Sunday, January 27, 2008

E Dioniso donò agli uomini l’eros e l’ebbrezza

Nonno di Panopoli
Nuove versioni italiane di un capolavoro risalente al V secolo dopo Cristo, in cui la letteratura ellenistica tocca l’apice della sensualità

E Dioniso donò agli uomini l’eros e l’ebbrezza

di GIORGIO MONTEFOSCHI

Stupore e meraviglia colmano Le Dionisiache , la sterminata opera in versi di Nonno di Panopoli, nella quale, al tramonto dell’età pagana, il poeta egiziano in lingua greca volle «mettere un po’ tutto»: il bene e il male; gli dei e i nemici degli dei; Omero ed Esiodo; Apollonio Rodio e Senofonte; le Metamorfosi e L’Antologia Palatina ; la nascita di Dioniso e l’affermazione del suo culto; il suo viaggio in Oriente per sconfiggere gli indiani, simile al viaggio di Alessandro, e la fondazione delle città; Era e Zeus; Artemide e Afrodite; Ermes e Apollo; Cadmo e Armonia; Europa e il toro; Teseo e Arianna; le ninfe e i giganti; Micene e Tebe; Atene e Nasso; le selve e i pascoli; il mare e i monti. Non c’è vicenda, umana o divina, narrata in questo straordinario poema lungo da solo come l’ Iliade e l’ Odissea (48 canti) che non cada nella luce sgomenta di una illimitata libertà. Qui, fantasia e immaginazione non conoscono confini. Tutto si trasforma in tutto: gli dei in uomini; gli uomini in animali, pietre, piante; le piante in eserciti; le ninfe in rocce, sorgenti; gli eroi in polvere; le amanti deluse in corone di stelle. I giganti sollevano montagne e le tengono in pugno, prima di scagliarle contro gli odiati dominatori dell’universo. Nel cielo, carri luminosi trascinano in corse folli lo Zodiaco, scompigliando le stagioni e il tempo, capovolgendo la notte e il giorno. Guerrieri s’innalzano a toccare con un dito la cima dell’Olimpo. Diluvi universali sommergono la terra. Sul dorso di tori luccicanti, fanciulle rapite percorrono l’azzurro Egeo. Venti impetuosi sorgono dalle caverne; mostri feroci, dai denti di un drago conficcati nel suolo. E nulla, nulla è precluso alla forza, all’ardire, alla istantaneità del volo. Qualcuno - aveva raccontato Plutarco almeno tre o quattro secoli prima - navigando al largo delle coste della Tessaglia o del Peloponneso, aveva ascoltato una voce misteriosa annunciare che gli dei erano morti, non esistevano più. Da quel momento in poi, gli uomini avrebbero dovuto abituarsi a non veder più apparire gli dei sulle rive del mare o nelle selve; a non essere accecati dalla luce o fasciati dal sonno, per accogliere indisturbati ospiti o essere trasportati altrove. Avrebbero - molto semplicemente - dovuto «fare da sé». Rinchiudersi nel recinto domestico: a sperimentare la solitudine e l’incertezza del futuro; coltivare la nostalgia e la memoria. Lo sterminato poema di Nonno, questo immenso compendio mitologico e di generi letterari ormai defunti, non ci appare forse, nel morire di un mondo, come il tentativo tragico - più tragico quanto più decadente - di fermare una morte che è già morte, ricomporre una memoria svanita, riaccendere una nostalgia che non ha più fondamento?
Certamente, il delirio erotico segna, ne Le Dionisiache , il desiderio di congiunzione con il passato sepolto. È un vero e proprio delirio che la letteratura greca - nemmeno nei frammenti lirici, nei luttuosi precipizi della colpa e del sangue - ha mai conosciuto; una fiamma che non si deve spegnere. Quando Zeus vede per la prima volta Semele, ha un trasalimento e, per scrutarla più da vicino, muta diabolicamente aspetto. Diventa un’aquila. La vergine nuota nuda nel fiume. Eccitato dal pungolo del desiderio, il padre degli dei spia i riccioli umidi sul collo, le gambe candide, i seni paragonati ad «Arceri d’Amore»: nel momento in cui si congiunge a lei sul letto, «nel nodo amoroso delle braccia», cambia di nuovo sembiante. E, prima è un toro che muggisce, perché vuole generare un figlio virile e forte; poi, si fa pantera e leone irsuto, perché vuole un figlio coraggioso; quindi, trasforma i suoi capelli in tralci di vite, perché il nascituro sarà il dio del vino; infine, si fa serpente sinuoso e con «labbra di miele» lecca lascivamente «la rosea nuca della giovane sposa», arrotolandosi sulle rotondità del petto.
