Saturday, February 09, 2008

Se la medicina sconfina nella filosofia

Corriere della Sera 9.2.08
Massimo Piattelli Palmarini illustra la ricerca sul funzionamento del cervello
Se la medicina sconfina nella filosofia
Biologia, psicoanalisi, etica: gli sviluppi delle neuroscienze
di Edoardo Boncinelli

Gli studi La scelta
In dieci assunti Piattelli Palmarini definisce il campo del nuovo sapere Intelligenze: la mente dell'uomo nella complessità delle sue funzioni secondo S.M. Sandford (Corbis)

Si parla oggi sempre più spesso di neuroscienze, anche se alcuni usano il termine neuroscienza, al singolare, e altri parlano più specificamente di neuroscienze cognitive o direttamente di scienze cognitive. Si tratta della nuova, ultima forma di conoscenza scientifica del cervello e del suo funzionamento, che include molte conclusioni tratte dalla ricerca sperimentale nei campi della neurobiologia e della psicologia, ma anche una certa dose di interpretazione e di speculazione.
Rappresenta comunque il meglio che abbiamo saputo fare fino a oggi sulla via della comprensione del cervello e della mente. La popo-larità di questa disciplina è divenuta a poco a poco tale che ciascuno cerca di «tirarla dalla sua parte». Molte teorie psicologiche, sociologiche ed economiche — per tacere di quelle filosofiche e politiche — hanno creduto di acquistarsi un'attendibilità maggiore sostenendo che questa o quella conclusione delle neuroscienze dimostra, sostiene, o anche semplicemente non contraddice i fondamenti della propria dottrina. Per questa via si è arrivati a parlare di una neuropsicoanalisi, di una neuroeconomia, di una neuroestetica e di una neuroetica.
Ma che cosa sono effettivamente le (neuro) scienze cognitive? Che cosa affermano? Quali sono i punti essenziali della disciplina, le nozioni delle quali oggi non si dubita più? E cosa si trova invece ai confini di questa scienza, qualcosa che è probabile o quasi certo, ma ancora non definitivamente appurato e consacrato?
Non è facile per una persona non addetta soddisfare queste curiosità e ancora più difficile per il lettore medio. Il motivo è semplice. La disciplina si è sviluppata in tempi relativamente recenti e con una tale rapidità da rendere difficile per chiunque seguirne gli sviluppi. E ancora più difficile è digerire la mole dei dati e delle conclusioni e produrne una sintesi equilibrata, obbiettivo che può essere raggiunto solo in un libro scritto da un esperto del campo che abbia riflettuto a lungo sui punti essenziali e sugli snodi più significativi della materia.
Questo è proprio ciò che ha fatto Massimo Piattelli Palmarini nel suo ultimo libro Le scienze cognitive classiche: un panorama (Einaudi), steso con l'attiva collaborazione di due valenti giovani studiosi, Alessandra Gorini e Nicola Canessa.
La prudenza, quasi la circospezione, dell'autore si rivela fino dal titolo, che parla di scienze cognitive «classiche» e ce ne propone «un panorama». Come dire che non intende parlare di tutto «l'universo» delle scienze cognitive, ma solo della loro porzione ormai classica, e la vuole contemplare dall'alto, quasi a volo d'uccello.
Per il compimento di questa opera di definizione e quasi di «recinzione» della regione concettuale da esplorare è fondamentale il materiale contenuto nel primo capitolo, intitolato «Assunti centrali delle scienze cognitive».
L'autore elenca dieci di questi assunti, che secondo lui definiscono in maniera univoca il campo concettuale delle scienze cognitive. Non c'è dubbio che questi argomenti siano stati pensati e scelti con cura, ma anche con coraggio: non credo infatti che tutti sarebbero condivisi dalla generalità degli addetti ai lavori. Molti sono di carattere spiccatamente concettuale e quasi filosofico e risentono sicuramente delle frequenti conversazioni che Piattelli Palmarini intrattiene quasi quotidianamente con esponenti di spicco delle scienze cognitive statunitensi, primi fra tutti Noam Chomsky e Jerry Fodor. Dopo due capitoli altrettanto fondamentali sullo sviluppo storico della materia e sulla filosofia della mente, si passa alla illustrazione dei principali risultati raggiunti e delle conclusioni da questi tratte, cominciando dalla retina del... ranocchio. Esperimenti condotti negli anni Cinquanta del secolo scorso rivelarono quanto è curioso e sorprendente il modo che ha la rana di vedere il mondo circostante. Già nella sua retina, il tappeto di fotorecettori che rende possibile la visione, esistono cellule superspecializzate, capaci di rispondere selettivamente a stimoli sensoriali molto specifici, e fondamentali, occorre aggiungere, per la sopravvivenza di questo animale.
Ci sono cellule della sua retina che reagiscono soltanto alla visione di un moscone in volo. Un qualcosa che voli ma che non sia un moscone, o la vista di un vero moscone ma fermo, non suscitano alcuna reazione in queste cellule. Che sembrano stare lì solo per rispondere alla semplice domanda: c'è in giro un moscone vivo oppure no? Tutto il resto non le interessa. Tutto il resto non viene letteralmente nemmeno «visto». Ed è estremamente interessante osservare quante e quali conoscenze sono poi derivate da questa semplice osservazione, diciamo così, pionieristica. Ogni animale vede, e più in generale percepisce, il mondo a modo suo, e nel modo che gli è più utile. Compreso l'uomo.

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