Thursday, January 31, 2008

L'arcobaleno per capire la vita

Corriere della sera, martedi , 29 agosto 1995
IDEE Si e concluso al Lingotto il convegno sui colori: dalle teorie del neurobiologo Hubel alle interpretazioni psicoanalitiche
L'arcobaleno per capire la vita
Lancaster: . Hillman:
dal nostro inviato CARLO FORMENTI
ITORINO l colore è uno dei fattori principali che stanno modificando lo «stile» delle relazioni industriali e culturali nell'epoca dell'integrazione multimediale, trasformando comportamenti sociali e gusti estetici: questo il tema di fondo del conv egno «I colori della vita», che si è svolto ieri e l'altro ieri al Lingotto. E l'ex monumento alla produzione industriale, riprogettato da Piano e attrezzato con sofisticate tecnologie di comunicazione, ha dimostrato che il «lusso cromatico» riesce a rendere appetibili anche le parole della scienza. Biologi, fisici, psicologi, architetti e designers hanno spiegato che cos'è il colore, come lo percepiamo e come influenza idee, affettività e rapporti con l'ambiente urbano e naturale. Un mondo di s ensazioni ed emozioni neutralizzato dalla freddezza dello sguardo scientifico? Al contrario: usciamo da questo convegno con la convinzione della natura eminentemente soggettiva dell'esperienza del colore. David Hubel (insignito del Nobel per le sue ricerche sulla percezione visiva) ha sottolineato che, mentre sappiamo molto della fisica del colore, ne conosciamo assai meno la biologia, e che le chiavi per comprendere la natura del fenomeno stanno soprattutto nella seconda: non soltanto per la mostruosa complessità della retina (125 milioni di coni e bastoncelli per ogni occhio) e dei recettori cerebrali ad essa collegati, ma perché la ricerca biologica (illustrata per l'occasione con alcuni paradossali effetti cromatici) dimostra che la p ercezione del colore si fonda su un sistema di relazioni spaziali e su un gioco di contrasti non meno che sull'oggettività dei fenomeni fisici. Della natura «antropomorfa e soggettiva» del colore ha parlato anche il fisico Tullio Regge: la nostra s pecie è sensibile soltanto a una ristretta banda dello spettro delle radiazioni elettromagnetiche, non tutte le persone percepiscono il colore allo stesso modo e la maggioranza degli animali non sa cosa sia il colore. Thomas Maldonado (docente di P rogettazione ambientale alla facoltà di Architettura di Milano) ha sfruttato le acquisizioni della neurobiologia e della visione artificiale per restituire qualche fondamento (se non altro psicologico) al «soggettivismo» della teoria del colore di Go ethe, storicamente soccombente nei confronti dell'«oggettivismo» newtoniano. Lo studio del percorso bidirezionale che va dall'occhio alla corteccia cerebrale e viceversa, ha spiegato Maldonado, dimostra l'insufficienza delle interpretazioni puramente fisicaliste, e gli esperimenti della realtà virtuale contribuiscono a farci comprendere come i colori siano «veri e propri costrutti virtuali del cervello». E'interessante l'ipotesi citata dall'architetto del paesaggio Michael Lancaster: è probabi le che i nostri antenati primati, vivendo sugli alberi, abbiano selezionato una visione del colore simile a quella degli uccelli, con i quali condividevano la stessa nicchia ecologica e la necessità di distinguere piccole aree di colore brillante sul lo sfondo verde predominante. Ancora più stimolante è il riferimento di Lancaster alla «Babele cromatica» in cui ci ha immerso la civiltà moderna: sintetizzando artificialmente migliaia di colori, ci siamo allontanati dalle nostre radici biologiche; presto dovremo renderci conto del fatto che, per «usare» correttamente il colore, occorrerà sacrificare il gusto soggettivo a un sistema archetipico di relazioni cromatiche. Insomma: è vero che il colore è un fenomeno con forti componenti soggettiv e, ma si tratta della soggettività della specie, ancorata a irriducibili standard biologici, non della Babele delle preferenze individuali. Un «avvertimento» che - pur sostenuto da diversi argomenti - è risuonato anche nelle parole di James Hillman : se qualcuno si aspettava dal noto psicoanalista americano un'apologia delle ragioni della psiche individuale contro l'oggettività scientifica, o una celebrazione del gusto post-moderno per i colori, sarà rimasto deluso. Afuria di sentirsi present are come il «continuatore dell'opera di Jung», Hillman ha finito per assomigliare vagamente al maestro, per lo meno nella figura severa e asciutta, nella testa da rapace, sormontata dai corti capelli bianchi e armata di austeri occhialini rotondi. Gl i occhi del pubblico erano forse calamitati dalla sua immagine virtuale, proiettata su uno schermo gigante, più che dalla sua presenza reale, ma le orecchie ascoltavano parole che difendevano piuttosto le ragioni del reale contro l'affascinazione del le immagini. Il colore, ha detto Hillman, non è soltanto luce, fenomeno fisico, né è soltanto percezione soggettiva, riflesso biologico o simbolo psicologico: il colore ha a che fare col mondo stesso, in un certo senso è il mondo stesso, è il modo in cui la realtà del mondo si mostra, forma visibile dei principi che operano in esso. Ma, per illustrare questa idea «archetipica» del colore, Hillman ha scelto provocatoriamente il «colore del non colore», ha parlato cioè del nero, della privazione totale della luce. Il nero nel gioco delle contrapposizioni simboliche ha la positività del bianco, cifra negativa del diavolo, della morte, della depressione, del lutto, della mancanza. Il nero come simbolo della differenza biologica e del razzismo , il nero come provocatorio emblema di rivolta di adolescenti, ribelli, pirati, anarchici, satanisti. Forse, ha detto Hillman, la predilezione umana per la luce nasce dalla nostra identificazione con la coscienza, dal rifiuto dell'oscurità dell'inc onscio, dal timore per la minaccia della dissoluzione dell'identità cosciente. Ma se non ha senso, ha aggiunto, rovesciare questa visione unilaterale attraverso una simmetrica apologia della «nerezza», resta il fatto che l'uomo moderno ha molto da im parare dal modo in cui l'alchimia rinascimentale riusciva ancora a fare i conti con la «nigredo»: la manipolazione alchemica del nero esprimeva la consapevolezza della corrispondenza fra il colore come oggettività del mondo e il colore come espressio ne dell'esperienza interiore, la consapevolezza d'un rapporto che non metteva uomo e ambiente naturale in opposizione antagonistica. Gli alchimisti sapevano che, senza passare attraverso la potenza negativa del nero, senza accettare la sua forza de costruttiva, non era possibile operare alcun cambiamento. A noi tocca imparare che il nero «rimosso» torna come crimine, razzismo, violenza, malattia mentale, depressione: «L'inclusione del nero fra i colori - ha concluso Hillman - è la via attravers o cui la coscienza occidentale può spezzare il fondamentalismo delle sue ingenue illusioni colorate».

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