Friday, January 18, 2008

IL PAGANESIMO IN H.P.LOVECRAFT

IL PAGANESIMO IN H.P.LOVECRAFT

Continuando nella storia dei rapporti fra Paganesimo e letteratura fantastica, non poteva non spiccare il nome dell'americano Howard Philip Lovecraft (1890-1937). Questi è, per certi aspetti, su una linea di continuità con Arthur Machen, al quale spesso si è ispirato nei temi dei suoi racconti dell'orrore, con la differenza che mentre Machen si considerava ancora cristiano, Lovecraft aderì completamente al Paganesimo fin dalla giovinezza. Per citare un aneddoto ad hoc, basterà ricordare che, da ragazzo, nel suo paese natale, il Rhode Island, Lovecraft aveva consacrato un piccolo santuario a Pan sulla riva di un fiume.

In particolare, sentiva tutto il fascino delle antiche civiltà mediterranee, come dimostrano alcuni dei suoi racconti. Ma si sentiva molto legato anche alle sue antiche origini britanniche e, di conseguenza, alle antiche tradizioni celtiche che hanno contribuito a formare l'atmosfera di magia e di mistero di tante sue opere.

L'originalità e la particolarità dei suoi racconti a tema politeistico, non stanno però nel suo interesse per le tradizioni antiche, quanto piuttosto nell'idea, assolutamente nuova e dovuta al suo interesse per le vastità cosmiche che la scienza cominciava allora ad esplorare, che oltre agli Dei delle antiche mitologie, cioè gli Dei più vicini all'uomo e alla vita della Terra, esistessero altre divinità che risiedevano nell'Altrove, negli abissi cosmici che circondano il nostro pianeta, e di cui noi non sappiamo nulla, perché sono per noi inimmaginabili e totalmente estranei alla condizione umana, e che potrebbero esserci ostili.

Nei racconti di Lovecraft è trasfusa tutta l'angoscia ed il terrore per questa possibilità, descritta e riaffermata quasi ossessivamente, e di fronte a cui spesso non viene data nessuna via di scampo. Infatti, per Lovecraft sono gli abissi cosmici la vera realtà suprema, non il nostro piccolo e debole pianeta, e gli orribili Dei cosmici con cui non è possibile nessun contatto e nessuna tregua, sono i Signori assoluti di tutto. Per Lovecraft è l'Oscurità cosmica il vero senso di tutto, e la Luce è solo la maschera pietosa che gli uomini sovrappongono alla realtà per non impazzire d'orrore e di solitudine.

Il politeismo di Lovecraft è quindi, potremmo dire, un politeismo negativo, demoniaco, nichilistico, anche se, a una lettura attenta, vi si possono trovare degli sprazzi di luce, la possibilità di una "salvezza" data all'uomo ispirato, tra l'altro proprio attraverso qualcuna di queste oscure divinità che, a volte, si possono dimostrare amiche dell'uomo, per quanto aliene e incomprensibili possano essere.

Le notti di Lovecraft, fin dalla sua tormentata infanzia, furono popolate da sogni meravigliosi su regni incantati e magici e da incubi spaventosi su antiche e colossali rovine in altipiani deserti e su mostruose creature dell'Altrove.

Tali sogni influenzarono poi profondamente la sua produzione letteraria. Sembra che lo scrittore vivesse con tale intensità queste visioni notturne, da considerarle delle esperienze reali in una dimensione parallela a quella della veglia. Infatti molti personaggi lovecraftiani vivono le loro avventure sognandole.

Emblematico è a questo proposito uno dei suoi primi racconti: Oltre il muro del sonno, dove si parla di un povero contadino psicopatico delle montagne americane, il quale, durante i suoi sogni, diventa una sorta di spirito celeste, una divinità cosmica che è stata esiliata e imprigionata nel corpo di un essere umano. In questo racconto, Lovecraft riafferma le antiche dottrine orfiche: ognuno ha dentro di sé un daimon, un Dio di ordine minore, che in origine è stato esiliato sulla Terra per una colpa, che deve scontare attraverso successive reincarnazioni, e che gode di libertà solo nel momento del sonno, quando il corpo è inerte.

Lovecraft immagina invece che il misterioso Dio umano sia stato esiliato da un suo ancor più misterioso nemico, che risiederebbe dalle parti di Algol, stella il cui nome, che deriva dall'arabo, ha un significato demoniaco: al ghul, "il Demone" o "l'Orco". Alla fine l'essere divino riuscirà a liberarsi dalla sua prigione corporea e a vendicarsi: una supernova brillerà nei cieli della Terra vicino ad Algol, pochi giorni dopo, segno della compiuta vendetta celeste.

Molti dei racconti di Lovecraft sono collegati fra di loro, anche se si possono leggere singolarmente, nel senso che sono ambientati in un solo universo immaginario, con una sua precisa storia, geografia e cultura. Essi sono stati denominati Il ciclo di Cthulhu, prendendo nome da una delle divinità oscure inventate da Lovecraft.

Le divinità cosmiche descritte da Lovecraft sembrano a volte essere la reinterpretazione di Dei di culture più antiche di quella classica greco-romana, e sembrano ispirarsi a quelle egizie e del Medio Oriente.

Per esempio, Tiamat, la Dea Madre dei miti babilonesi, informe e mostruosa divinità primigenia dell'Abisso di acque da cui è nato l'universo, selvaggia e crudele, è il miglior archetipo degli oscuri Dei cosmici inventati da Lovecraft.

