Friday, March 13, 2009

Miti e storia La dea Ishtar, l'eroe Gilgamesh, la torre di Babele: simboli (non sempre autentici) della terra dove fiorì la prima società multicultura

Corriere della Sera 13.3.09
Miti e storia La dea Ishtar, l'eroe Gilgamesh, la torre di Babele: simboli (non sempre autentici) della terra dove fiorì la prima società multiculturale
La vera Semiramide regina femminista cancellata dall'Islam
Sensualità e potere nell'antica Mesopotamia
di Giulio Giorello

«Ishtar, che si delizia con mele e melagrane, ha creato il desiderio», recita una tipica invocazione «per la buona riuscita dell'amore» (per dirla con l'assirologo Jean Bottéro) a quella che è la Grande Dea che unisce gli attributi di Venere e di Marte: «la sua felicità è combattere », ma anche «far danzare le spighe del grano».
L'antica Mesopotamia — situata tra i fiumi Eufrate e Tigri, un territorio che corrisponde all'odierno Iraq e a parte della Siria nord-orientale — vide la nascita dei primi centri urbani, l'accoppiamento di controllo delle acque e di pianificazione agricola, l'invenzione della scrittura e il potenziamento dell'arte del contare e del misurare, cioè di aritmetica e di geometria. La decifrazione dei testi cuneiformi in Europa nell'Ottocento ha fornito una miriade d'informazioni sulle civiltà mesopotamiche, sorte ben più di quattro millenni fa. Il plurale è d'obbligo. I decifratori della scrittura cuneiforme hanno inizialmente chiamato la lingua «assiro », anche se c'erano state una variante dialettale assira e una babilonese, che oggi designiamo insieme come «accadico » — e l'etichetta «assirologia» è stata mantenuta per indicare la disciplina che si occupa della lingua scritta con segni cuneiformi su tavolette d'argilla. Ma le genti accadiche, che il Vecchio Testamento definisce «fiere e spaventevoli come un vento orientale», non furono le sole ad abitare il Paese dei due fiumi.
Nel corso dei millenni a quei «terribili Semiti» (come li chiamava Bottéro) si affianca e talvolta si contrappone il popolo dei Sumeri, forse ancora più antico, cui si deve la creazione della potente Uruk, di cui nel mito fu signore Gilgamesh, l'eroe che dopo tante imprese andò alla ricerca del segreto dell'immortalità — ovviamente senza trovarlo! Proprio nell'Epopea che porta il suo nome ci imbattiamo in una delle più potenti raffigurazioni della funzione del sesso. Nato e cresciuto nella steppa, con belve selvagge come uniche amiche, un tipo dotato di forza bestiale, tale Enkidu, viene ammansito da una prostituta che lo inizia al piacere erotico dopo averlo «sfacciatamente baciato sulla bocca e privato dei suoi indumenti»; la donna, con le sue labbra, «gli ha preso il soffio», ma l'ha reso davvero uomo, capace di vivere in città tra i propri simili. Enkidu diventerà l'alleato più fedele di Gilgamesh, suo sovrano, e il più temibile difensore delle mura di Uruk. Potremmo dire che l'amore al tempo dei Sumeri e degli Accadi ha costituito una passione civilizzatrice, anche e soprattutto nei suoi aspetti più anarchici e apparentemente distruttivi: grazie alle prestazioni di una mercenaria Enkidu ha spezzato le proprie radici, ha lasciato l'originaria «famiglia», fatta degli animali con cui aveva convissuto, e non esiterà a combattere persino contro gli dei.
Gli aspetti di società a un tempo laiche e profondamente religiose, intrise di magia ma anche capaci di impressionanti conquiste scientifiche e tecnologiche, sono ora analizzati nello stimolante volume La Mesopotamia prima dell'Islam (Bruno Mondadori) di Paolo Brusasco, attualmente all'Università di Genova e supervisore di importanti scavi archeologici in Iraq e in Siria. Sostenitore di una «archeologia riflessiva», che mira a ricostruire «le mappe cognitive» che davano significato alla parola scritta come al manufatto, Brusasco insiste sulla valenza sociale della cultura materiale, sulla posizione attiva delle minoranze entro istituzioni complesse e sul ruolo del «femminile» in realtà che abitualmente vengono prospettate come modellate pressoché esclusivamente dalla mano maschile. In particolare, questo tipo di indagine gli permette di apprezzare il ruolo della donna non solo entro la casa, come pilastro della famiglia, ma anche all'esterno, come protagonista dell'economia e della politica. I dati disponibili, scrive, «dimostrano che, sebbene gli uomini fossero in generale privilegiati rispetto alle donne della loro stessa classe sociale, durante l'intero arco della storia della Mesopotamia un gran numero di rappresentanti del sesso femminile aveva accesso alla ricchezza e a responsabilità che conferivano loro una posizione sociale di rilievo. I testi legali indicano dei cambiamenti solo a partire dal I millennio a.C., nel Nord del Paese, allorché venne prescritto il velo e venne esercitata una più stretta sorveglianza per le donne maritate, con atteggiamenti negativi nei confronti dell'erotismo femminile».
Nemmeno questo fermò le figlie di Ishtar. La più celebre di tutte resta quella Shammuramat di origine babilonese che, vedova del re assiro Shamshi-Adad V (823-811 a.C.), assunse il titolo di reggente non solo durante la minore età del figlio Adad-Nirari III, ma anche dopo l'ascesa di costui al trono. L'Occidente la conosce come Semiramide, della quale Dante, nel V Canto dell'Inferno, fa l'emblema della lussuria. Mi piace qui ricordare un bel volume di Giovanni Pettinato, dedicato appunto a Semiramide tra leggenda e storia (Rusconi, Milano 1985, oggi praticamente introvabile: non sarebbe possibile ristamparlo?), da cui emerge la figura di una sovrana capace non solo di garantire con le armi la sicurezza del suo regno, ma anche di portare a termine opere d'ingegneria civile: il tutto finalizzato alla pacifica coesistenza delle genti «di molte favelle» (per dirla proprio con Dante) che componevano ormai il suo impero. Il quale fu, pur tra mille contraddizioni, uno straordinario esperimento multiculturale, in cui la compresenza di lingue e tradizioni differenti era intesa dagli stessi individui che ne erano coinvolti come un fattore di crescita e di libertà. Tutto il contrario, si noti, della «confusione delle lingue» con cui il Signore avrebbe punito i Mesopotamici per aver progettato una torre «la cui sommità toccasse il Cielo » ( Genesi, 11,1-9).
Brusasco ricorda come Sumeri e Accadi valutassero «l'altro» sostanzialmente sulla base dei vantaggi o dei rischi che conseguivano dal suo comportamento, senza alcun discrimine razziale o religioso per il diverso — al contrario di quello che è capitato coi tre grandi monoteismi dell'Occidente: Ebraismo, Cristianesimo e Islam. Opportunamente sottolinea quali siano i debiti che la civiltà islamica ha contratto con le preesistenti culture del Tigri e dell'Eufrate; ma non nasconde le profonde differenze — a cominciare dalla condizione femminile. Troppo spesso, infine, quando si parla delle conseguenze del conflitto in Iraq, si tende a dimenticare che il saccheggio di musei e siti archeologici non solo costituisce un enorme danno per chi oggi abita il Paese dei due fiumi, ma rappresenta uno sfregio a tutti noi, che siamo così lontani e al tempo stesso così vicini agli indomiti «assiri» e alle figlie di Ishtar.

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