Monday, June 16, 2008

Fu attratto dalla mitologia e dal culto dell´"antico" evocato nel titolo della rassegna

La Repubblica 16.6.08
Correggio. Alla galleria borghese di Roma
Sessanta opere, tra dipinti e disegni, tra cui la celebre "Danae"
Fu attratto dalla mitologia e dal culto dell´"antico" evocato nel titolo della rassegna
di Cesare De Seta

La vita del Correggio, al secolo Antonio Allegri, trascorse tra il paese nativo da cui prese nome, Parma e Mantova: in questo piccolo spazio, ma pur denso di significato e ricco di una rimarchevole cultura figurativa - massime Mantegna ma anche Lorenzo Costa e Francesco Francia - maturò una delle personalità più eccentriche del Rinascimento italiano.
Di lui neppure la data di nascita del 1494, dedotta dalle Vite del Vasari, è del tutto sicura, mentre lo è quella della morte nel 1534. Tuttavia in pochi decenni il pittore emiliano offrì di sé prove che l´hanno reso celebre e la sua arte è tra quelle destinate a crescere nel tempo, non patendo le offese che a piene mani distribuisce la ruota della fortuna. Nulla comunque di paragonabile al destino eroico di Raffaello, Michelangelo e Tiziano.
Dalla scarna biografia vasariana (1550, cautamente aggiornata nel 1568) non molto sappiamo, né di Allegri c´è rimasta una sola lettera: ma da una lettera a Federico Gonzaga sappiamo che morì lasciando la famiglia in "buona facultà". E questo è di certo un segno che la sua fu una presenza ben riconosciuta già al suo tempo. Le commesse più lontane vennero da Bologna, Modena e Reggio Emilia e dunque fu pittore "provinciale" ma solo nel senso topografico della parola: raffaellesco per naturale vocazione la sua arte apre nuovi orizzonti all´arte del Cinquecento con gli spettacolosi affreschi della Camera di San Paolo e del duomo di Parma. Ma la sua fortuna non può paragonarsi con la fama universale che baciò i grandi contemporanei di stanza nei molti centri artistici d´Italia.
Ora la mostra "Correggio e l´antico", a cura di Anna Coliva, messa a punto da un programma di Claudio Strinati, alla Galleria Borghese (fino al 14 settembre), propone una monografica con sessanta tra dipinti e disegni, posti a diretto confronto con marmi celebri della statuaria antica.
Qui veniamo al dunque: fu l´Allegri a Roma nel 1518-19? Molti, a partire da David Ekserdjian, sostengono questo partito con buone ragioni, ma non retto da prove documentarie. Di esse possiamo farne a meno senza nulla perdere nell´ammirare il pittore. Certo che la mitologia l´attrasse e segnò molte sue tele, ma il culto dell´antico era sapere e lievito comune agli artisti del tempo, anche se mai misero piede a Roma: la Bella Italia era disseminata di tali reperti anche se non tutti avevano la rilevanza di Leda con il cigno e Eros, di Afrodite con Eros o della Ninfa che sono nella villa romana.
L´educazione di Cupido e Venere e Cupido addormentati spiati da un satiro risalgono entrambi a metà degli anni venti e sono prova evidente di come il talento del pittore volgesse verso un senso di tenerezza e di serenità che è altrove rispetto alle prime tele in cui grazia devozionale, affetti e sentimento religioso sono cifra dominante.
Un capolavoro della Borghese è la Danae, insuperata icona di ideale femminino che ci trascina, con un colpo d´ala, un secolo e più avanti. A nessun Tiziano o Raffaello può essere comparata, perché la dea del Correggio è una donna del nostro tempo, è una Julia Roberts dipinta intorno al 1531-2: ha gambe sottili, seno piccolo e sodo, braccia affusolate, un corpo che non patirà mai l´offesa della cellulite. È appoggiata a due guanciali gonfi, un braccio dolcemente abbandonato mentre l´altro solleva un lenzuolo, coadiuvata in questo gesto da un genio alato, perché la nuvola-Giove piova dentro di lei. Erotismo, certo, e nella foggia più sottile e impalpabile che si possa immaginare. Una sottile vena si percepisce ed è quella della pelle che respira su corpo che ricorda l´anatomia della statuaria antica.
La stessa vena erotica è nelle coeve Ratto di Ganimede ed in Giove ed Io che vengono dal Kunsthistorisches di Vienna; esse sono parte di quattro tele sugli amori di Giove tratte dalle Metamorfosi di Ovidio. Furono commissionate da Federico Gonzaga forse per donarle a Carlo V, incoronato imperatore a Bologna, con la Danae e la Leda di Berlino, malridotta e assente per ragioni ovvie. Il bellissimo fanciullo dal corpo prassitelico vola in cielo rapito dall´aquila-Giove, ma più che rapito sembra avvinghiarsi alle piume del rapace: nel suo volto non c´è paura, ma piuttosto sorpresa.
Straordinario il paesaggio che digrada su vari piani con tinte virate dal verde all´azzurro, con in evidenza una roccia leonardesca e un cane a muso alzato: una sequenza paesistica che ha un suo pendant nel fondo del Noli me tangere; ma qui, nella composizione del Prado, la presenza del Cristo e della Maddalena ha un forza preponderante che mette in secondo piano il fondo paesistico dai toni verde muschio e bruni. Nel ratto del pastorello invece il paesaggio non è sfondo, ma deuteragonista della composizione, come non frequentemente accade nell´opera del Correggio o, per meglio dire, con tanta programmatica intensità.
Indugio sempre sui paesaggi perché servono a capire qualcosa anche di un pittore che paesaggista in senso proprio non fu. Giove ed Io è il più misterioso e inafferrabile dipinto di Correggio: la bella Io è sorella germana di Danae-Julia Roberts, per quel corpo snodato a serpentina con la schiena tesa come corda di violino e la coscia che s´attacca felicemente all´incavo della natica affondata in un panno, da cui si intravede il monte di Venere e lieve peluria. Si può ben dire che l´iconografia femminile "fecit saltus", questo è il Correggio che più ci prende e persino seduce per la calibrata e sottesa misura delle sue forme che non a caso eccitarono Stendhal e D´Annunzio.
Di Francis Haskell in catalogo (Motta editore) ritroviamo un bel saggio sulla fortuna critica. In mostra si può godere anche il Correggio più devozionale, ma vien voglia di correre a Parma. Le gamme del suo repertorio sono davvero molte e molto diverse tra loro: ma il termine dell´antico evocato nel titolo della mostra conduce inevitabilmente a quanto fin qui sottolineato.
C´è una vena, infine, che direi proto espressionista che s´evince con evidenza nella tela del Louvre di Venere e Cupido spiati da un Satiro: la torsione del morbido corpo della dea ha un´intensità anch´essa erotica, di un erotismo non taciuto ma persino scandalosamente esibito. E si fa fatica a pensare che il pittore sia lo stesso della melensa Madonna Campori o della medesima incantata ad adorare il bambino agli Uffizi.

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