Forse anche le divinità precolombiane, con le loro figure mostruose e con i loro riti sanguinari, sono stati un buon materiale d'ispirazione per Lovecraft, come dimostrerebbero certi racconti come Xinaian, di cui parlerò più avanti, e Il boia elettrico, in cui si parla di uno strano personaggio, Fendon, inventore di un tipo particolare di sedia elettrica, il "boia elettrico" appunto, e che è dedito al culto degli antichi Dei aztechi come Uitzilopotchli e Quetzalcoatl, a cui dedica sacrifici umani.

Il pantheon di Lovecraft è quasi del tutto inventato, a parte il Dio-pesce dei Cananei, Dagon, ed il Dio britannico delle acque, Nodens. Tuttavia, come in Tolkien, le divinità inventate da Lovecraft possono avere una parentela con figure mitologiche tradizionali.

Questi Dei vengono genericamente denominati Antichi, perché hanno governato sulla Terra prima della comparsa dell'uomo, penetrando dallo spazio esterno. Il loro aspetto, a parte quello di Cthulhu, non viene mai descritto appieno, in quanto la loro natura è così aliena da essere indescrivibile con parole umane.

Il più antico di tutti gli Dei è Azathoth, il demone-sultano, il Signore di tutte le cose, di cui si parla nel racconto L'abitatore del buio. Azathoth risiede al centro dell'universo fin dalle sue origini, è «il dio cieco e idiota che gorgoglia blasfemità al centro dell'universo», eternamente cullato da una danza di Dei-demoni altrettanto stupidi, che girano attorno a lui mossi da una musica primordiale, in un girotondo meccanico e insensato. Azathoth è, in pratica, il simbolo dell'insensatezza dell'universo, vero simbolo dell'estremo pessimismo di Lovecraft.

Il nome di Azathoth sembra derivare dall'unione di quello di Azazel, il principe degli Angeli ribelli di cui si parla nel Libro di Enoch, testo apocrifo della tradizione antica ebraica, e quello di Thoth, Dio egiziano del calendario, l'Ermete Trismegisto della tradizione gnostica antica, guardiano della porta dell'Aldilà.

Al nome di Thoth richiama un'altra divinità lovecraftiana, di cui si parla o si accenna in parecchi racconti: Yog-Sothoth, "l'Uno-in-Tutto" e "il Tutto-in Uno", così chiamato perché ha il potere di essere contiguo a ogni tempo e ogni spazio. Lo si può definire l'opposto di Azathoth, perchè mentre questi è la personificazione del Caos e dell'insensatezza, Yog-Sothoth è l'amministratore ed il garante eterno di un Ordine universale misterioso e incomprensibile per l'uomo, e non meno spaventoso del Caos di Azathoth. Egli è il Guardiano della Soglia che permette di accedere ai misteri di tutto l'universo, visibile e invisibile. La sua importanza è superiore a quella di tutti gli altri nell'universo di Lovecraft, il suo nome è quello che più di tutti gli altri Dei sembra avere un potere magico, risolutivo.

Nel racconto L'orrore di Dunwich Yog-Sothoth non compare direttamente, ma la sua terribile presenza, che rimane dietro le quinte, verrà rivelata alla fine del racconto. In esso si narra di uno squallido e miserabile villaggio americano, Dunwich, presso cui si trovano dei misteriosi megaliti, in un luogo chiamato Sentinel Hill, straordinariamente simili a quelli che si trovano in Europa, tanto che si sospetta che siano antichi templi di Druidi emigrati in America.

Vicino a Sentinel Hill vive una strana famiglia, gli Watheley, composta da un vecchio stregone, e dalla sua unica figlia, una minorata mentale di nome Lavinia, la quale dà alla luce un bambino di padre sconosciuto, Wilbur, nato la notte della Candelora, che, come si sa, in origine era una festa pagana.

Paurosi eventi segnano la sua nascita e la sua crescita, che avviene in modo inumano, rapidissimo, mentre il suo volto assume sempre più tratti caprini, da fauno.

In seguito il vecchio stregone muore lasciando i suoi poteri in eredità al nipote, per poter compiere una misteriosa missione legata alla sua nascita. Le sue ultime parole sul letto sono un ammonimento e una minaccia: afferma che Yog-Sothoth è il Guardiano della Soglia e solo lui sa come e quando gli Antichi potranno tornare sulla Terra dal loro regno invisibile, perciò è Lui che il nipote Wilbur deve evocare con un rito magico.

Wilbur cerca così d'impossessarsi del Necronomicon, un libro di magia che contiene le formule d'evocazione degli antichi Dei cosmici che dominavano la Terra prima della nascita dell'uomo, custodito nella biblioteca universitaria di Arkham, ma viene ucciso dal cane messo a guardia della biblioteca.

Di fronte alla gente accorsa a vedere l'accaduto, si presenta una scena incredibile: il corpo di Wilbur giace sul pavimento, agonizzante, con gli abiti lacerati dal cane, che rivelano il suo vero aspetto, prima sempre accuratamente nascosto; mentre la parte superiore del giovane è umana, quella inferiore è un caos di forme assurde che sfidano ogni legge naturale, e che fanno pensare vagamente all'aspetto di un fauno, mescolato alle forme di tutti gli stadi evolutivi: molluschi, rettili e mammiferi.

Lovecraft fa capire che dietro i miti di Pan, dei Satiri, dei Fauni e dei Sileni si nasconde una realtà molto più terrificante, indescrivibile per gli antichi Greci, e che solo noi moderni possiamo sperare di comprendere nella sua cosmica vastità.

