Thursday, April 22, 2021

il paganesimo

 

Il paganesimo, dunque, è innanzi tutto il contrario esatto del cristianesimo; ed è proprio questo a costituire la sua forza inquietante, forse la sua stessa eternità. Almeno da tre punti di vista esso si distingue radicalmente, pur nelle sue differenti manifestazioni, dal cristianesimo nelle sue diverse versioni. Il paganesimo non è mai dualista e non oppone ne lo spirito al corpo ne la fede alla conoscenza. Esso non istituisce la morale come principio esterno rispetto ai rapporti di forza e di senso che traducono gli accidenti della vita individuale e sociale. Esso postula una continuità tra ordine biologico e ordine sociale che da un lato relativizza l'opposizione della vita individuale alla collettività nella quale essa si inscrive, mentre dall'altro tende a fare di ogni problema individuale o sociale un problema di lettura: esso postula che ogni evento costituisca un segno e che ogni segno abbia un senso. La salvezza, la trascendenza e il mistero gli sono essenzialmente estranei. Di conseguenza il paganesimo accoglie la novità con interesse e spirito di tolleranza; sempre pronto ad allungare la lista degli dèi, esso contempla l'addizione, l'alternanza ma non la sintesi. Questa è certamente la ragione più profonda del suo malinteso con il proselitismo cristiano: il paganesimo non ha mai avuto, da parte sua, alcuna pratica missionaria.

 

Marc  Auge', Genio del Paganesimo, Bollati Boringhieri, 2002

Monday, April 19, 2021

Gli uomini e gli Dei

 Gli uomini e gli Dei

Il monoteismo ha vomitato il suo squallido rapporto con il divino in ogni luogo. C’è  chi si accorge del fetore che il cristianesimo emana e si pone ad una distanza di sicurezza, c’è chi ne rimane stordito. Il cristianesimo pone il divino al di fuori del mondo. Le pecorelle del suo gregge vivono con gli occhi al cielo, vuota la loro speranza di scorgere una qualche manifestazione del loro dio. C’è chi ha raffigurato questa misera condizione con l’immagine del dio cristiano come un insetto che vola fuori dal mondo, ogni tanto scende a pungere; quando questo fenomeno si concretizza lo definiscono apparizione.

Divertente è la condizione di alcuni che si definiscono “pagani”, questi ritengono che gli Dei non siano nel mondo, che non possiedano un corpo, che vadano “immaginati” in quanto privi di forma e sostanza, viene da chiedersi se questo sia paganesimo.

Sul rapporto uomini e dei leggiamo quanto scrive Angelo Brelich nel suo libro “i greci e gli nei” nel capitolo intitolato “il politeismo greco”:

Solo la netta coscienza delle insopprimibili differenze tra dèi ed uomini consente ai Greci di accentuare, in misura altrove sconosciuta, quell’affinità che rende possibile una comunicazione straordinariamente viva tra mondo umano e mondo divino. Esiodo racconterà come in seguito al misfatto di Prometheus le vie degli uomini si siano separate da quelle degli dèi. Da allora l’uomo soggiace al suo destino di mortale ed è tenuto a sacrificare agli dèi: ma il mito esiodeo, mentre fonda l’abissale distacco, mette in rilievo anche la comune origine di dèi ed uomini, una comune natura anteriore alla separazione. Essa verrà riaffermata da Pindaro (Nem. 6): «una è la specie degli uomini e degli dèi; da una madre traiamo respiro entrambi; ciò che ci separa è un potere interamente distinto, di modo che l’una (= la specie umana) è nulla, l’altra resta sempre (sorretta da) l’incrollabile sede bronzea, il cielo ». Certo, l’uomo, questa nullità, questo (sempre per Pindaro) « sogno d’un’ombra » non può neppure avvicinarsi al livello dell’esistenza divina; ma questa gli si manifesta in forme così trasparentemente umane che il modo di essere e le azioni umane sembra possano porsi nella luce del suo riflesso.

Soltanto a prezzo di una grossolana semplificazione si potrebbe tentare di dare, in poche parole, almeno una rudimentale idea di questo rapporto. Allora potremmo dire che il giovane greco vedeva davanti a sé come ideale lo splendore dell’eternamente giovane Apollon, la vergine intatta e non ancora sottomessa poteva trasfigurare la propria condizione ritrovandone il modello in Artemis, la sposa nella sposa divina per eccellenza, Hera; l’abilità del commerciante, del viaggiatore o di chiunque dovesse avventurarsi in luoghi e circostanze imprevedibili, trovava un modello imperituro in Hermes; l’autorità, in tutte le sue forme più alte, si richiamava a quella del sovrano degli dèi, Zeus, ecc., ecc. Ma una dettagliata analisi delle figure divine e dei loro inesauribili rapporti reciproci, quali ci si presentano nei loro miti, riti, nelle feste, o in occasione delle invocazioni e delle dediche loro rivolte, nella posizione dei loro templi, ecc., rende vane e futili siffatte semplificazioni. Le divinità greche non sono riducibili a singole funzioni, a singole formule: esse sono complesse, e anche la loro complessità si nutre in maniera « antropomorfa » di quella dell’esistenza umana: perché se per i Greci stessi le divinità erano modelli immutabili per l’uomo effimero, lo storico non deve dimenticare che, in realtà, esse sono proiezioni sublimate dei valori che una società complessa come quella greca ha espresso da sé, ponendoli ai riparo da ogni contingenza.

 

Il paganesimo e il politeismo non hanno teologia

 

Il paganesimo e il politeismo non hanno teologia.

Il monoteismo condiziona l’approccio ad ogni fenomeno religioso. Il cristianesimo ha molte nefaste varianti. Una parte consistenti della storia delle religioni è stata redatta da autori che erano dei semplici funzionari della chiesa. Le maggiori correnti politiche sono state deformate e condizionate dal cristianesimo. Ci sono autori che potremmo descrivere come afflitti dalla “sindrome di Stoccolma”. Accade che determinati meccanismi cristiani vengano considerati necessari, e debbano essere utilizzati anche nel tentativo di liberarsi dal fenomeno cristiano. C’è chi ritiene che il paganesimo e il politeismo debba dotarsi di una teologia. Simile affermazione è totalmente sbagliata. Sul tema riteniamo utile riportare quanto scrive Angelo Brelich nel suo libro “i Greci e gli dei”, nel capitolo “il politeismo greco”: 

Così, dunque, la religione greca elabora, trasforma e valorizza retaggi della propria preistoria primitiva. Che questi si possano ancora intravedere attraverso il perfetto antropomorfismo e i nuovi valori investiti nelle divinità, prova una continuità nella formazione della religione greca, che non sarebbe stata possibile se essa, in un qualsiasi momento storico, fosse stata irrigidita da un sistema teologico o da un ordinamento selettivo imposto da una classe dirigente.

