Tuesday, December 11, 2007

Quando il fico era simbolo di fecondità

GAZZETTA DEL SUD -
Quando il fico era simbolo di fecondità

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Basilio Maniaci


Ficarra, che in alcuni documenti del passato si riscontra più frequentemente con una sola r, cioè Ficara o Ficare, Ficaria O Ficarie, deve l'origine del suo nome soltanto al significato
denotativo del suo antico toponimo Ficara, che, chiaramente, sta a significare un territorio coltivato, in prevalenza, ad alberi di fichi? O deriva da Ficaria (il cui nome scientifico completo è
Ficaria verna hudis ) che è un'erba medicinale delle ranuncolacee, comunissima sui Nebrodi? O discende, invece, dalla voce araba Fakar, che significa «glorioso», «illustre»? Il «privilegium» concesso dal Conte Ruggero, nel 1091, al «fidelissime Blasius, abbas monasterii Sancti Nicolai de Lo
Fico», che sorgeva a circa 500 passi «novi nominis opido Raccuja», conferma l'esistenza intorno all'anno Mille di piantagioni di fichi in tutto il circondario di Ficara. Il fico nell'antichità - spiega Salvatore Spoto in «Miti, riti, magia e misteri della Sicilia», Newton & Compton Editori, Roma, 2001 -
era considerato frutto della fecondità. In esso i greci, ma anche i siciliani, vedevano la riproduzione in natura dello scroto maschile. E quando il frutto, ormai maturo, presentava una fenditura nella parte inferiore, veniva simbolicamente equiparato alla vagina femminile. Come tale la pianta aveva assunto pieno titolo per essere venerata come espressione della fertilità della «dea delle messi», Demetra.
Secondo la mitologia greca Demetra (Cerere per i romani), non trovando più la figlia
Persefone (Proserpina per i romani), corse disperata per il mondo nove giorni e nove notti finché seppe ch'era stata rapita da Ade mentre raccoglieva fiori. Sdegnata essa abbandonò l'Olimpo decisa a rendere sterile la terra. Gli altri dei la pregarono di accordarsi con Ade che consentì a Persefone di
passare presso la madre una parte dell'anno, dalla primavera all'autunno, periodo in cui Demetra tornò a rendere fertile la terra, e di trascorrere, poi, gli altri sei mesi con lui nel regno degli Inferi, con chiara allusione all'alternarsi delle stagioni, il culto di Demetra e Proserpina trovò terreno fertile. Ad Atene, la
«Strada Sacra» che conduceva a Eleusi, dove sorgeva il tempio dedicato a Demetra, era costellata da alberi di fichi, lungo tutti i suoi 20 chilometri. I fedeli l'imboccavano due volte l'anno per andare a celebrare i piccoli «misteri», per gli «iniziandi» nel periodo di marzo-aprile e i grandi «misteri» per gli «iniziati» nel periodo di settembre-ottobre. Quest'ultimi cominciavano con il grido: «Mystoi al mare!». Seguiva un bagno purificatore. Ogni aspirante ai «Mysteria» entrava in acqua con un maialino da
sacrificare a Demetra, in ricordo delle sue forti grida per il ratto della figlia Persefone a opera del dio Ade. Aristofane ne Le rane narra che il viaggio dei «devoti confratelli» verso «l'umido campo
fiorito», iniziativa «scuotendo intorno alla testa / la corona di mirto, piena di bacche». Poi parla di uno «sfrenato rito» dove «di fiamme il prato sfavilla» e tutt'intorno si spande un «olezzo di
carni suine». Le formule che venivano pronunciate durante le celebrazioni dei «misteri di Eleusi» noni sono mai state conosciute. L'iniziazione avveniva all'interno del tempio in modo molto segreto. Il divieto di divulgare le formule dei «misteri», sotto pena capitale, è stato così fortemente rispettato che poco o
nulla si conosce al riguardo. Si sa che durante i giorni del rito i mystoi bevevano il ciceione (bevanda a base d'acqua, farina d'orzo e menta) e mangiavano dolcini preparati con farina impastata, condita con il miele, e che avevano la forma di membri maschili e di vagine femminili. I «misteri» non potevano
essere celebrati al di fuori di Eleusi. Ma il culto di Demetra si diffuse in tutti i paesi che s'affacciano sul Mediterraneo. In Sicilia i primi coloni greci cominciarono ad arrivare nell'VIII secolo a.C.
