Monday, August 11, 2008

Quanto pesa un’emozione

La Repubblica 8.8.08
Quanto pesa un’emozione
È sempre più plausibile e studi recenti lo dimostrano che la reazione emotiva giochi un ruolo determinante nel corso dello sviluppo umano e soprattutto della comunicazione sociale e affettiva
di Massimo Ammaniti

In un libro di qualche anno fa il neurobiologo di origine portoghese Antonio Damasio puntava il dito contro Cartesio che, attraverso la ben nota separazione fra «res cogitans» e «res extensa», ratificava la distanza ma anche la superiorità della mente sul corpo. Nel riferirsi alla mente Cartesio metteva in primo piano il «cogito», la funzione mentale superiore, ben diversa dalle passioni, che sarebbero sostenute invece dai meccanismi fisiologici del corpo e che pertanto dovrebbero essere governate dalla ragione. Ma anche prima di Cartesio Platone aveva parlato nel Fedro del mito della biga alata, tirata da due cavalli, uno bianco corrispondente all´anima irascibile, ossia all´emotività, ed uno nero all´anima concupiscibile, ossia all´istinto, entrambi guidate da un auriga che costituisce potremmo dire la sintesi e la superiorità dell´anima razionale.
Molti secoli dopo la psicoanalisi con Freud ha riproposto questo stesso conflitto fra istinto e ragione, in cui la naturalità umana delle pulsioni dovrebbe essere addomesticata dall´Io, che agirebbe come l´auriga di Platone.
Che posto hanno le emozioni nella vita di ogni giorno: sono passioni che accecano la ragione, come sembrava credere anche il grande umanista Erasmo da Rotterdam, oppure emozioni, secondo il linguaggio scientifico più recente utilizzato ad esempio dallo psicologo Paul Ekman o dal cognitivista Daniel Goleman, che hanno una propria finalità ed utilità? E´ indubbio che per rispondere a questa domanda occorre capire se le emozioni abbiano una propria razionalità oppure siano risposte irrazionali che non aiutano nella vita sociale. Sono molti gli studiosi che riconoscono la razionalità evoluzionistica delle emozioni, che, come Darwin sottolineava in un suo scritto del 1872, si sarebbero evolute nel corso dei secoli per facilitare l´adattamento all´ambiente e lo scambio sociale.
Come ha mostrato lo psicologo Paul Ekman, che ha svolto un lavoro pionieristico in questo campo, se si mostrano delle diapositive con varie espressioni emotive a persone appartenenti a culture e a gruppi etnici diversi vi è una forte concordanza nel riconoscimento, nonostante si usino parole diverse per descriverle. Questa osservazione è in favore del carattere universale delle emozioni, quantunque ci possano essere influenze culturali che possono rafforzare un´emozione rispetto ad un´altra.
Per fare un esempio, nel mondo occidentale, anche sulla base della profonda influenza esercitata dal cristianesimo, il sentimento di colpa è continuamente presente nell´esperienza personale e collettiva, per cui non ci si sente mai a posto e si cercano continue rassicurazioni per convincersi di non aver sbagliato.
Se la letteratura ottocentesca ha svelato sentimenti, turbamenti e conflitti dei suoi protagonisti, basti pensare all´amore disperato di Anna Karenina per il principe Vronskij, in questi ultimi decenni la ricerca scientifica si è confrontata in modo sempre più approfondito con lo sviluppo delle emozioni in campo infantile, con il funzionamento psicologico delle emozioni nella vita quotidiana e più recentemente con i meccanismi neurobiologici che ne sono alla base. Forse era inevitabile che ci fosse un impegno così serrato perché, come scrive Damasio, «le emozioni costituiscono il continuo spartito musicale, il rumore che non si ferma mai delle melodie universali».
Il ribaltamento di ottica è totale, l´intelligenza non è solo quella cognitiva ratificata dal Quoziente Intellettivo ma vi è anche un´intelligenza emozionale, come viene definita da Daniel Goleman. Ma forse il pendolo è andato troppo in là, addirittura qualcuno ha messo in relazione il Quoziente Emozionale, misura per valutare la capacità di riconoscimento e di regolazione delle emozioni proprie e degli altri, con il successo nel lavoro e nella vita, dato questo smentito dallo stesso Goleman. Forse si può dire che un buon funzionamento emotivo, soprattutto se corrisponde ad un buon grado di maturazione cognitiva, aiuta a sentirsi meglio con se stessi e con gli altri e a trovare forme di comunicazione più immediate.