 

Saturday, April 17, 2021

la religione della realtà

 L’uomo omerico tocca la sfera del divino con ogni moto e ogni impulso del suo essere, con ogni forma della sua esistenza. Di ogni dono, di ogni abilità che egli possiede, di ogni forza che sente in sé, di ogni significativo pensiero che gli viene sa che la causa immediata è un Dio. Se è bello si rallegra dei doni di Afrodite, se è un esperto cacciatore Artemide lo ha istruito, se sa costruire ed edificare deve la sua arte ad Atena che gli è stata maestra. Se è un guerriero dal cuore pieno di coraggio, se i suoi muscoli sono gonfi per la forza, se le membra si muovono con elasticità nonostante le ferite, è sempre un Dio che gli infonde questa pienezza di vita. Così egli si vede dappertutto circondato dal sovrumano. Ma quello che vi è di particolare in questa scena divina è che ciononostante, non succedono in genere miracoli. Le mura di una città non cadono al solo suono delle trombe, nessun mare si apre in modo da poter essere attraversato all’asciutto. La vita umana non diventa una fiaba per il cantore. I suoi eroi, quanto a comunione coi loro Dei, non sono per nulla superiori a ciò di cui i prodi ascoltatori potevano ritenere capaci i loro antenati. La mano della divinità produce qui quel tanto che succede veramente nel mondo dell’esperienza.

Walter F.Otto

Spirito Classico e Mondo Cristiano

i grandi valori che lo spirito cristiano ha rifiutato

I più grandi falliti sono sommi simulatori

 I più grandi falliti sono sommi simulatori. Arrivano al rispetto di se stessi, che ogni momento possono perdere e debbono cercare sempre di nuovo, attraverso vie prettamente oscure e traverse. E per questo hanno bisogno del prossimo. Il loro amore è altrettanto illiberale quanto il loro odio. La loro scaltrezza sa come amare uno, per far sentire più acerbamente il proprio odio all’altro. Nel fondo del loro essere infatti sono vendicativi, non a cagione di vere offese, ma in conseguenza della loro natura corrotta. I più vicini a loro sono gli incerti di tutte le sfumature. Non sono pieni soltanto di pura avidità di vendetta, sebbene nella loro miseria vi incorrano facilmente. Tanto più sentono il pericolo di voler essere grandi, dell’orgoglio, della confidenza in se stessi, perfino della rettitudine e della schiettezza. Come certi individui si guardano dall’ubriachezza perché, simile a una risciaquatura, porta alla superficie il fango del loro temperamento, cosi essi non possono abbandonarsi a nessun genere di libertà per non diventare volgari. La grandezza può provocare doro solo le vertigini; l’orgoglio diventa millanteria, a ogni tentativo di confidenza in se stessi debbono inorridire della loro nascosta instabilità. Si fanno scrupolo di ogni cosa e stanno meglio di tutto quanto più strettamente si sentono legati a qualcosa.

La nuova morale è stata coniata per queste legioni di esseri inferiori. Essa non poteva lasciarli diventare grandi e vigorosi. Ma conveniva farne almeno qualche cosa, anzi tutto per la loro propria coscienza sofferente. Alla loro debolezza malevola la nuova morale oppose debolezza benevola: compassione, amore, umiltà e come ancora si chiama. Alcune di loro hanno un bel nome. Ma chi riuscirebbero a ingannare? Solo gli stessi individui problematici, che hanno bisogno di loro e a cui esse debbono dare una tinta di color vitale. Nonostante le parole roboanti, la loro morale non ha la più lontana parentela con quella grande lotta in cui, come dice Hòlderlin, il combattente ha imparato « a essere libero e orgoglioso ».

Walter F. Otto

Spirito Classico e Mondo Cristiano

I grandi valori che lo spirito cristiano ha rifiutato


L’universo è infinito

 L’universo è infinito e in esso ogni cosa vuole diventare divina. L’Eros non conosce indugio. Prima che la gloria più recente sia distrutta egli è già volato oltre, per cogliere il fiore del divenire. Giovani Dei e giovani Dee, per cui ancora nessun cuore si è infiammato, attendono di aprire gli occhi; e altri Dei dimenticati da secoli si preparano alla resurrezione. Il maggior rischio desta il maggior piacere. Dovunque sovrasta l’attimo sconfinato. Nel deserto, dove la nostalgia si faceva il segno della croce, su cime glaciali, innanzi alle quali il pensiero sbigottiva, l’ardimento trova la sua più nobile preda. E la realtà afferrata in un abbraccio, improvvisamente offre ad Eros nell’amorosa lotta un viso più familiare, un sorriso che lo rapisce nell’indescrivibile. Questo è l’evento supremo. È il mondo che comincia a risplendere, la realtà somma e più fugace toccata dal polline di tutte le idee divine. Ciò che rimane non è che fantasia, canzone e saga.

L’immagine divina, scolpita, dipinta, cantata o parlata, che l’istante infinito lascia dietro di sé come simbolo e pegno, può essere per l’Eros generatore solo una pietra di confine. Se egli si ferma, se s’innamora scioccamente degli occhi del cielo, se vuole inginocchiarsi, il suo demone lo fulmina improvvisamente con lo sguardo da quegli occhi. Egli comprende lo sguardo e ode nella lontananza i rintocchi di una nuova ora. Ma la folla di coloro che non sono liberi, degli animi teneri e spasimanti, che hanno bisogno di un gran padrone, di un’ancora di salvezza, di un cuore amoroso, si riuniscono tutti intorno all'immagine divina, l’adorano, costruiscono templi e la devota ubbidienza propaga la venerazione nei secoli. Il mondo è pieno di queste immagini. Dovunque noi guardiamo vediamo ima sala di statue o un campo di ruderi che raccontano molte cose. E migliaia di altari fumano davanti ai monumenti che ricordano il fulmine in cui Giove s’infiammò e si spense. 
Walter F. Otto
Spirito Classico E mondo cristiano
I grandi Valori che lo spirito cristiano ha rifiutato

Wednesday, March 31, 2021

Mentre gli antichi Greci

 Mentre gli antichi Greci avevano creato i loro Dei eternamente giovani a immagine del piacere della vita, anche dove le sue vie erano scabrose, il Cristiano invece, mediante frottole di diavoli e di spiriti, ha dato nel proprio cuore personalità all’elemento negativo.

Il sentimento della colpa caratteristico del Cristiano e la cui conseguenza è che invece di essere tutto pieno della propria dignità egli deve disprezzare, odiare, vituperare se stesso, è da lui chiamato con un nome falso: umiltà; questo sentimento della colpa avrebbe dunque il suo fondamento buono.

 

Walter Friedrich Otto

Spirito Classico e mondo cristiano

La nuova italia Editrice, 1973, Firenze

Saturday, March 27, 2021

il pagano

… il Pagano conservava da sua dignità in tutta la vita, sia in quella dell’esperienza che in quella della conoscenza, mentre egli aveva la forza di mantenere la distanza e il mondo era quindi per lui reale e plastico nel senso più vivo, il Cristiano invece non fa che meditare sulla sua indegnità e si fa un onore — e l’unico — di riconoscere quest’indegnità. Con l’incapacità umana di mantenere la distanza, il mondo è diventato un’ombra; la sua valutazione dipende solo dagli apprezzamenti di un animo malato. Per la stessa ragione non può esserci un rapporto dignitoso verso la divinità, ma solo le forme più sfacciate della rinunzia contrita o di un’esaltata unione amorosa, forme che risalgono fondamentalmente alla medesima mancanza di superiorità. Dove la dignità e la distanza sono andate perdute è finita naturalmente anche la libertà spirituale. È arrivata l’epoca della rivelazione stampata. Ogni nozione viene ad essere legata al libro, le cui parole debbono sempre essere decisive, perché si vuole che esso garantisca la beatitudine. Così il mondo è diventato vuoto, la realtà un’ombra. Vi è rimasto solo lui, il povero indegno, con le sue miserie e le sue nostalgie.

