Tuesday, December 25, 2007

L'IPOCRISIA DEI MODERNI

GEMINELLO ALVI: L'IPOCRISIA DEI MODERNI
Commento di Geminello Alvi a "Iscrizioni funerarie, sortilegi e pronostici di Roma antica" a cura di Lidia Storoni Mazzolani, introduzione di Guido Ceronetti, Giulio Einaudi editore, Torino 1973.

Viviamo in un epoca che ha fatto della simulazione il suo punto di forza. Solo il cinema oggi fa rivivere il passato.
Morto, per sempre andato, senza ritorno, nell'altrove definitivo e quindi eterno; così emana ancora a noi colui scritto in breve frase incisa sopra una tomba o, per le strade oscure di Roma: "Zoticus qui
null'altro lascia che il labile nome; il corno è cenere, la vita s'è dissolta nell'ètere".
Eppure persino lui Toticus, sottoschiavo, di cui nulla sappiamo, è stato; se si è impresso così nella pietra. Perché proprio il definitivo svanire della sua vita nell'etere, circoscrive e fissa la sua vita come è stata.
L'incontrario di quant'accade ai moderni ch'eludono per sistema la morte, e per i quali la vita è un revival senza età e senza morte. Manca ora la fine, la vita si finge senza morte, risultato: la vita evapora, e dei più può persino dubitarsi sia esistita. Denaro ovvero l'esorcismo economico della paura e cinema ovvero modo di far rivivere ciò ch'è morto: questi gli espedienti perché non si veda quello che è. A qualunque costo.
Mentre invece, com'è inscritto in un'altra tomba: "Respice et crede Hoe est, sic est, aliud fieri non licet"; è ciò che vedi. E' così, non può essere altrimenti.
Tutto l'esistere moderno è invece questo altrimenti, è l'insistita invenzione d'un altrimenti, per non vedere la morte, anche se senza di lei non v'è vita.
"Sol me rapuit"; mi ha rapito il sole: solamente in una civiltà che non fingeva, sentiva buio e morte, il morto poteva permettersi di vedere scritta, una simile e magica frase.
La modernità è ipocrita, simula tutto. Chi potrebbe ora permettersi lo sdegno di chi si fece scrivere sopra la tomba:
"Euasi, effugi. Spes et Fortuna ualete, nil mihi uobiscum est, ludificate alios".
"Fuggito; sono fuori. Speranza e Fortuna io vi saluto. Non ho più niente da spartire con voi. Prendetevi giuoco di qualcun altro".
E il dolore di tale Domatio Tiras, per la figlia bambina morta, arriva perciò ancora tanto dolente: "Simili a pomi appesi all'albero sono i corpi nostri; se maturi cadono, se acerbi ruzzolano via rapidi".
E la morte nobilizza per paradosso eternizza persino l'insulto o la vanteria; "Hie iigo puiillas multas futui".
Perché la morte è abitata dai Mani ed essi sono qualcosa come gli dei, e come loro fissano nell'eterno. "Aliquid sunt manes" significa onorarli, perché la morte sono loro, dei e sottodei, senza dei quali la vita non s'eternizza, non resta.
Come invece resta ancora l'iscrizione attribuita ad Adriano, che elogia il legionario Soriano: "tra mille prodi batavi, primo traversai a nuoto il Danubio con indosso le armi... coglievo al volo e spezzavo un dardo scoccato dall'arco, mentre era ancora per aria, con un dardo scagliato a mia volta. Né a un romano né a un barbaro riuscì mai di superarmi. Fui d'esempio a me stesso".

Solo chi sentiva divina la morte, com'è la vita può dire di qualcuno che: "da sé fu esempio, a sé".

(da "Repubblica" del 4.7.1998)

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