Wednesday, December 26, 2007

«No alla guerra per un Dio invisibile»

http://ilmessaggero.caltanet.it/hermes/20021124/01_NAZIONALE/ESTERI/INTER.htm

«No alla guerra per un Dio invisibile»
Soyinka: la nostra cultura africana Yoruba insegna il rispetto reciproco
di PIETRO M. TRIVELLI

ROMA - Ci sono «fanciulle modeste di sguardo, bellissime d’occhi, dal seno ricolmo», nel Paradiso contemplato dal Corano (nella classica traduzione di Bausani), fra le delizie dei «Giardini alla cui ombra scorrono i fiumi». Ma neanche quelle, un po’ discinte, gradirebbero gli integralisti.
Meno male che la cultura africana, dall’Egitto in giù, ha ben altre radici. Più dei debiti dei paesi poveri, c’è chi sostiene che bisogna prima cancellare il debito culturale dell’Occidente verso le civiltà afro-asiatiche. Persino Minerva, anziché greco-latina, sarebbe di origine africana. Lo sostiene Jean-Pierre Vernant, del Collège de France, e la sua teoria è condivisa da Martin Bernal, antropologo a Cambridge, autore di un saggio intitolato Atena nera.
Che ne pensa Wole Soyinka, l’intellettuale nero più famoso, che nella sua Nigeria insanguinata ha lasciato il cuore?
«Alcune delle più grandi conquiste umane avvennero in un tempo in cui non solo non esistevano il cristianesimo e l’islamismo, ma non si conoscevano neanche i fondamenti del pensiero “occidentale"», risponde il nigeriano Soyinka, 68 anni, Nobel per la letteratura nel 1986, premiato quest’anno con medaglia d’oro del presidente della Repubblica alle giornate del Centro Pio Manzù (nell’annuale meeting con il meglio della cultura scientifica mondiale, “convocata" da Gerardo Filiberto Dasi, esperto di relazioni internazionali). Autore di La ferita aperta di un continente, incarcerato ed esiliato, Soyinka è fuggito dalla Nigeria nel 1994, a piedi, inseguito dai militari del dittatore Sani Abacha.
Che cosa rimpiange delle sue radici culturali, oggi oltraggiate dal fanatismo più cieco?
«I nostri antichi principii, che ritengo ancora validi. Pur se la migliore civiltà africana, portatrice di un’eredità di spiritualità, viene tanto disprezzata (e non solo nel mio paese). Credo che il mondo, dominato da più di duemila anni da religioni "ufficiali", abbia ancora bisogno di un sistema di credenze spirituali - troppo semplicemente liquidate come animistiche - per armonizzare l’umanità anziché dividerla. Seguendo aneliti che furono già portati in America dagli schiavi negri. Il problema più importante del XXI secolo è proprio quello delle religioni, come dimostrano le tragedie dei nostri giorni».
Che cosa può offrire, oggi, la cultura africana?
«Scoperte e sperimentazioni del “mondo nero" sono certo superate dalla ricerca tecnologica occidentale. Eppure, la tradizione africana può dare ancora il suo contributo nel campo dell’etica, della filosofia e delle scienze naturali. Quella che oggi è una moda in Occidente, per esempio, l’erboristeria, in Africa è tuttora una scienza forte. La nostra cultura Yoruba - dal nome di una popolazione originaria di Yerba - non è altro che studio di fenomeni naturali esteso a quelli sociali».
Quale contributo etico-filosofico?
«Quello principale è di non dimenticare che l’esistenza umana è un continuo e costante processo di ricerca della verità ultima. Ma neanche gli dèi posseggono una verità assoluta. Per questo, a differenza di altre religioni, cristiana o islamica, la nostra cultura Yoruba non prevede che si facciano guerre in nome di un dio invisibile, insegnando piuttosto i valori del rispetto reciproco».
La sua poetica "civile" rispecchia questi valori?
«Non scrivo solo poesie “impegnate". M’ispiro ancora alla mitologia, oltre che a stati d’animo e umori suscitati dalle relazioni umane. Ma, a differenza di altre forme di espressione, la poesia ha un effetto ritardato. Più lento. Come un seme, che dà fiori e frutti solo più tardi».
Sempre più necessari, fiori e frutti di saggezza. Non solo nella Nigeria di Soyinka, imbestialita contro la bellezza.

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