 

Walter Friedrich Otto

Spirito Classico e mondo cristiano

La nuova italia Editrice, 1973, Firenze


Thursday, March 18, 2021

I grandi valori che lo spirito cristiano ha rifiutato

 Tutto il mondo parla di quanto l'umanità ha guadagnato per effetto del Cristianesimo. Ma cosa abbia perduto non si sa. L'interesse alla civiltà antica si giustifica oggi solo con il desiderio di conoscenze storiche, poiché sentiamo il bisogno di conoscere le basi storiche della nostra formazione spirituale. Di valori assoluti della cultura classica non osano più parlare nemmeno coloro che amano quella cultura. E non c'è da meravigliarsene, poiché vediamo gli ideali antichi solo attraverso le lenti del Cristianesimo, e non possiamo più intendere per sentimento religioso altro che quello che il Cristianesimo da essi ha operato. Perciò anche la lode dei principii anteriori al Cristianesimo, con tutte le migliori intenzioni, viene ad essere di solito solo un riconoscimento del fatto che in molti punti essi sono già vicini agli alti ideali del Cristianesimo e dei tempi nuovi.

L'opera che ci sta innanzi segue la via opposta. Riconosce, nella concezione del mondo e della vita degli antichi, valori che lo spirito cristiano ha rifiutato solo perché erano troppo grandi per lui. Misura il nuovo con l'antico e cerca di spiegare come si è potuti arrivare alla decadenza. Dal pensiero precristiano e non cristiano osa infine gettare lo sguardo in un mondo ideale al di là della fede.

E ne era tempo. Perché proprio quando il Cristianesimo si spoglia della fede nell’al di là per fissare in modo ancora più risoluto i valori di questo mondo, appar chiaro quanto esso sia pericoloso e fatale.

dalla prefazione

Walter Friedrich Otto

Spirito Classico e mondo cristiano

La nuova italia Editrice, 1973, Firenze

Wednesday, March 10, 2021

Ipazia

 

Le stesse innumerevoli colpe che lordano la lotta gentile e cristiana, non deviano più che da gelosia di parola e di sapienza, gelosia co’ tempi inasprita dalla ambizione e dall’amor del potere. In Alessandria si contrastava l’impero Teofilo e Ipazia, quegli cristiano e vescovo, questa pagana regina de’ cuori e delle menti. Bellissima e saggia, Ipazia persuade i giovani colla poesia, colle grazie e con canto, affascina i vecchi con pensata filosofia e con modesta prudenza. Tutti accorrono ad ascoltarla; tutti ragionan di lei; la cattedra d’Ipazia usurpa le moltitudini all’omelie di Teofilo. Il quale ne sente amarissima gelosia, accende contro di lei la rabbia religiosa; e la vergine Ipazia, non compiuti i vent’anni, muore trucidata dal popolo cristiano.

 

 

Filippo de Boni

Del papato studi storici, Volume 1,

Capolago, Tipografia elvetica, 1851

Wednesday, May 13, 2020

la festa di Venere

Semper ad Aeneidos, placido, pulcherrima, vultu,
Respice: totque tuas, diva, tuere nuros.

Mostra un volto sereno sempre agli Eneidi (Romani), o la più bella fra le dee: e proteggi le spose dei tuoi molti nepoti.

Ovidio, i Fasti

Tuesday, May 12, 2020

opinione di Giuliano sui cristiani


opinione di Giuliano sui cristiani

Imperatore Giuliano definito dai cristiani l’Apostata

Quanto agli empi venuti di Galilea, quasi un morbo che inietta la vita, essi che rifiutano di invocare gli Dei, sappi che sono sottoposti alla tribù dei demoni perversi. Questi demoni gettano la maggior parte di questi atei in un accesso di delirio che gli fa desiderare di morire, dandogli l’idea che si involeranno verso il cielo dopo essersi tolta violentemente la vita. Ve ne sono alcuni che abbandonano le città per cercare i deserti, benchè, per sua natura, l’uomo sia un animale socievole e civile. Ma i demoni perversi ai quali essi sono legati li spingono a tale misantropia. Già, in gran numero, hanno immaginato di caricarsi di catene e di gogne: tanto li possiede da ogni parte lo spirito maligno al quale essi si sono volontariamente dati disertando il culto degli Dei immortali e salvifici.

Wednesday, May 06, 2020

Inno egiziano al Nilo


Inno egiziano al Nilo

Salute a te, o Nilo che sei uscito dalla terra,
che sei venuto per far vivere l'Egitto!
Occulto di natura, oscuro di giorno, lodato dai suoi seguaci:
è lui che irriga i campi, che è creato da Ra per far vivere tutto il bestiame;
che disseta il deserto, lontano dall'acqua [...].
Se è pigro [...] tutti sono poveri [...] e periscono milioni di uomini.
Se è crudele, tutta la terra inorridisce, grandi e piccoli gridano.
Sono ricompensati gli uomini quando si avvicina: Khnum lo ha creato.
Quando comincia ad alzare, il paese è in giubilo, tutti sono in gioia [...].
Portatore di nutrimento, ricco di alimenti, creatore di ogni cosa buona,
signore di riverenza, dal dolce odore, benigno quando viene;
è lui che fa nascere le erbe per il bestiame e dà vittime ad ogni dio [...].

da Letteratura e poesia dell'antico Egitto, a cura di E. Bresciani, Torino, 1969

Thursday, April 30, 2020

WALTER FRIEDRICH OTTO

http://www.abcschio.it/imago/trasversale/mito/otto.htm

WALTER FRIEDRICH OTTO

Walter F. Otto nasce nel 1874 e muore nel 1958.E'un insigne filologo classico e storico delle religioni.Docente nelle Università di Konigsberg e di Tubinga,divenne molto noto in Germania negli anni 20 e 30 grazie ai suoi studi su "Gli dei della Grecia"e su"Dioniso".Amico di Martin Heidegger,al quale fu legato dalla comune passione per Holderlin e maestrodi kenényi,dopo la seconda guerra mondiale approfondì la sua riflessione sull'essenza del mito in numerose conferenze e interventi pubblici.Esso è quindi uno storico della religione e contro il positivismo rivaluta il valore religioso della mitologia antica e la struttura organica della religione greca.
(Nel 1929 compone"Gli dei della Grecia").



