un team del San Raffaele: la prova viene da simboli senza significato che attivano l'area di Broca
Come si parla? Il cervello lo sa già
Il linguaggio è innato: conosciamo la sintassi prima di costruire le frasi
di Edoardo Boncinelli

Nel nostro cervello c'è una regione capace di utilizzare la sintassi anche in assenza di parole. La sintassi, cioè la capacità di disporre le parole secondo una schema definito e significante, è ritenuta il nucleo concettuale fondamentale del linguaggio. Tale capacità appare innata nell'uomo, mentre è assente negli altri animali anche i più vicini a noi ed è codificata in una regione specifica della nostra corteccia cerebrale sinistra: è la famosa area di Broca, necessaria per poter parlare. Questo fatto è noto dall'Ottocento e la sua scoperta è merito del dottor Paul Broca appunto, che localizzò con maestria la lesione cerebrale di un paziente che pur avendo tutte le altre facoltà intatte, quando voleva parlare emetteva solo un monotono «Tantantan».
Funzione superiore
In anni recenti si è mostrato che tale area è coinvolta anche nella retta articolazione del linguaggio dei segni, quello usato dai sordomuti ad esempio, come pure in un particolare sistema di comunicazione, detto silbo gomero, a suon di brevi fischi, tipico dell'isola de La Gomera, una delle Canarie. L'area sovrintende quindi al controllo della corretta disposizione sintattica dei segni, al di là e al di sopra del linguaggio vero e proprio. Un gruppo di ricerca del San Raffaele di Milano ha mostrato adesso che la stessa area può controllare anche un mezzo di espressione astratto costituito di simboli visuospaziali inventati. Si tratta quindi di una vera e propria «sintassi senza parole», di una funzione superiore che si estrinseca soprattutto nel linguaggio, ma che si estende anche ad altri domini funzionali della nostra mente.
Nocciolo fondamentale
L'uomo si è sempre chiesto che cosa caratterizzi il suo linguaggio; che cosa faccia, in altre parole, del linguaggio il linguaggio. Molti ling uisti, sulla scia di Noam Chomsky, hanno indicato nella sintassi il nocciolo fondamentale di questa facoltà e localizzato nel-l'area di Broca la regione cruciale per il suo espletamento. Nelle lingue naturali esiste un'enorme varietà di regole sintattiche, ma non vi sono rappresentate tutte quelle pensabili. Esistono infatti regole che non si trovano in nessun linguaggio naturale. Sono regole per così dire «proibite» dalla nostra facoltà di linguaggio. Un lavoro precedente del gruppo del San Raffaele che si avvale della consulenza linguistica di Andrea Moro, collaboratore di Chomsky, ha mostrato che un cervello che utilizza una regola sintattica «permessa», cioè che si può trovare in una lingua naturale, utilizza per farlo l'area di Broca, mentre quando maneggia regole sintattiche diverse, costruite artificialmente ma non presenti in nessuna lingua naturale, non la usa. Come dire che l'area di Broca può funzionare solamente seguendo certe regole, ma non certe altre. In altre parole, le regole della nostra sintassi sono scritte nel cervello, probabilmente dalla nascita.
Quello che riguarda la lingua sembra adesso vero anche per altri sistemi di combinazione dei segni. In un lavoro di Marco Tettamanti e collaboratori che uscirà sulla rivista
Cortex, il gruppo di ricerca che fa capo ad Andrea Moro per la parte linguistica e a Stefano Cappa per le metodiche di neurovisualizzazione delle aree cerebrali ha mostrato come tale distinzione vale anche per una composizione visuospaziale di pura invenzione.
Prerequisito essenziale
Si tratta di mettere in fila simboli visivi astratti che non hanno alcun significato, ma lo si deve fare rispettando certe regole dettate dallo sperimentatore. Ebbene, quando queste regole corrispondono a quelle che sarebbero permesse in un linguaggio naturale, nel cervello di chi lo fa si attiva l'area di Broca, mentre quando non corrispondono, questa area non si attiva e se ne attivano altre. Come dire che per il nostro cervello la sintassi viene prima del linguaggio e ne costituisce il prerequisito essenziale. Parlare vuol dire scegliere vocaboli, metterli in un ordine locale grammaticale e in un ordine globale sintattico, secondo trame coesive e ricorrenti ma non rigide.