Saturday, December 29, 2007

Miracolo al Partenone. Nasce la modernità

dal corriere.it
Miracolo al Partenone. Nasce la modernità

di EVA CANTARELLA

Nella Prefazione a Hellas, Byron scriveva: «Siamo tutti greci. Le nostre leggi, la nostra letteratura, la nostra religione, le nostre arti hanno le loro radici in Grecia. Se non fosse stato per la Grecia (…) saremmo ancora selvaggi o idolatri. Peggio ancora, potremmo essere rimasti a uno stato così miserabile ed estraneo alle istituzioni sociali come possono esserlo la Cina o il Giappone». Era il 1821, la Grecia era un mito indiscusso e incontrastato.

Nel secolo seguente non sarebbe rimasto tale. Nel 1900 cominciò a diffondersi un modo di guardare ai greci più critico, che giustamente rifiutava, per cominciare, l’idea del «miracolo greco»: la straordinaria fioritura delle arti, delle lettere e delle scienze, nella Atene del Vsecolo non era un fenomeno improvviso e inspiegabile; non era, appunto, una sorta di miracolo. Si spiegava nella storia, nel maturare di una cultura che aveva alle spalle un passato da capire, da interpretare, di cui individuare le componenti e le origini. Argomento, quest’ultimo, destinato, sul finire del secolo scorso, a scatenare una accesa polemica sul ruolo dei greci nella storia della cultura occidentale. Nel 1987, infatti, questo ruolo era stato messo in discussione da un libro significativamente intitolato Black Athena, The Afroasiatic Roots of Classical Civilization (Free Association Books, Londra, 1987).


Secondo Martin Bernal, l’autore del libro, quelle che erano sempre state considerate conquiste intellettuali dei greci, dalla filosofia alla teoria politica, dall’arte alla storiografia, erano nate in Asia e in Africa. I greci si erano limitati a recepirle, a cominciare dalla sfera della religione: Atena infatti era una dea africana, di nome Neith. Di pelle nera, dunque. Esattamente come Socrate, il filosofo dal naso camuso e i capelli ricci.

La nostra plurisecolare convinzione che le origini della civiltà occidentale siano greche (dunque indoeuropee) sono la conseguenza, diceva Bernal, di una falsificazione storiografica, iniziata alla fine del Settecento, quando l’Europa aveva voluto costruire un monumento a se stessa, facendo della Grecia il luogo della sua prodigiosa adolescenza, e cancellando dalla sua storia quelli che europei non erano. Senza dubbio, Bernal ricordava alcune verità: l’Occidente ha effettivamente costruito il mito delle sue origini greco- romane.

Ogni civiltà, del resto, ha un mito di fondazione che cementa la sua identità culturale (ma può anche creare nei componenti del gruppo l’idea di una loro superiorità). Gli ateniesi raccontavano il mito di Erictonio, i tebani quello di Cadmo, i romani quello delle loro origini troiane; l’Occidente, a distanza di molti secoli, costruì quello delle sue origini classiche. La denuncia della mitizzazione «ariana» era giusta: ma Black Athena non si limitava a proporre un'immagine più realistica della civiltà greca. Partendo dall’ipotesi delle sue origini afro-semitiche, arrivava a escludere che essa avesse avuto una qualsiasi rilevanza nel processo di formazione della civiltà occidentale.

Al momento della pubblicazione, il libro divise la comunità dei classicisti, con forti implicazioni politiche: quantomeno negli Stati Uniti, criticare Black Athena era politicamente scorretto. Ma nel giro di alcuni anni le acque si calmarono, e si cominciò a discutere affrontando il problema dal punto di vista scientifico. Negli anni Novanta, le tesi di Bernal, anche da chi non contestava in toto, furono fortemente ridimensionate.

Fondamentale, in materia, la presa di posizione di Arnaldo Momigliano, autore tra l’altro di Alien Wisdom, The Limits of Hellenization (Cambridge University Press, 1971), un libro che, mentre denuncia l’innegabile etnocentrismo dei greci, constata che il loro atteggiamento non riuscì, comunque, a impedire che in età ellenistica si verificasse quella fusione di elementi greci, ebraici e latini su cui la nostra civiltà è fondata.

Il contributo dei greci alla cultura occidentale, insomma, non può essere cancellato: difficile ad esempio dire che la storiografia non è nata in Grecia. Altro è registrare alcuni eventi su lapidi o materiale di altro genere, come si faceva in Oriente, altro è inventare un genere letterario, che si propone di raccontare gli eventi e individuare metodi e fonti di questo «scrivere la storia». La storiografia nacque in Grecia, perché lì— e non altrove—nacque l’atteggiamento critico verso la registrazione degli eventi, vale a dire lo sviluppo di metodi critici che consentono di distinguere tra fatti e fantasie.

Ma la denuncia degli estremismi di Bernal non ha impedito di riconoscere i suoi meriti. Black Athena ha indotto ad andare al di là del generico riconoscimento che la civiltà greca non è nata dal nulla, e a valutare nella giusta luce gli intensi rapporti commerciali e intellettuali esistenti tra Oriente e Occidente a partire dal III millennio; ha contribuito a far individuare i debiti specifici dei Greci nei confronti dei popoli con cui avevano avuto questi contatti.

La storiografia più recente, insomma, ha rivisitato i rapporti tra la Grecia e l’Oriente e li ha giustamente rivalutati, senza peraltro arrivare a negare che l’Occidente debba ai greci alcuni tratti salienti della sua storia intellettuale. Come negare che dobbiamoai greci concetti come cittadinanza, libertà di parola, uguaglianza, democrazia? Finalmente—sembra di poter dire — la storia greca viene letta con equilibrio, da un canto senza mitizzazioni, dall’altro senza operare indebiti collegamenti tra il piano della storia e quello della politica.

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