Wednesday, December 08, 2010

Nel nome di Ipazia immagini e simboli di una vita d´artista

Nel nome di Ipazia immagini e simboli di una vita d´artista
RENATA CARAGLIANO
DOMENICA, 28 NOVEMBRE 2010 LA REPUBBLICA - - Napoli

Un percorso espositivo sulle tracce della scienziata assassinata nel IV secolo dopo Cristo

Antico e contemporaneo si incontrano al Museo archeologico. Oggi alle 11, nella sala conferenze del servizio educativo, "Ipazia secondo Mathelda Balatresi". Un appuntamento, realizzato in collaborazione con l´associazione culturale "A voce alta", che rientra nel programma di "Incontri di archeologia" organizzati dal servizio educativo della Soprintendenza speciale per i beni archeologici di Napoli e Pompei. Con l´artista Mathelda Balatresi, che presenta il suo recente lavoro espositivo su Ipazia, si confronteranno Mariantonietta Picone Petrusa, Angela Tecce e Marco De Gemmis. Mentre Patrizia De Martino e Nico Ciliberti, introdotti da Marinella Pomarici, leggeranno alcune pagine da "Ipazia - Poemetto drammatico" di Mario Luzi.
E´ un mondo che si divide tra il bene e il male quello raffigurato da Mathelda Balatresi, che da anni si racconta attraverso Ipazia, l´astronoma e filosofa di Alessandria del quarto secolo dopo Cristo che ha di recente ispirato il film "Agorà", con Rachel Weisz. Un´eroina ante litteram, forse meno conosciuta di quanto meriti. Una martire del paganesimo e del libero pensiero, punita per le sue idee e i suo comportamenti poco "cristiani". Una vita conclusasi tragicamente. Ipazia fu torturata e assassinata dalla guardia armata del vescovo Cirillo: tra storia e leggenda, si tramanda che il suo corpo fu straziato prima di essere disperso.
«Nella figura e nella vicenda di Ipazia - scrive Marco De Gemmis - la Balatresi vuol forse leggere di sé e di tutto il femminile: cervello, capacità, fierezza e tenacia, fragilità e bellezza. In molti dei disegni ci sono soltanto Ipazia e la conchiglia, secondo alcuni l´arma del delitto dei cristiani che la fecero fuori».
Fino al 16 dicembre la Balatresi, autrice tra l´altro di "Mine in fiore", esposto nella fermata di Materdei delle Stazioni dell´arte della linea 1 della metropolitana, presenta al Museo archeologico alcuni dei lavori ispirati alla donna-scienziata: disegni a china, dipinti in gessetti colorati e due grandi teli a olio. Un lavoro quasi inedito che l´artista vede come emblema dell´intelligenza negata alla donna. Ipazia viene evocata in mantelli, come quelli che indossavano i filosofi greci, tuniche dai colori tenui e diafani, privi di figura. Sono abiti senza corpo. Nel disegnarla a china i capelli s´intrecciano a conchiglie, le armi causa della sua morte crudele.
Ipazia, uno dei simboli di forza, intelligenza e coraggio, ma anche fragilità, di parte della cultura femminista, diventa un tutt´uno con Mathelda. L´artista, che nel 1977 aveva disegnato polemicamente una donna con un capo diviso in sezioni, per opporsi all´idea che «ha la testa troppo piccola per l´intelletto, ma sufficiente per l´amore», parla questa volta attraverso Ipazia dipingendo pagine di letteratura visiva tentando di restituire dignità al personaggio. «Ho deciso di dedicarle una costellazione - racconta la Balatresi - perché Ipazia studiava le stelle e così ho dipinto delle mantelle da filosofa con le stelle comete, il sole e la luna». In mostra anche due lunghi teli che accolgono il corpo nudo di Ipazia/Mathelda, frontalmente e di schiena. «Ho pensato di fare un sudario di Ipazia che è anche il mio - conclude l´artista - Un miscuglio del suo sangue con il mio».

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