Wednesday, March 26, 2008

Quei corpi seducenti di marmo e di bronzo Così il fascino ellenico conquistò l'Occidente


Corriere della Sera 26.3.08
Quei corpi seducenti di marmo e di bronzo Così il fascino ellenico conquistò l'Occidente
di Roberta Scorranese

Non chiedetevi perché il corpo bianchissimo di quella Venere vi stordisce; non stupitevi se il torso levigato di quel giovane vi soggioga e se, davanti a quella testa riccioluta di ragazzo un po' sfrontato, non trovate le parole. La forza del bello non spiega: travolge.
Seduce con l'irripetibile equilibrio armonico delle statue, il vigore controllato dei bronzi, la potenza visiva delle centoventi opere di scultura antica in mostra da sabato a Palazzo Te, a Mantova. E l'arte greca (ri)conquista l'Italia, armata della sola «Forza del bello». Come fece dal VII secolo a. C., quando questa stessa bellezza irretì gli Etruschi prima e i Romani poi. «Ammutolirono— precisa Salvatore Settis, celebre archeologo e curatore dell'esposizione —. Consoli, generali, oratori, si inchinarono tutti e la Grecia divenne un modello di bellezza e perfezione».
La stessa perfezione che sedusse i Gonzaga: a fine Quattrocento, l'insaziabile desiderio di «cose antique» di Isabella d'Este promosse una larga diffusione di opere classiche nelle corti lombarde. Lo stesso Andrea Mantegna ne trasse un insegnamento importante. Ecco perché Mantova e le stanze nude e sobrie di Palazzo Te sono l'intelaiatura ideale: qui marmi e bronzi osservano lo spettatore con l'imperturbabilità dei vincitori. O con l'eleganza di una nudità etica, come nel Kouros Milani (520-510 a.C., qui ricongiunto alla testa), che inaugura la prima sezione: corpo teso, giovane, fatto per vincere nella corsa, per superare il nemico. Per superare persino un dio. «Statue fatte per educare — dice la curatrice, l'archeologa Maria Luisa Catoni — corpi intrisi di valori morali».
Non era importante che quella statua fosse bella: era importante che il corpo fosse bello. Riproducevano non il soggetto, ma il valore. La bellezza aveva vita a sé e la forza del bello nasce anche da questa autarchia etica. Nel fascino irriverente del giovanetto di Mozia (470-450 a.C.), quasi impaziente nelle linee nervose dei muscoli, sembra di risentire il monito del poeta Mimnermo: «Per un tempo brevissimo godiamo i fiori della giovinezza». L'antica Italia dei contadini e dei guerrieri impallidì di fronte alla supremazia estetica. E i Romani saccheggiarono: si ricercavano autentici e si commissionavano copie. La «Graecia capta» quindi oggi rinasce a Mantova nell'Afrodite Sosandra, impenetrabile in una simmetria di vesti; nell'Apollo di Piombino, simile a un angelo bestemmiatore.
Più tardi, la fama dell'arte greca divenne leggenda. «Dante, Petrarca e altri — dice Settis — nominavano Policleto senza averne mai visto un'opera. Era un modello ideale di perfezione». Tramandati dalla letteratura, visto che nel Medioevo dello splendore antico era rimasto poco: i bronzi erano diventati armi, i gessi calce. L'economia spicciola della sopravvivenza aveva vinto sulla gloria imperitura della bellezza? No: la fama continuava a vivere. Eppure, per secoli, l'arte greca venne assimilata a quella romana e, prima che l'archeologo tedesco Johann J. Winckelmann, nel '700, le restituisse la sua «nobile semplicità e serena grandezza», in Europa nacquero primordi di una ricerca «scientifica» della grecità. Tra collezionisti e ricercatori di antichità.

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