W.F.Otto conduce una ricerca sul significato originario del mito e l'ambito di questa indagine e' il rapporto tra l'uomo e il mito stesso;Il filosofo rifiuta di considerare il mito ricorrendo a categorie apparentemente moderne e concretizza questo rifiuto contro le posizioni "neo-illuministe"alla Cassirer o di Lévy-Bruhl:respinge la pretesa evoluzionistica secondo la quale esistono due tipi di logica.Quella primitiva e perciò non ancora in grado di "organizzare"correttamente il mondo,ma solo di offrirne una visione mitica,e quella razionale che rifiuta la soggettività e i miti come espressione di una presunta interiorità e con finalità specifiche.Ne"Il mito e la parola" Otto sostiene che le epoche che ritennero "poesia"il mito genuino non gli hanno reso ragione,ma almeno hanno posseduto una sensibilità piu' viva dei moderni teorici che hanno creduto di conprendere il fenomeno correttamente facendolo rientrare fra le categorie della logica inventandosi una logica primitiva.L'interpretazione del mito come poesia è più esatta perchè la poesia può metterci sulla strada giusta,ma va respinta l'opinione che il mito sia una mentalità.Nella grande poesia è come se il poeta,nell'attimo dell'ispirazione,fosse più vicino degli altri uomini all'essere delle altre cose:quindi la sua parola può afferrare in profondità.E' come se non fosse egli a pronunciare quella parola,ma l'essere stesso delle cose.In particolare gli antichi Greci consideravano la ben nota invocazione alle Muse molto seriamente:l'uomo è solo un mediatore,è la divinità a cantare.Il canto era per i Greci una creazione della forza,divina stessa.
"Mito" per Otto é la parola vera proveniente da un'autorità,non suscettibile di essere messa in discussione.L'autorità che si manifesta è il divino del quale il mito è2forma" del suo manifestarsi.Per Otto il mito non è dell'uomo ma degli dei e il divino è una presenza,non il contenuto di una interiorità umana.Otto infatti é legato al mito greco,tanto da definirsi"politeista"e critica il cristianesimo.
Nel 1962 furono pubblicati due volumi di scritti di Otto e fu deciso di raccogliere in un volume gli scritti"scientifici"(riguardavano in senso stretto la storia delle religioni e la filologia) e nel secondo quelli "non scientifici"
(volontà di Otto di fondare una filosofia generale del mito).Il"mito e la parola"(1952-53)é il saggio conclusivo del primo volume in cui Otto rivolge il pensiero all'ESSENZA del mito prima di poter compiere qualsiasi "indagine scientifica".Otto si chiede cosa il mito in effetti sia.Le attuali ricerche danno a "mitico" un significato di antiquato,sorpassato,inattuale e quindi superato e contraddetto dalla scienza moderna.Vengono cosi' chiamate "mitiche" esperienze che hanno dimostrato di essere erronee(ad es.il sole che ruota attorno alla terra).Il mito sarebbe dunque un modo per esprimere ciò che non è degno di fede e che noi dovremmo smascherare ed eliminare).
Le interpretazioni moderne del problema mito sono affette dal medesimo pregiudizio:il mito sarebbe una "mentalità" superabile e sostituibile da una piu' adeguata,oppure dovrebbe vedere riconosciuti i propri diritti,anche se possiede svantaggi rispetto alla nostra mentalità.La concezione più diffusa vede la mentalità dell'umanità preistorica alla ricerca della verità,opposta a noi che godiamo di una mentalità più adeguata rispetto alla quale la verità mitica é un errore.Ritenere il mito una "mentalità" dimostra solo quanto ci siamo allontanati dal mito.
MITOS E LOGOS
Sono parole greche.Nella lingua greca più tarda "mito" significa una narrazione meravigliosa,che può essere molto profonda,ma non può pretendere di essere considerata vera alla lettera(ad esempio le "favole"di Esopo fanno molto riflettere ma non sono vere).Originariamente però "mitos"significa"parola".Anche"logos"significa "parola",ma in un'accezione diversa:"mitos"sviluppa il significato di favoloso,inventato,non vero,mentre "logos"
designa la chiarezza e la profondità della conoscenza.
In Omero"logos"assume un concetto di "scelta",quindi "ponderare,aver riguardo.In seguito serve a indicare ciò che é razionale,sensato,,consequenziale."Mitos"invece ha un significato oggettivo:è il reale,l'effettivo,è la "storia" nel senso dell'accaduto,la parola che dà notizie oggettive.Dunque il greco antico ha a disposizione una serie di denominazioni per "parola":
-EPOS=VOX:é la "parola"come sonorità vocale.
-LOGOS="parola"nel senso di ciò che è pensato,ragionevole.
-MITOS="parola come testimonianza di ciò che fu,è e sarà.E' la parola nel senso di ciò che è dato come un fatto,si è rivelato,è consacrato.
Il mito vero e proprio è l'esperienza originaria rivelatasi,grazie alla quale è possibile anche il pensare razionale.Per questo il mito non è svanito completamente neppure in noi,resta inconscio,non emerge rivelandosi e lo abbiamo respinto nell'inconscio con il pensiero razionale.Perchè l'uomo della civilizzazione,nel corso del suo sviluppo,perde sempre più il mito?La dottrina universale sostiene cheil motivo vada ricercato in un progresso spirituale che da inesperienza,mancanza di chiarezza iniziale,conduce infine ad un sapere certo,alla chiarezza.Ma il mito non è divenuto estraneo all'uomo perchè questi,per qualche motivo oscuro,ha cominciato a pensare e osservare più acutamente,sviluppando sempte più le proprie capacità di pensiero e di osservazione.
iò è accaduto perchè l'uomo non incontra più l'essere delle cose,la realtà nel vero senso della parola,quella che si annuncia solo nella natura originaria.'intera civilizzazione è un rifiuto della natura originaria.L'uomo in tutto ciò di cui fa esperienza e che compie vuole ancora e sempre incontrare se stesso,la propria razionalità, inventività(vedi tecnica,scienza...)E' dunque insensato voler in qualche modo avvicinare il mito al nostro modo di pensare e vivere,ogni moderno tentativo di "interpretarlo"è un equivoco.
RAPPORTO FRA MITO E CULTO
Ovunque il culto fa riferimento ad un mito,gli è inseparabilmente connesso.Il culto è specifico comportamentop fisico e spirituale con cui l'uomo risponde immediatamente al mito e va dal semplice congiungere le mani alla rappresentazione drammatica dell'evento originario.La verità del mito si rivela attraverso 3 livelli:
PRIMO LIVELLO:si imprime plasticamente nell'uomo stesso,nella sua corporeità(levare le mani al cielo mentre si è rivolti verso l'alto,inginocchiarsi,intrecciare e congiungere devotamente le mani)Anche nelle danze l'uomo rivela la forma del divino essere universale.
SECONDO LIVELLO:il mito diventa creativo grazie all'agire dell'uomo che erige una colonna,un tempio rite nuti sacri perchè la presenza del divino è divenuta forma in essi.
TERZO LIVELLO:il mito si fa parola,ma non attraverso il linguaggio perchè le parole non sarebbero altro che un velo,una falsificazione. Il linguaggio è esso stesso la verità del mito,è il mito("mitos":il vero in forma di parola). L'essere si autorivela attraverso i suoni,la musica ad esempio con le preghiere,gli inni,le narrazioni etc.
Il mito non può esistere senza il culto ed è dinamico,deve cioè rivelarsi nel comportamento,nell'azione e nella parola.Come avviene che la verità del mito si riveli nella forma del comportamento dell'azione e della parola?
La"rivelazione"è un'apertura che proviene dall'alto,che va dal sovraumano all'umano e che l'uomo deve accettare dall'autorità che la impartisce.Il mito non è il prodotto di una riflessione perchè la verità che esso contiene non è resa accessibile da un ragionamento,la verità può rivelarsi soltanto da sè.
I Greci infatti erano convinti che l'uomo,nel suo canto e nel suo dire,non è in realtà l'attore, ma é una divinità,la musa,a cantare,mentre egli si limita a ripeterne il canto.Le muse sono quel miracolo divino per cui l'essere pronuncia se stesso.La musica è il suono,l'armonia,il ritmo che soltanto la perfezione delle muse ha prodotto nel mondo.

