Saturday, April 26, 2008

Pianti e sorrisi come si mente fin da neonati

La Repubblica 26.4.08
Pianti e sorrisi come si mente fin da neonati
di Paola Coppola

In Gran Bretagna una psicologa dello sviluppo svela che i bimbi iniziano a ingannare molto prima dei 4 anni Lo fanno per attirare l´attenzione dei genitori, evitare i pericoli, essere premiati e accrescere l´intimità

Bugiardi non si nasce, ma si diventa poco dopo i primi vagiti. La dissimulazione prima di trasformarsi in un´arte, da adulti, è un istinto, un adattamento all´ambiente che i bambini sperimentano dai primi mesi di vita, quando sono ancora nella culla.
«Una forma di comunicazione» per Vasudevi Reddy, che all´argomento ha dedicato un libro "How infants know minds" appena pubblicato dalla Harvard University Press in cui descrive come e perché si finge in fasce.
A 8-9 mesi il bambino usa il pianto per attrarre l´attenzione della mamma o sorride perché intuisce che così avrà in cambio altri sorrisi. Cerca il consenso, vuole sedurre, attirare l´affetto e le simpatie di chi lo circonda. Anche se non ha compiuto un anno, sa essere sordo ai richiami dei genitori mentre gioca o, prima di imparare a parlare, simulare la più innocente delle espressioni per evitare un rimprovero.
La teoria della Reddy, che insegna Psicologia dello sviluppo all´Università di Porthsmouth (Gran Bretagna), riporta indietro il momento in cui si inizia a mentire. Modifica l´immagine del bimbo faccia d´angelo con il viso sporco di cioccolata che nega spudoratamente di aver mangiato i biscotti.
Dopo aver osservato decine di bambini tra le sette settimane e l´età prescolare, Reddy sostiene che «fin dalla nascita i bambini sviluppano relazioni emozionali con i genitori e che queste sono una sorta di carburante nel processo di crescita, che motiva l´azione, l´interazione e la comprensione».
La comunicazione ingannevole non verbale può servire diversi scopi: «Evitare pericoli, ricevere attenzione, essere premiati, salvare la faccia, evitare problemi, accrescere l´intimità emotiva con i genitori», chiarisce. Ha un ruolo anche nel processo di apprendimento perché «accresce nel bambino l´esperienza delle conseguenze delle proprie azioni».
Ad esempio, imparando a misurarsi con la reazione di sorpresa di mamma e papà davanti a una sua azione. Conclude Reddy: «L´idea che l´inganno sia un fenomeno che affonda le sue radici nell´infanzia sfida la convinzione che non può essere sviluppato fino a quattro anni e la tradizionale teoria della mente».
Recentemente diversi studi hanno rivalutato l´intelligenza dei bambini dai primi mesi di vita. «Sono empatici con gli altri: capiscono e si adeguano all´ambiente», dice Tilde Giani Gallino, docente di Psicologia dello sviluppo all´Università di Torino. «Già a un anno, comprendono le emozioni mostrate dagli adulti e rispondono con comportamenti adeguati». Ma, precisa, che ancora non si può parlare di vere e proprie bugie: «Si tratta di comportamenti che servono a raggiungere uno scopo e mostrano la capacità del bambino di sapersela cavare a seconda delle situazioni».
Le prime bugie compaiono più tardi, verso i due anni, quando si esprimono soprattutto attraverso gli atti. Nascondere un gioco sottratto a un compagno, un biscotto che la mamma ha vietato di mangiare. «In questa fase la bugia si esprime soprattutto attraverso la negazione», continua Giani Gallino. Poi crescendo, dopo i quattro anni, si articola con il linguaggio: ci sono quelle "per discolpa" che servono a evitare le punizioni e che dovrebbero sparire man mano che il bambino acquista quella fiducia nelle sue capacità che gli permette di ammettere l´errore. E ci sono le bugie "consolatorie": storie inventate che modulano la realtà secondo i propri desideri. Sono tipiche di quei bambini che si sentono infelici, trascurati, poco apprezzati o, al contrario, troppo perfetti.
Storie false come una prestazione eccellente durante una partita di calcio che invece non c´è mai stata, un viaggio mai fatto ma tanto desiderato con un genitore. «Le bugie consolatorie sono frequenti anche nei bambini troppo sicuri di sé che non sono disposti a dichiararsi perdenti», aggiunge Giani Gallino. «Talvolta la loro funzione è rivolta verso qualcun altro: il bambino mente per consolare un compagno oppure lo stesso genitore».

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