Dopo la morte di Wilbur, un mostro invisibile comincia ad aggirarsi per le campagne di Dunwich, fino a quando non viene fermato, con gli stessi incantesimi degli Whateley, da alcuni dei professori dell'università di Arkham, i quali avevano scoperto tutta la verità sulla famiglia di stregoni: essi volevano evocare gli Dei Antichi per ripristinarne il dominio; Wilbur aveva avuto un fratello gemello che però assomigliava quasi completamente al padre, e che prima era sempre stato tenuto a bada dai familiari, che ora erano tutti morti.

Alla fine, i professori riescono, con la magia, a respingere il mostro nella dimensione dove vivono i Grandi Antichi, ma prima di andarsene l'essere diventa visibile per un attimo, mentre invoca il nome di suo padre: Yog-Sothoth.

Il suo corpo è gorgonico, primordiale, una sorta di ovoide gelatinoso con enormi zampe e pieno di tentacoli a ventosa e occhi che guardano in tutte le direzioni, simbolo di conoscenza illimitata. E in cima, un'enorme testa umana: forse una paurosa parodia orrorifica di un centauro?

In questo racconto si notano parecchie somiglianze, e persino espliciti riferimenti, con Il Gran Dio Pan di Arthur Machen. Il personaggio di Wilbur Whateley è fratello di quello di Helen Vaughan, la terribile figlia di Pan di cui Machen narra nel suo racconto. Si ricordi poi che Yog-Sothoth porta il titolo di "Uno-in-Tutto", ed in greco il nome Pan vuol dire appunto "Tutto".

Ma il racconto che rivela la vera natura di Yog-Sothoth, il suo significato metafisico, è Attraverso la porta delle chiavi d'argento, dove il protagonista Randolph Carter, che adombra la figura dello stesso Lovecraft, intraprende un viaggio spaziotemporale per incontrare gli Antichi, e dapprima incontra un'entità di nome Umr-at-Tawil, che regna nel remoto passato della Terra, quando ancora vi vivevano gli Antichi, e che diventa la sua guida iniziale nel suo viaggio, per poi essere sostituito dal più grande Yog-Sothoth.

In questo racconto gli Antichi vengono descritti in modo più positivo, essi non sono crudeli né spietati, sono semplicemente indifferenti, persi nei loro cosmici sogni e in una divina serenità che considera irrilevante l'umanità esattamente come noi considereremmo irrilevante un formicaio.

In questo racconto dell'ultimo periodo letterario di Lovecraft, il mistero cosmico si fa meno indefinito, e viene parzialmente rivelato. Quando Randolph Carter si trova al cospetto di Yog-Sothoth, questi gli chiede di superare i suoi limiti umani, e gli concede di varcare l'ultima Soglia, quella che dà l'accesso alla verità ultima, eterna, e in essa Randolph Carter scopre che il mondo come noi lo conosciamo è un'illusione: il tempo non esiste e tutto è eterno, poiché presente, passato e futuro coesistono eternamente insieme, e anche gli esseri umani e tutti gli altri esseri viventi non sono ciò che sembrano essere. Ogni creatura fa parte di un essere più grande, di cui non è generalmente consapevole perché fa parte di un piano dimensionale più alto.

Esattamente come un quadrato, se avesse coscienza, non potrebbe rendersi conto di essere il lato di un cubo e sarebbe convinto di essere un individuo autonomo.

Ogni essere è quindi parte di un Archetipo multidimensionale che si estende all'infinito nel tempo e nello spazio. Quella che noi chiamiamo dimensione "spirituale" dell'Essere è in realtà qualcosa di più fisico e concreto dello stesso mondo fisico, e perciò praticamente incomprensibile agli esseri a sole quattro dimensioni come noi.

Questa geniale concezione filosofica, che unisce il Neoplatonismo alla cosmologia moderna, in cui Lovecraft riesce a risolvere e superare l'eccessivo spiritualismo delle dottrine platoniche, e arrivando persino ad anticipare la filosofia di Severino sull'eternità del Tutto, nel contesto della narrazione di un viaggio iniziatico, appare come il prodotto di una mente che segue i binari del pensiero esoterico, senza però volersi legare ad alcuna tradizione specifica, sembra.

Randolph Carter contempla con sconcerto ed orrore la vera natura di se stesso in una visione donatagli da Yog-Sothoth: esistono, sparsi nell'infinito e nell'eternità, innumerevoli alter ego di Randolph Carter, che tutti insieme fanno parte di un grande Archetipo divino ed eterno, lui solo consapevole di queste sue innumerevoli esistenze parziali. E alla fine, arriva la rivelazione suprema, sconcertante: l'Archetipo di Randolph Carter, che è anche quello supremo fra tutti gli Dei-Archetipi, è lo stesso Yog-Sothoth, che è l'Archetipo

di tutti i poeti, i maghi, i mistici e gli artisti di tutta la storia dell'universo intero. Yog-Sothoth, in pratica, è il Dio di tutti coloro che sono stati capaci di guardare al di là del proprio mondo, di varcare la Soglia dell'ignoto.

Un'altra divinità, parente prossima di Yog-Sothoth, ma decisamente negativa, è il Grande Cthulhu, il cui nome forse deriva da quello del Dio egiziano Khnumu, creatore dell'umanità.