Dal connubio, nasce Dioniso: il dio che farà conoscere all’umanità la follia amorosa e l’ebbrezza del vino. Da questo momento, ogni angolo della natura è percorso da un fremito misterioso. Dioniso fa la lotta con Ampelo, il giovane che ama come Achille amava Patroclo; nuota nel fiume accanto al suo corpo nudo, sfiorando i potenti muscoli delle sue braccia; morto, lo copre di fiori. Nei boschi, il pastore Inno vede comparire una meravigliosa ninfa: Nicea. Il pastore la insegue; la ninfa fugge. Fuggendo - questo capita assai spesso alle fanciulle in fuga nel Poema di Nonno - la veste si solleva mostrando le bianche cosce, le caviglie purpuree, il «giardino di rose» tra le membra di neve. I boschi ascoltano i lamenti disperati di Inno. Rispondono al suo dolore, così come parteciperanno del palpito amoroso, allorché la ninfa sarà privata da Dioniso della sua verginità nel sonno. Dioniso, infatti, l’ha vista; subito ha sentito la mente perdersi «nel dolce delirio indotto dalla punta del fuoco», e l’ha inseguita ovunque. Quindi, aiutato da Nemesi, la dea della vendetta che non tollera che l’amore non sia corrisposto, slaccia con mano delicata il velo che difende il pudore della dormiente, affinché non si svegli. Ed ecco, gli alberi, le piante, si scuotono, gioiscono: intrecciano foglia a foglia come fanno i due amanti.
Se è vero che la natura primitiva e selvaggia - con i suoi prati pieni di fiori, i suoi stagni immoti, le tenere ombre, i meriggi incandescenti - è l’alcova più propizia all’amore (sovente illanguidito dal torpore provocato da sorgenti di vino purissimo che all’improvviso sgorgano dal suolo), è altrettanto vero che non esiste luogo della terra e del cielo, non esistono circostanze che possano impedire il sorgere del fremito amoroso. Gli dei amano sulla terra, ma sciolgono i veli anche nelle dimore eterne: dove hanno specchi per riflettere il viso, profumi, preziosi unguenti per ammorbidire la pelle. Nelle battaglie più cruente, sorgono di colpo fanciulle splendide, seminude, a ferire il cuore e indebolire le membra. Se una Baccante muore, un indiano stupefatto, rischiando la morte, si ferma nella polvere dello scontro ad ammirare i seni «simili a pomi», a scrutare «la piega tra le cosce scoperte», e la tocca, vorrebbe congiungersi a lei, dopo aver baciato le fredde labbra. Dal fondo del mare, Poseidone vede il corpo nudo di Beroe (la ninfa che più tardi darà origine alla città di Beirut) e la contende a Dioniso con fiera battaglia. Infine, alla conclusione del poema, Dioniso legherà mani e piedi alla ninfa Aura, pure lei addormentata, perché dall’imeneo silente nasca il terzo Dioniso di nome Iacco; dopo se stesso, e il primo Dioniso di nome Zagreo. E mai, mai, ripetiamo, la poesia epica ha visto una tensione erotica simile a questa scorrere nei suoi versi.
Intanto, dopo la vittoriosa spedizione indiana, il mondo conosciuto è stato unificato nei culti dell’amore e del vino. Sono state fondate importanti città. Altre hanno accolto il dio: alcune festosamente; altre, come Tebe, negando la sua provenienza divina e pagando codesta negazione con la più barbara follia. Il fuoco d’amore oramai nessuno potrà distruggerlo; nessun tramonto potrà estinguerlo; chiunque saprà riconoscerlo: anche nelle città cristiane; anche dopo secoli, mille anni. Dunque, Dioniso può salire in cielo; sedersi al cospetto del padre che lo ha generato e partorito tenendolo nascosto in una coscia; e banchettare con lui, insieme a Ermes e Apollo.

dal "corriere della sera"

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