Thursday, April 23, 2020

Il dio sconosciuto



Molti di noi, purtroppo, conoscono un libro schifoso chiamato bibbia, alcuni sanno di che in uno dei suoi comizi che l’essere immondo chiamato Paolo di Tarso ha vomitato le seguenti astruse parole:

“Cittadini ateniesi, vedo che in tutto siete molto timorati degli dei. 23 Passando infatti e osservando i monumenti del vostro culto, ho trovato anche un'ara con l'iscrizione: Al Dio ignoto. Quello che voi adorate senza conoscere, io ve lo annunzio. “

è connaturato ai cristiani mentire e falsificare, sul tema, grazie ad piccola nota trovata su un dizionario di mitologia, ho trovato del materiale interessante.

Dalla “enciclopedia delle regioni” diretta da Mircea Eliade, volume 11:
Il famoso filologo Eduard Norden (1913) tentò di dimostrare che la nozione di agnotos theos era di fatto estranea e addirittura contraria allo spirito del mondo greco di età classica. L’espressione, infatti, appare soltanto alla fine del periodo classico e solamente in testi in cui risulta evidente l’influenza orientale: scritti ebraici, gnostici, neoplatonici e cristiani. Questa espressione, inoltre, implicherebbe un atteggiamento di “rinuncia all’indagine”, che mal si accorderebbe con o spirito dalla speculazione greca.

Monday, April 20, 2020

Scultore cerca con cura


Theodore Faullin de Banville
Da le stalattiti

Scultore, cerca con cura,
Mentre l’estasi attendi,
Marmo senza difetto per farne un bel vaso;
Cerca a lungo la forma e non per rintracciare
Amori misteriosi o divine battaglie.
Non Eracle che vince il mostro di Nemea,
Né Ciprigna che nacque sopra il mare olezzante;
Né Titani sconfitti dopo la ribellione,
Né il ridente Bacco
Che aggioga leoni
Con un morso di pampini e di viti;
Non Leda che giochi fra lo stormo dei cigni
All’ombra di lauri in fiore, non Artemide
Sorpresa fra le acque candida come il giglio.
Che intorno al vaso puro, troppo bello
Per la Baccante,
Fiorisca la verbena con le foglie di acanto,
E più in basso
Delle vergini avanzino lentamente due a due,
Passo sicuro e seducente,
Braccia lungo le loro tuniche distese
E i capelli intrecciati sopra le testoline.

Febbraio 1846.

Sunday, April 19, 2020

La menzogna del Cristianesimo...

Mito della Rapida Diffusione del Cristianesimo -
"le Comuni Origini Cristiane dell'Europa"!
dal libro "The Christ Conspiracy" di Acharya s Si ritiene comunemente che il Cristianesimo si sia diffuso perché era una grande idea disperatamente necessaria in un mondo senza speranza nè fede.

Veramente, il mito dice che il Cristianesimo era una idea talmente grande che prese il via come un fuoco greco in un mondo perduto privo di illuminazione spirituale e implorante "come una voce nel deserto".
Si ritiene inoltre che il Cristianesimo si diffuse a causa del martirio dei sui aderenti, che, come si sostiene, fecero tanta impressione a numerosi tra i primi padri della Chiesa che essi abbandonarono le loro radici Pagane per aderire alla "vera fede". In realtà, il Cristianesimo non era un concetto nuovo e sorprendente, e non è corretta l'impressione data in questa storia riguardo al mondo antico, poiché le antiche culture possedevano ogni piccolo aspetto di saggezza, rettitudine e praticamente ogni altra cosa trovata nel Cristianesimo.


In aggiunta, secondo il noto storico Gibbon, come riferito da Taylor, per la metà del 3° secolo, a Roma – il centro del Cristianesimo - c'erano solo "'un vescovo, quarantasei presbiteri, quattordici diaconi, quarantadue accoliti, e cinquanta lettori, esorcisti e ostiari. Noi possiamo azzardarci, (conclude il grande storico) a stimare i Cristiani in Roma, a circa cinquanta mila, quando il numero totale degli abitanti non possono essere stimati meno di un milione…' Non si dovrebbe mai dimenticare che, per quanto la propagazione del vangelo sia stata miracolosamente rapida come ci viene detto qualche volta, fu predicata in Inghilterra per la prima volta da Austino, il monaco, su commissione di Papa Gregorio, verso la fine del settimo secolo. Cosicché si potrebbe calcolare che la buona novella della salvezza, per andare dalla supposta scena dell'azione fino a questo paese favorito, abbia viaggiato alla media di quasi un pollice in una quindicina di giorni".16 E come dice Robin Lane Fox: … negli anni 240, Origene, l'intellettuale Cristiano, ammise che i Cristiani erano solo una piccola frazione degli abitanti del mondo … Se i Cristiani fossero stati veramente così numerosi, potremmo anche attenderci qualche evidenza di posti di incontro che potessero contenere così tanti credenti. A questa data, non c'erano costruzioni di chiese su terreno pubblico…


Se viene incluso il resto dell'impero, si stima che per la metà del terzo secolo i Cristiani costituivano forse il due per cento della popolazione totale.


Ancora, come notato, ci furono di fatto pochi martiri, e i primi falsificatori del Cristianesimo furono impressionati non da tali presunti martirii ma dalla posizione di potere che essi avrebbero guadagnato dalla loro "conversione". In realtà, il Cristianesimo non si diffuse perché era una grande idea o perché era sotto la guida dell'"Agnello di Dio" risorto. Se fosse stato così, egli dovrebbe essere tenuto responsabile, perché il Cristianesimo fu promulgato con la spada, con una scia sanguinosa lunga migliaia di miglia, durante un'era chiamata da non pochi "l'era della vergogna".


Come così tanto altro sul Cristianesimo, le affermazioni della sua rapida divulgazione sono largamente mitiche. In realtà, in alcune località ci vollero molte centinaia di anni impregnati di sangue prima che i suoi oppositori e la loro discendenza fossero stati sufficientemente massacrati in modo che il Cristianesimo potesse usurpare l'ideologia regnante. Gli Europei Pagani ed altri lottarono contro questo coi denti e con le unghie, in uno sforzo epico ed eroico per conservare le proprie culture ed autonomia, di fronte ad una strage da parte di quelli che i Pagani vedevano come "idioti" e "bigotti". Come dice Walker: Gli storici Cristiani danno spesso l'impressione che i barbari dell'Europa abbiano accolto con gioia la nuova fede, che portava una speranza di immortalità ed un'etica più amorevole. L'impressione è falsa. La gente non abbandonò volentieri la fede dei propri antenati, che considerava essenziale al retto funzionamento dei cicli terrestri. Essi avevano la propria speranza di immortalità e la propria etica, in molti aspetti un'etica più benevola di quella del Cristianesimo, che fu imposta su di loro con la forza.
Giustiniano ottenne 70.000 conversioni in Asia Minore con metodi che erano tanto crudeli che le popolazioni soggette in seguito adottarono l'Islam per liberarsi dai rigori del governo Cristiano. Come regola, la popolazione pagana resistette al Cristianesimo più a lungo che poté, anche dopo che i loro governanti erano passati alla nuova fede per i suoi compensi materiali …. Alcune parole per la loro derivazione rivelano un pò della resistenza incontrata dai missionari. I Savoiardi pagani chiamavano "idioti" i Cristiani, quindi cretino, "idiota", discese da Crétian, "Cristiano". I pagani Germanici coniarono la parola bigot, da bei Gott, una espressione usata costantemente dai monaci.