Il racconto in cui compare per la prima volta è Il richiamo di Cthulhu, ma di lui si parlerà in molti altri racconti, anche se non come protagonista. Cthulhu è un essere gigantesco a forma di piovra, giunto sulla Terra nella più lontana preistoria, assieme alla sua mostruosa progenie, provenienti da un altro cosmo, governato da leggi naturali diverse da quelle del nostro. Cthulhu avrebbe creato l'umanità o, secondo versioni narrate in altri racconti, l'avrebbe portata da un altro pianeta, e sarebbe perciò la prima divinità adorata dagli uomini. Egli dorme, immortale, sul fondo del Pacifico, fra le rovine della città sommersa di R'lyeh, da quando il suo regno sprofondò nell'oceano.

Dopo la sua scomparsa, l'umanità continua a ricordarlo e a comunicare con lui attraverso sogni telepatici, e alcuni di questi visionari praticano un culto segreto che attende il giorno del risveglio di Cthulhu e della restaurazione del suo regno, un regno di malvagità, in cui l'uomo diventerà come i Grandi Antichi, privo di ogni norma morale e assetato solo di piacere e violenza.

Cthulhu è quindi un Dio messaggero di una dottrina di violenza e di caos. Ne Il risveglio di Cthulhu il culto di questo Dio viene descritto come costituito da riti orgiastici e folli, che richiedono sacrifici umani.

Cthulhu e la sua progenie però, anche se inizialmente vengono classificati come facenti parte degli Antichi, non ne sono che dei lontani parenti, come viene poi affermato in altri racconti. Infatti gli Antichi rimangono invisibili e non vengono mai pienamente descritti da Lovecraft, a differenza di Cthulhu, che forse è stato ispirato dai malvagi Marziani della Guerra dei Mondi di H.G.Wells, gigantesche piovre crudeli ma intelligentissime e telepatiche.

C'è poi Nyarlathotep, soprannominato "il caos strisciante", il cui vero aspetto è totalmente sconosciuto, ma che un tempo si manifestò in forma umana nell'antico Egitto. E' il più malvagio di tutti: in esso, a differenza che in altri Dei di Lovecraft, spesso ambigui, non brilla nessun aspetto positivo, e inoltre si dimostra particolarmente crudele e ingannatore. Sarà infatti lui che, in un lontano futuro, segnerà forse la fine dell'umanità sulla Terra, come viene descritto nel racconto onirico Nyarlathotep.

Nyarlathotep compare anche nel romanzo breve Alla ricerca del misterioso Kadath, opera altrettanto onirica e favolistica, il cui protagonista è ancora Randolph Carter, il quale parte per un viaggio nella terra dei sogni, precedentemente al suo incontro con Yog-Sothoth.

La terra dei sogni, come già accennato, viene descritta da Lovecraft come una dimensione reale, esistente accanto alla nostra e che noi possiamo visitare solo durante il sonno, o nella quale possiamo entrare definitivamente dopo la morte del corpo terreno, come capita al re Kuranes, protagonista del racconto Celephaïs.

Randolph Carter cerca nel sogno "la città del tramonto", regno da lui creato nel sogno e poi perduto, poiché la via verso di essa è ostacolata dagli Dei della Terra, detti anche "i Signori", che abitano sul misterioso monte polare Kadath. Gli Dei della Terra sono esseri antropomorfi, ben diversi da divinità come Cthulhu e Azathoth; essi non compaiono mai direttamente nel romanzo, rimangono misteriosi e sfuggenti come un sogno, ma Lovecraft ce ne descrive l'aspetto attraverso l'immagine del loro volto scolpito nella roccia di una montagna, con toni decisamente mistici.

Essi sono la rappresentazione onirica degli Dei olimpici che tanto avevano affascinato Lovecraft da giovane e che avevano ispirato i suoi primi racconti.

Questi Dei della Terra sono contrapposti agli Altri Dei, divinità più potenti di loro, non antropomorfe e che vivono nello spazio esterno. Non è ben chiaro se gli Altri Dei debbano essere identificati o meno con gli Antichi, ma nel romanzo viene rivelato che essi sono i danzatori amorfi e stupidi che circondano Azathoth, il demone-sultano, nel vuoto centrale.

Gli Dei della Terra, per quanto potenti e magnifici, sono solo marionette in mano a terribili divinità cosmiche affini a Cthulhu, e il cui luogotenente sulla Terra è il perfido Nyarlathotep, "messaggero degli Altri Dei e loro anima", che alla fine del romanzo appare a Randolph Carter sulla cima del monte Kadath, sotto forma di principe egizio, per cercare di ingannarlo e farlo perdere nel vuoto con l'orribile visione degli Altri Dei.

Carter verrà salvato all'ultimo momento da Nodens, il Dio del Grande Abisso che protegge i sognatori, e potrà risvegliarsi nella sua casa, sano e salvo.

Non altrettanto fortunato è il personaggio di Barzai, nel racconto Gli Altri Dei, sacerdote-mago che nei tempi remoti aveva scalato il monte Hatheg-Kla per poter vedere gli Dei della Terra - che detestano farsi vedere dai mortali - danzare alla luna piena. Barzai riesce a vederli, ma ne viene punito, perché appaiono gli Altri Dei che lo fanno precipitare nell'Abisso cosmico per la sua presunzione.

Lovecraft sembrava molto attratto dagli abissi marini e infatti molti suoi racconti parlano di divinità che vivono nel mare. Nodens, per esempio, è un Dio acqueo, signore dell'Abisso, pare che in Britannia fosse un Dio delle fonti termali, e quindi legato anche al sottosuolo, e compare assieme a Poseidone, Dio di Atlantide, nel racconto La casa misteriosa lassù nella nebbia, nel ruolo di guida magica verso regni ignoti, al pari di Yog-Sothoth.