Sbarcati in vari siti, per lo più lungo le coste marine, cominciarono a costruire in loco nuovi nuclei di società ellenica sul modello di quelle esistenti nella madre patria. A Selinunte i coloni megaresi costruirono un tempio che ripeteva nello stile e nella struttura, gli ambienti del venerato santuario di Eleusi. È bene precisare che l'albero di fico - continua lo Spoto nel suo libro - aveva un valore simbolico anche nel culto del dio Dionisio, l'inventore del vino, vale a dire della linfa vitale della terra, dunque, anche lui venerato come dio della riproduzione. E a ragion veduta, visto che è stata tramandata la diceria che Madre natura l'aveva dotato di eccezionali attributi maschili.
Infatti, la dea Venere, moglie del dio Vulcano che, specie quando questi era impegnato nei lavori di fabbro nelle sue fucine della «terta di Vulcania», era solita concedersi delle scappatelle, un
giorno si rese disponibile a voler godere intimamente dei generosi attributi di Dionisio. E gli regalò un figlio, Priapo. Anche diversi aspetti dei «misteri dionisiaci» rimangono da chiarire. Ad
esempio il ruolo delle baccanti che seguivano i «fallofori», cioè i partatori di «tirsi», realizzati con bastoni nodosi d'alberi di fichi, sormontati da tralci di vite e di edera sulla punta. Così come i
ruoli e i contenuti delle loro «ceste mistiche» (forse, colme di fiaschi di vino e forme di pane tondeggianti, con uno spacco al centro, le cosiddette collure, con cui banchettare in onore di
Dionisio, con il sacrificio pure di castrati?).
È stato ipotizzato che, nel momento in cui il culto per le particolari doti anatomiche di Dionisio cominciò a diventare oggetto di tabù sessuale potrebbe essersi verificata una specie di «castrazione», con una rimodulazione sotto il simbolo di falli costruiti in legno di fico i cui schemi interpretativi erano a quei tempi largamente e abitualmente riconosciuti da tutti. L'inizio delle celebrazioni dei «misteri dionisiaci», così come pure quello dei «misteri eleusini», si perde nella notte dei tempi. La loro fine fu decretata ufficialmente nel 392 d.C. con l'editto di Teodosio il Grande che dichiarò il Cristianesimo religione ufficiale di Stato. Da quel momento ebbe inizio una persecuzione più o meno manifesta
contro i riti non-cristiani che, nel corso dei secoli, distrusse e fece sparire non solo antichi riti e templi degli dei pagani, ma anche intere città, tra le quali la famosa Demenna che, sotto la
dominazione araba, diede il nome a tutto il Val Demone. E, la cui etimologia, è ricondotta da Michele Amari, in «Storia dei musulmani di Sicilia», Le Monnier, Firenze, ristampa del 2000, al verbo greco «diameno»: «perduranti, cioè, o permanenti nella fede, si aggiunga dell'Impero bizantino». Nulla di strano se alcuni «ornamenti» della storia locale, quali: il vecchio toponimo Ficara, che sta a indicare un territorio coltivato, in prevalenza ad alberi di fichi; l'appositivo «de Camino» (un «Cammino Sacro»
simile a quello della «Strada Sacra» di Eleusi?), rinvenibile nel diploma con il quale l'imperatore Federico II, nel 1249, concesse al vescovo di Patti il grande bosco di Ficarra, Sinagra e Piraino,
che comprendeva anche «la chiesa di San Pietro de Camino» (sita sul limitrofo Capud Brinionis) e una casa solarata dove «vi sono botti che possono contenere 160 salme di vino», il pascolo, sotto cotali boschi di greggi dei più pregevoli «castrati» della Sicilia che come fece notare lo storico Tommaso Fazello nel 1500 «mentre son vivi e dopo la morte recano i denti perpetuamente dorati», l'antica consuetudine, che ancora si rinnova ogni anno, di regalare per la «Festa dei morti» fichi
secchi e certi dolcini (i cosiddetti ossa 'di morti) che hanno il tronchetto superiore di farina a mo' di fallo maschile, e la parte sottostante color miele a forma di ovale che, sia pur vagamente
ricorda la vagina femminile; la riproduzione spontanea della razza autoctona del cosiddetto «suino nero dei Nebrodi»; l'antico nome del porto di Brolo «considerato l'affaccio a mare di Ficarra)
che gli Arabi chiamavano Marsà Dàliah, cioè «porto della vite», possano costituire «l'adombramento» della perpetrazione di antichi riti, tradizioni, usi e costumi risalenti al periodo in cui, anche qui, imperava il culto di Cerere e Diòniso.

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