Il Cristianesimo fu avversato con tanto fervore ovunque esso invase, poiché nazione dopo nazione morì sotto la spada nel respingerlo, perché le sue dottrine e i suoi proponenti erano ripugnanti e blasfemi. Come riferisce Walker: Radbod, re dei Frigi, rifiutò di abbandonare la propria fede quando un missionario lo informò che Valhala era lo stesso che l'inferno dei Cristiani.


Radbod voleva sapere dove fossero i suoi antenati se non c'era il Valhala? Gli fu detto che bruciavano all'inferno perché erano infedeli. "Prete malvagio" urlò Radbod. "Come osi dire che i miei antenati sono andati all'inferno – io preferirei – si, giuro per il loro dio, il grande Woden – io mi unirei mille volte a questi eroi nel loro inferno, piuttosto che essere con te nel tuo paradiso di sacerdoti!"


Alcuni dei "barbari" che resistettero contro il Cristianesimo erano di fatto assai più avanzati di quelli che seguivano quella che i Pagani consideravano una ideologia volgare. Per esempio, "Sui Feniani Irlandesi, la cui regola era di non insultare mai le donne, fu detto che erano andati all'inferno per aver negato le dottrine anti-femministe Cristiane".


Quando la "grande idea", minacce dell'inferno ed altro dolce parlare fallì nell'impressionare i Pagani, i cospiratori Cristiani cominciarono a stringere le viti stabilendo leggi che mettevano al bando sacerdoti Pagani, feste e "superstizioni". Fu impedito ai Pagani di essere guardie o di tenere carica civile o militare. Le loro proprietà e templi furono distrutti o confiscati, e la gente che praticava "l'idolatria" o i sacrifici fu messa a morte. Come dice Charles Waite in History of the Christian Religion to the Year Two Hundred: Sotto Costantino ed i suoi figli, erano stati promulgati dei mandati contro gli eretici, specialmente contro i Donatisti, i quali furono visitati con la punizione più rigorosa… I decreti per l'estirpazione dell' paganesimo furono anche più severi. Girolamo e Leone il Grande erano in favore della pena di morte.


Sotto il "grande Cristiano" Costantino, "i seguaci di Mitra furono braccati con tanta pertinacia che nessuno osava neppure guardare al sole, e i contadini ed i marinai non osavano osservare le stelle per paura di venire accusati di eresia". E dove il fuoco dell'inferno, leggi repressive e corruzione non avevano funzionato, fu usata la forza. I leader che erano tolleranti verso religioni diverse dal Cristianesimo, come l'Imperatore Giuliano, furono uccisi. In Bible Myths and Their Parallels in Other Religions, Doane riferisce come in realtà questa "grande fede" fu propagata con i metodi più atroci: In Asia Minore la gente era perseguitata su ordini di Costanzo [Imperatore Cristiano].. "I riti del battesimo furono conferiti a donne e bambini, che, a tale scopo erano stati strappati dalle braccia dei loro amici e genitori; le bocche di quelli che facevano la comunione furono tenute aperte con uno strumento di legno, mentre il pane consacrato veniva forzato giù dentro la loro gola; i seni di tenere vergini o furono bruciati da conchiglie a forma di uovo rosse incandescenti o compresse in modo inumano tra tavole taglienti e pesanti". … Le persecuzioni nel nome di Gesù Cristo furono inflitte sugli infedeli in quasi ogni parte dell'allora mondo conosciuto. Fu sfoderata la spada Cristiana anche tra i Norvegesi.
Essi si aggrapparono tenacemente alla fede dei loro antenati, e numerosi di loro morirono, veri martiri per la loro fede, dopo aver sofferto i più crudeli tormenti da parte dei loro persecutori. Fu per mera costrizione che i Norvegesi abbracciarono il Cristianesimo. Il regno di Olaf Tryggvason, un Cristiano re di Norvegia, fu di fatto dedicato interamente alla propagazione della nuova fede, con i mezzi più rivoltanti per l'umanità…coloro che rifiutavano furono torturati a morte con ferocia demoniaca, e le loro proprietà furono confiscate. Queste sono alcune delle ragioni "per cui il Cristianesimo prosperò".


La scusa standard per questo comportamento spregevole è stata che i proponenti Cristiani avevano il diritto di purificare la terra dal "male" e di convertire l'"infedele" alla "vera fede". Lungo un periodo di oltre un millennio, la Chiesa avrebbe portato a sostenere i metodi di tortura più orrendi mai escogitati in questa "purificazione" e "conversione" alla religione del "Principe della Pace", uccidendo alla fine decine di milioni in tutto il mondo.


Questi i metodi di "conversione" da parte dei Cattolici contro uomini, donne e bambini, tanto Cristiani che Pagani, inclusi roghi, impiccagioni e torture di tutti i tipi, usando gli strumenti descritti in Quarto Maccabei. Alle donne e le ragazze furono conficcati su per le loro vagine attizzatoi roventi ed oggetti appuntiti, spesso dopo che i sacerdoti le avevano stuprate. Agli uomini e ai ragazzi vennero schiacciati o strappati o tagliati via i loro peni e testicoli. Ad ambedue i generi e a tutte le età fu strappata via la pelle con tenaglie roventi e furono strappate le loro lingue, e vennero sottoposti a un macchinario diabolico destinato per le parti più delicate del corpo, come ginocchia, caviglie, gomiti e le punta delle dita, che furono tutte schiacciate. Le loro gambe e braccia furono spezzate con mazze, e, se ci fosse rimasto qualcosa di loro, essi vennero impiccati o arsi vivi. Non sarebbe stato possibile immaginare niente di peggio, e da questo male assoluto venne la "rapida" diffusione del Cristianesimo.