Dagon, il Dio-pesce dei Filistei, compare direttamente una sola volta nel racconto che porta il suo nome: Dagon, appunto, dove viene descritto come immenso mostro marino che adora a sua volta un misterioso monolito sorto dalle acque del Pacifico, mentre la sua mostruosa progenie marina è protagonista nel racconto La maschera di Innsmouth, dove un giovane alla ricerca delle proprie origini scopre l'esistenza di un popolo di esseri umanoidi anfibi immortali, sorta di mostruosi uomini-rana che vivono in tutti i mari del mondo, i figli divini di Dagon, che hanno l'abitudine di unirsi a quegli esseri umani che sono diventati loro adoratori, organizzati in una vasta setta, chiamata "Ordine Esoterico di Dagon", che ha la sua sede nella cittadina di Innsmouth. Essi generano così degli ibridi che nascono in forma umana, ma che, una volta adulti, diventano anch'essi uomini-rana immortali. Il protagonista scoprirà con orrore di essere anch'egli uno di questi ibridi, ma alla fine accetterà il proprio destino, e si unirà ai suoi fratelli in fondo all'oceano.

É un racconto apparentemente paradossale: l'acquisizione della divinità passa attraverso una mostruosa metamorfosi e la totale perdita della propria umanità, conseguenza più logica dell'"antiantropomorfismo" divino che pervade tanti racconti di Lovecraft.

Nel racconto Il Tempio, invece, si nota l'attrazione di Lovecraft per l'antico mondo greco-romano, la sua religione ed i suoi miti. Nel racconto, l'equipaggio di un sottomarino tedesco della Prima Guerra Mondiale, comandata da un ufficiale fanatico, scopre un piccolo busto di una misteriosa divinità solare greca, stretta nella mano di un marinaio annegato. Il misterioso amuleto spinge alla follia e al terrore l'equipaggio, che viene poi sterminato dal suo comandante, il quale rifiuta di cedere alla malìa del Dio sconosciuto, fino a quando il sottomarino s'incaglia fra le gigantesche rovine di una città sommersa nell'Atlantico, di fronte ad un tempio-caverna da cui promana una luce spettrale, mentre si ode un coro che canta: è il Dio del sole di Atlantide che, come una sirena invisibile, chiama il comandante tedesco come ha chiamato tanti altri naviganti prima di lui. Prima di cedere al canto ed entrare nel tempio, il comandante affida il resoconto della vicenda ad una bottiglia lanciata all'esterno.

Il Dio Yig invece è un Dio legato alla terra, infatti è il Dio Serpente di certe tribù di pellerossa nei deserti americani, ma non sono riuscito a sapere se si tratta di una pura invenzione di Lovecraft o se corrisponde a credenze realmente esistenti fra gli Amerindi.

Esso comunque viene associato da Lovecraft al precolombiano Quetzalcoatl, il mitico Serpente Piumato, il quale però è una divinità celeste.

Nel lungo racconto Xinaian, uno dei più orrorifici racconti di Lovecraft, Yig è adorato assieme a Cthulhu da un popolo di esseri umani semidivini che vivono nel mondo sotterraneo di Xinaian o K'Nyan, eternamente illuminato da una misteriosa luce azzurra, creature immortali e telepatiche in grado di smaterializzarsi a piacimento e di proiettare a distanza i propri pensieri. I semidei di Xinaian sembrano essere stati ispirati dalle leggende sui mondi sotterranei di Agarthi e Shambala che a quel tempo circolavano soprattutto in America, e che hanno poi creato una vastissima mitologia esoterico-fantascientifica.

In un altro racconto, invece, il Dio Serpente fa cadere la propria maledizione su di una donna che aveva ucciso una cucciolata di serpenti a sonagli, facendole uccidere il marito e generando in lei una progenie di uomini-serpenti.

Un'altra divinità di cui si accenna nei racconti lovecraftiani, è il Dio Tsathoggua, che viene descritto come "nero e informe" o con una forma di rospo.

Esso appare come Dio oscuro del regno di N'Kai, regno sotterraneo immerso nelle tenebre eterne, al di sotto di Xinaian, e sembra collegato al regno di Dagon e della sua progenie immortale.

Nel racconto Dagli abissi del tempo si parla invece di un Dio che pare ispirato al mito della Gorgone. Una nave trova un'isola sconosciuta nel Pacifico, che pare essere appena emersa dall'oceano, ma in cui i marinai scoprono un tempio sotterraneo antichissimo, sul cui pavimento c'è una grande botola sigillata che non riescono ad aprire. In un angolo della sala del tempio trovano anche qualcosa che sembra una mummia, il corpo di un uomo preistorico misteriosamente pietrificato, il volto ed il corpo contratti in un'espressione di paura e sofferenza estreme.

La nave porta con sé la mummia, che viene esposta in un museo americano, mentre l'isola misteriosa scompare nuovamente fra i flutti. Attorno alla mummia cominciano a formarsi strane leggende, maghi ed esoteristi vengono da tutti i paesi della Terra per poterla vedere.

Tali leggende, tramandate da sette esoteriche, affermano che la mummia proviene dal continente di Mu, scomparso nel Pacifico nella preistoria, e che il tempio subacqueo appartiene al Dio Ghatanothoa, venuto sulla Terra assieme agli Antichi, il quale era un essere che viveva nel sottosuolo, così orribile che qualsiasi uomo l'avesse visto in faccia sarebbe stato trasformato in pietra, senza però morire, ma rimanendo in una sorta di animazione sospesa, in cui il cervello rimaneva cosciente, fissato per sempre sull'orribile immagine di Ghatanothoa.

