Monday, November 03, 2008

Intervista a James Hillman. Addio giovani passivi, stavolta l'America la salveranno i ragazzi

l'Unità 3.11.08
Intervista a James Hillman. Addio giovani passivi, stavolta l'America la salveranno i ragazzi
di Roberto Rezzo

«Addio giovani passivi Stavolta l’America la salveranno i ragazzi»
«Obama più che a una figura paterna fa pensare a un insegnante John McCain piuttosto è il classico archetipo del padre-leader: io vi proteggo, ma si fa come dico io»

Il decano degli psicoanalisti saluta una nuova rivoluzione americana: il ritorno dei giovani alla politica. James Hillman, classe 1926, non ha paura di scommettere sul futuro. In quest'intervista all'Unità parla del movimento che ha spinto Barack Obama sulla soglia della Casa Bianca e dell'impatto simbolico che questo risultato sta facendo sentire in tutto il mondo. «Obama non mi sembra una figura paterna. Rappresenta piuttosto la figura dell'insegnante. Cerca di insegnare a chi lo ascolta come si affronta un problema».
Dottor. Hillman, da un punto di vista strettamente professionale, qual è l'aspetto di queste elezioni presidenziali che trova più interessante?
«Il fatto straordinario è che sono coinvolti i giovani. Per molte elezioni abbiamo avuto una gioventù passiva. Non avevo mai visto tanti ragazzi in un contesto di ribellione nei confronti dei loro genitori. Ormai eravamo abituati a vederli seguire l'orientamento politico delle famiglie. Soprattutto nelle regioni del Midwest. E ora siamo davanti a un vero e proprio confronto generazionale. Al contrario di quanto avviene in Italia e in Francia, questi giovani non scendono a manifestare in piazza. E le poche volte che lo hanno fatto sono stati ignorati dai media. Sono stati catturati da Obama perché rappresenta una nuova generazione. Queste elezioni non sono tanto a proposito del genere o della razza. Hanno al centro un fenomeno generazionale».
Se il colore della pelle è passato in secondo piano, allora è reale quella società post-razziale che i media rappresentano con tanto entusiasmo?
«Credo che il concetto di società post razziale sia vero proprio per i giovani. Dalle metropoli urbane alle periferie, si vestono come i neri, parlano lo stesso slang, ascoltano musica hip hop. E un cambiamento c'è stato anche all'interno delle classi lavoratrici. Bianchi e neri lavorano da anni fianco a fianco negli ospedali, nelle fabbriche, nei trasporti. È un fatto che ha contribuito a cambiare l'atteggiamento. La razza non è più il tema centrale. Eccetto per pochi razzisti, che indubbiamente ci sono. D'altronde anche paura e paranoia continueranno sempre a esistere. Bisogna tenere presente una differenza tra l'atteggiamento che c'è in Europa nei confronti degli immigrati turchi o africani. In America gli afro americani sono iniziati ad arrivare prima della guerra d'Indipendenza. Non sono gli ultimi venuti e nemmeno una presenza recente».
Da Freud in poi sono stati scritti fiumi d'inchiostro sul rapporto tra politica e psicoanalisi. Ci può spiegare in che consiste in una battuta?
«La psicoanalisi non ha nessun effetto diretto sulla politica. Dal punto di vista individuale, possiamo dire che la maggior parte di chi è stato in analisi ha un atteggiamento più critico. Ma l'idea di psicoanalizzare la politica non funziona. Semmai c'è una colpa che la psicoanalisi ha avuto da un secolo a questa parte: allontanare la gente dalla politica. Spostando l'accento su aspetti come l'infanzia, la sessualità, tutta la sfera dell'individuo. E la psichiatria ha fatto ancora più danni. Attraverso la terapia farmacologica si previene che il paziente si comporti da ribelle. È così comodo riuscire a fare in modo che qualcuno accetti tutto».
C'è una scuola di pensiero tra gli strateghi elettorali che vuole il presidente degli Stati Uniti come una figura paterna. Dev'essere qualcuno in cui l'americano medio possa identificarsi. E qualcuno da cui accetti di essere comandato. Le pare una similitudine convincente?
«Obama non mi sembra una figura paterna. Rappresenta piuttosto la figura dell'insegnante. Cerca di insegnare a chi lo ascolta come si affronta un problema. McCain piuttosto è il classico archetipo del padre - leader: "Io vi proteggo, ma si fa come dico io". I repubblicani si sono trovati in una posizione molto difficile. L'unica possibilità per McCain era quella di ricompattare la base religiosa. E poi c'è stato un tentativo di scioccare l'opinione pubblica dal punto di vista psicologico. Per contrastare il fenomeno Obama, hanno cercato qualcuno di ancora più radicale, straordinario e sorprendete. Ed è saltata fuori Sarah Palin come vice di McCain. Ma probabilmente Palin si sarebbe trovata meglio con Berlusconi».
Questa è stata la campagna di tutti i record. Anche sotto il profilo degli investimenti nella comunicazione. Nella pubblicità commerciale il sesso è il messaggio subliminale costante. Quest'impostazione funziona anche in politica?
«Da questo punto di vista la politica americana è più che cauta. L'unica immagine considerata accettabile per il pubblico è quella del marito e della moglie fedeli, mano nella mano, figli al seguito. A ben guardare, la repressione di ogni possibile sessualità è uno scandalo. Soltanto i ragazzi hanno rotto questo tabù: mi vengono in mente delle magliette che ho visto in giro, quelle con la scritta "I Got a Crush on Obama", mi son presa una cotta per Obama».
L'America è sempre stata la bussola in fatto di tendenze culturali. Eleggendo Obama come presidente, che messaggio lancia agli occhi del mondo? Come cambia la percezione a livello internazionale?
«Siamo di fronte a un fenomeno enormemente interessante. Quello che abbiamo di fronte non è solo la crisi economica e il disastro ambientale. Con Obama siamo di fronte a una rivoluzione. Basta solo la sua immagine: bello, alto, nero. È qualcosa destinato ad avere un impatto gigantesco sulle popolazioni dell'Africa, dell'Asia e del Medio Oriente. Ora a un passo dalla Casa Bianca non c'è più il solito vecchio uomo bianco che da Eisenhower a Reagan è sempre stato associato con il presidente degli Stati Uniti. È un fatto epocale. Nonostante Obama sia un pragmatico e non un rivoluzionario. Ma è qualcuno con una visione collettiva della società e questo credo sia la caratteristica fondamentale che tutti d'istinto possono apprezzare in lui».

James Hillman è considerato uno dei più originali psicoanalisti del XX secolo. Americano di nascita, ha avuto una formazione culturale europea. Dopo il servizio militare nella US Navy durante la Seconda guerra mondiale, studia a Parigi, Dublino e Zurigo. E ottiene il diploma dello Jung Institute, per poi dirigerne a lungo il centro Studi. Tra l'imponente produzione scientifica, saggistica e letteraria, una ventina di volumi sono diventati best-seller internazionali. È stato descritto come uno psicologo indipendente, un mago, un visionario, un maniaco, un filosofo contemporaneo. Molti suoi colleghi lo guardano con sospetto. Perché è sempre stato un pensatore profondamente sovversivo, una spina nel fianco per gli psicologi rispettabili. Ha dichiarato: «Il terapeuta è come nella trincea, perché deve fronteggiare un terribile ammontare dei fallimenti sociali, politici ed economici del nostro sistema. Si deve occupare di tutti i rifiuti e i fallimenti umani; lavora duro senza molti riconoscimenti e le ditte farmaceutiche stanno tentando di eliminarlo».

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