Fino ad ora questo deplorevole retaggio e crimine contro l'umanità, non è stato ancora vendicato e il suo principale colpevole rimane impunito. Non solo resta intatto ma inspiegabilmente riceve il supporto imperituro e sconsiderato di centinaia di milioni, inclusi gli istruiti, come dottori, avvocati, scienziati, ecc. Questa condiscendenza è il risultato dei secoli di distruzione e degradazione delle culture dei loro antenati, che li ha demoralizzati e che ha strappato loro la loro spiritualità ed eredità.
Nell'annichilare queste culture, i cospiratori Cristiani distrussero anche innumerevoli libri e molta conoscenza, apprezzando la susseguente mancanza di letteratura ed ignoranza, che aiutarono a permettere la divulgazione del Cristianesimo. Wheeles racconta lo stato del mondo sotto il dominio Cristiano: Con il declino e la caduta dell'Impero Romano, la religione Cristiana si diffuse e crebbe tra i Barbari distruttori di Roma. Il Medio Evo diffuse contemporaneamente la propria coltre funebre intellettuale sull'Europa. Oltre ai monaci e sacerdoti raramente qualcuno sapeva leggere. Carlo Magno imparò a tenere in mano la penna solo fino a riuscire a scarabocchiare la sua firma. I baroni che ottennero la Magna Carta da John Lackland con la forza, firmarono con i loro marchi e i loro sigilli. I peggiori criminali, nel caso che fossero dotati della rara e magica virtù del saper come leggere anche malamente, beneficiarono del "beneficio del clero" (cioè, della cultura clericale), e sfuggivano immuni o con punizioni fortemente mitigate. Non c'erano libri salvo manoscritti dolorosamente compilati, che valevano il riscatto dei principi, e totalmente inaccessibili salvo che dai molto ricchi e dalla Chiesa; finché intorno al 1450 non ci fu il primo libro stampato conosciuto in Europa. La Bibbia esisteva solo in Ebraico, Greco e Latino, e le masse ignoranti erano totalmente all'oscuro sul suo contenuto salvo quanto udivano dai sacerdoti, che dicevano loro che dovevano credere ad essa o venire torturati ed uccisi in vita e condannati per sempre nei fuochi dell'inferno dopo la morte. Non meraviglia che la fede sia fiorita in condizioni così eccezionalmente favorevoli.


Tale è la storia disgraziata della religione del "mite Principe della Pace". Tuttavia, oggi ci sono quelli che non solo sostengono il suo edificio mostruoso, costruito sul sangue e le ossa carbonizzate di decine di milioni, come anche sulla morte del sapere nel mondo Occidentale, ma, incredibilmente, desiderano che esso venga riportato alla sua piena "gloria", con tutte le opere sanguinarie, bruciatura delle streghe, persecuzione, annichilazione dei non credenti e tutto il resto. Il fatto è che troppi traumi e spargimenti di sangue sono stati causati nei millenni strettamente sulle basi di fede non fondata e eccessiva illogicità, ed è stata persa troppa conoscenza e saggezza, tanto che la storia umana è stata piena di ignoranza ed incomprensione. E' per queste ragioni, tra le altre, incluso il ripristino dell'umanità, che noi speriamo che la cospirazione oppressiva e sfruttatrice dietro alla religione in generale e al Cristianesimo in particolare, sarà resa manifesta. Come si dice, quelli che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo, e gli umani come specie sono inclini all'amnesia. Pertanto è imperativo che questi argomenti fondamentali della ideologia e dottrina religiosa vengano indagati completamente e non lasciati alla fede cieca.




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Friday, April 17, 2020

Pan


Pan
Le conte de Lisle
Da Liriche antiche

Pan d’Arcadia, piedi caprini, fronte armata
Di due corni, chiassoso e dai pastori amato,
Che empie verdi canne di amoroso respiro.
Da quando l’alba indora e montagna e pianura,
Vagabondo compiace ai giuochi e ai danzanti cori
Delle Ninfe, sul muschio e sopra i prati in fiore.
Pelle di lince sulla schiena e la testa cinta
Dal colchico agreste, dal tenero giacinto;
E con sonoro riso ogni bosco risveglia.
Ninfe dai piedi nudi accorrono alla voce,
Leggere, accanto a limpide fontane,
E circondano Pan con girotondi rapidi.
Nelle grotte di pampini, nel cavo di antri freschi,
Lungo corsi di acqua viva, sfuggiti alle foreste,
Sotto la folta cupola dei lecci spessi,
Il Dio fugge del mezzogiorno i radiosi ardori;
Si addorme; ed i boschi, rispettandone il sonno,
Difendono il dio Pan dalle frecce del Sole.
Ma appena la Notte, calma, cinta di stelle,
Schiude nei cieli muti lunghe pieghe di veli,
Pan, d’amore infiammato, nei boschi familiari
L’errante vergine insegue all’ombra delle macchie,
L’afferra nel passaggio; e ricolmo di gioia
Al chiaror della luna rapisce la sua preda.

Tuesday, March 24, 2020

Streghe e Magia. Episodi di opposizione religiosa popolare sulle Alpi del Seicento

Roberto Gremmo
Streghe e Magia. Episodi di opposizione religiosa popolare sulle Alpi del Seicento
Biella: Edizioni ELF, 1994