La mummia sarebbe in realtà il corpo del mitico T'yog, sacerdote-mago della Dea Madre Shub-Niggurath, che aveva cercato di vincere con un incantesimo lo spaventoso potere del Dio-mostro, fallendo miseramente. Una setta di maghi esoteristi vuole però risvegliare T'yog per poter acquisire la sua conoscenza magica, e alcuni maghi penetrano nel museo di notte. T'yog, sotto l'influenza dell'incantesimo che deve risvegliarlo, riapre gli occhi, ma nelle sue pupille è rimasta incisa l'ultima immagine che ha visto prima di chiuderli, e i maghi vengono a loro volta pietrificati dal suo sguardo.

Più di tutti gli altri, questo racconto mostra come Lovecraft fosse pervaso da una sorta di horror sacri, sentimento comune agli antichi Romani: la divinità è qualcosa da cui tenersi lontani, da non guardare. Non c'è nulla di beatifico nella visione degli Dei, ma solo di disumanizzante. Vedere gli Dei cosmici, entrare in contatto con loro, per Lovecraft significa inevitabilmente diventare un po' come loro, e ciò è male, perché gli uomini devono rimanere uomini e non avventurarsi troppo lontano dal loro mondo mortale. Eppure, è proprio questo viaggio verso l'Ignoto in compagnia degli Antichi, che Lovecraft desidera, per quanto ne sia spaventato, e il racconto Attraverso la porta delle chiavi d'argento ne è la dimostrazione.

Nel romanzo Le montagne della follia, non si parla esplicitamente di alcuna divinità, se non qualche accenno a Cthulhu, eppure tutto il romanzo ruota attorno ad un mistero cosmico che è direttamente legato al senso ultimo del pantheon pauroso inventato da Lovercraft.

L'opera, ispirata dal romanzo di Poe, Il viaggio di Arthur Gordon Pym, di cui ne è in certo modo la continuazione, narra della scoperta di un favoloso regno perduto nell'Antartide, dove sorge una città abbandonata costruita dagli Antichi, qui descritti come creature aliene, completamente diverse dall'uomo, e che pure hanno un'anima che si avvicina all'uomo, e che hanno portato la vita sulla Terra in origine, guidandone l'evoluzione.

Poiché si tratta di esseri mortali, fatti della nostra stessa sostanza fisica, si può supporre che non si tratti degli stessi Antichi si cui si parla in altri racconti. Anzi, è probabile che "Antichi" fosse un termine generico che usava Lovecraft per indicare, di volta in volta, esseri molto diversi fra di loro.

C'è da notare però che questi Antichi antartici avevano una testa a forma di stella a cinque punte, forma che ripetevano ossessivamente in tutta la loro arte e architettura. Il loro simbolo quindi era il Pentacolo, il simbolo magico per eccellenza. Essi sono comunque delle creature "magiche".

Oltre quella città sorge una misteriosa, altissima catena di montagne, che gli esploratori si convincono essere il mitico Kadath, la Montagna Polare sede degli Dei della Terra. Ma su di esse risiede un mistero così spaventoso, che persino gli Antichi non avevano osato avvicinarsi e si erano limitati a rivolgere loro delle preghiere a distanza.

Gli esploratori però non potranno svelare tutto il mistero perché dovranno fuggire dagli orrendi Shoggoth, che popolano un mondo sotterraneo sotto la città (il tenebroso N'Kai, sembra), creature metamorfiche frutto degli esperimenti d'ingegneria genetica degli Antichi, prima loro schiavi e ora alleati degli Dei Tsathoggua, Dagon e della sua progenie.

Fuggendo dalla città maledetta, uno di loro avrà una visione, una specie di miraggio a distanza, che gli rivela cosa alberga sulle Montagne della Follia, il vero Kadath, impazzendo. Nel delirio, pronuncerà il nome di Yog-Sothoth, il Guardiano della Soglia, assieme ad altri nomi esoterici, ma il mistero rimane totale, insvelato, lo stesso mistero finale che neanche Poe aveva voluto svelare nel finale del suo romanzo, e che ha lo stesso fascino esoterico dei misteri lovecraftiani.

Il terrore che pervade i racconti di Lovecraft, ormai è dimostrato dalla critica, è il terrore di perdere la propria identità, e il terrore massimo è che l'universo sia dominato da Dei ignoti che rifiutano e annientano l'identità umana. Nei racconti di Lovecraft non è quasi mai la sopravvivenza fisica dell'umanità ad essere in pericolo, gli Dei Antichi non vogliono sterminarci, ma vogliono toglierci la nostra natura di uomini, renderci simili a loro, ugualmente "mostruosi", secondo il metro umano.

Tuttavia lo stesso Lovecraft sembra essere arrivato a considerare gli aspetti positivi di una possibile trasformazione dell'uomo, come dimostrerebbe

Attraverso la porta delle chiavi d'argento, che è uno dei suoi ultimi racconti, in cui Randolph Carter è inizialmente inorridito dalla perdita d'identità che prova nello scoprire i suoi alter-ego, ma poi arriva ad accettare questa verità quando si rende conto di essere parte di un essere divino che è l'Uno-in-Tutto ed il Tutto-in-Uno.