Ma per ritornare ai nuovi sviluppi della ricerca nel campo delle emozioni, in questi ultimi anni sono comparsi così tanti libri, pubblicazioni ed articoli a livello internazionale che è difficile darne un quadro di insieme. Se sul piano dello sviluppo infantile va ricordato il libro Lo sviluppo delle emozioni di Alan Sroufe (Cortina Editore) molti libri riguardano soprattutto la neurobiologia delle emozioni come ad esempio Affective Neuroscience, non ancora tradotto in Italia, di Jaak Panksepp venuto recentemente per una serie di conferenze presso l´Università La Sapienza. Altri libri da segnalare sono Il cervello emotivo di Joseph LeDoux pubblicato da Baldini Castoldi Dalai e quello più recente di Antonio Damasio Alla ricerca di Spinoza pubblicato da Adelphi.
Ma quali sono le novità che emergono in questo campo? E´ sempre più plausibile che le emozioni giochino un ruolo determinante nel corso dello sviluppo umano, per cui fin dai primi mesi di vita si crea fra il bambino e i genitori un sistema comunicativo affettivo che consente ad entrambi di costruire un lessico affettivo comune.
Se il bambino sorride o ride compiaciuto la madre capisce che può continuare a comportarsi con lui come sta facendo, ma se la bocca del bambino si increspa e poi scoppia a piangere questo rappresenta un segnale forte diretto ai genitori perché intervengano a consolarlo e a tranquillizzarlo. In questo modo il bambino apprende un codice affettivo che lo aiuterà nel corso della vita, ad esempio quando si trova a scuola con i coetanei oppure quando dovrà affrontare le prime esperienze sentimentali e più in generale nei rapporti con gli altri. Ma se queste osservazioni sono facilmente verificabili, va riconosciuto che non sempre le emozioni ci aiutano perché certe risposte emotive, ad esempio la rabbia cieca o la gelosia che agisce come un tarlo nella mente, ostacolano il comportamento quotidiano.
E´ senz´altro utile distinguere le risposte emotive automatiche che possono spingerci all´azione, come la fuga quando siamo minacciati da un pericolo, rispetto alle emozioni di cui siamo consapevoli. Mentre le reazioni automatiche possono essere irrazionali e non favorire l´adattamento, nel secondo caso la consapevolezza delle proprie emozioni può farci desistere da una determinata azione oppure correggerla, garantendo un certo grado di razionalità nel prendere una decisione.
Questi due livelli nella risposta emotiva sono stati confermati dagli studi fatti nel cervello come riferisce Le Doux nel suo libro. Se da una parte esiste un percorso cerebrale breve incentrato sull´amigdala cerebrale, che spiega ad esempio le risposte automatiche alla paura, dall´altra vi è un percorso più complesso che comporta un riconoscimento delle emozioni che possono essere comunicate anche a parole ed incentrato, in questo caso, sull´ippocampo e diverse aree della corteccia cerebrale.
Come si vede il quadro esplicativo delle emozioni sta diventando via via più complesso e forse il filosofo olandese di origine ebraica Spinoza può rappresentare un importante riferimento filosofico, come scrive Damasio nel suo ultimo libro. Nei suoi scritti Spinoza non usa le parole emozione o sentimento, ma «affectus» ossia affetto con cui vengono indicate anche le modificazioni del corpo. In questo modo il termine affetto, utilizzato anche molto in campo psicoanalitico, ricompone la dualità fra l´emozione che sottolinea il teatro del corpo e soprattutto del cervello e il sentimento che, al contrario, sottolinea lo scenario della mente, raccontato da scrittori ed artisti che hanno avuto in questo campo intuizioni illuminanti.

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