autore anche dei libri: Le donne del diavolo, Grugliasco: Editrice Il Punto, 1978 - Magia e superstizione fra Biellese e Val d’Aosta nel Seicento, Ivrea: Editrice BS, 1982,  e numerosi articoli sullo stesso argomento. 
In quest’ultimo volume riappaiono informazioni ed episodi già descritti in alcuni dei suoi precedenti lavori che qui vengono approfonditi, ampliati e dettagliati - e soprattutto - contestualizzati in un più generale ed organico discorso esteso a tutta l’area culturale alpina occidentale. 
L’opera è ricca di riferimenti dotti e di notizie curiose ed interessanti e dà una visione piuttosto omogenea sul fenomeno della magia popolare più in generale - e delle streghe più in particolare - analizzandolo come una sorta di forma di resistenza al culto religioso “ufficiale” rappresentato dalla Chiesa Cattolica. Si tratta di una tesi già sostenuta da numerosi altri studiosi che il Gremmo riprende e razionalizza e che sostiene che le streghe (e gli altri fenomeni di magia popolare) altro non fossero che espressioni di sopravvivenza di antichi culti e di tradizioni precristiane che la Chiesa ha bollato come manifestazioni di satanismo e criminalizzato. L’autore indica anche un’altra importante implicazione riferita a tali fenomeni - e ad altri come la nota vicenda fra Dolcino - che interpreta come manifestazioni di intolleranza nei confronti di un potere politico. Scrive l’autore (pagine.304-306): “Ma, allora, cos’è stata veramente questa inquietante figura di strega, masca, faa che si aggira per le montagne dell’Europa garalditana, fra il XIV ed il XVII secolo? La prevalenza dell’elemento femminile (senza dimenticare gli stregoni) è evidente. Per quanto si debba tener presente che questo elemento è stato dilatato dalla misoginia dei “cacciatori” di streghe, esso trova una sua ragion d’essere nel ruolo della donna in una società nella quale nè la struttura laicale (la famiglia basata sul po-tere del pater familias) nè quella ecclesiale (esclusione delle donne dal sacerdozio) le lasciavano spazio. Questa emarginazione è, peraltro, il dato più evidente dell’avanzata della dominazione romana e della sua integrazione con il Cristianesimo. Nella vecchia società “Garalditana” (ma anche celtica e germanica) le cose si svolgevano in tutt’altro modo: dalle selve, dalle brughiere, dagli anfratti montani s’alzavano fumi, formule magiche, incantesimi di profetesse, medichesse, sacerdotesse, guaritrici che spargevano a piene mani medicamenti, unguenti, consigli. Esse erano le dominatrici, loro era il “bastone del comando”. È vero che il secolo delle streghe è il Trecento e che la forsennata caccia dell’ufficialità a queste donne contestatrici proseguirà nei secoli seguenti. Ma quello che, comunemente, viene indicato come punto di partenza è solo momento di transizione. Le streghe non sono “spuntate” allora: sulle Alpi, fra i Pirenei c’erano sempre state, ma fino a quel momento nessuno s’era preoccupato di sloggiarle dai sedimentati strati di consenso popolare che si erano create attorno. Fu solo dal Trecento in poi che venne presa la decisione di “cristianizzare” completamente l’Europa mettendo al rogo streghe ed eretici, accumunati in una inappellabile condanna. Ebbero allora inizio le Crociate (in Occitania contro i Catari, nel  Biellese contro Dolcino e Margherita). Molti Perfetti, perseguitati e fuggiaschi, finirono quasi naturalmente per unire alle loro credenze delle pratiche magiche e “stregonesche”. Fra i dolciniani ebbero ascolto le predicazioni dualistiche della Guglielmina boema. Parallelamente, vi fu il “lavaggio dei cervelli” degli umili, con una campagna di profonda evangelizzazione, attraverso lo sradicamento delle superstizioni e di tutto il contesto di riti e di credenze sulle quali esse poggiavano. La Chiesa non si accontentò più di una adesione formale al cristianesimo da parte di pastori, alpigiani, boscaioli, contadini. Essi restavano ben convinti, nel fondo dei meandri della loro psiche, della validità dei soli culti delle sacerdotesse dei boschi e degli stregoni; erano legati alla venerazione dei loro antichi dei famigliari e personali. Tutto il resto era solo forma, non sostanza. Gli inquisitori puntarono diritto nella direzione della distruzione del “vecchio” sapere e del “vecchio” potere spirituale. Insinuandosi fra i meandri dell’Europa marginale e subalterna, credettero di scoprire la “novità” della stregoneria, ma si scontrarono con qualcosa che, invece, era ben più antico e forse perfino più forte di loro. Credettero di imbattersi nelle neofite adoratrici di Satana e non capirono di essere di fronte alle custodi di un antico sapere e di pratiche terapeutiche e psichiche che corrispondevano ad un sistema etnico-culturale differente da quello orientale Cristiano”. Le streghe possono quindi (almeno in taluni casi) essere indicate come una sorta di druidesse, come esponenti di un vecchio sistema di relazioni socioculturali e di costruzioni religiose che è sopravissuto alla occupazione e colonizzazione romana ed alla cristianizzazione. Le protagoniste di gran parte delle manifestazioni di magia popolare (o “diabolica”, secondo i persecutori) sono donne; quasi tutte le maggiori personalità carismatiche delle sette acattoliche sono di sesso femminile, le donne sono al centro anche di quasi tutte le esplosioni di religiosità “anomala” che si manifestano fino a tutto l’Ottocento (e oltre...) con regolare frequenza. 
L’accanimento manifestato dalle autorità costituite nei confronti di tutte le espressioni di magia (e di cultura) popolare sono però dettate anche dalla paura nei confronti del sorgere di eccessive libertà locali.
“Del resto, le streghe - secondo le parole del Gremmo (pag.307) - sono ribelli soprattutto perchè sono “reazionarie”, cioè conservatrici profonde di patrimonio e cultura tradizionali. I “progressisti”, gli “innovatori”, sono i persecutori, con la loro frenesia fanatica di affermare un ordine sociale, oltre che politico, differente da quello che le società antiche avevano alla loro base, incentrato su larghe autonomie di villaggi e “cantoni”; basato su schemi che liberavano energie più che rinchiuderle; responsabilizzava largamente i singoli, più che ingabbiarli in rigidità gerarchiche”. 
Il lavoro di Gremmo è però interessante anche per un altro motivo: la narrazione dei fatti si svolge attraverso una selva fittissima di informazioni che toccano molta parte del patrimonio culturale delle Alpi occidentali. Vi si fanno affascinanti riferimenti ad Urupa (Oropa), capitale delle libere genti della Garaldea (la preistorica patria degli uomini che vivevano nell’area compresa fra la Galizia, l’Occitania e la Padania), il cui nome deriva da Uru, Ur (= capitale) come le vicine Vi-v-irun e Pi-v-irun e come la basca Iruna. Attraverso la comune appartenenza alla Garaldea, l’autore esplora i collegamenti con la apparentemente lontana cultura basca: Ganabe in basco vuol dire Piemonte, “regione sotto le montagne”, da cui deriverebbe Ganab-èis, l’odierno Canavese. Il libro tratta poi di alcune vicende che potrebbero rientrare nel patrimonio “patriottico” della Padania: dal mito di Berta che testimonierebbe della “resistenza” dei popoli più antichi alle invasioni barbariche della valle Padana (cfr: Giovanni Antonucci, “Adversus Lombardos”, in Athenaeum, Pavia, 1927).
La grande persistenza delle rappresentazioni della vicenda dolciniana nel teatro popolare (soprattutto ottocentesco) è interpretata dal Sella come manifestazione di coscienza di un popolo colonizzato che ha in qualche modo compreso che con la sconfitta di Dolcino è stata “proibita” la creazione di una libera nazione alpina. 
Nel libro si trovano inoltre le storie della “Druida di Malciaussia”, della “Mummia di Agrano”, delle Bassure dell’Appennino ligure e di altri fatti e personaggi più o meno noti del folklore magico di casa nostra. Il maggiore merito del lavoro di Gremmo è però costituito dall’essere riuscito ad eliminare il senso di disagio che solitamente si prova nell’affrontare questo genere di argomenti, così lontani dalla comoda e rassicurante banalità della “cultura ufficiale”, e a farli diventare positivi e famigliari. E’ un coraggioso passo nella direzione giusta, è l’inizio di un processo di riscoperta di autentiche radici culturali, inverso a quello cominciato un sacco di tempo fa e che ha cercato di gabbare certe nostre tradizioni di cultura e di libertà come manifestazioni demoniache. Demoniaci sono loro.

Saturday, March 21, 2020

La sopravvivenza degli antichi dei


Jean Seznec
La sopravvivenza degli antichi dei
Saggio sul ruolo della tradizione mitologica nella cultura e nell’arte rinascimentali
Bollati Boringhieri, 1990, Torino 

Alterati nel loro aspetto tradizionale e spesso costretti a servire da  involucro di idee morali o speculative, gli antichi dei del politeismo  greco hanno continuato la loro avventura fino al Rinascimento e anzi al secolo decimosettimo, sia barocco che classico. In quest’opera;  pubblicata per la prima volta nel 1940 e divenuta in breve uno dei  classici contemporanei della storia delle idee e della cultura artistica, Jean Seznec indaga le torme specifiche di questa sopravvivenza e gli ambiti particolari in cui essa si è compiuta: i sistemi   interpretativi elaborati dagli antichi per spiegare l’origine e la natura  delle loro divinità, e assimilati dal pensiero storico ed esegetico  medievale; la tradizione iconografica, dalle miniature dei manoscritti  astronomici e astrologici illustrati fino ai monumentali cicli pittorici  che decorano le volte dei palazzi e le cupole delle cappelle; la tradizione mitogratica. dalle enciclopedie medievali fino ai grandi trattati  italiani tardo cinquecenteschi sugli dei. Cosi, nell’illuminare taluni  aspetti della fortuna della mitologia classica. Seznec mostra come  L’antichità pagana, lungi dal rinascere, nell’italia del Quattrocento,  era sopravvissuta nella cultura e nell’arte medievali. In tal senso il  Rinascimento non solo non costituisce una rottura radicale con il  passato, ma é anzi una sintesi miracolosa di forme e idee che,  seppure spesso dissociale, non erano mai scomparse del tutto.