Simili incubi sono stati suggeriti dal carattere disumanizzante della moderna civiltà tecnologica e dallo stravolgimento dei modi di vita tradizionali americani, che Lovecraft disapprovava profondamente. Non bisogna pensare però che lo scrittore, per quanto tradizionalista e decisamente xenofobo, fosse semplicemente un reazionario: il tipo di amicizie, che aveva, fra cui si contano ebrei e omosessuali, smentisce un giudizio così sbrigativo.

Semplicemente, Lovecraft intuiva che la progressiva meccanizzazione della vita umana, le conquiste scientifiche ed il caos delle megalopoli moderne, che Lovecraft odiava, avrebbero portato solo infelicità e alienazione all'umanità, eliminando il lato poetico ed estetico della vita.

C'è però un racconto in cui questo orrore per la vita delle grandi città assume toni razzistici, e in cui il pagano Lovecraft arriva ad assumere toni cristiani nel giudicare certi culti politeistici importati dall'Asia, esso è Orrore a Red Hook, dove si narra di un poliziotto, Malone, che investiga sulla diffusione delle sette pagane in un quartiere di New York pieno d'immigrati asiatici, Red Hook, appunto. La religione di questi immigrati, viene descritta negativamente, come "culti demoniaci", con alcuni dei peggiori pregiudizi dell'epoca sugli Yezidi dell'Asia Centrale, definiti ancora "adoratori del diavolo", e con l'idea, tipica degli Inquisitori, che i culti della Grande Madre e del Dio Cornuto praticati dalle streghe europee coincidano con la magia nera. Il racconto avrebbe potuto essere stato scritto da un membro di un'associazione di lotta alle sette religiose, e, in effetti, non è uno dei suoi racconti migliori.

Probabilmente anche Lovecraft aveva i suoi dubbi e le sue ambiguità. Forse il suo paganesimo non riusciva ad essere pieno, perché la sua personalità era ancora troppo legata alle tradizioni puritane del suo paese, così che non riusciva a superare i modelli classici delle divinità olimpiche, fin troppo serene e luminose. In pratica, gli andavano bene Zeus, Apollo e le Muse, ma aveva paura di abbandonarsi a Dioniso, Ecate e Pan.

Se si leggono cronologicamente le sue opere, si può notare l'evoluzione di Lovecraft: mentre i primi racconti sono immersi in un'atmosfera sognante e incantata, e parlano degli Dei antropomorfi della Terra, gli Dei della classicità, e di vicende che hanno unicamente a che fare con la sfera del sogno, della magia e del mito, in seguito i suoi temi diventano sempre più razionalizzati, sempre più legati al mondo della fantascienza, anche se non c'è mai un distacco completo dall'originale atmosfera magico-mitica.

Sotto questo aspetto è importante un racconto come La poesia e gli Dei, che appartiene al primo periodo di Lovecraft, e che è una sorta di "manifesto" del ritorno al Paganesimo. In esso una giovane sognatrice giunge nel regno degli Dei dell'Olimpo, e riceve da Hermes la rivelazione che gli antichi Dei non sono morti ma si sono solo addormentati, in attesa del loro ritorno, che arriverà con la comparsa nel mondo di un grande poeta che ne rievocherà le presenze nello spirito umano. Lovecraft quindi sembra avvicinarsi a concezioni simili a quelle di H"lderlin e di Robert Graves, per i quali la poesia era essenzialmente evocazione del Divino, nel senso pagano del termine, cioè come Divino presente nella Natura.

In Attraverso la porta delle chiavi d'argento, invece, che è uno degli ultimi racconti, Yog-Sothoth invita Randolph Carter, cioè Lovecraft stesso, a trascendere il mondo dei suoi sogni giovanili e guardare oltre essi, e per far questo deve trascendere il culto degli Dei della Terra, gli Dei antropomorfi che sono ancora troppo legati ai sentimenti umani e che opprimono l'uomo con la tirannia del culto, mentre gli Dei Cosmici gli chiedono di guardare oltre la bellezza dei sogni terreni e a conquistare la libertà dell'intelletto.

Nel pantheon di Lovecraft non sembrano esserci figure femminili vere e proprie, a parte alcuni accenni alla Magna Mater, la Grande Madre mediterranea, che Lovecraft chiama Shub-Niggurath. Di questa Dea si accenna in alcuni racconti, come per esempio in Xinaian, dove appartiene al pantheon degli abitanti del sottosuolo, e viene descritta come "una specie di Astarte, i cui riti erano particolarmente disgustosi". S'intuisce che qui Lovecraft allude a riti di tipo sessuale, ma il suo fortissimo puritanesimo gl'impedisce di essere esplicito. Se ne parla inoltre ne I topi nel muro, considerato uno dei migliori racconti di Lovecraft, che narra di un americano che, andando a vivere nel castello inglese che era appartenuto ai suoi antenati, vi scopre un gigantesco tempio sotterraneo, dedicato alla Magna Mater, dove si erano svolti riti cannibaleschi fin dalla preistoria, a cui avevano partecipato i suoi stessi antenati, fino al XVII secolo.

La natura ed il significato di questo culto, che prevedeva anche l'allevamento di "ominidi da macello" in recinti sotterranei, e che era legato a grossi ratti che venivano nutriti anch'essi con carne umana, rimane però completamente oscuro.

Tuttavia Shub-Niggurath sembra essere anche una divinità maschile perché in altri racconti, come in Colui che sussurrava nelle tenebre, ella viene definita invece come "il Capro Nero dai Mille Cuccioli" e "Il Signore delle Foreste", facendo quindi pensare a una manifestazione del Dio Cornuto delle foreste europee e in particolar modo a Pan.

