Saturday, June 14, 2008

Dai Greci antichi, il segreto del vivere

l’Unità 14.6.08
In un saggio di Umberto Curi la storia del problema più radicale affrontato dalla filosofia
Dai Greci antichi, il segreto del vivere
di Gaspare Polizzi

Eschilo e Nietzsche il tragico e il dionisiaco. È questa la saggezza che può aiutarci a recuperare il senso della condizione umana?

Cosa significa interrogarsi oggi sulla condizione umana? La filosofia può porre ancora una domanda che, nella sua radicalità, appare preliminare a ogni impegno pubblico e politico? Forse la filosofia deve ritrovare il coraggio di porla, oggi che le condizioni globali dell’esistenza umana, individuale e collettiva, sono così instabili e incerte.
Umberto Curi ritrova questo coraggio «tragico» e ci introduce in uno straordinario itinerario nelle modulazioni della saggezza popolare greca, ben espressa dal motto di Sileno «meglio non essere nati». Inaugurano il viaggio le prime pagine della Nascita della tragedia (1872): qui Nietzsche scopre il nesso grecità-pessimismo, in quello che Curi ritiene «uno fra i punti più pregnanti dell’intera ricerca filosofica nietzscheana» (p. 12), costitutivo del «riferimento al dionisiaco come principio di individuazione dello spirito greco» (p. 11). Si tratta dell’apologo che narra l’incontro tra il re Mida e il satiro Sileno, un luogo simbolico della grecità: a Mida che gli chiede qual è il bene maggiore per l’uomo, Sileno, messaggero di Dioniso, risponde «non essere nato, non essere, essere niente» e se nato, morire presto.
Cinquant’anni prima Giacomo Leopardi, al suo primo soggiorno fuori da Recanati, in quella Roma papalina dalla quale avrebbe tratto un disgusto pressoché definitivo per la società italiana moderna, faceva un’esperienza di lettura simile a quella di Nietzsche, condotta su testi di alta divulgazione come il Voyage du jeune Anacharsis en Grece di Jean-Jacques Barthélemy, ma anche su frammenti e testi greci.
Curi ha dipanato con grande maestria filologica, storica e filosofica il filo che lega la sentenza di Sileno a una tra le più esigenti concezioni della condizione umana, quella espressa da Nietzsche, «primo filosofo tragico», nel suo «dire sì alla vita persino nei suoi problemi più oscuri e più aspri» (p. 14). Non si tratta di un percorso lineare o prevedibile: esso attraversa la tradizione lirica e tragica greca, con testimonianze decisive in Aristotele e in Teopompo, e con echi rilevanti in Sofocle ed Euripide, per confluire dialetticamente con la cultura biblica (dalle «lamentazioni» di Geremia, alle pagine del Qohelet e di Giobbe, alla figura di Abramo, riletto poi nella visione cristiana da San Paolo, Kierkegaard e Simone Weil). Esso poggia sul legame indissolubile tra sofferenza (pathémata) e conoscenza (mathémata), che segna lo sviluppo della cultura occidentale e che - nel mondo greco - è posto in un orizzonte privo di aperture verso la trascendenza (gli dei «non ci sono, non ci sono», grida Bellerofonte nella tragedia omonima di Euripide). Nel contesto religioso, prima ebraico poi cristiano, sottilmente percorso nella consapevolezza della discontinuità che segna il passaggio dal primo al secondo, Curi indaga il paradosso della fede, incarnato da Kierkegaard (ma anche da Simone Weil o da Dostoevskij), che iscrive la fede nella mancanza di ogni certezza, qui in vita, della Verità ultima.
A conclusione di una lettura sempre avvincente possono essere tracciati alcuni punti fermi. Innanzitutto sbaglierebbe chi credesse di trovarsi dinanzi a un’esaltazione di una visione pessimistica della vita. Se i Greci furono i primi a conoscere la tragicità dell’esistenza umana e a pensarla nella sua forma più radicale, essi ne trassero la vena vitale del «dionisiaco», un pieno e completo «sì alla vita», da vivere nella sua pienezza, consapevoli della sua ineludibile tragicità. Va ripensato, di conseguenza, il compito della filosofia, oltrepassando la falsa dialettica tra pessimismo e ottimismo e ritrovandone la radice tragica, nei limiti di una condizione umana che - come ha ricordato di recente Sergio Givone - Curi ripensa coraggiosamente con l’apporto essenziale del mito. E sono tanti, e densi, i miti che costituiscono la trama del libro e nei quali Curi ritrova un denominatore comune: Mida-Sileno, Edipo-Tiresia, Creso-Solone, Policrate-Amasi. Egli offre così, nella forma gradevolissima di una scrittura narrante, una lezione di metodo: produce un’indagine storico-filosofica tenendo unite insieme, vichianamente e leopardianamente, filologia e filosofia; rende conto di un interrogativo che tocca nel fondo le nostre vite facendoci partecipi della cultura tragica arcaica e moderna, che sembrerebbe cancellata nella frenesia irrisolta del nostro presente, ma senza la quale non sappiamo dare corpo e linguaggio al «dolore muto», così violentemente esplosivo, soprattutto tra i giovani, del nostro vivere. E non ci s’inganni. Tutto ciò ha a che fare, fortemente, con il nostro modo di intendere la polis, di vivere la dimensione della politica. Un sì forte alla vita, alla lotta, alla progettualità pubblica, può scaturire soltanto da una sentita e vissuta «cognizione del dolore». È questo il «far segni» di Nietzsche (e di Leopardi) che Curi decifra per noi.
Meglio non essere nati. La condizione umana tra Eschilo e Nietzsche, Umberto Curi, pp. 292, euro 18,00, Bollati Boringhieri

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