D'altra parte anche gli altri Dei oscuri non hanno una precisa caratterizzazione sessuale, e non si è mai sicuri che siano maschili o femminili o, più semplicemente, neutri, dato che non sono antropomorfi.

É difficile dare un quadro completo di tutti gli aspetti della complessa opera di Lovecraft. Questo scrittore viene ricordato soprattutto per aver saputo esprimere certi sentimenti di orrore cosmico che caratterizzano certi aspetti della vita moderna, dove il progresso tecnologico e il senso di mistero che avvolge l'universo rivelato dalla scienza spingono l'uomo al terrore del vuoto cosmico e dell'alienazione totale dell'identità umana.

Il carattere di forte religiosità magico-pagana della sua opera, con forti sfumature esoteriche, passa generalmente in secondo piano nella critica, eppure non è possibile capire la sua opera senza capire i simboli magico-religiosi di cui è piena, e che sono una delle sue costanti maggiori.

Il mondo degli Dei oscuri o ambigui di Lovecraft appare tanto più sconcertante se pensiamo che "Il Solitario di Providence", come è stato soprannominato, non credeva nel soprannaturale nel senso comune del termine, ed era fortemente legato ad una visione scientifica ed empirica del mondo. Infatti, gli Dei di Lovecraft non sono mai esseri "spirituali" anche se spesso non sono esseri in carne ed ossa come lo siamo noi. Essi a volte vengono da altri pianeti oppure da altre dimensioni, dove le leggi naturali sono molto diverse da quelle terrestri, ma sono sempre esseri fisici, corporei, per quanto potenti ed immortali. Religiosità e spiritualismo quindi non sono sinonimi.

Ma Lovecraft credeva nei suoi Dei? E se sì, in che forma e in che misura?

Finora non ho mai visto nessuno porsi seriamente il problema, forse ritenuto irrilevante, considerando il generale disinteresse della cultura contemporanea per temi di tipo religioso, di qualsiasi religione si tratti.

Qualcuno ha ipotizzato che Lovecraft appartenesse a qualche gruppo esoterico neopagano, ma non si sono trovate prove di questo. É certo invece che i suoi Dei hanno avuto un successo enorme, e non solo altri scrittori, suoi seguaci, hanno continuato il Ciclo di Cthulhu dopo la sua morte, ma si è costituito davvero un Culto di Cthulhu, sul quale però non ho alcun dato preciso.

Si può ritenere che, se davvero Lovecraft credeva che i propri sogni gli venissero da un'altra dimensione e non le considerasse un puro effetto dell'inconscio - Lovecraft avversava la psicoanalisi anche per questo - doveva ritenere i suoi Dei come qualcosa di reale e non dei puri simboli di forze della natura.

In lui c'era un profondo conflitto fra l'uomo pessimista, disincantato, scientifico, e l'uomo legato alle meravigliose visioni e agli incubi della giovinezza, all'aspetto poetico ed estetico della vita, un conflitto che pare gli rese difficile lo scrivere negli ultimi anni di vita, quando appunto l'aspetto scientifico-filosofico dei suoi racconti aveva cominciato a prevalere su quello magico-onirico.

Certo, nel leggere il brano seguente, tratto da Alla ricerca del misterioso Kadath, non si può rimanere colpiti dall'afflato mistico con cui Lovecraft descrive l'incontro di Randolph Carter, il suo alter ego letterario, con la visione del vero volto degli Dei della Terra scolpito nella roccia di un monte: «Severo e terribile splendeva il sembiante che il tramonto accendeva di fuoco.

La mente umana non poteva misurarne la vastità, ma Carter sapeva che non era opera dell'uomo: era un dio forgiato dalle mani di dei e posava gli occhi alteri e maestosi su chi veniva a cercarlo. Secondo la leggenda nel volto vi era qualcosa di strano e inconfondibile, e Carter si rese conto che era proprio così: gli stretti occhi obliqui e le orecchie dai lobi allungati, il naso sottile e il mento a punta tradivano una razza non umana, ma di immortali.

Carter rimase abbarbicato all'alto e pericoloso spuntone, pur avendo finalmente trovato ciò che era venuto a cercare: perché nel volto di un dio c'è qualcosa che trascende tutte le aspettative, e se è più grande di un tempio e appare, al tramonto, nel silenzio sconfinato di un mondo superiore, modellato per mano divina nella lava nera di tempi antichissimi, lo stupore è troppo grande perché l'uomo possa sfuggirvi.»

É difficile negare che queste parole non abbiano voluto descrivere una visione interiore profondamente sentita, e che in esse parlava quel Lovecraft che voleva ancora credere nel mondo dei sogni della sua gioventù, quello che poteva essere raggiunto da una porta dalle chiavi d'argento e che poteva portare all'incanto degli antichi Dei olimpici e celtici, che tanto lo affascinavano, oltre che verso i terrori del Totalmente Altro che si stende fra le galassie.

Forse Lovecraft è l'immagine del politeista moderno: profondamente legato ai miti del passato, ma proiettato verso i misteri scientifici del Terzo Millennio, in un continuo ma vivificante conflitto interiore fra razionalismo e mitologia. In questo autore potrebbero esserci alcuni germi del futuro pensiero politeistico, o meglio della futura politeologia, la quale non si può limitare a nutrirsi solo di contestazione alle dottrine monoteistiche o di rivendicazioni ecologiste, per quanto importanti possano essere queste posizioni. Il pensiero politeistico deve potersi avventurare anche nella teoresi, per fornire una sua immagine che siA coerente e convincente per la cultura contemporanea.

Pietro Trevisan

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